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Economia, sviluppo e futuro: non si può prescindere dalle donne

Il titolo di questa pagina parla di donne, economia, sviluppo e futuro, ma le immagini che vedete risalgono agli anni ’40 del secolo scorso. Può sembrare una scelta stravagante, ma ha una giustificazione. Nel corso della prima e soprattutto della seconda guerra mondiale, l’invio degli uomini al fronte favorisce il lavoro delle donne e abbatte la divisione tra ruoli maschili e ruoli femminili. Questo succede in tutti i paesi, Italia compresa. Tra l’altro: nel nostro paese le donne conquistano finalmente il diritto di votare (e quello di essere elette) solo nel 1946, terminata la guerra.

Mi trovo di fronte ad Alessandra Del Boca, economista e docente di politica economica, e Antonietta Mundo, consulente statistico attuariale (in altre parole: una che sguazza tra numeri e tabelle con immensa disinvoltura). Lavorano spesso insieme. Sono due donne che parlano e scrivono di scelte economiche e politiche con la stessa lucida, competente vivacità con cui ci si aspetta (e ahimé ci si continua ad aspettare) che le donne parlino di frivolezze. Non resisto: mi presento con una singola domanda, scritta su un tovagliolino del bar: che cosa la maggior parte degli economisti maschi tende a trascurare quando ragiona di benessere, sviluppo e futuro?

Lo so, è una domanda generica e tendenziosa, ma sono curiosa di vedere la loro reazione. E poi mi piacerebbe trovare una prospettiva femminile che integri e migliori le prospettive correnti.
Si scambiano un’occhiata. “Dai, se torni domani ti rispondiamo”, mi dicono. Il giorno dopo mi presento con telefonino per registrare e iPad per gli appunti. Partono in quarta. Del Boca presenta ampie sintesi, Mundo puntualizza, specifica, dettaglia ed elenca i dati. Un bel gioco di squadra.

Per dirla in modo semplice – esordisce Del Boca – il nostro stato e i nostri governi non hanno capito che senza il lavoro delle donne l’economia non cresce. La partecipazione femminile al mercato del lavoro è la leva più potente per far crescere il reddito. Le donne sono sottoutilizzate in termini sia qualitativi sia quantitativi. Non si può parlare di benessere, sviluppo e futuro trascurando il tema dell’occupazione femminile.

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Quali sono le conseguenze?
Nessun governo si è ancora reso conto di un piccolo dettaglio, che ha un impatto enorme in termini di crescita: l’occupazione femminile è un moltiplicatore dello sviluppo. McKinsey calcola che la parità lavorativa uomo-donna nel mondo farebbe aumentare il pil globale del 26 per cento. Da noi, la Banca d’Italia già nel 2011 afferma che se si raggiungessero gli obiettivi di Lisbona (occupazione femminile al 60 per cento) il pil aumenterebbe di 7 punti.
Più donne entrano nel mercato del lavoro, più aumenta la richiesta di servizi. Per ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si creano 15 nuovi posti di lavoro, che offrono i servizi non più forniti alla famiglia dalle lavoratrici.

Inoltre un singolo reddito da solo non basta a contrastare le avversità in cui può incorrere una famiglia. Nelle famiglie monoreddito i bambini mediamente sviluppano un capitale umano (cioè, un sistema di conoscenze, competenze, abilità) più basso, e rischiano di più di rimanere a loro volta instabili sul mercato del lavoro e incapaci di contribuire alla ricchezza del paese.
In sintesi: un massiccio ingresso di donne nel mercato del lavoro creerebbe un reddito aggiuntivo tale da aiutarci a uscire dalla stagnazione, stabilizzerebbe i redditi delle famiglie, creerebbe nuovi posti di lavoro.

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…migliorerebbe anche la tendenza demografica?
Il problema della denatalità ha un impatto importante sul piano quantitativo. Non è solo una questione di calo generale della popolazione: se fossimo 55 milioni invece che 60 cambierebbe poco. Quello che è grave in termini di sviluppo e futuro è il crescente squilibrio tra le generazioni: il demografo Alessandro Rosina l’ha chiamato degiovanimento.

