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Aborigeni australiani: il mezzo del nulla è (forse) il centro di tutto

Questo articolo parla di aborigeni, lingue perdute e ritrovate, tradizioni e modernità, spaventosi massacri e ingiustizie nemmeno tanto remote, sense of humor, orgoglio, appartenenza, premonizione. Parla, soprattutto, di un incontro straordinario perché del tutto inatteso. E parla di un possibile filo di pensiero teso da un capo all’altro del mondo.

Tutto comincia in uno degli ambienti più domestici che ci siano: il bar nella piazza di un paesino emiliano ai piedi dell’Appenino. Faccia segnata e sguardo limpido, Robyn Leyden e Robin Marshall sono due energiche signore australiane di mezz’età. Le aiuto a districarsi con le ordinazioni e, come a volte capita alle signore di mezz’età, ci siamo subito simpatiche e ci mettiamo a chiacchierare.

Vien fuori che sono entrambe infermiere. Lavorano a Hermannsburg, in pieno deserto, al centro del continente, in una comunità aborigena. Come dire, nel mezzo del nulla. Il loro racconto è così vivo e potente che, mentre parlano, lo spazio sembra allargarsi attorno a noi, e la piazza sparire. Comincio a domandarmi se il mezzo del nulla non possa corrispondere, forse, con un possibile centro di tutto.
Ehi, ehi, un momento, questo è interessante, posso prendere appunti?, domando. Ne vien fuori un’intervista di oltre due ore.

Ricominciamo dall’inizio. Dove lavorate?
Hermannsburg è stata fondata a fine Ottocento da missionari luterani. Ci abitano circa 700 persone, per l’85 per cento aborigene. Poi ci sono alcuni volontari tedeschi, e insegnanti e personale medico australiano. Intorno c’è il deserto: non è piatto come sembra visto dall’alto. Le distanze sono enormi. Qualcosa che tu non puoi neanche immaginare.
Il nome aborigeno del posto è Ntaria. Nella tradizione aborigena non c’è il concetto del possesso della terra, ma solo l’idea di prendersene cura.  La terra è parte dell’io fisico: di ciò ogni persona è. Si tratta di una connessione molto forte.

Nell’Australia centrale ci sono centinaia di comunità come Hermannsburg. Alcune sono costituite da una singola famiglia estesa. Le più piccole sono chiamate outstation. In Australia la maggior parte della popolazione vive sulla costa e la distribuzione degli aborigeni varia da stato e stato. La percentuale di aborigeni nelle parti interne (Western Australia, Northern Territories e Queensland) è più alta.

Children swimming at women's camp in Palm Valley - Foto: Robby Leyden

Children swimming at women’s camp in Palm Valley – Foto: Robby Leyden

Qual è la vostra opinione sulla condizione degli aborigeni oggi?
Ancora adesso l’aspettativa di vita degli aborigeni è inferiore di oltre dieci anni a quella dei bianchi: le persone aborigene vivono fino a cinquanta–sessant’anni, nelle città anche meno. C’è bisogno di miglioramenti e il sistema sanitario cerca di ridurre il divario.
L’Australia è un paese multietnico e oggi le politiche governative sostengono il multiculturalismo. Ma si tratta di una scelta politica recente: quando i bianchi sono immigrati in Australia, soprattutto dall’Inghilterra e a partire da fine ‘700, si sono soltanto preoccupati di prendere possesso della terra.

Per duecento anni ci sono stati massacri, guerre, malattie portate dai colonizzatori e molti fatti vergognosi. Il cibo, le pozze d’acqua, i pozzi artesiani e perfino gli abiti consegnati agli aborigeni sono stati avvelenati. Il 90 per cento della popolazione è stata uccisa: fino a pochi decenni fa queste cose nelle scuole australiane non si potevano dire e si raccontava tutta un’altra storia.

E c’è stata la stolen generation, la generazione rubata: bambini aborigeni sottratti alle loro famiglie, allevati dai bianchi ed educati per diventare domestici. È una pratica governativa durata per oltre cinquant’anni, fino agli anni ‘70.
A quei tempi gli aborigeni non erano riconosciuti come esseri umani, ma venivano considerati prodotti del territorio, come una pianta o un animale. Fino al 1962 non hanno potuto votare. Il progresso è stato lento. La gente che ha vissuto queste cose è ancora viva e ricorda.

