Donne: ricostruire un immaginario del femminile

NeU cerca di offrire strumenti creativi per costruire una visione fertile del futuro, individuale e collettiva, e per questo di solito segue un filo di pensiero che va oltre le contingenze della cronaca quotidiana.
Ma succede che i fatti di cronaca contribuiscano a costruire visioni condivise. Se queste sono distorte, e regressive, dannose sia per la reputazione che lo sviluppo di un paese moderno, come tali vanno denunciate. Anche da NeU che, nel suo piccolo porta avanti una battaglia per ricostruire un immaginario del femminile.
La discussione sull’immaginario impoverito e grottesco che riduce e condanna le donne a una bella presenza stereotipata, e la dinamica fra i generi all’essere o arrapanti o arrapati, sta proseguendo sottotraccia in rete da mesi. Ne abbiamo già dato conto.
È ormai evidente che il corpo della donna è diventato un’arma politica di capitale importanza, nella mano del Presidente del consiglio. È usato come dispositivo di guerra contro la libera discussione, l’esercizio di critica, l’autonomia del pensiero. Comincia così l’appello di Michela Marzano, Barbara Spinelli e Nadia Urbinati.
Non si può non pensare al Gadda di Eros e Priapo. Il libro è tosto ma andrebbe riletto, anche nella sua dimensione psichiatrica.
Dobbiamo ricostruire un immaginario del femminile e dobbiamo farlo adesso. Nuove narrazioni. Una visione più ampia, contemporanea ed etica dell’essere donne e uomini in questo paese, nel nostro tempo. Ma ricostruire un immaginario del femminile vuol dire fare un grande sforzo creativo: dobbiamo trovare un linguaggio semplice e autentico, capace di rompere il gergo dell’ideologia. Dobbiamo istituire alleanze. Inventare forme d’azione efficaci. E dobbiamo cominciare adesso.

13 Commenti a Donne: ricostruire un immaginario del femminile

  1. Graziano

    Sto andando a Verona per un seminario e starò “malamente connesso” per due o tre giorni. Volevo solo dire, quindi, due cose. 1 – Il mio accordo con quanto scritto è assoluto e totale. 2 – Siccome, però, di parole, firme da raccogliere e basta mi sarei (come un po’ tutti e tutte, credo) anche rotto le palle (scusate la rozzezza maschilista…), chiedo ad Annamaria di iniziare a farsi carico (io seguirò, con tutto il mio entusiamso, come direbbe Piero Pelù, e invito tutti i lettori di “nuovo e utile” a farlo e a divulgare presso la loro cerchia di amici e amiche questa iniziativa), e non in modo velleitario bensì strutturato e con un preciso action plan, di: inventare forme d’azione efficaci; e cominciando adesso.

     
  2. Utente Anonimo

    Puffo triste. Concordo con graziano ma mi domando: questo è il paese delle migliaia di iniziative. Come facciamo a trovare/inventare forme d’azione efficaci che vadano un po’ al di là della semplice testimonianza? Come facciamo a inventare qualcosa che contribuisca a modificare la situazione? L’unica opzione è ancora salire sulle gru?

     
  3. MISTERODELLASEDE

    La Costituzione è femmina e sarebbe ora di svelare anche le Madri costituenti. Madri che, dietro le quinte, sapevano distinguere un Premio Nobel per la Pace da un Premier Nobel per le Pice. FAR NASCERE oppure FORSE, oppure NO. Per donne che giudicano pensando è una bella responsabilità. Io faccio l’operaio al cimitero monumentale di Torino e – RESTI fra noi- penso che far nascere sia più probabile che ricostruire anche se il progetto è l’Immaginario. Grazie che ci siete e che mi fate amico. Andrea Bertotti

     
  4. Giovanna Cosenza

    Sono completamente d’accordo con te, Annamaria. Lo facciamo davvero. A prestissimo, Giovanna

     
  5. Agnese

    CAMBIAMO GLI SLOGAN. Sono schiaffeggiata dalla vacuità. Morsa dai sorrisi bianchi. Offesa in ogni riga di giornale. I messaggi sbagliati, aggressivi, si ripetono all’infinito fuori e dentro i mass media. Questa è l’epoca di una riproducibilità tecnica delle menzogne. Come in uno specchio di Borges, ciò che emerge dal caos emotivo è l’orrore per una società sedata e imprigionata nei luoghi comuni. La persona, mai come ora, deve riappropriarsi del suo diritto fondamentale: l’imperfezione. Non sono mai stata femminista, non è nella mia natura. Ma qui rasentiamo l’abuso. Questo è stupro intellettuale. I modelli che ci impongono sono assoluti; e penso che, nella verità, non c’è mai assolutezza. Sì. Dobbiamo raccontare qualcosa di nuovo. Passare ad un altro atto. Il disilluso contemporaneo potrebbe obiettare: “Anche se cambiano gli slogan, la realtà resta una rappresentazione.” Sarà. Ma, invece dei fischi, potrebbe strapparci un applauso. Sono stanca e mi pare di essere in ottima compagnia. Si potrebbe partire da qui, no? Agnese (Sottoscrivo il pragmatismo di Graziano)

