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Cominciare (bene) un lavoro creativo – Metodo 88

La cosa più difficile del fare un lavoro, specie se è un lavoro creativo, è cominciare. E la seconda cosa più difficile è finire. È una strana sindrome speculare, che deriva dalla caratteristica incertezza del lavoro creativo. Questo è il primo dei due articoli che ho pensato di dedicare all’argomento.
Il modo migliore per fare un lavoro – non ci piove – è cominciare a farlo. Lo dicevano le nostre nonne: chi ben comincia è a metà dell’opera. E, assai prima delle nonne, lo diceva Orazio: dimidium facti, qui coepit, habet (chi comincia è a metà del lavoro). Già: ma chi comincia è a metà del lavoro proprio perché cominciare costa (almeno) metà della fatica complessiva.

Sul blocco dello scrittore sono state composte, non così paradossalmente, pagine e pagine. Attorno a questo tema Stephen King ha scritto Shining, uno dei suoi romanzi più famosi. Se cercate “writers’ block” con Google trovate quasi un milione e mezzo di risultati, e scoprite che ci sono passati molti scrittori importanti. Se cercate “creative block” trovate altri 359.000 risultati e scoprite che di blocco creativo hanno sofferto, per esempio, anche molti pittori. Vi state chiedendo se alla sottoscritta è mai successo di bloccarsi scrivendo? Sì, certo: leggete qui.

C’è quella sensazione disturbante, più ancora che di dover scalare una montagna, di protendersi verso un abisso di cui non si vede il fondo (e in fondo all’abisso, con ogni probabilità, c’è anche una montagna da scalare). E non si capisce bene a che cosa aggrapparsi, e se l’appiglio è abbastanza solido.

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APPIGLI. Bene: un buon modo per cominciare è costruirsi dei buoni appigli, ragionando non tanto (o non ancora) sul che cosa si può fare o ci si può inventare, ma sulle premesse. Insomma, conviene farsi qualche domanda. Le quattro, secondo me, fondamentali sono queste: qual è l’obiettivo, o lo scopo, del lavoro che si intende fare? Di quali elementi è costituito l’obiettivo? Quali dati servono? Come conviene procedere? Ne ho parlato in dettaglio in questo articolo e, se le domande vi sembrano convincenti, potreste dargli un’occhiata.

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DILAZIONI. Beh, sì, con i lavori creativi la tendenza a procrastinare cresce proprio per via di quella vertigine. Non è solo questione di buona o cattiva volontà (per intenderci, qualcosa del tipo “devo mettere in ordine la scrivania, lavare i piatti o fare una telefonata complicata ma non ne ho nessuna voglia e rimando cincischiando”).
Per cominciare un lavoro creativo bisogna avere una direzione, no? Le risposte alle domande di cui parlavo prima possono aiutare, ma non sono propriamente, in sé, una direzione. Un modo in apparenza paradossale, ma in realtà efficace per cominciare un lavoro creativo è fare qualcos’altro, che proprio non c’entra: una doccia, una passeggiata o un salto al bar di sotto.
Occhio: ho detto “che proprio non c’entra”. Perdere tempo alla scrivania non funziona. Fare due passi, sì. Potendo, perfino dormirci sopra funziona. Ma a patto di avere fatto prima i compiti: cioè di aver almeno risposto alle domande di cui dicevo sopra, e di aver raccolto elementi sufficienti a permettervi di continuare inconsciamente a lavorare mentre state facendo qualcos’altro, o mentre sognate.

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STRUGGERSI E DISTRUGGERSI. Il flow, il flusso creativo, scaturisce quando ci si immedesima in ciò che si sta facendo fino a dimenticarsi di se stessi. Per questo ho il sospetto che struggersi troppo sul fatto che si sta tirando in lungo, e che cominciare è difficile, e che il tempo stringe, sia comunque una pessima idea, e un ottimo modo per distruggere ogni residua energia.
Se cerco “procrastination” con Google trovo oltre 12 milioni di risultati: evidentemente il problema è sentito, e di gente che non riesce a cominciare a far qualsiasi cosa è pieno il mondo. Ma devo dire che tutti gli articoli e i video sulla procrastinazione, e perfino quelli che offrono buoni consigli, mi sembrano vagamente normativi e depressivi: due condizioni che si conciliano malissimo con il lavoro creativo.
Quindi, se volete approfondire i perché e i percome della vostra tendenza a procrastinare, vi consiglio comunque di non farlo mentre state procrastinando. Dateci un taglio, invece. Approfondirete in un altro momento, quando siete tranquilli. Magari in un piovoso pomeriggio domenicale in cui non avete proprio niente di meglio da fare. Psychology Today vi offre, indicizzati in un’unica pagina, una quantità di articoli sul tema. Poi andatevene al cinema a vedere un film divertente, però

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PRIMO PASSO. Un grazioso articolo su Creativity post suggerisce che un buon trucco per fare le cose è proprio… cominciare a farle, ma con l’idea di farne appena un pezzettino. Funziona. Minimizza l’ansia da prestazione. L’abisso si riduce a dimensioni più affrontabili: non più sei pagine da scrivere, ma “sei righe, e poi smetto”. Magari diventano molte più di sei righe.
Un altro buon trucco è anticipare il primo passo. Raccogliere sistematicamente materiali. Perfino prendere qualche appunto (ehi, non più di qualche appunto!) sul successivo lavoro da fare mentre ancora si sta finendo il precedente. Così, quando al momento giusto vi ci metterete, il lavoro vi apparirà già iniziato.
Una versione più breve di questo articolo esce anche su internazionale.it. Le immagini sono dettagli dei lavori di Ceslovas Cesnakevicius.

