farsi domande
Perché bisogna farsi domande? - Metodo 68

Non ce n’è: il modo più semplice, più rapido, più divertente, più efficace e (quasi) infallibile per trovare buone risposte è farsi buone domande. “Giudicate un uomo dalle sue domande più che dalle sue risposte” dice Voltaire.
Farsi domande è un atto creativo: l’espressione di un atteggiamento che comprende curiosità, pensiero indipendente, apertura mentale, capacità di negoziare con il caos e l’incertezza.
Se per caso avete voglia di tuffarvi nella sterminata produzione internazionale di testi per l’azienda volti a migliorare la capacità di problem finding (cioè saper scoprire problemi) di problem shaping  o problem setting (cioè saper configurare i problemi correttamente) e, finalmente, di problem solving (il saper trovare soluzioni) scoprirete che molte delle tecniche proposte hanno a che vedere con il farsi domande.
Trovano problemi da risolvere facendosi le giuste domande gli innovatori seriali.
Insomma, santa polenta!, fatevi delle domande. Sempre. Avete notato che un punto interrogativo a testa in giù somiglia a un amo? Bene: buttatelo nel mare del possibile, e vedrete che qualcosa di interessante ci resterà attaccato.
Nel caso vi steste chiedendo quali domande conviene farsi (anche questa è una buona domanda), ecco qui:

Domande ingenue, le migliori per trovare nuove prospettive: che cos’è? Come funziona? Perché succede? Come comincia? Che senso ha? Quanto mi piace? …e perché?

Domande paradossali, ideali per cambiare punto di vista: è il magico what if, “che cosa succederebbe se… (fosse più pesante? Più leggero? Capovolto? Peloso? Se costasse il doppio, oppure niente? Se avesse le ali …se fosse una pizza? Un cane? Che cosa succederebbe se la forza di gravità sulla Terra raddoppiasse? Se sparisse il denaro? Se fossimo alti tre metri. Se bombardassimo i nemici di caramelle…)?

Domande ossessive, perfette per ottimizzare o finalizzare: si può fare meglio? …in meno tempo? Con costi (economici, ambientali, umani…) inferiori? È utile? È efficace? È coerente? È equilibrato? O c’è qualcosa che non va? E che cos’è?

Domande metodologiche: qual è l’obiettivo? Qual è il prossimo passo? Quali sono i rischi e le opportunità? Quali sono i vincoli? Quali sono le risorse necessarie?

Domande oniriche, ottime per trovare soluzioni inaspettate. Si tratta di andarsene a dormire avendo chiare tutte le coordinate di un quesito. Nel sonno, il cervello continua a lavorare per conto suo e può trovare risposte. Per esempio, il chimico Friedrich August Kekulé si domanda (siamo nella seconda metà dell’Ottocento) come accidenti è fatta la molecola del benzene. Ci lavora indefessamente, senza risultato. E finalmente, come racconta Scientific American, una notte, mentre dorme, trova la soluzione nel sogno di un serpente che si morde la coda.

Domande altrui, perfette quando avete finito le vostre: è un metodo proiettivo che funziona piuttosto bene. Pensate a una persona brillante o saggia che conoscete, mettetevi nei suoi panni e chiedetevi che cosa quella persona, se fosse al vostro posto, si domanderebbe.

Occhio. Domande da non fare (specie se siete a una conferenza, ma non solo): le elenca Times Higher Education, e ve le ripropongo perché sono anche domande da non farsi. Domande di cortesia (sono inconsistenti), domande vaghe del tipo “rispondi quel che vuoi”, domande per attirare l’attenzione su di sé (lo scopo è pavoneggiarsi, non certo avere una risposta), affermazioni speculative (in realtà si tratta di sproloqui non pertinenti), domande ostinate (esprimono irritazione in forma di quesito), domande per dimostrare di saperla lunga (beh, queste non sono neanche domande, ma qualcos’altro).

Ah: infine, un piccolo trucco. Per farvi delle buone domande, dovete dimenticarvi – ma sul serio – tutte le risposte che presumete di conoscere già.