     
  6. Utente Anonimo

    Al mio 44° compleanno, la scorsa settimana, un caro amico mi ha regalato: Le donne non invecchiano mai, di Iaia Caputo. Non lo avevo letto, non ne avevamo nemmeno parlato. L’ho ringraziato di cuore perché lo trovo bellissimo, soprattutto il pensiero del donatore. Sono d’accordo con Graziano, inventiamoci forme efficaci e agiamo, perché se non è la paura a fermarci (e non lo è) significa che siamo “solo” in un livello diverso di pensiero e ragionamento e tutti sappiamo cosa significa parlare lingue diverse senza traduzioni. Cominciamo anche da uno slogan, perché no? Laura

     
  7. Giuliano Cuccurullo

    Io credo che molto dipenda anche dalle donne stesse. Ho l’impressione che per molte affermarsi nella società attuale significhi assecondare l’uomo più ricco e potente di turno. Forse è stato sempre così, boh? Di certo, è ora di cambiare e sono più che d’accordo sul creare un nuovo immaginario e nuove narrazioni, per ritrovare e riscoprire vecchi principi. Credo molto negli esempi quotidiani di uomini e donne, quelli comuni però. Sarebbe bello creare una Casa Editrice etica, libera e indipendente o, magari, scrivere una commedia teatrale (o una parodia, tipo Il monologo della politichina, be’ questa forse no…) che venga rappresentata nelle piazze come i concerti di fine anno. Troppo stupido? @ Andrea, il – RESTI fra noi – è mortale….

     
  8. Graziano

    Le belle idee possono essere ciopiate, ed adattate creativamente, senza vergogna. La “not invented here syndrome” non ci deve appartenere… Quindi, Annamaria, facciamo una “cosa” tipo Move On qui, noi, in Italia? http://www.moveon.org/

     
  9. annamaria

    Non è facile. C’è da fare uno slalom evitando luoghi comuni, linguaggi consumati, la tentazione dell’invettiva che si specchia in se stessa e si appaga di essere contro, il veterofemminismo, l’essere bacchettone, gli stereotipi, l’appello buonista, la piazza che poi si va tutti a casa e tutto resta come prima, i riti, l’io-sono.più-politically-correct-di-te, la depressione, la voglia di cambiare paese e vaffa, l’essere troppo astratte, troppo tattiche, troppo strategiche, troppo ecumeniche, troppo elitarie, troppo frettolose, troppo apatiche, troppo enfatiche. L’essere senza obiettivi concreti. L’essere senza interlocutori individuati che poi si parla si parla e non si capisce né perché né a chi. Bisogna trovare un filo e sgarbugliare tutto quanto con pazienza e tenacia e un po’ di fortuna, anche. Bisogna trovare sintesi, alcuni punti di partenza condivisi, una visione semplice, chiara, comprensibile da proporre. Parole d’ordine. Una speranza fresca. Uno sguardo acuto. Energia. Bisogna fare tutto quanto senza arroccarsi. Favorendo una partecipazione creativa diffusa. Dando a chi è d’accordo la possibilità di fare la sua parte. MoveOn è stata ed è un’esperienza straordinaria. La conosco abbastanza e so che non è strettamente replicabile: l’obiettivo lì era chiarissimo (chi non conosce la storia può trovare una sintesi qui: http://it.wikipedia.org/wiki/MoveOn.org). Qui lo è meno. E anche il web, dal 1998 ad oggi, è del tutto cambiato. Da noi, nel nostro paese, essere semplici è la cosa più difficile. Per quanto mi riguarda, sento il bisogno di partire da qualcosa di solido. Un gancio a cui appendere tutto il cielo (e non solo metà). Continuiamo a ragionarci.

     
  10. Utente Anonimo

    Annamaria, chapeau per la risposta.

     
  11. Graziano

    Scusate, ero io quello che si toglieva il cappello…

     
  12. unaltradonna

    Cara Annamaria, le tue parole individuano esattamente quello di cui si sente il bisogno in questo momento. “Etica” è la parola magica, lo strumento con cui ricostruire, ripartendo da quello che siamo e vogliamo essere; non “contro” ma “per” un’identità consapevole e liberata dal peso del come vorrebbero farci essere, dalle gabbie e dagli stereotipi di ogni provenienza. D’accordissimo su tutto, compreso il cercare partecipazione creativa diffusa, alleanze, forme di azioni e partecipazione “dal basso”. Siamo in tante ad aver voglia di fare. Grazie e a presto. Laura A.

     
  13. wc

    Sull’uso e consumo dell’altro Molte donne sono vittime di questi atteggiamenti distorti che le relegano a comparsa o oggetto del desiderio, ma la mia impressione e che non sia solo un sopruso di genere, ma un atteggiamento di generale di prevaricazione del prepotente sul più debole, sia esso maschio che femmina. Le donne o gli uomini che accettano tutto questo, o che magari lo anelano per ottenere in cambio piccoli o grandi privilegi o semplicemente lo sopportano per sopravvivere, sono qualcosa di veramente inquietante. Che fare? la sproporzione tra la gigantesca potenza di fuoco degli arroganti e dei prepotenti che ha tritato ogni pudore e dignità umana la vediamo ogni volta che accendiamo la tv. Beh, intanto noi mettiamocela tutta e andiamo avanti saluti

     

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