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Anglicismi: accettarli o no? Ecco che ne dice la Treccani

C‘è un ampio sentire comune che, soprattutto in rete, si traduce in una forte insofferenza soprattutto verso gli anglicismi, percepiti come un’orda selvaggia e inarrestabile che attenta all’identità della lingua italiana.
A scriverlo è la Treccani, che sotto il titolo Il Bel Paese dove l’OK suona fa il punto sugli anglicismi raccogliendo diversi interventi in risposta a una notevole serie di domande: vi sono pericoli reali? È proprio delle lingue e dei linguisti erigere steccati e stabilire confini? Si possono escogitare dei filtri? È sensato farlo? E quale autorità delibererebbe in materia?
Le prospettive e le posizioni espresse dagli autori sono differenti tra loro, e nel confronto diventano ancora più interessanti: faccio lo spericolato tentativo di offrirvi una sintesi e un breve commento finale.

L’ESERCITO DEGLI ANGLICISMI. Si definisce “l’osservatore romeno” il romanziere e poeta Mihai Mircea Butcovan. È in Italia dal 1991 e ha pubblicato diversi libri nella nostra lingua. Racconta ad aver assistito a una conferenza fitta di termini come career coaching e ability, education e goal, convention ed exciting, administration e briefing, question e happiness. Urca.
Butcovan si chiede se davvero siamo convinti che l’esercito di parole inglesi sia liberatore, ricorda la lezione di don Milani, ammette che l’inglese è utile ma esorta a farne buon uso e conclude domandandosi se ha ragione Cesare Marchi quando afferma che siamo dei miliardari che chiedono l’elemosina all’estero.

L’INGLESORUM DELLE ISTITUZIONI. Licia Corbolante, traduttrice e linguista, autrice del bellissimo blog Terminologia etc parla dell’uso istituzionale e governativo dell’inglesorum. Questo può derivare dalla “maledizione della conoscenza”, come la definisce scienziato cognitivo Steven Pinker: il presupposto che ”se lo so io, anche gli altri devono saperlo”. Ma c’è anche l’idea (infondata) che l’inglese sia più preciso. E c’è l’inglese farlocco che abbrevia “spending review” in spending: un nonsenso per un anglofono.
Per le istituzioni, la scelta di usare gli anglicismi non è sempre ben motivata, ed è spesso frutto di conoscenze linguistiche e culturali superficiali. Il Miur, sottolinea Corbolante, dovrebbe promuovere la formazione di terminologia italiana, invece di usare gli anglicismi da addetti ai lavori.

UN FENOMENO IN CRESCITA. Il linguista Michele Cortelazzo (qui il suo ottimo blog) ricorda che per decenni i linguisti hanno osservato l’introduzione dei forestierismi con distaccata neutralità. I casi erano tutto sommato pochi (il 4 per cento secondo il Gradit).
Poi le cose sono cambiate. Tra il 1990 e il 2003 abbiamo adottato più di 1400 forestierismi: un terzo di quelli introdotti nel corso dell’intera storia della lingua italiana. C’è l’impressione che il fenomeno sia in ulteriore crescita. Cresce anche l’insofferenza collettiva. E l’abitudine dei politici di usare gli anglicismi sembra, dice Cortelazzo, un espediente per manipolare l’opinione pubblica.
Per questi motivi l’Accademia della Crusca ha costituito il gruppo Incipit. È un servizio a favore della comunità italofona, che può così disporre di alternative a forestierismi diffusi, a volte solo per pigrizia, da potentati economici o culturali.

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DEI VOCABOLI INGLESI C’È BISOGNO. È diversa la posizione della linguista Roberta D’Alessandro, autrice di un recente messaggio indirizzato alla ministra Giannini “cara ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati”. La battaglia contro gli anglicismi, scrive D’Alessandro, è persa in partenza perché la lingua non è un insieme di parole e non la si può indirizzare né costringere. L’italiano non corre nessun pericolo: una parola inglese che entra nell’italiano viene quasi immediatamente adattata alla sua grammatica e resa italiana.
Gli anglofili lamentano le storpiature italiane dell’inglese, e gli italiofili si lambiccano per trovare alternative italiane anche non perfettamente corrispondenti? Tutto questo significa che dei nuovi vocaboli inglesi c’è bisogno. Del resto, lo dice anche Machiavelli: insieme a un fenomeno nuovo si importa anche il termine che lo definisce. Ma, nel momento in cui lo importiamo e lo contaminiamo, quel termine diventa “nostro”.

