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ECONOMIA - G. Nardozzi: coraggio, e guardare oltre il campanile

Per rimettere in moto l’economia bastano poche buone idee di fondo e alcune ideuzze per favorire la rinascita dello spirito creativo nazionale. Presentate nel 2005, sono ancora attualissime. Forse sarebbe l’ora di metterla in pratica.

Giangiacomo Nardozzi insegna Politica economica al Politecnico di Milano. È editorialista del Sole 24Ore, partner di Ricerche per l’Economia e la Finanza, presidente dell’Associazione Riforme e vicepresidente di Banca Imi.

Economia, creatività, innovazione

L’economia non è conosciuta presso il grande pubblico per la sua particolare creatività. Tuttavia la creatività in questa disciplina è molto importante già a livello teorico, quando è necessario produrre schemi di analisi della realtà e decidere quale problema vale la pena di affrontare, ovvero quello più rilevante per la società. Essendo una scienza sociale, l’economia politica non procede in linea retta ma segue l’originalità della storia, e presenta problemi diversi a seconda delle contingenze. Molto spesso si dice che gli economisti fanno discorsi irrilevanti: è vero. Ma semplicemente perché non hanno avuto la capacità di cogliere qual è il problema che interessa la società. Se ci riescono, viceversa, ottengono un largo consenso.

Ma in economia la creatività riveste importanza anche da un punto di vista pratico: si rende fondamentale in quanto si trasforma in innovazione. E l’innovazione, appunto, si realizza quando la creatività si fissa in cose che si scambiano sul mercato.

Naturalmente, senza creatività non può esistere innovazione.

Presenterò pochissime buone idee di fondo e qualche ideuzza per rimettere in moto l’economia. Le buone idee di fondo vengono da una corretta diagnosi dei mali della nostra economia. E penso che la mia diagnosi sia giusta, perché si basa su una interpretazione delle vicende dell’economia italiana che ha ormai conquistato grandi consensi.

Essa riconosce che il male contro il quale la nostra economia deve combattere si chiama “declino”. Se in questi ultimi tempi questa parola è talmente usata da apparire consunta, è altrettanto certo che la sua sostanza rimane intatta e la sua pregnanza riceve continue conferme.

D’altra parte, il declino non è un fatto nuovo nell’economia delle nazioni: per esempio, il declino inglese ha occupato gran parte del secolo scorso, dopo gli splendori dell’impero britannico e si quello olandese il XVIII secolo. Nella storia italiana lo ritroviamo nel XVII secolo, descritto magistralmente da Carlo Maria Cipolla: leggendo il suo saggio “Il declino economico dell’Italia” ci accorgiamo che le analogie di quelle vicende lontane con le odierne non sono poche. Allora, come oggi, il made in Italy era in buona parte basato sui prodotti tessili e l’abbigliamento e il suo straordinario successo aveva reso le zone manifatturiere italiane tra le più ricche d’Europa.

Ma sulle esportazioni italiane si impose la concorrenza di Francia, Olanda e Inghilterra, che cominciarono a produrre su grande scala e con metodi nuovi. Queste nuove industrie non offrivano una qualità migliore, ma prezzi sensibilmente minori. E l’industria italiana non seppe reagire con l’innovazione: adagiate sui successi passati e vincolate alle corporazioni, le manifatture italiane continuarono a produrre gli stessi beni con gli stessi metodi, mantenendo alti i prezzi. Si tentò di ridurre i costi attraverso la delocalizzazione della produzione dai centri urbani ai centri locali, dove il costo del lavoro era inferiore, minore il controllo delle corporazioni, più facile l’evasione fiscale.

Ma ciò non arrestò la perdita di quote di mercato a favore dei concorrenti, i quali seppero adattarsi, con nuovi prodotti, ai cambiamenti della domanda. A nulla servirono le svalutazioni delle lire di allora (genovese, lombarda, veneziana). La produzione industriale si abbassò drasticamente e con essa il benessere che era stato raggiunto all’inizio del secolo.

Non voglio certo dire che la storia si debba ripetere. Ma per non rischiare occorre reagire muovendo da tre idee di fondo:

– il problema è italiano e non va confuso con un problema europeo

– non serve dare la colpa agli altri

– la capacità di competere va ritrovata mettendo in discussione i nostri comportamenti.