Council workers - Foto: Robby Leyden

Council workers – Foto: Robby Leyden

Da voi lingua e tradizioni sono ancora vive?
In molti posti la lingua e la cultura sono andate distrutte e non resta niente, ma dove noi lavoriamo la lingua e le tradizioni sono ancora molto forti: il Western Aranda è ancora la prima lingua parlata.
Western Aranda è un’area specifica in cui vivono circa mille persone. Anche in Central e Eastern Aranda lingua e tradizioni sopravvivono. Nell’Australia centrale ci sono quattro gruppi linguistici principali. Adesso i giovani si muovono nel territorio, e succede che usino parole di tre lingue differenti nella stessa frase, cosa che fa molto arrabbiare gli anziani.

Sono le organizzazioni aborigene a preservare la lingua come fattore identitario: se perdi la tua lingua perdi molto. Il Western Aranda non ha una scrittura. La Bibbia è stata tradotta a fine ‘800 riproducendo i suoni del Western Aranda, per questo ogni tanto c’è confusione tra t e d, o fra g e k.
“È una lingua molto difficile da parlare perché molti suoni si formano qui, nelle guance” (Robin si tocca l’area accanto al naso, appena sotto gli occhi) o dietro il collo.
Vent’anni fa, quando il coro della missione ha cantato per la prima volta all’Opera House di Sidney, molti degli aborigeni che erano andati a sentirlo si sono resi conto di aver perso il loro linguaggio e hanno pianto. Questo è molto triste: capire che altri hanno ancora una lingua e possono cantarla, e che si tratta di qualcosa che tu invece hai perduto. Era la prima volta che le donne uscivano dalla missione”.

I Maori in Nuova Zelanda hanno combattuto insieme contro la colonizzazione anche perché avevano un’unica lingua. In Australia le distanze sono troppo grandi e ci sono troppe lingue differenti: gli aborigeni non sono mai riusciti a organizzarsi contro il coloni.
L’obiettivo dei coloni era muovere la gente via dal suo territorio, che è sacro. Gli aborigeni non definiscono se stessi indigeni, ma aborigines. Molta gente pensa che “indigeni” sia più politically correct, ma loro non vogliono essere chiamati così.

Gli aborigeni pensano che la vita sia iniziata nel Dreamtime, il Tempo del Sogno. Ci sono differenti storie in differenti terre di differenti clan, e luoghi sacri per donne o per uomini. Le persone possono conoscere i luoghi sacri solo dopo che sono state iniziate.
Quando sai che un posto è sacro, sai anche che dovresti rispettarlo. Ancora oggi, ogni anno, nella nostra comunità i giovani uomini vanno nel bush per l’iniziazione. L’età è variabile: ci vanno quando cambiano la voce.

Hermannsburg potter. Foto: Robby Leyden

Hermannsburg potter. Foto: Robby Leyden

Che cosa fanno le persone a Hermannsburg?
Cacciano e raccolgono. Gli uomini cacciano certe cose e le donne altre. Gli uomini cacciano canguri, varani (goanna) e varani giganti (perentie), bestie che arrivano ai due metri e mezzo di lunghezza. Le donne cacciano varani e larve (witchetty grub) che prendono dalle radici delle piante del bush. Le larve si mangiano sia crude, sia cotte. Una volta gli uomini usavano il boomerang. Adesso usano i fucili, o vanno addosso all’animale con la moto o con la macchina. Ma molta gente sa ancora usare il boomerang.

Una volta, ai tempi delle missioni, nelle comunità si allevavano vacche, ma adesso non più. Alcuni costruiscono strade o fanno i guardiani delle proprietà comuni. Alcuni lavorano all’estrazione del gas. Alcuni lavorano nella scuola, come assistenti agli insegnanti, e un paio sono insegnanti. Poi ci sono gli health practictioner: sono importanti figura di connessione con la comunità.
E poi ci sono il coro e la fabbrica di vasi. I vasi non vengono fatti al tornio, ma messi insieme schiacciando l’argilla con le mani, fino a ottenere forme sferiche perfette. Sono bellissimi e le decorazioni sono molto spiritose. Il coro è andato in tournée anche in Germania.