MA I ROMANZIERI ITALIANI USANO (QUASI SEMPRE) L’ITALIANO. D’altra parte, se osserviamo la lingua che impiegano alcuni dei romanzieri più letti nel nostro paese, scopriamo che Niccolo Ammaniti, Andrea De Carlo, Roberto Giornano, Edoardo Nesi, Silvia Avallone, Antonio Pennacchi, Francesco Piccolo, Melania Mazzucco, Elena Ferrante, Nicola Lagioia, Fabio Genovesi, Tiziano Scarpa, Giordano Meacci, Antonio Manzini usano termini inglesi poco o niente. Fanno eccezione Alessandro Piperno, Walter Siti, Mauro Covacich e Sandro Veronesi, che comunque dimostrano di usare gli anglicismi in modo consapevole, e con funzioni espressive.
Ne esce, scrive la linguista Valeria Della Valle che ha indagato un’opera di ciascun autore, un quadro confortante: nella produzione letteraria siamo ben lontani dal 12-14 per cento di anglicismi che si ritrovano nel linguaggio giornalistico, con un’impennata di frequenza negli ultimi 3-4 anni.

TUTTE LE LINGUE SONO MISTE. Giovanni Iamartino, storico della lingua, ricorda che non esistono lingue che non siano miste e che il purismo linguistico è poco praticabile: perfino il fascismo autarchico, invitando a boicottare i termini inglesi, usa un termine tratto… dall’inglese (to boycott) a sua volta derivante dal nome dell’amministratore terriero Charles C. Boycott, boicottato (appunto) dai suoi braccianti.
Tuttavia, aggiunge Iamartino, sta a tutti i parlanti italiani avere un atteggiamento critico, non preconcetto ma attento a distinguere. Il prestito lessicale è un dono, ma la bancarotta linguistica è un rischio da evitare.

PIÙ PAROLE ABBIAMO, MEGLIO È. MA FACCIAMOCI CAPIRE. Anche il linguista Salvatore Claudio Sgroi sottolinea che i prestiti linguistici arricchiscono, e non impoveriscono, la lingua che li riceve: come scrive Italo Calvino, il linguaggio umano è lacunoso e frammentario, e dice sempre qualcosa di meno rispetto alla totalità di ciò che possiamo sperimentare. Per questo quante più parole abbiamo a disposizione, meglio è.
L’idea di usare gli anglicismi non andrebbe rifiutata aprioristicamente in nome di un’astratta “fedeltà alla lingua”, aggiunge Sgroi, nemmeno quando esistono termini italiani corrispondenti: l’alternativa inglese può comunque apparire più prestigiosa, elegante, affascinante. E poi a decidere gli usi linguistici sono i “centri di potere” (e non già i singoli linguisti, pur brillanti). Il limite, se mai, consiste nel restare comprensibili. L’inglese è culturalmente rilevante e bisogna studiarlo, a scuola e all’università. Ma usare l’inglese come lingua veicolare (in altre parole: insegnare tutto direttamente in inglese) è un suicidio culturale.

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SCUOLA: L’INGLESE OSTICO E QUELLO SEDUTTIVO. Ed eccoci alla scuola: Daniele Scarampi insegna lettere alle superiori e si occupa di didattica. Dice che la seduzione degli anglicismi, e anche di quelli inutili, resta forte. Eppure, a scuola, i ragazzi trovano ostico l’inglese, lo studiano in maniera mnemonica, faticano con la pronuncia e restano arroccati nei confini rassicuranti della propria lingua d’appartenenza (a sua volta deficitaria).
È come, racconta Scarampi, se per loro esistessero due lingue inglesi: quella imprigionata nei libri di testo, a cui i ragazzi sono indifferenti, e quella moderna e globale della musica e dello sport, che appare seduttiva ma il significato dei cui termini è a volte intuito, raramente compreso e quasi sempre ignorato. Per cominciare a cambiare le cose, a scuola bisognerebbe motivare i ragazzi a imparare l’inglese parlandolo, più che facendone studiare le regole sui libri.