Il nostro problema non è quello dell’Europa

Una tesi molto diffusa, e sostenuta da autorevoli economisti, è che il problema italiano rientri nel più generale declino europeo. Si sente spesso dire che non è solo l’Italia, ma l’intera Europa che continua ad arretrare rispetto alla rombante economia americana.

Le povere prestazioni dell’economia italiana sarebbero allora spiegate da cause comuni ai maggiori paesi del nostro continente. Come in Francia e in Germania, il nostro welfare state sarebbe troppo pesante e i nostri lavoratori avrebbero troppo tempo libero (un basso numero di ore lavorative in un anno).

In pratica noi, come francesi e tedeschi, saremmo condannati al declino per aver scelto più assistenza pubblica e più tempo libero rispetto agli americani. Questa tesi può essere suggestiva per spiegare le differenze tra Stati Uniti e vecchia Europa, ma è del tutto fuorviante per cogliere la questione specifica all’origine del problema italiano: un’industria che, a differenza di quella francese e tedesca, perde da anni competitività nonostante si lavori per più ore, e a salari più contenuti rispetto a questi nostri paesi vicini. Questo risulta con tutta evidenza dal confronto degli andamenti delle esportazioni, della produzione industriale, dei salari negli ultimi anni.

I dati più recenti relativi al primo trimestre di quest’anno (2005) vedono l’economia italiana in recessione mentre l’Europa, in particolare la Germania, mostra una certa ripresa. Questo conferma che va ribaltata la tesi secondo cui il problema risieda in Europa e non tanto in Italia: casomai è l’economia italiana che sta diventando un problema europeo.

Le ragioni dell’arretramento della nostra industria sono ormai note: una specializzazione in prodotti tradizionali (il grosso del made in Italy) e una dimensione d’impresa che rimane troppo piccola. La nostra specializzazione ci mantiene su mercati a lenta crescita, ci esclude da quelli più dinamici e innovativi e ci espone alla concorrenza dei paesi emergenti. Il “nanismo” delle nostre imprese limita la loro capacità di reagire a questa concorrenza.

Certo, l’industria non è tutto: costituisce una parte minoritaria del Pil dei paesi avanzati, non più del 20%. Il resto è formato, a parte una quota esigua di agricoltura, dal terziario.

Ma anche se incide poco nei conti di una nazione, l’industria è un potente attivatore di quei servizi (informatici, finanziari, di ricerca e consulenza) che risultano tanto più avanzati quanto più forte è l’industria stessa.

Se, come nel caso italiano, il settore industriale ha una specializzazione di basso livello con prevalenza di piccole imprese, l’economia non potrà contare su un settore di servizi avanzato. D’altra parte il declino serpeggia anche nei servizi dove godiamo dei vantaggi dell’essere “il Bel Paese”: nel turismo siamo sempre meno competitivi, tant’è vero che si vanno coltivando idee più o meno stravaganti per rilanciarlo.

La realtà è che rispetto al resto d’Europa, e in particolare alla Germania, l’altro grande malato, noi soffriamo di un problema diverso che tocca la nostra capacità di offrire, a prezzi competitivi, i prodotti e i servizi che il mondo vuole. La Germania ci riesce, noi no.

Inutile dare la colpa agli altri

Non risolviamo questo problema continuando a dare la colpa agli altri, cercando capri espiatori. L’elenco degli imputati che abbiamo via via individuato per il nostro malessere non è breve: della scusa del declino europeo (mal comune mezzo gaudio!) ho appena detto. Ma all’Europa si imputa anche la forza della sua moneta, l’euro, che mette in difficoltà le nostre imprese deprimendo le nostre esportazioni.

Il fatto è che abbiamo perso competitività anche quando l’euro era debole, e in ogni caso l’euro forte non impedisce ai paesi a noi vicini di aumentare le loro esportazioni. Ci si lamenta dell’alto costo del lavoro della nostra industria ma, come già detto, i nostri salari reali sono praticamente rimasti fermi negli ultimi dieci anni.

E non possiamo certo pensare di battere la concorrenza dei paesi emergenti sul fronte salariale.

Si insiste anche ad accusare le banche di non impegnarsi nel finanziamento e nell’assistenza alle piccole imprese ma credo che nessuno, nonostante tutti i loro possibili difetti, possa sostenere che la crisi dell’industria possa essere attribuita alle banche.

