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Capitale umano: che roba è?

Una politica, la nostra, priva della terza dimensione, in cui l’idolatria dell’urgenza ha cancellato la profondità temporale. La ragione vera, cioè quella pratica, di questa angustia mentale è che i frutti di molte riforme non sono affatto immediati, non si vedono nell’arco di una legislatura. E sono perciò, elettoralmente parlando, ininfluenti. Quindi inutili. Nulla illustra meglio questo assunto del complesso formazione – istruzione – educazione, ossia valorizzazione del capitale umano. La cui pressoché totale assenza dal dibattito elettorale è stupefacente ancor prima che scandalosa. Questo e altro dice Gian Arturo Ferrari sulla prima pagina del Corriere della Sera.
… e succede qualcosa? Qualcuno riprende l’argomento? Ovviamente, no.

Ve lo immaginate, qui da noi, un politico che, come ha fatto Obama, dica resteremo un grande paese non perché abbiamo un grande esercito, ma perché abbiamo grandi università?
In Italia l’idea di “scuola” è così priva di appeal che solo a parlarne si rischia di sembrare pedanti. La percezione di quanto l’istruzione sia fondamentale per gli individui e la società è così offuscata che, anche solo a ricordarlo, si rischia di sembrare esoterici.
Tutto questo è o folle o stupido. Probabilmente è entrambe le cose.
E magari vi sembrerò anch’io pedante ed esoterica perché insisto, ma pazienza.

Bene. Andiamo a rileggerci la definizione di capitale umano: l’insieme di conoscenze, competenze, abilità, emozioni, acquisite durante la vita da un individuo e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi.
Ed ecco quel che scrive del capitale umano nostrano Banktalia: il capitale umano è tra i fattori di crescita e innovazione maggiormente enfatizzati nell’ambito di Europa 2020 (…). L’Italia è in ritardo su pressoché tutti gli indicatori adoperati, sia con riferimento agli obiettivi da raggiungere da qui al 2020 sia nel confronto con gli altri paesi europei. Inoltre, sebbene possa da ultimo mostrare dei progressi, quasi in nessun caso il ritmo di questi sarebbe di per sé sufficiente, se sostenuto nel tempo, a colmare la distanza rispetto agli obiettivi. Seguono ottanta pagine di raccomandazioni e tabelle: lettura interessante, e non sto scherzando.

Non solo in Italia non facciamo niente per dotarci del capitale umano indispensabile per continuare (e, per certi versi, tornare) a essere un paese moderno e civile. Buttiamo via il capitale umano che già c’è. L’Italia non sta utilizzando al meglio una parte importante del suo capitale umano, le donne. È una perdita colossale per la nostra economia scrivono Alesina e Giavazzi. Ricordano che, com’è noto, anche se oggi le donne italiane sono mediamente più scolarizzate (e più brave) degli uomini, la loro partecipazione al mercato del lavoro è la più bassa d’Europa. E qual è il risultato? Il risultato è che tanti uomini mediocri fanno un mediocre lavoro in ufficio; un lavoro che le loro mogli casalinghe farebbero molto meglio perché hanno più capitale umano.
Per inciso: ci sarebbe già un decalogo per affrontare la situazione: incentivi fiscali, congedi di paternità, quote di genere… l’hanno preparato Fondazione Bellisario e, di nuovo, Bankitalia.
Appunto. Un sistema o folle o stupido. Ma, secondo voi, che percentuale degli attuali candidati ha anche solo in mente il concetto di capitale umano? E la vaga idea che non accrescerlo, e anzi sprecarlo, non sia cosa buona per il futuro del paese?

