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Buone notizie e cattive strategie di pensiero

Dovremmo imparare a valorizzare le buone notizie. E, prima ancora, dovremmo imparare a vederle e a riconoscerle.
Noi leggiamo le notizie per farci un’idea del mondo. È noto e ovvio che quest’idea del mondo, però, è mediata dallo sguardo, dalle opinioni, dalle conoscenze e perfino dallo stile di chi scopre, sceglie, interpreta e confeziona le notizie. Si tratta per forza di cose di un’idea parziale: non corrisponde certo all’intero universo delle cose che succedono, così come succedono.
Se sentiamo il bisogno di renderla meno parziale, ci diamo da fare e mettiamo a confronto diversi sguardi e opinioni, consultando fonti differenti. Se siamo molto scrupolosi, verifichiamo anche l’affidabilità e l’autorevolezza delle fonti. E cerchiamo di non farci intrappolare dai pregiudizi.
Ci sono, però, alcuni elementi un po’ meno noti che, nonostante le nostre buone intenzioni, complicano il processo di farci un’idea del mondo sensata, equilibrata e utile.

ERRORI DI GIUDIZIO. Tutti noi da una parte tendiamo a sovrastimare l’importanza e il peso di ciò che ricordiamo più facilmente nella misura in cui ne leggiamo o sentiamo parlare spesso, o con toni accesi e urgenti.
Dall’altra, tendiamo a cercare fonti che confermano le nostre sensazioni e opinioni pregresse, e a fidarcene di più. Dall’altra ancora, se siamo esposti a due fatti di rilievo paragonabile, uno positivo e uno negativo, restiamo più colpiti dal fatto negativo.
Siamo portati, insomma, ad avere prospettive parziali di quanto accade, e a compiere degli errori di giudizio i cui meccanismi sono stati ampiamente indagati. Questi errori di giudizio sono frutto di euristiche e bias cognitivi, cioè di modi o sbrigativi o distorti di interpretare le informazioni di cui disponiamo.

TRE BIAS FUORVIANTI. Nello specifico, è il bias di conferma (confirmation bias) che ci porta a privilegiare informazioni che concordano con le nostre attese. È l’euristica della disponibilità (availability heuristic) a farci sovrastimare la probabilità che si verifichino fatti le cui coordinate sono vividamente impresse nella nostra memoria.
È, infine, il bias della negatività (negativity biasa far sì che gli elementi negativi catturino la nostra attenzione in modo più prepotente: questo, fra l’altro, vuol anche dire che li ricorderemo di più, e più a lungo, cortocircuitando negatività, disponibilità, conferme.

Buone notizie 1 LoganZillmer

LE BUONE NOTIZIE CI SAREBBERO. Ed eccoci al punto. Il punto è, letteralmente, il Punto di Paolo Pagliaro che, qualche giorno fa, all’interno della trasmissione Otto e mezzo manda in onda un breve servizio televisivo che contiene cinque buone notizie, trasmesse con l’esplicita intenzione di “mettere da parte l’acredine e l’insoddisfazione per quel che ci manca, allietandoci per ciò che abbiamo”. Qui potete leggere il testo .
Ma le buone notizie sono davvero poche, o invece ci sembrano sempre poche?
Vorrei scriverlo tutto in maiuscolo: questo non è un articolo buonista o filogovernativo.
In realtà, le buone notizie ci sarebbero. Ma è come se, nella percezione collettiva, fosse valido non solo il noto detto “nessuna nuova, buona nuova”, ma anche il suo contrario: “buona nuova, nessuna nuova”. Dovremmo però tutti, e anche i media, ricordare che non è così, provando a contrastare il bias della negatività. Ehi, è un bias! Una fallacia. Un errore di giudizio.

UN’IDEA PIÙ EQUILIBRATA DEL MONDO. Sarebbe giusto e utile trovare un po’ più spesso buone notizie sui media, non solo per sentirci meno insoddisfatti, ma anche per farci un’idea più equilibrata del mondo, rompendo il cortocircuito: attenzione alle cattive notizie -> ricordo esclusivo di cattive notizie -> previsione di ulteriori cattive notizie -> attenzione alle cattive notizie…
Ah, per dirla tutta, c’è un ulteriore bias: la profezia che si autoavvera (self fulfilling prophecy – se seguite il link potete vedere bene di che si tratta). Quando ci aspettiamo che qualcosa succeda, ci comportiamo in modo tale da far sì che poi accada davvero. Come dire: ci tuffiamo dalla padella in cui sembra che tutto vada male alla brace in cui le cose, alla fin fine, vanno male davvero. Certo, non tutte: quelle che secondo le nostre previsioni sarebbero andate male.

