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Scrittura creativa e scrittura funzionale: qual è la differenza?

La definizione scrittura creativa mi mette in imbarazzo. Certo: è un modo semplice per indicare il tipo di scrittura che è propria di un romanzo, un racconto, una poesia, una sceneggiatura, una canzone o uno slogan pubblicitario, distinguendola dalla scrittura tipica del resoconto trimestrale dell’andamento di un’azienda. O di una presentazione di dati in powerpoint, un paper scientifico, un comunicato-stampa, un articolo di cronaca, un progetto di marketing, un saggio, un manuale, il bugiardino di un farmaco o le istruzioni per l’uso del telefono cellulare. Tutta roba che solitamente viene raccolta sotto l’etichetta di scrittura funzionale.

UNA DISTINZIONE FONDATA. O NO? Siamo davvero convinti che la distinzione tra scrittura creativa e funzionale sia fondata? E che sia utile, considerando che si porta dietro diversi luoghi comuni sui quali si potrebbe discutere? Questi, per esempio: la scrittura creativa è una vocazione. E’ il luogo del talento, della seduttività, della sperimentazione, dell’immaginazione, della libertà, del tormento e dell’estasi. La scrittura funzionale è una pratica professionale: un lavoro e, a volte, un lavoraccio.
Eppure, la scrittura creativa è anche un lavoraccio e deve fare i conti con una serie di vincoli. La scrittura funzionale è anche una vocazione e offre comunque degli spazi di libertà. Le differenze sono molto meno marcate di quanto le etichette suggeriscono.

IL CASO DI AL GORE. Come la mettiamo, per esempio, con la presentazione che Al Gore fa dei rischi del riscaldamento globale, inserendo una lunga serie di dati all’interno di un powerpoint così efficace da cambiare completamente le regole e le retoriche dello strumento e da rilanciare alla grande Gore medesimo sulla scena mediatica mondiale, fino a fargli vincere nel 2007, grazie alla popolarità ritrovata attraverso l’impegno per la difesa dell’ambiente, un premio Nobel per la pace?
La parte testuale di quella presentazione è davvero, visto che si tratta di un powerpoint e non di un racconto, scrittura funzionale? Quanto contano i dati e i fatti nudi e crudi? E quanto conta, invece, il modo in cui vengono narrati e disposti in una struttura retorica che comprende parole, immagini di vario genere (grafici, animazioni, riprese dal vero), una presentazione fatta di gesti, espressioni, toni di voce, autorevolezza del presentatore e appeal della sua storia personale?

TUTTO PUÒ DIVENTARE RACCONTO. E come la mettiamo con il making of? Cioè con la narrazione cinematografica degli incontri e dei viaggi di Gore, sviluppata in un ulteriore, brillante strumento di comunicazione che monta parole, immagini, azioni: è il film An inconvenient truth, che a sua volta viene lanciato con uno slogan pubblicitario (il film più terrificante che abbiate mai visto), e che, sempre nel 2007, vince l’Oscar come miglior documentario e per la canzone originale migliore.
E’ una matrioska di comunicazioni. La creatività è nell’intero sistema: nella struttura che tiene assieme tutto quanto.
La creatività di ciò che è parola, e parola scritta, deriva e dipende dall’interazione fra il testo e tutto il resto.

SCRIVERE È UN GESTO CREATIVO. Sono convinta di tre cose. La prima riguarda lo scrivere in sé: mi pare che abbia poco senso parlare di scrittura creativa come di un particolare ambito – in prevalenza letterario – d’impiego del linguaggio, suggerendo implicitamente l’esistenza di una scrittura che creativa non è.
Se facciamo nostra la definizione che il matematico Henri Poincaré dà (Scienza e metodo, 1906) della creatività come unione di elementi preesistenti in combinazioni nuove, che siano utili, scrivere  (e ovviamente parlare), cioè destreggiarsi tra i sintagmi e i paradigmi  di Saussure e Jakobson montando (come?) parole (quali?) fino a formare uno fra gli innumerevoli discorsi possibili è in sé e sempre un gesto creativo.
Qualche volta ce ne dimentichiamo. Qualche volta non onoriamo con tutta la consapevolezza necessaria le potenzialità e le responsabilità che l’atto di parlare o di scrivere comporta. Ma perfino scegliendo di dire o non dire una singola frase, e di dire o non dire quella frase o un’altra in un contesto o in un altro, compiamo una scelta che produce nuovo senso. E la compiamo, sissignori, creativamente.