C’è poi la Cina, il grande imputato di oggi. Un paese certamente da sanzionare per le contraffazioni dei nostri prodotti, ma al di là di questo c’è da chiedersi cosa le nostre imprese abbiano fatto per prepararsi alla concorrenza cinese. È bene ricordare che nel settore tessile e dell’abbigliamento si sapeva della liberalizzazione degli scambi da dieci anni. La Cina sta semplicemente percorrendo un cammino analogo a quello che segnò la nostra eccezionale crescita nel dopoguerra. Se soffriamo della sua concorrenza non è colpa della Cina ma nostra, perché non siamo stati capaci di far evolvere il nostro sistema industriale verso prodotti più innovativi e a più alto contenuto tecnologico. Negli ultimi quindici anni abbiamo addirittura rafforzato la nostra specializzazione in prodotti tradizionali.

Ritrovare la capacità di competere

Cosa c’è all’origine di questa evoluzione mancata? Perché l’industria italiana, dopo aver portato la nostra economia nelle ristretta cerchia delle più prospere del mondo, si è trovata a subire la concorrenza dei paesi di nuova industrializzazione? Perché non ha saputo valorizzare i suoi prodotti?

La risposta è che si è allentata la pressione competitiva, ossia la forza che spinge a misurarsi con il mercato attraverso la concorrenza. Essa è la vera responsabile della crescita economica perché spinge a intraprendere, cioè a creare imprese, a svilupparle, a trasformare la creatività in innovazione e benessere economico.

All’origine di ogni caso di successo economico delle nazioni sta una forte voglia di competere. Le stesse radici del capitalismo affondano nella competizione che si venne a creare tra i Comuni italiani nel tardo Medio Evo, e generò il commercio e la finanza.

Il successo straordinario di quei secoli fu replicato nel secondo dopoguerra, sull’onda della fine dell’autarchia fascista e della volontà di misurarsi con l’apertura degli scambi con l’estero. A produrre il “miracolo economico” fu il pieno dispiegarsi della pressione competitiva che opera a due livelli: quello delle nuove e piccole imprese che si affermano e crescono “per istinto” e quello delle grandi che si misurano nel gioco della concorrenza tra pochi.

Dopo il “miracolo” lo sviluppo industriale italiano è andato sempre più poggiando sulla sola gamba delle piccole imprese che hanno creato il made in Italy attraverso il fenomeno dei distretti. Con la loro nascita si è riproposta, in un certo senso, la voglia di competere con quell’orgoglio del “campanile” che portò il nostro paese all’egemonia economica nella prima metà del secondo millennio

Questo nuovo slancio è stato alimentato dalla ricchezza dei giacimenti di specializzazioni artigianali unite al “gusto italiano”, una cultura del bello prodotta dalla storia attorno ai campanili. Il successo del made in Italy viene dalla liberazione di questa creatività sepolta che si è trasformata in prodotti apprezzati da tutto il mondo.

Questa metafora dei giacimenti spiega bene l’entità e la rapidità del successo, ma mostra anche un punto debole: c’era una ricca “vena” formatasi nei secoli alla quale attingere, ma i vantaggi dello sfruttamento sono destinati a ridursi, se non ci si organizza in modo da scoprire altre vene che rinnovino la rendita proveniente dalla trasformazione della creatività in innovazione.

La spinta verso questa riorganizzazione è mancata quando ancora la concorrenza dei paesi emergenti non si era fatta forte come ora: la svalutazione della lira negli anni Novanta ha allentato la pressione competitiva, concedendo vantaggi temporanei alle nostre esportazioni. Ma ha rinviato il problema di migliorare il tipo di prodotti esportati, che nel frattempo si è aggravato.

Abbiamo in sostanza perso del tempo nel cammino del progresso economico del nostro Paese tentando di ricondurre i nostri problemi al declino europeo, cercando capri espiatori, allentando la pressione competitiva. Ora dobbiamo recuperare, reagire alla perdita di competitività. Ma come?

È passato ben più di un anno da quando il Presidente Ciampi ha invocato uno “scatto d’orgoglio”, sollecitando la straordinaria capacità di rimonta che il nostro Paese ha tante volte mostrato. Segnali di recupero non se ne sono visti: anzi, la situazione continua a peggiorare.