Buone notizie 2 - Zillmer

BUONE NOTIZIE INVISIBILI. Ho in mente due esempi di buone notizie invisibili. Uno è recente: il sindaco di Riace viene, per la sua capacità di integrare i migranti, inserito da Fortune nella lista delle personalità che stanno cambiando il pianeta. In Italia la sua attività è passata per anni sotto totale silenzio: a Riace arrivano prima Wim Wenders, la BBC e, infine, Fortune, che la Rai. Ma perché?

L’altro caso risale a qualche tempo fa e riguarda due fatti inediti in Italia. Vi ricordate della notizia riguardante la terribile, spaventosa strage al tribunale di Milano, col tizio che supera i metal detector armato di pistola e spara spezzando tre vite, tra cui quella del suo giudice? Immagino di sì.
Vi ricordate che nel medesimo giorno viene data la notizia del primo trapianto di rene da donatore vivente samaritano (cioè senza nessun legame con il ricevente)?
E, soprattutto, vi ricordate che questa prima donazione samaritana salva sei vite, innescando, attraverso un meccanismo di scambi incrociati, altre cinque donazioni?
In sostanza, come in un domino chirurgico, i parenti disposti a donare un rene, ma incompatibili col loro congiunto, mettono il loro organo a disposizione di altri, i cui congiunti fanno altrettanto. Tutto questo succede in una manciata di ore e coinvolge quattro diversi ospedali, in due diverse regioni, da Pavia a Siena, a Milano, di nuovo a Siena, Pisa e Milano, in una corsa contro il tempo e il destino.
È una storia che integra scienza, tecnologia, medicina, pathos, generosità, umanità, speranza, futuro. Immagino che non ve ne ricordiate: se oggi digito “strage Tribunale Milano” trovo quasi 500.000 risultati. Se digito “trapianto rene samaritana” ne trovo meno di 5000.

L’ERA PIÙ PACIFICA. Nel 2011 Steven Pinker pubblica The better angels of our nature, tradotto in italiano con il titolo Il declino della violenza– perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l’epoca più pacifica della storia.
La tesi, sostenuta da un’enorme quantità di dati, è che stiamo vivendo nell’era più pacifica di tutta l’evoluzione umana, grazie al consolidarsi dei commerci e dei governi, ma non ce ne accorgiamo.
Presentando il libro, il Wall Street Journal scrive proprio questo: tendiamo a stimare la probabilità di un evento secondo la facilità con cui possiamo ricordare esempi – ed è molto più probabile che ci siano trasmesse in casa e incise nella memoria scene di massacro che riprese di persone morenti di vecchiaia. Ci saranno sempre abbastanza scene di violenza per riempire le notizie della sera e così le percezioni degli orrori continueranno a essere sconnesse dalla loro reale probabilità.
Vogliamo cominciare a parlare di tutto questo? Non so se per voi è una buona notizia, ma prometto che tornerò sull’argomento a breve.
Una versione più breve di questo articolo esce anche su Internazionale. it. Le immagini sono del bravissimo Logan Zillmer.
Questo articolo è il secondo di una serie dedicata alle buone notizie. Se il tema vi interessa, potete leggere anche:
Domenico Lucano, i migranti e la forza delle piccole soluzioni

3 Commenti a Buone notizie e cattive strategie di pensiero

  1. Fabio

    Parto dalla tua chiosa: è il caso di parlarne, e mi fa piacere che l’input (scusa l’anglicismo) parta da un personaggio autorevole. Ma il pianeta è governato con la paura, e io, pensandoci per due anni, non ho trovato un’alternativa. Perchè non esiste, probabilmente. La paura viaggia nell’etere, conia neologismi, destruttura, vende farmaci e armi, e anche i quotidiani. Se riuscissimo a slegare la paura dal controllo di massa e soprattutto dal denaro allora sarebbe una vittoria. Ma questo si fa con le rivoluzioni destituendo qualche testa coronata, e la nostra società non è neanche lontanamente pronta.