SCRITTURA CREATIVA E GIOCO. La seconda cosa riguarda ciò di cui si scrive. Faccio un esempio. Nell’antologia di seconda media di mio figlio, una graziosa parte intitolata scrittura creativa ospita filastrocche, nonsense, brevi poesie e invita i ragazzini a cimentarsi inventando limerick e rime.
Per intenderci: dentro ci sono eco dell’indimenticabile I draghi locopei di Ersilia Zamponi e di Grammatica della fantasia di Gianni Rodari. E’ tutto molto interessante e divertente e quindi anche utile, credo, dal punto di vista didattico, perché le attività che sono interessanti e divertenti migliorano sempre l’attenzione, la partecipazione e l’apprendimento, e non solo quando ad apprendere sono i ragazzini.
L’etologo Frans de Waal racconta che perfino gli scimpanzé, messi di fronte a un compito noioso (distinguere ripetutamente tra colori e forme geometriche) imparano poco. Ma, quando la possibilità di interazione creativa si amplia grazie all’impiego di uno schermo e di un joystick, e quindi quando il compito diventa più divertente, la prestazione migliora in maniera sensazionale.

PREMESSE E CONSEGUENZE. L’unica cosa del libro di testo sulla quale non mi trovo d’accordo (anche sotto il profilo didattico) è proprio il titolo Scrittura creativa che è stato assegnato alla sezione.
Da una parte fa sembrare che la creatività sia una conseguenza, e non la premessa, del divertimento, e dall’altra configura una specie di permesso di essere sì creativi con le parole, ma solo in quelle pagine lì, dove si sta con ogni evidenza giocando. E non, per esempio, quando si tratta di produrre un riassunto, un tema o una ricerca. Così, si scoraggia l’impiego della creatività nella scrittura di qualsiasi (e sottolineo qualsiasi) testo, e lo si ammette solo… nel gioco, perpetuando alcuni equivoci pericolosi: che la creatività abbia necessariamente una componente bizzarra, o che coincida con la trasgressione e con il rompere regole e non con l’istituire regole nuove e migliori, o che c’entri più con la fantasticheria che con l’immaginazione produttiva, o che si possa essere creativi solo scrivendo di temi leggeri, o scrivendo di argomenti immaginari.

LE SFIDE PIÙ DIFFICILI. In trentacinque anni di professione mi è capitato di scrivere davvero di tutto: pubblicità, racconti, saggi, testi di canzoni, brevi pezzi per la radio o la televisione, documenti, inviti a manifestazioni, testi per lapidi o targhe commemorative, articoli di giornale e comunicati stampa, nomi per nuovi prodotti, libretti di istruzioni e perfino i testi di una bolletta dell’energia elettrica, di una del telefono, della sterminata quantità di note e comunicazioni che una banca deve mandare ai suoi clienti. Le sfide creative più forti mi sono state poste dai testi che in apparenza hanno meno bisogno, o lasciano meno spazio a un’interpretazione creativa.
D’altra parte, se abbandoniamo il pregiudizio riguardante la bizzarria e la trasgressione e facciamo nostra la definizione di Poincaré, possiamo ben vedere come le categorie della novità e dell’utilità si possano applicare a qualsiasi testo ben fatto e che funziona.

