Nuovo e utile Parole italiane e inglesi: una conclusione (provvisoria) in 12 punti

In quest’ultimo periodo, in due casi diversi, mi sono trovata a ragionare sul modo in cui usiamo e percepiamo le parole italiane e inglesi. Vi racconto che cosa è successo e che cosa mi sembra di aver capito.

IL PRIMO CASO
Pubblico su NeU una lista di parole inglesi comunemente usate che, mi sembra, avrebbero efficaci corrispondenti in italiano. La lista gira molto in rete e immagino che l’abbiate intercettata, anche perché viene ripresa sul sito del Corriere della Sera. Poi, esce perfino dai confini nazionali: ne parlano il quotidiano inglese The Independent e il programma Today della BBC Radio 4 (qui il podcast. Da 1:50 circa). 

La lista è ovviamente integrabile e migliorabile (la definisco “definitiva” solo per rassicurare i lettori di NeU che non continuerò a pubblicare una nuova edizione alla settimana). E (lo ripeto ancora una volta) non sto mettendo in discussione i prestiti di necessità come mouse, tram, toast, e non sto certo suggerendo di dire, invece, selezionatore video, tramvai o tosto.

Però, santa polenta, è una questione di misura: una parola inglese all’interno di un discorso in buon italiano non fa male a nessuno, ma dire “facciamo asap un meeting per il fine tuning del client service” non è più comodo o preciso (e suona più pretenzioso o strano) che dire “facciamo al più presto una riunione per mettere a punto il servizio clienti”.
Si risparmia tempo con l’itanglese? Neanche tanto: una prova spannometrica col cronometro mi dice che sono 4,17 secondi (il meeting) contro 4,49 secondi (la riunione). Poco più di tre decimi di secondo risparmiati.

CHE COSA MI SEMBRA DI AVER CAPITO
1) Il tema dell’itanglese è molto sentito, e non solo da uno sparuto gruppetto di grammar nazi.
2) Tra le persone più infastidite ce ne sono molte che conoscono l’inglese bene, o che sono di madrelingua inglese, o che vivono all’estero. Commenta Petra Johansson: sono “quasi” madrelingua inglese. Vivo da pochi anni in Italia e non ho mai visto tante cose scritte in inglese senza nessuna necessità e in tutti gli ambienti… e soprattutto in un modo spesso completamente sbagliato, e quindi mi chiedo per chi questo inglese è scritto, visto che molti italiani hanno una conoscenza dell’inglese più o meno limitata e che per i madrelingua inglesi queste parole spesso non vogliono dire niente.
3) Se non si vuol essere spellati vivi, mai azzardarsi a proporre corrispondenze tra termini inglesi e italiani che riguardano l’informatica, perfino se il significato proprio del termine inglese in uso è impreciso o obsoleto tanto quanto quello del possibile termine italiano (si discute, per esempio, perfino su hard disk = disco rigido). Si salvano solo web = rete, ed enter = invio. Eppure, come rileva Licia Corbolante, in realtà parecchi termini informatici inglesi nascono da analogie imperfette o abbastanza casuali (ad es. mouse e cloud) e se analizzati nel loro significato letterale, specialmente a distanza di anni, possono risultare inadeguati, datati o poco efficaci.
4) Tra fashion, outfit, trend, must, mood, look, oversize e molti altri termini, e alla faccia del Made in Italy (sì, lo so, l’ho scritto in inglese), la moda si crogiola nell’itanglese quasi più del marketing.
5) Se uno fa mente locale, può perfino rendersi conto che dire “sostegno, approvazione” invece di “endorsement”, o “divario” invece che “gap”, dà una certa soddisfazione.
6) Ho tuttavia la sensazione che i termini inglesi abbiano un vantaggio perché soggettivamente vengono percepiti come più precisi e più evocativi, e perché si portano dietro in automatico una connotazione moderna e cosmopolita, quindi positiva.
E infatti…

IL SECONDO CASO
Intanto, un cliente che lavora nell’ambito dei servizi mi chiede di aiutarlo a mettere ordine nel sistema dei nomi che definiscono le diverse attività offerte al pubblico. Negli anni, e aggiungendo attività ad attività, tutto si è ingarbugliato: diversi nomi sono in inglese, qualcuno è in italiano.
In qualche caso due attività diverse fanno capo allo stesso nome, in qualche altro si è trascurato di nominare le nuove offerte. E poi, al telefono, le persone fanno fatica con l’inglese, storpiano e si confondono.
Fantastico, penso: finalmente passiamo all’italiano. Affronto baldanzosa l’impresa. Mi è già capitato diverse volte di lavorare sui nomi e tradurre tutto con un po’ di grazia, precisione e buonsenso non dovrebbe risultate difficile.