I vecchi vogliono che i giovani sappiano lavorare e vivere in due mondi, il mondo tradizionale e il mondo nuovo, e questo è molto difficile.  I teenager sono interessati ai telefonini e alla musica, come in tutto il mondo. I legami alla lingua e alle tradizioni variano da famiglia a famiglia e da comunità a comunità: sono più forti nelle aree remote, lo sono meno nelle città.

La popolazione sta crescendo. Gli anziani sono pochi ma gli aborigeni fanno figli già da giovani, quindi in media la popolazione è giovane. Si sposano secondo tradizione, e in accordo con lo skin name, che non c’entra per niente con il colore della pelle.
È un complesso sistema di relazioni che lega secondo diverse traiettorie ogni individuo a ogni altro appartenente alla comunità, it’s a confusing idea. Non c’entrano solo i legami di sangue, e ci sono strane regole: per esempio, le persone possono avere più di una madre. Oppure, in certe comunità, i mariti non possono parlare con la suocere, il che può essere anche una buona cosa.

Shop assistant - Foto: Robby Leyden

Shop assistant – Foto: Robby Leyden

Come siete state accolte dalla comunità e che cosa fate lì?
La vita nell’Australia centrale è dura, e per affrontarla devi essere forte. L’acqua o il cibo possono mancare, alle persone o agli animali. Devi anche imparare a essere tollerante. Noi siamo partite insieme come infermiere. Non lavoriamo per il governo o per i privati, ma per una organizzazione locale aborigena, guidata da aborigeni. Ci occupiamo di malattie croniche, di bambini, di donne incinte, di alcol e droga. Facciamo medicina preventiva e siamo un ponte per accedere alla clinica governativa, quando ce n’è bisogno. Noi ci muoviamo e andiamo nei villaggi: le persone credono in te se vai da loro, e non se te ne stai seduto in una clinica governativa.

Ci occupiamo di mille persone circa, ma il numero può variare perché ancora oggi le famiglie si muovono da un posto all’altro. Gli aborigeni credono in te se hai costruito una relazione forte: senza quella, nessuno ti dà retta. Il tema non è quali informazioni dai, ma chi sei tu. Loro devono potersi fidare di te e capire qual è il tuo posto nella loro società.
La gente della comunità ha un buon senso dello humor ed è tollerante. Tu devi mostrare rispetto perché loro si meritano rispetto. La comunità è generosa: ti perdona se fai uno sbaglio, e lo fa ridendo di te. Di noi hanno riso molte volte. Adesso dicono che anche noi siamo aborigene.

Quando parli a qualcuno della sua salute non si tratta mai solo del corpo: è corpo, anima, famiglia e terra, tutto insieme. Come medici dobbiamo considerare la persona insieme all’intera comunità e al territorio: non puoi mai trattare una singola cosa o una singola persona.

Clinic receptionist. Foto: Robby Leyden

Clinic receptionist. Foto: Robby Leyden

Che cosa mangiate?
Questo è il problema! Quando gli aborigeni vanno a caccia e mangiano in maniera tradizionale sono magri. Ma nella comunità ci sono due supermarket che vendono bevande gassate e cibo occidentale molto raffinato, pieno di zucchero e grassi.  È un cibo a cui gli aborigeni non sono abituati e a loro sembra davvero gustoso. Così diventano grassi come succederebbe a chiunque altro, ma si ammalano prima. C’è un sacco di diabete in giro.

In genere gli aborigeni non desiderano e non vogliono l’alcol: quelli che non hanno mai bevuto alcol sono, in percentuale, molti di più degli australiani astemi. D’altra parte, ci sono pochi aborigeni che bevono, e se lo fanno bevono davvero tanto, così come bevono davvero tanto i bevitori australiani. Ma gli aborigeni fanno tutti fuori casa, compreso il bere, mentre i bianchi si nascondono dentro. Per questo si notano molto di più gli aborigeni che bevono.

