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Lo squalo al mercato: l’arte contemporanea e il suo valore

(Un contributo di Claudio Passera)

Nel bizzarro e curioso mondo del mercato dell’arte può capitare anche di potersi comprare uno squalo sotto formaldeide per la cifra esorbitante di 12 milioni di dollari. Il fatto è bizzarro, e vale la pena di fare un tuffo nelle acque dell’economia dell’arte per capire come un temuto predatore dei mari possa diventare un’opera d’arte e perché, in un’economia in crisi, gli investimenti in questo settore godano invece di ottima salute.

Se ti pescano per Damien Hirst, il maggiore degli Young British Artists, sei davvero uno squalo fortunato. Nel 1991 è Charles Saatchi, magnate della pubblicità, a commissionare la pesca grossa che sarebbe diventata un capolavoro d’arte concettuale. Hirst mette il malcapitato animale in formaldeide e con il titolo The Physical Impossibility of Death In The Mind Of Someone Living lo espone nella galleria londinese di Saatchi. Della vendita si occupa Larry Gagosian, il più stimato mercante d’arte al mondo, che propone  il lotto a Sir Nicolas Serota, direttore della Tate Gallery, e a Steve Cohen, un multimiliardario imprenditore del Connecticut. Nel gennaio 2005 l’americano si porta a casa la creatura, che poi dona al MOMA. In cambio, pensate i casi della vita, gli viene offerto un posto nel cda. Tutto ciò col dispetto di The Guardian, invidioso del nuovo primato del MOMA tra i musei d’arte moderna.

Eccoli, i protagonisti della storia: un artista di grido, un pubblicitario astuto, un mercante famoso, il direttore di museo, un ricco investitore. Metteteli insieme e otterrete un caso internazionale, una discussione sul valore dell’arte, uno scontro tra USA e UK rimbalzato dalle pagine di cultura delle testate anglosassoni. Se la storia ha un senso, è questo: per fare arte nel 2000 servono creatività e ingegno, e per assicurarle un costo da capogiro ci vogliono brand di tutto rispetto: Gagosian, la Tate Gallery, il MOMA.

Lo squalo al mercato: l’arte contemporanea e il suo valore

Non è un segreto che oggi il valore di un artista sia determinato, prima che dai critici, dai galleristi e dalle case d’aste internazionali: Christie’s e Sotheby’s in primo luogo. Se queste si accordano con i musei il gioco è fatto. Esempio recentissimo è l’asta serale di Christie’s, If I Live I’ll See You Tuesday che accosta lavori di artisti affermati a quelli delle nuove promesse del contemporaneo. Aggiudicazioni altissime assicurate per tutti e reputazioni nuove di zecca costruite in un batter d’occhio.

Nel mercato dell’arte contemporanea succedono cose piuttosto interessanti. Il New York Times, parlando della prima metà del 2014, lo definisce “ipereccitato”. Mettiamo in ordine qualche dato:
1) il mercato del contemporaneo è internazionale per vocazione. Ha un cuore britannico ma ha fatto fortuna negli USA e ora punta all’Oriente
2) la sua internazionalità favorisce l’afflusso di capitali (ciò spiega anche come certi dipinti raggiungano prezzi tanto alti)
3) investire in titoli di stato, materie prime e azioni oggi sembra più rischioso che puntare sulla stima futura d’un artista (infatti è difficile trovare una banca che non offra un servizio di art advisor)
4) se mi vieni a trovare per un tè è certo più chic farti vedere il Rothko che ho appeso in salotto che non il mio portafoglio azionario
5) se le cose si mettono male il Rothko lo posso anche rivendere, le azioni no: chiedetelo ai coniugi Essl, che il prossimo ottobre metteranno all’asta la loro collezione per sanare il buco di 169 milioni di dollari del loro colosso austriaco del faidate, BauMax.

Ma chi va oggi all’asta a comprarsi un pezzo di storia dell’arte moderna? Anche il pubblico a cui si rivolge il mercato del contemporaneo è particolare. Viene da paesi dalle economie emergenti, ha un passaporto russo, indiano o cinese e non ha mai investito in opere d’arte. Ecco una foto dal Wall Street Journal: è un selfie del coreano  Hong-gyu Shin con alle spalle il Francis Bacon che si è appena aggiudicato per 142 milioni di dollari. Lo staff di Christie’s è andato a trovarlo, lo ha invitato a Londra e lo ha portato con i suoi amici per musei e cene con un obiettivo: “to turn buyers into collectors”. Anche così si crea mercato e si affina l’arte di saper vendere arte.