COMPRENSIBILITÀ E GRAZIA. Mi spiego: esprimere energia, orientamento, passione, sfida innovativa scrivendo un piano strategico, e trasmetterle in maniera entusiasmante e credibile facendo ovviamente in modo che il risultato sia anche un ottimo piano strategico, è più difficile che battezzare un nuovo profumo.
Dare logica, leggibilità, cortesia, comprensibilità e magari un poco di grazia a una bolletta, senza per questo tradire l’essenza della bolletta medesima, è molto più complesso che dare appeal all’annuncio pubblicitario per un’acqua minerale, un buon caffè o una bella automobile. Con la bolletta non si possono inventare storie: ci sono solo le parole corrette da usare e il senso giusto da trasmettere. Ma proprio per questo il modo di comporre una frase o la scelta fra due sinonimi o il montaggio del testo acquistano un’importanza straordinaria. Bisogna davvero ingegnarsi.

LA MERAVIGLIA DI SCRIVERE E PARLARE. Se davvero si riuscisse a far capire già a scuola la meraviglia connessa con il gesto creativo di scrivere e di parlare, e se si riuscisse a spiegare che di fronte alla parola scritta o parlata possiamo, qualsiasi sia l’argomento, fare delle scelte, e attraverso queste esprimere noi stessi e un frammento di visione del mondo, forse sarebbe più facile insegnare a scrivere e  a parlare bene. Spiegare che le regole sono strumenti per essere creativi e non gabbie che impediscono di esprimersi. Dire che saper impiegare le parole significa saper usare il pensiero, e che scegliere le parole piegandole creativamente vuol dire saper articolare un pensiero che serve, che non è ovvio, che accende la mente, che si anima di implicazioni inaspettate, che sa andare oltre, che sa raccontarsi, che sa motivare, che genera cambiamento.

IMMAGINI E PAROLE. La terza cosa, eccola: oggi parti verbali e parti visive appaiono sempre più frequentemente mescolate tra loro, nel powerpoint di Gore ma anche nell’impaginazione di un quotidiano, in una schermata web, in una graphic novel e ovviamente nella comunicazione pubblicitaria.
I motivi di questo progressivo integrarsi di parole e immagini sono diversi. Fra questi, credo, ci sono la crescente diffusione di schermi di ogni tipo, la maggiore disponibilità di immagini da usare per comunicare, l’abitudine ormai diffusa di leggere e guardare contemporaneamente, la capacità che le immagini hanno di farsi percepire in modo rapido e sintetico, di catturare l’attenzione, di trasmettere con immediatezza emozioni. Inoltre, oggi molti di noi vedono più schermate che pagine, ed è normale che molte pagine (a cominciare da quelle di alcuni libri di testo) per farsi capire provino ad assomigliare a delle schermate.

LA SCRITTURA PUBBLICITARIA: UN MODELLO DA ESPORTAZIONE. E’ una contaminazione che trasferisce ad altri contesti e ad altri media regole in precedenza individuate proprio della comunicazione pubblicitaria, che per prima ha stabilito norme e processi per far interagire bene tra loro parole e immagini negli spazi ridotti e costosi delle pagine-stampa, in quelli materialmente più ampi, ma comunque limitati, dei manifesti.
Poiché questa migrazione è avvenuta, credo, soprattutto modificando e applicando empiricamente altrove schemi e modi mutuati dalla pubblicità, forse può essere interessante andare a vedere bene di che cosa si tratta.

STRUTTURE LOGICHE E STRUTTURE GRAFICHE. La caratteristica fondamentale della scrittura pubblicitaria è la sua non autosufficienza. Le parole sono un ingrediente rilevante all’interno di un annuncio o di un manifesto, ma non sono l’unico. Le immagini servono anche, ma non solo, a catturare l’attenzione: interagendo con i testi ne confermano, ne modificano o ne ribaltano il senso.  Ma soprattutto è importante un ingrediente invisibile: il format, cioè la struttura, logica prima ancora che grafica, che disponendo parole e immagini nello spazio chiuso di una pagina o di un manifesto ne stabilisce le gerarchie, suggerisce sequenze di lettura, dà riconoscibilità, mette ordine strutturando la comunicazione nel suo complesso in quella che la Gestalt chiamerebbe una forma buona.

