Diventare scrittori. Si può davvero, e in un singolo momento?

Ci sono singoli momenti in cui è possibile diventare scrittori: questa, almeno, è la percezione di alcuni che poi sono diventati scrittori per davvero.
Racconta tutto ciò un grazioso articolo di Nicola Lagioia. Le storie narrate sono belle. Le possibili conclusioni, però, mi sembrano potenzialmente fuorvianti. Ma comincio dalle storie e, anzi, ne aggiungo un paio.

Ad Haruki Murakami, scrive Lagioia, succede di diventare scrittore guardando una partita di baseball. A Garcia Maquez capita visitando con la madre il paese in cui è nato, Aracataca, che nella trasfigurazione letteraria diventerà Macondo.
A William Faulkner capita quando incontra lo scrittore Sherwood Anderson. A Mary Shelley nel corso di un’estate piovosa, quando Lord Byron, che ospita lei e altri amici sul lago di Ginevra, propone di scrivere una storia di fantasmi per ingannare il tempo (a scatenare l’immaginazione di Shelley sono le chiacchierate dei compagni di soggiorno e un incubo notturno).

Del resto, mi ricordo che anche Andrea Camilleri racconta il momento esatto in cui incontra il linguaggio inedito che lo renderà famoso e apprezzato. È al capezzale del padre, e per intrattenerlo gli racconta una storia a cui sta pensando. Lo fa usando il modo di parlare di casa, che alterna e mescola italiano e dialetto: in quel momento si rende conto di aver finalmente trovato il modo in cui in cui può e deve scrivere. E tutti sanno che una (ai tempi ignota e poverissima madre single) Joanne Rowling trascrive su un fazzoletto di carta la prima idea di quella che diventerà la saga di Harry Potter nel corso di un viaggio in treno tra Manchester e Londra, funestato da un ritardo di quattro ore.

EPIFANIA E ILLUMINAZIONE. Lagioia dice che anche l’incontro con un maestro può servire (certo che sì!) e, nel corso dell’articolo, usa due termini: “illuminazione” ed “epifania”. Entrambi esprimono istantaneità, si riferiscono all’esperienza di avere una visione inedita e hanno un paio di implicazioni interessanti.
Nel linguaggio corrente, “epifania” si riferisce all’apparizione della stella che guida i magi a Beltemme (da lì la festa dell’Epifania). Ma più estesamente vuol dire manifestazione, apparizione, rivelazione. Nel contesto che stiamo esaminando, il termine sembra indicare che si possa “diventare scrittori” grazie al verificarsi di un fatto esterno rivelatore.

Invece, e se non stiamo parlando di lampade ma di processi creativi, “illuminazione” è il modo italiano per dire insight, il termine specifico che definisce il momento in cui, nel corso di un processo creativo e dopo un periodo più o meno lungo di incubazione, cioè di elaborazione inconscia, tutti gli elementi si riconfigurano in una nuova struttura di pensiero. E qui stiamo di sicuro parlando di un cambiamento interno, a causa del quale sarebbe possibile diventare scrittori.

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TRE TIPI DI CAMBIAMENTO. Ed eccoci alle conclusioni potenzialmente fuorvianti. Di certo ci sono momenti in cui l’accadere di un fatto esterno, il verificarsi di una casualità o il semplice completarsi di un processo mentale sviluppatosi sottotraccia, spesso in totale inconsapevolezza, cambia le cose: ne abbiamo parlato anche qui su NeU.
Se stiamo parlando di scrittura, questo può significare tre tipi di cambiamento: da una parte, la sensazione che vogliamo e possiamo davvero essere in grado di scrivere qualcosa di rilevante (succede a Faulkner incontrando Anderson).
Dall’altra, l’accendersi dell’idea di che cosa scrivere (succede a Marquez ad Aracateca, a Rowling sul treno).
Dall’altra ancora, la percezione di una nuova e originale possibilità linguistica e stilistica (Camilleri con il padre).

TRA IL DIRE, IL FARE, IL PUBBLICARE. Ma, poiché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, anche tra la percezione di una potenzialità narrativa, la traduzione di quella potenzialità in scrittura, e infine l’effettiva pubblicazione di un libro c’è un intero, insidiosissimo oceano.
Insomma: per diventare scrittori bisogna scrivere. E scrivere è una faccenda di mesi, e spesso di anni: tentativi, frustrazione, ripensamenti e, soprattutto, riscrittura. E tutto questo è qualcosa che può cominciare in un momento, ma non si conclude certo in quel momento.
Ricordo solo che, prima di preoccuparsi di pubblicare, val la pena di adoperarsi per scrivere bene qualcosa che ha valore. E che, nell’attesa di pubblicare, conviene disporsi di buon animo a ricevere una dose non piccola di rifiuti.
A questo proposito, potreste dare un’occhiata ai consigli che Stephen King dà a coloro che vogliono diventare scrittori. Poi, a quelli offerti da Catherine Dunne.
Anzi, se davvero volete diventare scrittori potreste cominciare a fare una cosa: trascriverli (così ve ne appropriate meglio), confrontarli, e ragionare più a fondo sui consigli coincidenti. Per esempio, quelli riguardanti il leggere tanto, lo scrivere con costanza, il mostrare invece di raccontare.
Le immagini sono di Logan Zillmer

 

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