Interviene Mundo: mentre in questi anni la Francia ha sostenuto la famiglia in maniera importante, evitando il crollo demografico, l’Italia non l’ha fatto. Continua la diminuzione delle nascite in atto dal 2008. Nel 2015 i nati sono meno di mezzo milione (-17 mila sul 2014) di cui circa 72 mila stranieri (14,8% del totale). I nati che oggi ci mancano sono quelli che tra vent’anni mancheranno sul mercato del lavoro. Anche se cambiassimo oggi le politiche per la famiglia, ci porteremo dietro questo deficit negli anni futuri.

Mundo snocciola cifre. In sostanza, dice, siamo passati dai 2,5 figli delle donne nate nei primissimi anni ’20, ai 2 figli per donna delle generazioni dell’immediato secondo dopoguerra (anni 1945-49), fino a raggiungere il livello di 1,56 figli per le madri della generazione nata nel 1965 e a 1,37 figli per le madri delle generazione nata nel 2014.
Le famiglie andrebbero sostenute dal momento della nascita di un figlio a quello della sua indipendenza, aiuto durante gli studi universitari compreso. La Germania, per esempio, lo fa. Solo così potrebbero ricominciare a fare figli.

Bisogna anche migliorare e attualizzare la qualità dell’istruzione, e offrire formazione non solo teorica: anche questo è un orientamento consolidato a livello internazionale.
Dobbiamo renderci conto che il calo demografico, che si è accentuato dal 2010, non sottrae solo nuove leve al mondo del lavoro, ma sottrae sostegno ai pensionati futuri, che sono i lavoratori di oggi. Se mancano le persone fisiche che lavorano e versano contributi, il sistema previdenziale entra fatalmente in crisi.

Tutto ruota attorno alle donne, dunque?
Se non tutto, quasi, aggiunge Mundo. C’è un’altra cosa che potrebbe aiutare la famiglia e le donne: avere un servizio sanitario di qualità e sviluppare servizi dedicati agli anziani invalidi.

Istat nel 2012 rileva che un nuovo nato in Italia può contare su 59,8 anni di vita in buona salute se maschio e solo su 57,3 anni di buona salute se femmina. La differenza è di due anni e mezzo ma, se consideriamo la maggior speranza di vita delle donne (85,0 anni contro gli 80,3 anni degli uomini, secondo Istat, nel 2014), vediamo che le donne vivono sì più a lungo, ma in peggiori condizioni di salute.
L’assistenza agli anziani migliorerebbe la qualità della vita di tutte le donne, sia anziane sia più giovani, perché i ruoli di caregiving (assistenza familiare e cura) sono quasi sempre delegati al genere femminile.

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Giusto. Ma dove troviamo le risorse?
Mundo è tassativa: dobbiamo ristrutturare la spesa pubblica, cosa che non siamo riusciti a fare. Ma le risorse si potrebbero anche trovare con una forte lotta all’evasione fiscale, che si può fare. Per riuscirci sul serio, basterebbe impiegare strumenti moderni come i big data degli archivi pubblici e i modelli predittivi: i metodi esistono già, ma non siamo attrezzati e non abbiamo le risorse umane e la formazione indispensabili per impiegarli a dovere.

È un circolo vizioso che lega le sorti di donne, giovani e anziani, in un sistema economico che non decolla. Come se ne esce?
Del Boca: abbiamo due strade. Possiamo far largo alle donne e migliorare la formazione e le competenze delle nuove generazioni. Oppure possiamo gestire flussi migratori funzionali al nostro modello economico. Molti li vedono come il fumo negli occhi, ma saranno necessari se non si fanno politiche demografiche serie, e se non si trovano le risorse per farle. Tutto questo comunque non compenserà pienamente il buco demografico che abbiamo oggi, causato dall’assenza di sostegno alle famiglie.

Ma si dice che già i pochi giovani che abbiamo non trovano lavoro…
Continua Del Boca: il nostro tasso di disoccupazione giovanile, che a fine 2015 è di circa il 38%, contro il 7% della Germania, dipende da tre fattori importanti: in primo luogo non abbiamo ancora un’agenzia nazionale dell’impiego capace di far incontrare domanda e offerta di lavoro.
Inoltre la nostra politica di occupabilità dei giovani, che si chiama Garanzia Giovani, si è rivelata molto meno efficace di quanto il governo sperasse. Questo accade perché i nostri giovani non hanno (ed eccoci al terzo punto) una formazione adeguata a incontrare una domanda di lavoro qualificata.