14 Commenti a Capitale umano: che roba è?

  1. jac

    Un’altra grande porzione di capitale umano dimenticata è quella degli anziani. Negli USA, ad esempio, è nata una università che insegna agli “anziani attivi” a diventare volontari per aiutare (ad esempio) i giovani nelle loro attività di studio e di aggiornamento. In Italia, su questo fronte, esiste AUSER, che fa cose strabilianti in questo campo (es: http://www.auser.it, ma anche, tanto per restare in Lombardia, http://www.auser.lombardia.it.) Associazione che con 15.000 volontari(in Lombardia!) e 70.000 soci (in Lombardia!) dà vita a iniziative straordinarie, il cui valore, naturalmente, non viene calcolato dai soloni del PIL!

     
    • jac

      C’è poi da dire che Alesina e Giavazzi, in molti loro articoli, dopo aver constatato che “fortunatamente” la durata della vita si è allungata, passano subito a enunciare quello che, secondo loro, è l’UNICO problema da affrontare in relazione a questo tema: quello dell’aumento delle pensioni che lo Stato deve pagare…

       
  2. hommequirit

    “Ve lo immaginate, qui da noi, un politico che, come ha fatto Obama, dica resteremo un grande paese non perché abbiamo un grande esercito, ma perché abbiamo grandi università?
    In Italia l’idea di “scuola” è così priva di appeal che solo a parlarne si rischia di sembrare pedanti. La percezione di quanto l’istruzione sia fondamentale per gli individui e la società è così offuscata che, anche solo a ricordarlo, si rischia di sembrare esoterici.
    Tutto questo è o folle o stupido. Probabilmente è entrambe le cose.
    E magari vi sembrerò anch’io pedante ed esoterica perché insisto, ma pazienza.”

    Cara Annamria Testa, sarebbe anche giunta l’ora di abbandonare qualche suo mito e venire giù dal pero.
    Io non me lo immagino un politico che facciai l discorso di Obama. Sopratutto perché Obama è il presidente di una nazione che spende da sola per l’esericto più di tutti gli altri Stati messi assieme. Quindi gli Stati Uniti sono e rimarranno (forse) un grande Paese perché finanzia gli armamenti con cui minacciano più o meno fattivamente gli altri, depredandoli per poi costruire con quelle risorse fisiche quelle stesse Università in cui capitalizzare quelle stesse risorse umane che approdano lì da quegli stessi Stati depredati.
    Quanto all’idea di scuola è l’ora di finirla di credere a queste panzane esoteriche, appunto. http://www.documentazione.info/rapporto-sulla-scuola-italiana-gli-insegnanti
    Tralasciamo la spesa pubblica italiana destinata alla ricerca in quanto perfettamente in linea con gli altri Paesi europei, laddove è il finanziamento dei privati a latitare nel confronto (e perché mai? Ma ovviamente perché l’Italia è un paese a statuto umanistico e non scientifico, perciò io industria che ricerca devo mai finanziare? L’amore ai tempi di Chrétien de Troyes, dipartimento Filologia romanza?).
    Si guardi il grafico 2 sul rapporto tra studenti e docenti in una comparazione internazionale (fonte OECD) e scoprirà che l’Italia è uno scandalo per numero di docenti (alle primarie, secondarie, e superiori). A giudicare da tutti i risultato internazionli investire nella scuola vorrebbe dire cominciare a dare pedate nel sedere a una gran parte di loro: 9 alluni di media a docente (si tiene conto anche della sommatoria dei part time, quindi nessuna scusa adducibile)contro una media Ocse di oltre 14.
    Ne vogliamo parlare oppure vogliamo continuare a salmodiare?
    Ah, dimenticavo l’altro punto:
    ” L’Italia non sta utilizzando al meglio una parte importante del suo capitale umano, le donne. È una perdita colossale per la nostra economia scrivono Alesina e Giavazzi. Ricordano che, com’è noto, anche se oggi le donne italiane sono mediamente più scolarizzate (e più brave) degli uomini, la loro partecipazione al mercato del lavoro è la più bassa d’Europa”
    Clap clap, onore a questi due economisti della domenica. Ovviamente sarebbe banale rispondere che il problema occidentale che ci attanaglia non è di offerta aggregata ma di domanda perciò invocare la donna come elemento del PIl è voler imitare il barone di Münchausen che si tirava su per i propri capelli. È dall’offerta maggiore che potremmo generare occupazione femminile e non viceversa. Capisco che in mancanza di argomenti migliori e volendo dare una risposta che strappa applausi bipartisan, anche la Banca d’Italia se ne esca con queste trovate da pecore, nel senso di Paschi. Inoltre basta con questa storia dell’occupazione femminile italiana che sarebbe inferiore agli altri Paesi usata come mantra. Sul campione pesano purtroppo tutte quelle donne che non hanno mai lavorato prima e che non lavoreranno certo dopo, che non erano qualificate ma che per motivi anagrafici sono lì a incrementare il denumeratore, con buona pace degli ottusi che non vedono la realtà. L’occupazione sotto i 40 anni non registra differenze sostanziali. O vuole proporre di rimettere a lavorare le over 50?
    Sveglia