Noi ci sentiamo privilegiate e onorate di lavorare con gli aborigeni. Stiamo cercando di restituire alla gente almeno parte di quello che ha perduto ma non è facile, e ci vorranno un paio di generazioni. Per fortuna le madri aborigene sono molto attive e le famiglie sono consapevoli di quanto l‘educazione è importante.

Ma se vuoi capire qualcosa degli aborigeni scordati film come Australia, che sono nient’altro che una presa in giro, e guardati piuttosto The rabbit proof fence, sulla storia della generazione rubata. E ricordati che è vero che lì le persone sanno le cose prima che accadano. A dirglielo è un cambiamento del tempo o un altro segno naturale. È difficile da spiegare: non è magia. Piuttosto, premonizione, o il fatto di essere connessi con quanto ti sta intorno. È come se avessero un sesto senso. Se qualcuno si ammala tutti lo sanno, anche se vivono molto lontano. Ma di questi argomenti non si può parlare tanto.

Baker - Foto: Robby Leyden

Baker – Foto: Robby Leyden

Che cosa vi mancherà di più dell’Italia?
Australia e Italia sono due paesi antichi, anche se in modo molto diverso. Ci mancheranno la gente che abbiamo incontrato, la storia e il suono della lingua, così dolce.

Alla fine della chiacchierata sono loro, Robyn e Robin, a ringraziarmi. Dicono che mi manderanno delle foto: la nostra è una comunità forte. Se vede che la sua storia viene raccontata dall’altro capo del mondo, diventa ancora più forte.
Se siete arrivati a leggere fin qui, mandate un pensiero alla gente di Hermannsburg, nel cuore dell’Australia. E, se vi va, provate a credere che loro lo sapranno, di essere stati pensati al di là dell’oceano, all’altro capo del mondo.

13 Commenti a Aborigeni australiani: il mezzo del nulla è (forse) il centro di tutto

  1. Nontelodico
     
  2. Barbara

    Se un centro ci deve essere, iniziare da quel nulla significherebbe ripulire il mondo dal veleno e dargli speranza di rinascita. Grazie, una storia che mi lascerà il segno a lungo.

     
  3. omiso

    Mi piace molto il suo articolo, Salve.
    Lo trovo un affresco della realtà scorrevole e sincero. Ho notato che ha sorvolato, lasciando solo intendere, la storia del popolo aborigeno ( come la sorte dei nativi americani ). Domandarsi se – un dominio predatorio incontrastabile – per questa popolazione australiana originaria possa, per i superstiti, diventare un miglioramento delle condizioni ed aspettative di vita che, in qualche modo, possa ripagarli in futuro. Non conosco la loro storia ma, certamente – emerge dall’articolo natura autentica del carattere di questa gente e -, non saprei immaginare per loro altra attività principale se non quella ( una volta vinte le battaglie contro la primitiva e l’attuale indigenza ), di dedicarsi al recupero e salvaguardia delle loro origini, tradizioni, culture e identità delle coscienze, magari attraverso un istituto ad oc, da loro stessi creato e portato avanti. Lo spiraglio di sensibilità collettiva dei superstiti di questo popolo – Lei lo ha descritto – emerge nitidamente nelle righe dell’intervista quando si parlava del pianto di coloro che avevano ascoltato le voci del coro “gospel” nella loro lingua quasi perduta. Cordialmente.

     
  4. Alfredo Pastore

    che DIO PERDONI IL MALE CHE VI ABBIAMO FATTO FRATELLI

     
  5. Marco Benfatti

    Grazie, non conoscevo tale realtà così nel dettaglio; provo ammirazione per l’impegno e il coraggio delle due infermiere intervistate.

     
  6. fabio

    E non dire mai più che non sai essere “narrativa”. Mai più! Ciao.

     
  7. Filippo

    Meravigliosa cultura,una comunità che testimonia la possibilità di vivere in armonia con ciò che c’è!

     
  8. marco panino

    Sono stato incollato al racconto dalla prima all’ultima riga. Ottimi sia il “cosa” sia il “come”.