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6 Commenti a Lo squalo al mercato: l’arte contemporanea e il suo valore

  1. Riccardo

    Vendere e comprare arte è come vendere o comprare amicizia sincera, o amore profondo, la salute, un abbraccio, un sorriso, il rispetto, (…): sono quelle cose che Non si possono vendere e comprare. Ma in una società il cui motore universale è il denaro, si ha l’Illusione che tutto sia in vendita: Non è vero!!!
    Che poi le opere d’arte(fallaci, ambigue, caduche) siano proprio le cose che si possano monetizzare e che abbiano l’aggio sui titoli(solidi, sicuri, concreti) deve farci riflettere sui reali meccanismi
    di questo sistema sociale… 🙂

     
  2. Riccardo

    Una proposta interessante, per il nostro sistema Italia, potrebbe essere una legge:

    “Adotta un artista”.
    Soggetti privati, a fronte di sgravi fiscali, possono sostenere con diciamo 10-15M€ l’anno, per cinque anni, la vita di un artista(potrebbe anche non essere artista, ma creativo, inventore, filosofo, poeta, scrittore, ecc…). Nei successivi cinque anni il “benefattore” avrebbe diritto al 20% del reddito dell’artista.
    E’ una proposta al mondo finanziario: siete disposti a rischiare, invece che sui titoli, sulle Persone?

     
    • Riccardo

      ovviamente volevo dire K€… sono rimasto alle lire…:)

       
  3. Elena Salem

    Articolo illuminante, ma funziona sempre così?
    Che fine hanno fatto talento e genio,
    sostantivi che colleghiamo ai grandi artisti
    del passato? Talento e genialità sono oggi irrimediabilmente intesi nel senso dell’arte del vendere e di confezionale prodotti di mercato ( anche se i compratori sono una ristretta cerchia di miliardari)?
    E che dire dei premi letterari? Prevalgono nell’attribuzione dei riconoscimenti gli interessi delle grandi case editrici? Non sono un’esperta d’arte contemporanea e mi riesce difficile giudicare, ma me lo domando spesso, quando leggo libri che si sono aggiudicato ambiti premi letterari …

     
  4. Rodolfo

    Abito in una cittadina sede di quella che dovrebbe essere –ma non lo è, è solo un poltonificio deprimente, a leggere la cronaca quotidiana– una importante galleria d’Arte Contemporanea che sinora ho visitato con regolarità. Qualche mese fa, di fronte alle ultime opere esposte ho avuto una piccola fulminazione (per la mia testolina è già mooolto!): l’arte contemporanea è un’arte borghese che non può essere compresa (nel senso di com-presa: percezione come atto pre-aptico appropriativo) se non si appartiene alla Vebleniana classe agiata. E forse tutta l’arte è borghese, appartiene di diritto e di forza alle classi dominanti (dal Rinascimento all’arte Preistorica). Dato che non mi sento e non sono proprio borghese ne ho dedotto che l’arte, che sinora ho apprezzato, non mi meraviglia più. Preferisco la Natura. Quindi sono totalmente dalla parte dello squalo, assassinato da un piccolo criminale per osannare il Potere.

     
  5. Alberto Criscione

    Questo argomento su cui poni l’accento è quello che ho sempre considerato “the dark side of the art” 🙂
    L’arte è sempre stata oggetto di speculazione da parte degli uomini di potere. In passato serviva a propagandare le gesta di Imperatori e affini… Oggi ci mangiano su sempre lo stesso tipo di persone, ma con modalità diverse. Qualche tempo fa credevo che un’estimatore d’arte acquistasse un’opera nel tentativo di compensare un vuoto interiore, dovuto principalmente al materialismo insito (generalmente) negli uomini di potere. Forse è vero anche questo, ma in prevalenza ciò che muove il sole e le altre stelle (per citare Dante) è solo il denaro. E pensare che se un pò di quei 12 milioni fossero andati anche all’autore dell’opera (cosa di cui dubito fortemente), (forse) si sarebbero ridistribuite un pò di ricchezze nei ceti più bassi. In questo caso sì, l’arte avrebbe anche una funzione sociale oltre a quella di abbellire le gabbie di pochi eletti. Ero partito sull’ironico e ho finito sul cinico. :-/ Ma il cinismo non nasconde forse una flebile e ingenua speranza che le cose possano essere diverse da quello che sono?

     

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