8 Commenti a Cominciare (bene) un lavoro creativo – Metodo 88

  1. marco orlandi

    Ogni atto creativo è un salto nel vuoto. E’ cambiamento. Cambiamento è ciò che la mente umana rifiuta categoricamente. Dalla sofferenza del parto in poi la mente ha assimilato l’idea che cambiamento equivale a sofferenza. L’atto creativo obbliga ad un cambio di frequenze mentali, ad una variazione del metronomo interiore, a spostare il focus dalla…”realtà” alla “percezione”, e tutto questo è sforzo mentale, fatica mentale, e come tutte le fatiche chiede di essere evitata. In ogni situazione che prospetta fatica e cambiamento si attiva un monologo interiore nel quale il linguaggio si è trasformato in simbolo, si è mischiato alle sensazioni e tutta una serie di parole e comandi negativi che ci diciamo sono diventati impercettibili ma ci stanno intimando e comandando a lasciar stare, a non andare lì, a non provarci per niente e queste parole sono “MA CHI TE LO FA FARE”, “A COSA SERVIRA’ MAI”, “MA CHI CREDI DI ESSERE ” ecc ecc ecc. Questo è l’humus del procrastinare.

     
  2. Elisabetta Cassese

    A proposito del “dormirci sopra” e del “fare qualcos’altro” mi sembra interessante aggiungere la tecnica dell’ipnagogia usata da Salvador Dalì e da Thomas Edison, per generare idee e risolvere problemi, la quale consisteva, dopo aver a lungo riflettuto in modo razionale su un tema, un soggetto o un problema, nel procurarsi artificialmente un risveglio brusco dallo stato di dormiveglia, ossia dal momento in cui l’inconscio si attiva, generando nuove idee.
    Dalì lo faceva facendo in modo di essere risvegliato da una chiave che cadeva per terra: ne ho scritto qui: http://www.educazioneglobale.com/2015/10/la-chiave-di-salvador-dali-ovvero-strategie-per-studiare-imparare-o-inventare/
    Chissà se oggi la usa qualcuno di coloro che svolgono una professione in cui la creatività è cruciale o se, invece, rimane nel campo delle bizzarrie concesse solo ai grandi..
    Elisabetta (educazioneglobale)

     
  3. Elle

    L’ultimo punto, sul fare almeno il primo passo, con me funziona sempre, da quando l’ho scoperto (non ricordo da quanti anni) casualmente, proprio perché non riuscivo a concentrarmi e allora avevo pensato, per consolarmi, di fare almeno i preparativi… e mi ero ritrovata quasi a metà dell’opera e a quel punto potevo pure concluderla 😉 In generale lo faccio per qualsiasi cosa che mi sembri troppo grande per me o in quel momento. Siccome so che funziona e che dopo fatico a fermarmi, se la voglia di iniziare a preparare un lavoro (parlo di lavoretti manuali) mi viene la sera tardi, quando sono già stanca e il giorno dopo devo essere fresca, lascio stare (con immenso dispiacere) e rimando.

     
  4. rodolfo

    In questi giorni sto svuotando lo studio. In modo non dissimile alla scena dei mobili lanciati dal balcone nel film di Bellocchio, I pugni in tasca. Smetto con la pseudo-creatività per dedicarmi a Protesi e Fantasmi. Le prime saranno inevitabili: dentiere, occhiali, deambulatori, viagra… I secondi cerco di evitarli, proprio per non ritrovarmi a fare i discorsi di chi quella volta che, o continuare a incazzarmi per le crenaure o per certi dettagli costruttivi o formali di oggetti di produzione seriale, (e per evitare questo non so come farò, essendo un vizietto molto ben radicato).
    Ma il cambiamento drastico, ancora in corso di attuazione, mi fa interrogare su come ho operato, in termini di creatività. Allora, per finire (bene) un lavoro creativo, ricordo che 🙂 quando ho avuto un lavoro particolarmente coinvolgente, dopo il brief e la sua riscrittura mentale (metaprogetto) durante il viaggio più o meno breve verso lo studio, ho sempre lasciato trascorrere del tempo pensandoci senza pensarci, sottotraccia. Dopo di che, trovandomi col tempo disponibile appena giusto, mi sono sempre messo alla scrivania scoprendo di avere le idee ben chiare e risolvendo con un flusso di lavoro senza esitazioni il tema del progetto. Certo, le prime bozze sono state di avvicinamento, via via perfezionate, ma il nucleo centrale è quasi sempre stato definito sin dalle prime battute. Forse non è mai stata creatività ma solo un accontentarsi, un ciack buona la prima e via, però, proprio in questi giorni, svuotando qualche cartella di lavori vecchi di trent’anni –chissà perché le ho conservate– sono riuscito a stupirmi per alcune piccole preveggenze, di alcune limitate anticipazioni. Buone feste!

     
  5. Vando Pagliardini

    Condivido pienamente le considerazioni sul blocco creativo. Sono ormai anni che ho sperimentato che le idee iniziali o gli step successivi arrivano quando porto a spasso i miei due cani tre o quattro volte al giorno. Dovrei aggiungere i loro nomi in calce ai progetti come co-autori (mia moglie ovviamente c’è già come partner dello studio)…

     
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