E invece no: mi accorgo che, se mi limito a tradurre, i nomi si svuotano. Suonano poco attraenti, generici e burocratici. Giusto per esempio: provate a tradurre Open Mind Lab con Laboratorio Mente Aperta (Laboratorio delle menti aperte? Laboratorio per l’apertura mentale?) e moltiplicate l’effetto per una decina di volte. Una schifezza. Senza contare che, come chiosa acutamente Fabio su Internazionale, “Laboratorio Mente Aperta” suona molto ticinese.
Non è solo una questione di brevità: una definizione inglese usata in un discorso in italiano appare più compatta e indiscutibile (oltre che più moderna) proprio perché è in inglese. E un gruppo di nomi inglesi ha (a prescindere da ciò che i nomi significano o suggeriscono, e perfino se vogliono dir poco) un’omogeneità percettiva che manca del tutto ai corrispondenti italiani letterali. Per uscire dai pasticci ci metto tre settimane, provando e riprovando.

CHE COSA MI SEMBRA DI AVER CAPITO
1) Se coi testi letterari tradurre è un po’ tradire, con le singole definizioni o con i nomi nuovi bisogna, a volte, avere il coraggio di lavorare in maniera radicale per ottenere risultati accettabili.
2) Nel passaggio dall’inglese all’italiano resta comunque la sensazione di aver perso qualcosa: si capisce tutto, e quel tutto non sembra mai abbastanza. Di questo fenomeno parla, in un commento, Camilla Antonelli: c’è una differenza contestuale (il fatto stesso di usare una parola straniera nel proprio discorso italiano ha già in sé un significato…) che si somma alla percezione della lingua straniera da parte del parlante italiano (non c’è una conoscenza allargata/globale del vocabolo e non se ne apprezzano le sfumature, quindi il vocabolo straniero assume una certa precisione e una certa puntualità, denotando esattamente ed esclusivamente quella cosa). …il parlante italiano conosce i vocaboli nella sua lingua e ne conosce i diversi significati, quindi, anche se il vocabolo italiano viene contestualizzato, richiama (almeno virtualmente e potenzialmente) tutti gli altri significati del vocabolo stesso. L’effetto che si produce è la percezione di essere più generici, meno precisi (in italiano quella parola ci trasmette tanti significati, in inglese ne conosciamo solo uno).
3) Per compensare il senso di perdita, occorre che il nome o la parola nuova abbiano un di più di consistenza, di precisione e – diciamolo – di creatività.
4) L’inglese, d’altra parte, è una facile, magnifica scorciatoia per nominare qualsiasi cosa senza pagare troppi dazi al senso.
5) Tornando dall’inglese all’italiano è fatale suscitare, all’inizio, un po’ di sconcerto e spaesamento. È quanto è capitato a me, quando ho presentato i risultati del mio lavoro. Il secondo passo è stato “ah, però, a pensarci bene potrebbe funzionare”. Vedremo come va a finire.
6) Ogni parola è un universo mentale. E passare di parola in parola, da una lingua all’altra e portandosi dietro possibilmente il bagaglio di un po’ di senso, è un viaggio appassionante: già questo sarebbe un buon motivo per provarci.
L’interesse e la discussione suscitati dalla proposta di mettere, potendo e volendo, un po’ più d’italiano e un po’ meno d’inglese nei nostri discorsi, dice che si tratta di un viaggio a cui molti hanno voglia di prendere parte.