     
  2. Alesatoredivirgole

    Le buone notizie ci sono, ma quelle che “lasciano il segno” sono quelle negative.

    Recentemente ho avuto la fortuna e il piacere di assistere ad una lezione accademica del noto Juan Alonso Aldama, il cui libro “Il discorso del terrorismo” può essere letto in questa “biblioteca libera” http://www.ec-aiss.it/biblioteca/biblioteca.php assieme ad altri testi.

    Al termine dell’intervento mi sono ritrovato con una mole enorme di spunti interessanti, alcuni da approfondire, altri su cui riflettere.
    Ne condivido alcuni, sperando di non aver male interpretato l’esposizione originale.

    Dai miei appunti:
    Oggi siamo in presenza di una personalizzazione del dolore e dell’esperienza, attraverso una pioggia quotidiana di immagini (foto, video, titoloni) abbiamo una autenticazione della realtà e, sempre più, una sensazione di minaccia latente globale e costante.
    Questa nuova sensibilizzazione conferma, dopo ogni nuovo accadimento, i nostri sospetti e le nostre paure relegandoci in uno stato di inquietudine crescente.
    NB: col temine “sensazione di minaccia” si intendono non solo atti relativi ad eventi terroristici o bellici ma anche ad altre tipologie di sentimenti o minacce cui ci sentiamo esposti, ad esempio: gelosia (la minaccia è il tradimento), malattie (la minaccia è la perdita della salute), ecc.

    Siamo esposti a diverse tipologie di minaccia (pragmatica, cognitiva, relazionale, passionale) e, ad ogni minaccia, dovrebbe corrispondere una strategia comunicativa di rassicurazione (fisica, psicologica, sociale).

    I nuovi media digitali hanno favorito la proliferazione di informazioni disponibili, onde anomale di “link” che ci sommergono provocando un eccesso di relazioni ma soprattutto una infinità di fonti iperframmentate in grado di creare nuove inquietudini.
    Una eccessiva disponibilità di informazioni (era dei social) ha quindi il medesimo effetto di un accesso molto limitato alle informazioni (era pre-internet): in entrambi i casi viene a mancare la sicurezza cognitiva dei fatti.

    Mi ricollego al testo di Annamaria (errori di giudizio, bias fuorvianti, idea equilibrata e buone notizie) con un esempio molto semplice ma estremamente interessante proposto da Aldama:
    “Se vedo un agente/militare aggirarsi nella piazza dove solitamente passeggio mi sento rassicurato ma… se vedo diversi agenti/militari nella medesima piazza mi sento inquieto.” Non dovrebbe essere vero il contrario? Non è detto e non è così scontato, a fronte di questa nuova sensibilizzazione mi attiverei probabilmente per scoprire qualcosa in più attraverso la rete e le sue fonti frammentate.

    Molto interessanti inoltre le dinamiche relative allo “schema passionale canonico” (disposizione, sensibilizzazione, emozione, moralizzazione), schema che cito ma non affronto per non dilungarmi oltre.

    In tutto questo ha ovviamente un ruolo determinante la comunicazione, sempre più spinta ad una spettacolarizzazione dello shock ma ancora non in grado di restituirci rassicurazioni.

    Spinti da questo senso di minaccia latente e di costante ri-sensibilizzazione, ci muoviamo e relazioniamo con le nostre inquietudini alla ricerca di rassicurazioni e solo dopo prestiamo attenzione alle buone notizie.
    Sulla base di questo, ho ideato uno “schema circolare della minaccia” dove, a fronte di una nuova sensibilizzazione/minaccia, attiviamo ogni volta lo stesso percorso circolare…

    PS: quanto sopra è un estratto di miei appunti personali, le argomentazioni trattate in aula hanno toccato molte altre tematiche (in particolar modo al terrorismo ieri/oggi) che non ho riportato. Ho scritto queste righe in quanto ritengo in qualche modo questi argomenti collegati al tema trattato da NeU. Mi scuso già da ora per eventuali inesattezze o se vi ho trascinato fuori tema.

     

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