E DUNQUE. Ecco gli elementi che mi hanno maggiormente colpita: la sostanziale impronta pragmatica, e non ideologica, di tutti gli interventi. Il fatto curioso che, se proviamo comunque a disporli secondo la sfumatura meno o più benevola nei confronti dei forestierismi, a un estremo possiamo trovare un ironico romeno (Butcovan) che vive in Italia, e all’altro una vibrante italiana (D’Alessandro) che vive in Olanda.
E ancora. Molti sottolineano la necessità di farsi capire: il vero limite è questo, specie quando a parlare sono le istituzioni (Corbolante). C’è l’affermazione (Sgroi, e anche Cortelazzo) che a decidere gli usi linguistici sia la geografia del potere. E c’è l’appello di molti ad accettare sì contributi stranieri, ma senza esagerare.
A questo proposito, la domanda torna a essere quella posta da Treccani: stiamo esagerando, o no? I due dati numerici che escono dagli interventi sono: 12-14 per cento di anglicismi nel linguaggio giornalistico (Della Valle) e un terzo dei forestierismi della lingua italiana adottati tra 1990 e 2003 (Cortelazzo). Che cosa è successo dopo? Qual è la situazione oggi?

QUANTIFICARE IL FENOMENO. Mi capita di frequentare sia ambiti in cui i forestierismi sono oggettivamente rari, sia ambiti in cui girano messaggi che di italiano hanno ormai solo le congiunzioni (signora! Partecipi al meeting sulle best practices del digital endorsement e del celebrity marketing! Light lunch, RSVP) Per questo credo che si dovrebbe trovare il modo di monitorare il fenomeno in maniera tempestiva ed estensiva, e magari di quantificarlo, settore per settore, con il contributo di tutti.

Le immagini sono di Max Serradifalco: si tratta di foto satellitari di paesaggi terrestri, ricomposte in forma di bandiere. Una versione più breve di questo articolo esce anche su internazionale.it

2 Commenti a Anglicismi: accettarli o no? Ecco che ne dice la Treccani

  1. Vittorio Cucchi

    La discussione e le puntualizzazioni sono sempre buona cosa, specie quanto vengono da “ambienti” come la Treccani e si fondano su competenze come quelle della battagliera Professoressa D’Alessandro. La storia delle lingue è storia di “incroci” complessi e affascinanti, e certo nessuna lingua è un’isola, forse neppure nella sconcertante varietà di Papua e Vanuatu. Ma qui, paradossalmente, non si tratta di essere bravi linguisti, e la conoscenza della storia linguistica, che pure rimane presupposto imprescindibile, non attutisce l’insofferenza verso il dilagare dell’inglesorum / itanglese e mi induce a ribadire con energia motivazioni e finalità condivise nella campagna “Dillo in Italiano”, quanto di più lonttano da ogni intento di “purismo linguistico” evocatore di epoche orribili e da ogni ideologica “contestazione” del ruolo predominante dell’inglese ( lingue e potere…) Insomma, io continuo ad auspicare per ogni professionista e ogni persona colta due essenziali catarreristiche compelmentari: padronanza totale e consapevole dell’italiano senza alcuna tentazione di “ibrido inglese” quando si ragiona seriamente fra italiani, e capacità REALE di utilizzare l’inglese correttamente a livello scritto e parlato ( senza scempi fonetici) come seconda lingua per efficaci “relazioni internazionali” a livello europeo e non solo. Nel mio piccolo continuo a credere in questa prospettiva

     
  2. Marco La Colla

    Aggiungerei a quanto dibattuto fino ad adesso, anche la contaminazione che sta avvenendo di alcuni termini italiani il cui significato viene modificato a favore di quello inglese. Alcuni esempi: Introdurre da Introduce, per presentare, implementare da implement per migliorare e via discorrendo. A ciò si aggiunga la moda di utilizzare nomi propri inglesi al posto dei corrispondenti italiani: Thomas, Michael, Simon ecc.ecc. Come difendersi da tutto ciò? Secondo me con l’ironia ed il sarcasmo, prendendo in giro tutti coloro che si riempiono la bocca di inglesismi per sentirsialla moda!

     

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