     
    • Rodolfo

      È l’etica antropologico-cristiana che le suggerisce un tono così pacato?

       
    • Annamaria

      – Scuola: faccio riferimento alle tesi di Andreas Schleicher, riportate un paio di post fa.
      – Donne e lavoro: immagino che lei non abbia mai sperimentato i piaceri del doppio lavoro + cura dei figli + cura di un genitore anziano. Immagino che lei non abbia mai dovuto firmare, al momento dell’assunzione, un modulo di dimissioni in bianco, da usarsi in caso di gravidanza. E potrei continuare.
      – Tono di voce: ehm. Ci sarebbero, come diciamo noi che stiamo arrampicati sul pero, ampie aree di miglioramento.
      -Pedate nel sedere. Veda il punto precedente.

       
      • hommequirit

        No,io non ho mai sperimentato i piaceri del doppio lavoro in quanto non ne ho neanche uno.
        Continui pure con la sua tirata ma non cambierà lo stato delle cose. Tuttavia potrebbe cominciare a usare quella creatività che tanto le preme per proporre soluzioni realistiche e non il cahier de doléances del precario perfetto o della madre in carriera.
        Prr entrambi vale ancora il detto che mal voluto non è mai troppo. Nessuno ti obbligava a frequentare Corsi universitari di onirismo professionale per poi pretendere che il mercato provvedesse di conseguenza per te e non per lui(Nota bene: il primo soggetto da buttare giù dal tetto è quel professore che ha introitato le tue ore). E nessuno obbliga la madre a sposarsi/fare figli/perseguire una carriera. Gli asili a pagamento esistono già appunto per supplire a tale bulimia esistenziale. Se poi si scopre che gli impegni sono troppi, vuol dire che si potrà far tesoro di questa insipienza per decantarne una sapienza e trasmettere questa nuova consapevole saggezza a coloro che perseguono oggi i tuoi medesimi obiettivi di ieri.
        Restano comunque altre soluzioni come gli antidepressivi le droghe o il suicidio. Ma siccome mi darà del cinico le propongo in alternativa il divorzio l’affidamento e l’ascesi.
        Al dunque, c’è forse qualche punto che desidera confutare o ritiene che il mio tono di voce dell’ìnchiostro sia già motivo per glissare?

         
  3. Michela

    Interessante anche il contributo alla riflessione di hommequirit, per quanto il tono sia un po’ fastidioso (e non ne vedo proprio la ragione: criticare è lecito, farlo con cortesia e rispetto non è poi impossibile). A mio modo di vedere, comunque la si pensi su Obama o sulla situazione della scuola / del mercato del lavoro in Italia, resta vero e drammatico il fatto che il capitale umano è escluso dal dibattito politico e elettorale. Questa è davvero una grande perdita, e un rischio per il Paese.

     
  4. Wok

    Come diceva Beppe l’ altro giorno… l’ Italia “soffre” perchè c’è una fuga di cervelli all’ estero. L’ unico che torna indietro è Corona.