Il male che aggredisce la nostra economia è questa volta sottile. Non si manifesta con l’emergenza di una crisi finanziaria, come nel 1992, o con il rischio di una clamorosa sconfitta, come sarebbe avvenuto se non fossimo riusciti a entrare nell’euro.

Ora dobbiamo reagire a un fenomeno, il declino, che erode lentamente il nostro benessere. Non ci sono ricette di pronta guarigione da questo male sottile. Ma è certo che dobbiamo ritrovare la capacità di innovare. E possiamo farlo seguendo due vie. Una è quella di portare la nostra specializzazione verso prodotti ad alto contenuto tecnologico, più vicina a quella degli altri principali paesi, soprattutto attraverso investimenti attivatori di ricerca da parte dell’operatore pubblico e delle grandi imprese.

Ma siamo realisti: questa via non è facilmente percorribile: di certo, non nell’immediato, sia perché il nostro settore pubblico, oltre a essere a corto di fondi, non ha né motivi particolari, come la difesa, né capacità strategica per sviluppare la ricerca, sia perché la pattuglia delle grandi imprese è ridotta al lumicino.

Rimane allora la seconda via: quella, obbligata, dell’innovazione nei settori in cui la nostra industria è già specializzata. Ciò richiede un rilancio della creatività tipica italiana e un suo maggior sfruttamento nel sistema poduttivo.

Mi sono convinto che per ottenere nuovi successi in questo senso bisogna andare oltre l’economia e toccare alcuni punti critici della nostra società. Per questo le ideuzze che mi sento di proporvi sono in realtà prescrizioni di carattere sociologico che riguardano il nostro rapporto con il mercato. In fin dei conti, l’innovazione è un fenomeno sociale che si genera attraverso questa istituzione collettiva. Ma nel nostro paese l’atteggiamento verso il mercato soffre di alcune peculiarità che dobbiamo cercar di rimuovere per cogliere a pieno le potenzialità in termini di tensione innovativa.

Come insegna Adam Smith, il mercato non si basa solo sul perseguimento del proprio interesse personale ma anche sulla sympathy, la capacità di condividere i sentimenti degli altri (è un concetto diverso da quello di “simpatia” come intendiamo noi). Senza questa condivisione, il mercato non riesce a svolgere il suo straordinario ruolo di trasformare l’egoismo individuale privato in benessere pubblico. La sympathy pone un limite al perseguimento del proprio interesse, il quale è sì la forza che muove il mercato e produce ricchezza, ma che sarebbe distruttivo per la società se non trovasse confini.

Condividere i sentimenti altrui significa in primo luogo considerare l’effetto delle nostre azioni sugli altri. È questo il motivo che porta a definire delle regole e a rispettarle. Ma noi italiani siamo insofferenti alle regole e mettiamo grande impegno a escogitare trucchi per evitarle e fare i furbi. È un costume nazionale, che non risparmia l’élite della classe dirigente.

Lo constatiamo tutti i giorni nel traffico: camminando ogni mattina nel centro di Milano, vedo quanto diffusa sia l’abitudine di fare i furbi anche in persone che sono abituate a frequentare, e ad apprezzare, il traffico educato delle città estere con le quali Milano ama confrontarsi. Mi direte “cosa c’entra questo con il declino economico?”

C’entra, perché senza rispetto delle regole la pressione competitiva che spinge creatività e innovazione agisce poco: sul mercato finiscono per essere selezionati i più furbi e non i più capaci. Quindi la prima ideuzza, se volete ingenua, ma forse istruttiva è questa: proponiamoci di rispettare una regola al giorno.

Condividere i sentimenti degli altri vuol dire anche mutuo rispetto. Ho già detto che il successo raggiunto dal made in Italy nel confronto con il mercato deve molto al nostro campanilismo

Ma il campanilismo comporta anche faziosità, che è il contrario del rispetto degli altri. Da questo carattere antico degli italiani discendono due ostacoli al recupero della competitività. Il primo è la diffidenza nei confronti degli altri dovuta al “familismo”, quella fiducia nei legami familiari esagerata rispetto a quelli che si formano sul mercato.

Questa esaltazione tutta italiana della famiglia è all’origine del nanismo delle nostre imprese, che limita la loro capacità competitiva. Se si continuano a legare le sorti delle aziende a quelle delle famiglie per diffidenza verso gli altri le imprese stentano a crescere, perdono occasioni per riorganizzarsi e competere meglio, per mantenere lo slancio innovativo dei fondatori. Quindi, cerchiamo di ridimensionare l’importanza dei rapporti familiari nei nostri comportamenti di ogni giorno.

