Abravanel e D'Agnese: crisi italiana, il succo è questo (e non è dolce)

Pochi giorni fa, all’Università Bocconi, in un’aula magna tanto gremita da diventar soffocante, Roger Abravanel e Luca D’Agnese hanno condotto una serrata analisi della situazione italiana a partire dal loro nuovo libro, Italia, cresci o esci.
Ci siamo andate e abbiamo preso appunti a velocità supersonica. Eccoli, per gli amici di NeU: la necessaria sintesi può aver eliminato qualche sfumatura, ma il succo è questo. E non è dolce.
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La crisi italiana deriva dalla crescita mancata e non è strutturale. Ma per capirne le radici bisogna abbattere alcuni falsi miti:
1) È falso che tutto nasca dal fallimento di Lehman Brothers e dalla crisi dei mutui subprime (2008): la crisi in Italia dura almeno da 7 anni. L’Economist ne parlava già nei primi mesi del 2005.
2) È falso che la crisi sia dovuta all’elevato debito pubblico: il nostro debito è analogo a quello americano. Il Giappone è messo molto peggio.

… e lo spread, allora? Bisogna ricordare che il debito degli stati è diverso da quello dei privati: non è questo il problema. L’ultimo bilancio italiano in pari è stato  firmato da Quintinio Sella, tre volte Ministro delle Finanze tra il 1862 e il 1873. Il problema è la perdita di fiducia dei mercati: pensano che non siamo in grado di ripagare il debito perché non cresciamo. Infatti altri paesi hanno un debito pubblico analogo al nostro, ma considerato sostenibile dagli investitori.
2) È falso che la mancata crescita derivi dalla disoccupazione. Abbiamo un tasso di disoccupazione dell’8%, allineato con quello del resto d’Europa (ndr: lo scorso marzo però è stato toccato il picco del 9.8). La crescita è penalizzata dai troppi che non hanno né cercano lavoro: anziani, giovani e donne, il cui tasso di occupazione resta bassissimo, specie al Sud.
In sostanza, in Italia lavoriamo in pochi e chi lavora ha una bassa produttività. Come se ne esce? Non con modelli anni ‘60. Oggi le fabbriche contano molto meno dei servizi, la popolazione invecchia e le famiglie fanno fatica ad assistere i giovani. Servono un nuovo modello, nuove regole e meritocrazia per valorizzare il capitale umano.
4) È falso il mito che recita “piccolo è bello”. Guardiamo, per esempio il mercato del turismo: siamo un paese a forte vocazione turistica ma negli anni non siamo riusciti a produrre una sola catena alberghiera italiana degna di questo nome (ndr: beh, non siamo riusciti a produrre neanche una catena di pizzerie, o di caffetterie. Eppure siano la patria della pizza e del caffè)
5) È falso che dobbiamo copiare il modello tedesco. La Germania ha sì 2 milioni di piccole aziende, ma ha anche molte grandi aziende che esportano in tutto il mondo, investono in ricerca, hanno a disposizione tecnologie d’avanguardia.
6) È falso che sia necessario puntare sulla forza del Made in Italy. Si tratta di un concetto limitato, e va sostituito dall’idea del “concepito e guidato dall’Italia”. Guardiamo l’esempio Luxottica, che ha aperto sedi in tutto il mondo. La sede storica di Agordo, dopo l’apertura in Cina, non solo non ha chiuso, ma è passata da 2500 a 7000 dipendenti in pochi anni. Non bisogna alimentare lo spauracchio della delocalizzazione.
7) È falso che all’Italia servano più diplomati. Il guaio è che non abbiamo abbastanza laureati.
8) “Se ci fosse più meritocrazia le cose andrebbero diversamente”: anche questo è per certi versi un falso mito. Meritocrazia vuol dire competizione e valorizzazione delle eccellenze: non consiste nel diritto automatico a trovare un posto sotto casa. E guardiamo i risultati dei test Ocse-Pisa: gli studenti italiani continuano a essere sotto la media europea (ndr: e con macroscopiche disparità tra i diversi tipi di scuola, cosa ancora più grave).
9) È falso che tutto sia colpa di un eccesso di regole che blocca lo sviluppo industriale del paese. C’è un circolo vizioso che nasce dall’inosservanza delle regole. Si veda il circuito assicurativo (le regole proteggono l’incidentato, si dà il via alle richieste di falsi rimborsi, i premi aumentano, i consumatori ci rimettono al punto che a Napoli si pagano in media 1000 € verso i 300 € di Milano). Gli italiani non sono in sé allergici alle regole (quando lavorano all’estero le osservano, eccome) ma è diffusa l’idea che, qui da noi, osservare le regole non convenga.