DIRE COSE DIVERSE CON LE STESSE PAROLE. Dalla mancanza di autonomia della scrittura pubblicitaria derivano alcune conseguenze: in primo luogo la buona qualità della scrittura è necessaria ma non sufficiente a produrre un risultato finale efficace. In secondo luogo, la buona qualità della scrittura è strettamente connessa alla sua capacità di integrarsi, all’interno del format, con l’immagine. Un buon titolo (tecnicamente: un’headline) che non c’entra con l’immagine che gli sta accanto diventa un pessimo titolo perché dà origine a un risultato incomprensibile.
Quindi, in definitiva, il fatto che un’headline sia buona e funzioni o meno è relativo, e dipende dall’immagine alla quale il titolo è accoppiato, mentre un bel romanzo resta un bel romanzo anche se è stampato con dei brutti caratteri o su una carta di pessima qualità, o se la copertina è mediocre.
Il fatto più interessante dal punto di vista delle opportunità creative è però questo: la medesima headline, accostata a immagini differenti, può dire cose sostanzialmente diverse (figure 1, 2).

scrittura creativa 2

Capita così alla medesima immagine, accostata ad headline diverse (figure 3, 4).

scrittura creativa 1

In questa permeabilità della scrittura (ehi! Di ogni scrittura, e non della scrittura creativa!) al suo contesto, e nella conseguente possibilità di produrre senso lavorando non solo sulla parola ma su quanto le sta attorno sta, credo, una delle sfide creative più interessanti del tempo presente.
Alle stupefacenti possibilità  che si aprono integrando parole e immagini ho dedicato tempo fa un piccolo libro (pieno, ovviamente, di immagini), al quale Tullio De Mauro ha regalato una bellissima introduzione. Si intitola Le vie del senso – come dire cose opposte con le stesse parole.
Ma posso dirvi già qui, in quattro righe, quello che ho provato a dire, e soprattutto a mostrare, in oltre cento pagine:  per cogliere la sfida creativa in tutta la sua ricchezza forse è utile lasciar perdere la distinzione tra scrittura creativa e scrittura funzionale. La creatività non è solo propria del gesto di scrivere in sé ma appartiene, ormai, anche a tutto quanto gli sta attorno, e a qualsiasi ambito di applicazione.

3 Commenti a Scrittura creativa e scrittura funzionale: qual è la differenza?

  1. Fiorella Palomba

    Condivido l’imbarazzo di Annamaria, ovviamente.

    Penso, con la linguista Maria Teresa Serafini, che la scrittura abbia delle funzioni, peraltro codificate. Le principali: ESPRESSIVA, INFORMATIVO-REFERENZIALE, POETICA, INFORMATIVA. Ad ogni funzione corrisponde una tipologia di testo.

    Questo non significa affatto che le funzioni non si intreccino, anzi. Per esempio, in un testo di tipo argomentativo, prevalentemente argomentativo, la funzione informativa gioca un ruolo non secondario e perché no la creatività? (*_))

     
  2. Maurizio Pansini

    Riuscire, come fai tu,
    a rendere simpatiche le bollette,
    ti da diritto al Nobel.

    Grande Annamaria!

     
  3. Sergio Maxia

    Anche la scrittura funzionale non può non avere un’anima e non deve -quanto meno- contenere “errori funzionali”.
    Nella realtà capita spesso il contrario e “due righe innocue” diventano una pozza di sangue. Quelle due righe sulle quali non si è voluto investire quasi nulla, perché “tanto è facile e possiamo farlo noi”.

     

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