Il secondo ostacolo che viene dalla faziosità è la difficoltà di fare sistema superando le divisioni che vengono dai campanili. La difesa del made in Italy passa anche attraverso la capacità di coordinarci per valorizzare non solo i singoli distretti ma il loro insieme.

Dove sta il problema? Nel governo, o piuttosto in una competizione tra le nostre regioni che finisce per ingenerare confusioni distruttive dell’immagine dell’Italia. Ho sentito dire che, in occasione dell’ultimo viaggio di Ciampi in Cina, un sindaco di una importante città cinese affermava di aver già incontrato il ministro degli esteri italiano, mentre si trattava in realtà del Governatore di un’importante regione italiana. Quindi, cerchiamo di combattere questo lato deteriore del nostro campanilismo. Non vinceremo mai presentandoci divisi. Ce lo insegna tutta la nostra storia.

Condividere i sentimenti altrui significa inoltre coltivare l’interesse per gli altri. Ossia non essere provinciali. E io temo lo stiamo diventando sempre più.

Ci avvitiamo nelle nostre piccole diatribe mentre le imprese hanno bisogno di guardare al mondo per essere competitive. Certo, cercano continuamente di farlo, ma questo loro impegno è troppo distratto dai fatti di casa nostra e dalle opportunità di guadagno immediato che ne possono derivare.

Il provincialismo è la negazione della creatività capace di imporsi al mondo. Noi lo stiamo coltivando troppo, anche con l’informazione che ogni giorno ci raggiunge attraverso i giornali e la televisione. La capacità di competere tramite la creatività che produce innovazione – come scrive Paolo Legrenzi nel suo libro “Creatività e innovazione”- molto si basa sulla curiosità per il mondo, per le cose diverse da quelle alle quali siamo abituati, sull’attrazione dei talenti che viene dalla tolleranza. Dobbiamo respingere il provincialismo per trovare nuove vene di creatività.

Scommettere sui giovani, con coraggio

Infine, dobbiamo scommettere di più sulla capacità di innovare dei giovani. In primo luogo, perché è soprattutto da loro che questa può venire.In secondo luogo, perché nella nostra società che invecchia, i giovani sono una risorsa scarsa che non può essere sprecata.

Nei confronti dei nostri figli il familismo si traduce troppo spesso in protezione. La loro educazione si distingue nei confronti internazionali per essere troppo accondiscendente. C’è indulgenza nel ritardo del compimento dei loro studi e poca spinta a misurarsi con il mondo contando soprattutto sulle proprie forze.

Siamo mediamente troppo generosi nel mantenere i figli e usiamo il risparmio accumulato, come si diceva una volta, “con una vita di sacrifici”, per dare loro quell’agiatezza che da giovani non abbiamo avuto.

Ma un po’ di sacrifici e di stenti servono ad aguzzare l’ingegno, a ricercare cose nuove che possono essere utili. Lo scudo della protezione familiare non favorisce la creatività né stimola il confronto con il mercato. Molti nostri figli già avanti negli studi non si preoccupano a sufficienza del lavoro che potranno fare per rendersi indipendenti dai genitori. Rimandano il giorno in cui cominceranno a essere indipendenti, e noi genitori ci accontentiamo delle università “sotto casa” per tenerli in famiglia, piuttosto che spingerli verso le università migliori, che offrono maggiori stimoli anche a misurarsi con le menti più vivaci dei compagni: un atteggiamento che alimenta il provincialismo, con le conseguenze che abbiamo appena visto. Se vogliamo diventare più competitivi ricordiamoci che la sfida comincia nelle nostre case, con l’educazione dei figli.

Con queste mie piccole, ma impegnative, prescrizioni credo di avervi sorpreso e probabilmente deluso: vi sareste aspettati magari idee più concrete e di pronta azione. Ma è molto difficile che qualsiasi idea concreta per rendere la nostra economia più competitiva sia attuabile e risulti efficace se la nostra società non vuole essere più competitiva, assumendo comportamenti quotidiani più aperti nei confronti del mercato. Che certo non è un idolo da venerare, ma uno strumento che va utilizzato meglio di quanto stiamo facendo.

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