È necessaria una visione per la crescita fondata su pochi valori semplici: meritocrazia, regole, liberalizzazioni. A cui si devono aggiungere una riforma della scuola pubblica e della giustizia civile.
– Per quanto riguarda il lavoro: ci vuole un contratto unico, comune a tutti, che trasformi la protezione del posto di lavoro in protezione del lavoratore. La riforma del lavoro deve accrescere una produttività bloccata dall’assenza di meritocrazia: oggi abbiamo 12 milioni di lavoratori che non possono essere licenziati ma non hanno incentivi, 8 milioni che possono essere licenziati, e non hanno incentivi.
– Una riforma della giustizia civile, che oggi ha tempi biblici, è indispensabile per dare certezze a lavoratori e imprese. Rivedere le procedure non basta: bisogna introdurre logiche di gestione manageriale nei tribunali.
– Una decisa lotta al sommerso e all’evasione fiscale va organizzata sul modello dell’IRS, che recupera ogni anno più del 50% dei capitali sommersi. Guardia di Finanza, Agenzia delle entrate e PM devono far fronte comune e ottenere il supporto degli italiani. Per riuscirci devono comunicare gli obiettivi di recupero e trasformare i soldi presi in riduzione IRPEF.
– Le liberalizzazioni sono state fino a oggi affrontate con un’ottica miope, e sulla base di un’idea di concorrenza fine a se stessa, ma hanno successo solo quando affrontano un intero settore industriale. Per esempio: una liberalizzazione del trasporto pubblico urbano deve coinvolgere gli orari d’apertura dei negozi, la costruzione di parcheggi… per liberalizzare bene bisogna aprire un dibattito articolato, confrontarsi con gl esperti, avere una visione complessiva. Per esempio: oggi da noi, per le assicurazioni, c’è una tariffa nazionale che punisce chi è prudente. In Inghilterra le tariffe sono libere, ma chi froda paga salato.
– È riduttivo pensare che per diminuire la spesa pubblica basti ridurre gli sprechi. In Inghilterra dopo la spending review si fa una valutazione di winners e losers, da cui derivano scelte politiche discusse e comunicate. Noi avremmo bisogno di qualcosa di analogo alla commissione Hoover (ndr: stiamo parlando di Herbert Hoover, presidente USA, e non di J. Edgar Hoover, capo dell’FBI). E bisogna anche inserire talenti manageriali nella pubblica amministrazione, come hanno fatto a Singapore.
– La nostra spesa per la scuola è analoga a quella finlandese (ndr: gli studenti finlandesi sono ai primi posti, e spesso primi, nei test Ocse-Pisa). Ma qui da noi c’è apprendimento meccanico e poca attenzione al problem solving, per non parlare del divario tra nord e sud. Mancano una misurazione sistematica dei risultati e la responsabilizzazione delle scuole. Bisognarebbe cambiare la scuola pensando ai “consumatori dell’istruzione”, mentre oggi si parla in prevalenza dei problemi degli insegnanti.

Quali gruppi di italiani possono dare sostegno a queste tesi? Ce ne sono molti: per esempio, i milioni che oggi lavorano in regime di apartheid. Tutti i contribuenti onesti che oggi subiscono una pressione fiscale superiore al 60%. Le giovani donne che non lavorano e vorrebbero farlo. I due-tremila imprenditori strozzati dall’economia “al nero”. Tutti i napoletani prudenti, che pagano assicurazioni esorbitanti. Chi fa causa, ha ragione e deve aspettare anni per vederla riconosciuta. E gli studenti e i genitori delle scuole del sud.
Tutto ciò, ricordando che l’Italia ha perso cinque punti di produttività dal 2005 a oggi mentre, nello stesso periodo, la Francia ha fatto più tre.

Se volete leggere l’introduzione al testo di Abravanel e D’Agnese, la trovate qui.