Un’altra versione di questo articolo esce su internazionale.it
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Posted on by Annamaria in home, punti di vista 17 Commenti
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Ieri è successo di nuovo. La stessa identica cosa di tanti anni fa. Me ne ricordo perfettamente. Telefonata. Il cliente più importante dell’agenzia. Nuovo direttore generale, mai visto prima....
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Che cosa succede se prendiamo delle parole inventate e vediamo di fargli dire qualcosa? È lo spirito del gioco che vi propongo oggi. Ma, prima, vi suggerisco un breve giro tra nonsense, grammelot e...
130607_250_Far_infuriare_cittadiniIl MIUR, l’orario scolastico e la problematica del problema
Il 3 giugno 2013 un trio di prestigiose istituzioni scolastiche unite in un titanico sforzo persuasivo e organizzativo partorisce la seguente nota (qui l’originale). E bravi: sono solo 19 righe e...
130605_250_Sopravvivere_intervistaCome sopravvivere a una intervista
Anche se ho un’antica (1988) tessera da pubblicista e se continua a capitarmi di scrivere articoli o post su questo o quell’argomento, credo di non aver mai intervistato nessuno. Immagino che, se...
130603_250_Creativita_TVPerché la creatività non abita in tv
Stefano Balassone è uno che conosce benissimo la telelevisione: l’ha fatta, l’ha gestita, l’ha inventata, l’ha studiata. La racconta e la insegna. Scrive su Huffington Post e su...
130530_250_Donne_pubblicita_terraDonne e pubblicità dal pianeta terra-terra
Federico Russo è un giovane e bravo collega. Ha una sorprendente conoscenza enciclopedica della produzione pubblicitaria internazionale, che documenta nel suo blog. Mi invia un lungo post...
130527_250_Metodo43Metodo 43: creatività e distrazione
Quando scrivo, una tazza di caffè è l’ideale. Quindi, di solito, a un certo punto mollo il computer e vado a mettere la caffettiera sul fuoco. Otto volte su dieci me ne dimentico. Risultato: di...
Idee_87_quadrataIdee 87: tra passato prossimo e un presente che somiglia al futuro
A pochi minuti di distanza una dall’altra, ieri sera in rete mi sono imbattuta (grazie a Gianni e ad Alfredo) in due storie capaci di cortocircuitare passato prossimo e un presente che somiglia al...
Metodo42_quadrataMetodo 42: che cosa è la creatività e che cosa la uccide
Oggi torno a parlarvi di creatività presentandovi due articoli interessanti. Devo dirvi, e lo faccio con una certa soddisfazione, che fino a sei-sette anni fa non era così normale trovare, anche in...
Leggere_quadrataLibri: 10 domande agli editori italiani
Come ogni anno, il Salone del libro si porta dietro numeri piuttosto deprimenti sullo stato dell’editoria e dei libri: vi propongo una rilettura dei dati ISTAT (qui il .pdf con tutti i dati e le...
130513_150_Pubblicita_sessistaPubblicità sessista: diciamo basta, ma sul serio
La pubblicità sessista va combattuta: farlo è urgente e necessario. Per riuscirci in modo efficace dobbiamo agire tenendo presenti molti elementi diversi e le loro interrelazioni. Ecco perché...
130510_150_Metodo41_CreativitaMetodo 41: trarre il meglio da quel che c’è
Se cerco Cucinare con gli avanzi  ottengo 813.000 risultati con Google. Dalle polpette al salame di cioccolato, dall’insalata di pollo alla torta di tagliatelle… una quantità di ricette...
130508_150_Musei_italianiMusei italiani: le occasioni perdute, tra promozione e web
D’accordo, abbiamo problemi più urgenti. Poiché ne avremo sempre, mentre ci occupiamo di quelli converrebbe affrontare anche questo: che cosa fare per la cultura in Italia? Tra l’altro, a...
130506_150_Street_art_graffitiStreet art, graffiti, murales: il confine tra arte e vandalismo
Milano contro mille graffitari titola in prima pagina il Corriere della Sera del 5 maggio. La notizia è che per la prima volta una banda di graffitari finisce sotto processo per associazione a...
130502_150_Thomas_HerndonL’austerità, le tasse, il dubbio di Thomas Herndon e la sicumera
La storia di Thomas Herndon (nella foto) è davvero straordinaria e, tra web e giornali, ha fatto il giro del mondo (qui Repubblica, in italiano. Qui BBC News, in inglese). Riassumo i fatti: Herndon...
130429_150_Sette_donne_governoLe sette donne al governo, le pietre e le buone, o cattive, lavandaie
Quella minuscola grande donna di mia nonna Alfonsina (ve ne ho già parlato a proposito del nientino d’oro) diceva spesso che la  cativa lavandera la treouva mai la bòna preja. Insomma: la...
130426_150_Ragazzi_che_leggonoRagazzi che leggono: una buona notizia, finalmente
È davvero una notizia confortante. I ragazzini, da sempre meno interessati e meno bravi a leggere delle ragazzine, stanno colmando il divario. Lo attesta il Progress in International Reading...
130424_150_Comunicazione_discriminazioneComunicare senza discriminare: che bella cosa
È appena uscito un libro che mi sembra necessario presentarvi: si chiama Parlare civile, comunicare senza discriminare. È ben scritto e realistico: dice in modo documentato, prendendo le giuste...
130422_150_Metafora_tattiche_politicheMuri, finestre e tattiche politiche
Come tanti, ho seguito con attenzione, passione, rabbia, incredulità e spaesamento le intricatissime vicende riguardanti le votazioni per il nuovo presidente della Repubblica. Ho letto quotidiani,...
130419_150_Esperienze_14Esperienze 14: Behavioural Law e Spinta gentile (Nudge)
Giulia Milano (qui il suo blog) ha 26 anni, ha studiato legge ma si interessa di psicologia. Un nuovo (e, per certi versi, rivoluzionario) approccio disciplinare, la Behavioural Law, ha intercettato...
130417_150_Metodo_40_profeziaMetodo 40: occhio alla profezia che si autoavvera.
La profezia che si autoavvera, o che si autoadempie, insomma, quella che in inglese si chiama self fulfilling prophecy è  una stregoneria che chiunque può fare. E che funziona. Istruzioni per...
130415_150_Creativita_involontariaCreatività involontaria e altre bazzecole tra le pagine di Repubblica
Non capita spesso: un lunedì mattina col sole, una colazione fatta con calma e perfino un po’ di tempo per dare una buona occhiata al Corriere e a Repubblica. Comincio come sempre con Repubblica....
130412_150_Creativita_quotidianaCreatività quotidiana, tatuaggi russi e altre storie
Quando parliamo di creatività, ci vengono in mente Mozart, Picasso, Einstein: gente che ha avuto in dono, insieme, un gran talento e un buon sistema di opportunità. Ma provate a pensare alla scuola...
130410_150_Problem_solvingProblem solving e conigli dal cappello
Risolvere problemi è un’attività impegnativa. Lo è quanto più i problemi sono complessi e opachi (cioè quando coinvolgono molti fattori le cui interazioni e le cui gerarchie in termini di...