    E anche il fatto che si parli di Corona che rientra e non delle migliaia di laureati che escono è sintomatico.

     
  5. Pasquale Tornatore

    Concordo molto con tutto.
    Le uniche parole che non riesco a digerire sono: “capitale umano”, sia nei confronti degli uomini che delle donne.
    Mi piacerebbe che trovassimo una definizione diversa da questa, che mi sembra un po’ troppo “economistica”.

     
    • Annamaria

      Ciao Pasquale.
      Anche a me il termine non piace, ma purtroppo è quello: in italiano “capitale umano”, in inglese “human capital”.
      http://en.wikipedia.org/wiki/Human_capital
      E, se cambiamo il termine, diventa impossibile capire a che cosa ci stiamo riferendo.

       
  6. cmazucc

    L’Università italiana ha perso in 10 anni 58.000 studenti e, dal 2006, il 22% dei docenti (articolo di la Repubblca di oggi).

    Basterebbe questa notizia ad attrarre l’attenzione dei media, dei giovani e delle famiglie. Ma nulla accade. Perchè?

    Per me la risposta è semplice. Venti anni di dittatura mediatica e di imposizione di una cultura superficiale, individualista e ludica ha scardinato i legami che tengono insieme qualsiasi comunità e democrazia.

    La manipolazioe semantica della realtà ha fatto sì che oggi qualsiasi parola abbia perso significato. Questa manipolazione è responsabilità della politica ma soprattutto dei media.

    Lo si vede anche in questi gironi di campagna elettorale. Anche se qualche politico insiste sull’importanza della realtà dei fatti (lavoro, reddito, disperazione delle famiglie ecc,) tutta la comunicazione mediatica è organizzata intorno a ciò che serve per annebbiare la vista, scatenare le reazioni ideologiche, impedire la riflessione e il pensiero critico.

    Ed è così che si parla della discussione sulla figura di Borsellino tra due magistrati, di alchimie elettorali e allenaze future per il governo, di desistenze e ripicche varie, di Balotelli, ecc.

    E si dimenticano, per tornare all’argomento, alcune cose elementari: sempre meno ragazzi hanno la possibilità di studiare, quelli che lo fanno si trovano in università con facoltà inutili e deserte, i docenti non hanno strumenti per innovare e cambiare e si disperde un capitale umano immenso.

    La storia non si ripete mai, ma la situazione, già esplosiva, è destinata fare boom!

    Forse è l’unica alternativa rimasta.

    Carlo

     
  7. Pingback: E mentre aspettiamo i tablet, la scuola va in malora.. | SferaBlogSferaBlog

  8. Bruno Stein Bertuzzi

    Ciao Annamaria. Ancora un post illuminante, ancora un post che mi fa arrabbiare. Grazie.

     
  9. Luca Gioppo

    Un post molto interessante come tutto il blog.
    Grazie.
    Un solo appunto sulla distinzione tra capitale umano maschile e femminile.
    Cercherei di fare un ragionamento più complessivo senza fare troppe distinzioni di sesso.
    Servono docenti preparati e serve investire nell’istruzione seria, favorendo ogni naturale predilezione dello studente, ma orientando chiaramente i ragazzi a percorsi che abbiano sbocchi lavorativi.
    Sempre sulla distinzione tra uomini e donne, potrei sbagliare perchè non ho statistiche su cui fare riferimento, ma mi pare di ricordare che ci siano più insegnanti donna che uomini (almeno nei primi cicli), forse perchè il lavoro di insegnante meglio si concilia con il ménage familiare?
    Forse questo può avere a che fare con la qualità dell’insegnamento? Forse molte persone (donne o uomini) hanno scelto quella strada perchè concede/concedeva ampi spazi di gestione del tempo? Che sia ora di ricordare che una professione richiede altro tipo di dedizione?
    In ogni caso che occorra investire nella scuola è indubbio e le sue osservazioni sono corrette.

     

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