6 Commenti a Abravanel e D’Agnese: crisi italiana, il succo è questo (e non è dolce)

  1. jac

    Non ho assistito alla conferenza. Condivido molte delle cose dette, ma sono anche critico su altre (il tema del made in italy, ad esempio, mi sembra tagliato con uno strumento ancor meno preciso dell’accetta…). In ogni caso, come non ringraziarti – e molto – per la fatica?

     
  2. guydebord

    Condivido gran parte delle asserzioni, tranne la principale, ovvero la necessità della crescita. Io credo che ci sia invece necessità di progresso. Progresso come crescita qualitativa e non (solo) quantitativa. Il progresso non si misura più da tempo in termini staliniani, in tonnellate d’acciaio. Le ricerche degli economisti più contemporanei, uno per tutti il nostro Mauro Bonaiuti, ma anche i risultati sui limiti dello sviluppo di Aurelio Peccei e del Club di Roma, validi dopo oltre quarant’anni dalla loro pubblicazione, ci hanno detto, in modo inequivocabile, che la crescita quantitativa continua e infinita, in un Mondo finito, su un pianeta stranamente rotondo invece che piatto ed infinito, non è fisicamente possibile. Non si può crescere all’infinito, ma si può progredire con un diverso concetto di progresso. Occorrono dunque nuovi paradigmi che escludano gran parte delle convinzioni profonde del modello della crescita continua, della prevalenza della tecnica guidata dall’economia e dal nostro essere consumatori piuttosto che cittadini. (Umberto Galimberti). Potrei suggerire decine e decine di “invece di”, come varianti paradigmatici delle vecchie e superate idee che la finanza innanzitutto, e l’attuale classe dirigente di tecnici bcconiani, continuano a propinarci. È pur vero che molti dei vizi tutti nostrani, così diligentemente trascritti, e ti ringrazio, non concorrono sia alla crescita che al progresso, ma attribuire al solo malcostume e alle incapacità nazionali la condizione di pesantissima crisi e il pantano in cui siamo, rischia di non farci vedere che, comunque, ci troviamo su una strada sempre più precaria e con il baratro come destinazione finale.

     
  3. guydebord

    Mi scuso per il doppio intervento ma, contemporaneamente a a “Crisi italiana, il succo è questo” di Nuovo e Utile, su http://giovannacosenza.wordpress.com/ è stato postato “Il silenzio sulle Grandi Navi a Venezia”. È la prova che gli interessi di pochi ma potenti, capaci di far agire anche i governi contro gli interessi collettivi, e che perseguono la crescita quantitativa contro ogni senso logico, vincono sul progresso e sulla crescita qualitativa.

     
  4. Utente Anonimo

    Crescita economica non significa solo “tonnellate di acciaio staliniane”. Un miglioramento e ampliamento dei servizi (che di solito inquinano poco, e comunque meno dell’acciaio) produce crescita economica, eccome… Tra l’altro Abravanel insiste molto sui servizi, di cui l’Italia è poco dotata. Anche la green economy, il risparmio energetico, ecc. sono attività che fanno crescere l’economia. Non la fa crescere, con l’attuale sistema di calcolo del PIL, la socialità gratuita, la nostra conversazione, e tante altre cose belle, ma che non hanno prezzo.

     
  5. annamaria

    Ho preferito restituirvi il discorso di Abravanel, che già è complesso, senza aggiungere ulteriori commenti. Ma, anche visto quanto dice Anonimo4, vorrei rimandarvi a una pagina di NeU di qualche tempo fa, ma ancora attuale, che prova a dar conto dei paradossi del PIL e delle sue inadeguatezze come misuratore unico della crescita. Date un’occhiata, ci sono un sacco di cose interessanti 😉

     
  6. Rossella Vietri

    Quali gruppi di italiani possono dare sostegno a queste tesi? Ce ne sono molti:per esempio i milioni che oggi lavorano in regime di apartheid. Tutti i contribuenti onesti che oggi subiscono una pressione fiscale superiore al 60%. Le giovani donne che non lavorano e vorrebberlo farlo.I due-tremila imprenditori strozzati dall’economia al nero. Tutti i napoletani che pagano assicurazioni esorbitanti. Chi fa causa, ha ragione e deve aspettare anni per vederla riconosciuta. E gli studenti e i genitori delle scuole del sud.

     

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