Per esempio, c’è da parte delle imprese una forte domanda di qualifiche ICT (Information and Communication Technology) che oggi in Italia non si trovano facilmente. Sull’incontro tra domanda e offerta di lavoro c’è un ulteriore paradosso: funzionano quasi meglio i siti come Linkedin che la struttura pubblica dedicata.
Interviene Mundo: per dare impulso all’occupazione abbiamo anche bisogno di digitalizzare il paese. L’assenza o la lentezza di collegamenti riducono la produttività e la prospettiva di sviluppo e, tra l’altro, non consentono di incrementare nuovi servizi online connessi con la sharing economy.

Se riguardo i miei appunti, mi sembra che ciò che lega tutto quanto mi avete detto finora sia un di più di attenzione alle famiglie e alle vite dei singoli individui. È così?
Non si può ragionare di sviluppo e futuro trascurando le persone, dice Del Boca. Questo ci porta ad affrontare altri due temi: il bisogno che le persone e le famiglie hanno di avere certezze sui cui contare, e il bisogno di interpretare diversamente il rapporto tra generazioni.
Ci promettiamo di tornare presto a parlarne.
Una versione più breve di questo articolo esce anche su internazionale.it.

3 Commenti a Economia, sviluppo e futuro: non si può prescindere dalle donne

  1. Silvia Motta

    Interessanti gli elementi che ci vengono forniti dal post, ma ritengo che l’impostazione sia economicista in maniera piuttosto avvilente. Si parla quasi solo di aumento del Pil e il soggetto ‘donna’ a poco a poco slitta nel soggetto ‘famiglia’. Le donne oggi sono nel lavoro con una una posizione (forse sarebbe meglio dire ‘una postura’) diversa da quella che aveva caratterizzato il tempo di guerra, quando sono andate a sostituire gli uomini. Oggi nel lavoro ci sono, sono dappertutto, anche nei lavori qualificati per effetto degli ottimi risultati scolatici. E non se ne andranno più (io credo!). E soprattutto, incominciano a portare nel lavoro una visione differente (sui tempi , sull’organizzazione, la gerarchia, ma anche su che cosa produrre) da quella costruita a misura dell’uomo-maschio-capofamiglia. Anche la quantità di donne al lavoro, per quanto ancora limitata, in Italia è distribuita in maniera molto diversa al nord e al sud. A Milano ad es. le donne (italiane e straniere nella fascia d’età 20-64 anni) sono il 48% dei lavoratori milanesi, cioè il lavoratore milanese è per metà una donna. Questa nuova presenza delle donne nel lavoro è dunque certamente premessa e condizione di un maggior sviluppo che tuttavia non è da intendersi solo in senso economico. Sarà uno sviluppo che rimette in gioco la concezione stessa di ‘lavoro’.
    Anche il basso tasso di natalità e la bassa presenza nel lavoro di donne con figli andrebbe meglio indagata. L’assenza di servizi è certamente una causa importante, ma penso che ci siano anche fattori soggettivi, quali ad es. l’aver introiettato da parte delle giovani la priorità dell’autonomia economica come fonte non solo di indipendenza, ma di libertà. Il che porta a posporre (talvolta in maniera noncurante dell’orologio biologico) la maternità. Magari delegando idealmente alla scienza la capacità di risolvere la questione dell’età. E qui sì, vedo un pericolo, non perché non si fanno figli ma perché si affida in maniera fin troppo fiduciosa alla scienza qualcosa che attiene il sé e il proprio corpo.

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Silvia.
      Capisco il tuo punto. Eppure.
      Eppure a me le risposte sono parse interessanti proprio perché inserite in una prospettiva strettamente e classicamente economista.
      SE cerchi su NeU gli articoli con tag “donne” vedrai che il sito ospita anche altre prospettive sul tema, con un’attenzione speciale agli stereotipi di genere. 🙂

       
  2. Silvia Motta

    Grazie, lei ha ragione. In una prospettiva strettamente economica le risposte all’intervista sono interessanti.
    Colgo l’occasione per precisare la fonte dei dati a cui ho fatto riferimento nel mio post: si possono trovare in un contributo di Lorenza Zanuso in “A Milano il lavoro è donna, Italialavoro.it, Banche Dati Documentali e statistiche, 1.6.2016.

     

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