     
  9. Maurizio

    Tutti siamo connessi gli uni agli altri, da un capo all’altro del mondo.
    Lo ha scritto Papa Francesco nell’Enciclica “Laudato si'”.
    E’ bellissimo e struggente allo stesso tempo.
    Per me è soprattutto impegnativo.

     
  10. FLORIO POZZA

    2 infermiere bianche che lavorano in una comunità luterana, inizialmente un vero e proprio luogo di deportazione forzata f aboriginal people, nell’Australia coloniale contemporanea, ci parlano della loro esperienza con gli aborigeni… Qualcosa non torna… Da ‘nativo australiano di origine italiano/veneta’ quale sono e come sono tutti i bianchi in Australia (variando l’origine), non posso che provare una stretta al cuore mista a vergogna e rabbia per la ‘whiteness’ (bianchitudine) e per i laceranti disastri che hanno prodotto nell’anima del popolo e cultura più antica del pianeta, nei confronti dei veri australiani, gli ‘ab-origini’. C’è un senso di colpa storico ancora in fase di elaborazione tra i bianchi, che se non viene risolto, nn porterà mai alla vera riconciliazione e riconoscimento of the ‘first people’ come li chiamano adesso, dei loro territori, dei siti sacri che vengono ancora distrutti da opere e infrastrutture, miniere, strade…dalla nostra continua richiesta di comodità… Molti bianchi si rendono conto della situazione e cercano di fare qualcosa, altri si rendono conto ma nn vogliono vedere, altri seguono i codici ereditari evoluzionistici Darwiniani in cui gli aborigeni erano classificati come animali per cui Terra Nullius, non ‘proprietari’ dell’ Australia… Comunque, Il mondo aborigeno si sta organizzando per avere il riconoscimento della loro identità e storia con le proprie richieste e nn con le ‘loro richieste stabilite dai bianchi’! Gli stessi che stabiliscono i criteri del ‘razzismo’! La ‘vera’ cultura e l’informazione in nome della verità storica e contemporanea è l’arma più forte per sensibilizzare e creare una coscienza diffusa della situazione aborigena. Personalmente porto la mia testimonianza nelle scuole, e in tutte le situazioni pubbliche e private in cui posso raccontare il popolo aborigeno attraverso il didgeridoo e la mia storia australiana… possiamo essere depositari della nostra cultura e tramiti per le altre in nome della conoscenza e dell’interazione multiculturale tra i popoli in nome della pace e rispetto… This is the spirit…
    Florio Pozza

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Florio.
      Forse non hai notato (ma è scritto), che Robyn e Robin lavorano non solo “in” una comunità aborigena, ma “per” una comunità aborigena. Cioè, per dirla più chiaramente: sono alle dipendenze degli aborigeni che gestiscono la comunità, e ne sono orgogliose. I loro capi sono aborigeni, e il loro racconto, che ho cercato di riassumere, è pieno di sensibilità e di rispetto.

      Essere bianchi, in sé, non è una colpa né uno stigma, così come non lo è essere di qualsiasi altro colore, o nazionalità, o orientamento affettivo, non credi?
      Se no capitomboliamo nel razzismo all’incontrario.

       
      • FLORIO POZZA

        il ‘bianco’ di cui parlavo si riferisce alla storia australiana, per cui va contestualizzato; il mio commento ha lo scopo di ampliare le vedute attraverso la mia diretta testimonianza e storia australiana, collegata da sempre con quella aborigena; rispetto Robyn e Robin, ma evidenziavo il paradosso della situazione aborigena australiana: liberi di essere schiavi in casa propria… Sarei curioso di leggere un intervista all’incontrario 🙂

         
  11. SILVIA POLO

    Brava Annamaria, hai una scrittura così evocativa che mi sembrava di essere lì seduta, incantata ad ascoltare queste due donne così piene di positività! Complimenti a parte, il fascino delle radici così forti e dei legami che attraversano le distanze in un popolo che scrive la sua storia nel cammino mi cattura. Con la nostra presunzione di bianchi abbiamo fatto troppi danni ma nell’ascolto e nella relazione possiamo crescere, imparare, trasmettere. Come Robyn e Robin. Come te. Niente per caso.

     

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