Se vi è piaciuto questo post potreste leggere anche:
Metodo 29: c’è un problema? Calma e gesso

8 Commenti a Perché bisogna farsi domande? – Metodo 68

  1. Camilla Antonelli

    Che bell’articolo.
    Vorrei dare un contributo personale (un po’ intimistico).
    Inizia così: COME STAI?
    La mia avventura interrogativa comincia dal contatto con me stessa. È mattina, ancora non ho messo il passo in marcia, e chiedo. Chiedo per ascoltare. Come se l’ascolto fosse una domanda, rivolta al mio corpo.
    Mi meraviglio, ogni volta, della varietà di risposte che ricevo. Da lì prolificano le nuove connessioni (da ascolto apertura sicurezza).
    Succede anche, però, che non la voglio proprio sentire, la domanda, perché non voglio smarrire la risposta che mi piace tanto (ecco chiusura paura manipolazione insicurezza).
    E ciò mi fa pensare che, forse, la formulazione di domande sia molto legata alla personalità, oltre che a tutta una fila di altre interconnessioni (intenzioni, ragioni, stato, ecc).
    In conclusione, il farsi domande è un atto psico-fisico (creativo/evolutivo, quando la domanda è fertile; banale/stagnante, quando la domanda è sterile). Bisogna allenarsi a essere curiosi per avere risposte inedite, senza aspettative sul viaggio da fare per trovarla.

    Come dicevo, una prospettiva molto personale.

    ti seguo
    buona giornata

     
  2. enrico

    Ciao Annamaria. Mi hai fatto venire in mente una domanda. Non è mia, ma di Seneca: “Perché agli uomini buoni capitano le sventure?”. Si trova nel “De Providentia”.

    Che risposta daresti?

    Enrico Bonafè

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Enrico.
      Temo che i successivi duemila anni di filosofia non siano riusciti a produrre una risposta pienamente soddisfacente.
      E figurati se ci riesce la sottoscritta.
      Ma potrei porti un altro paio di domande:
      – perché gli uomini buoni dovrebbero essere esentati dalle sventure che sono comunque connesse con la condizione umana?
      – che merito ci sarebbe nell’essere uomini buoni, se l’essere buoni ponesse automaticamente al riparo da ogni sventura?

       
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  4. giuseppe cossu

    Salve…Vorrei una vostra opinione: Secondo voi il farsi continuamente domande su ogni cosa come capita sempre ha me è normale ho potrebbe essere un sintomo di disturbo ossesivo? Grazie a chi risponderà

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Giuseppe.
      È davvero impossibile darti una risposta sensata senza conoscerti! Se hai questo dubbio, dovresti almeno fare una chiacchierata con un specialista (e io non lo sono). Posso aggiungere solo due considerazioni. Da una parte, credo che una (piccola e controllabile) componente ossessiva appartenga a molte persone che fanno lavori creativi. Ma si tratta, appunto, di una componente indirizzata al migliore svolgimento possibile di un compito.
      Dall’altra, credo che importi molto la qualità delle domande: sono sempre le stesse o cambiano? Ti aiutano a fare le cose e a vivere una vita soddisfacente o te lo impediscono? E così via.
      Beh, mi accorgo di aver aggiunto ulteriori domande alla lista: forse, davvero, per trovare qualche risposta una chiacchierata di persona con qualcuno può non essere una cattiva idea.

       
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  6. Marco Galvagno

    (Annamaria, complimenti per l’intervento di oggi a Skytg24)

    L’importanza delle domande
    Tratto da Jostein Gaarder, C’è nessuno?, Adriano Salani Editore srl, Firenze, 1996, pag. 25.

    […] «Puoi mangiare una mela» dissi porgendogli il frutto.
    Sembrava che non ne avesse mai viste in vita sua: per un po’ rimase incantato ad annusarla, poi si fece coraggio e le diede un morettino.
    «Gnam, gnam» disse con la bocca piena.
    «E’ buona?» domandai.
    Lui fece un profondo inchino.
    Volevo sapere che gusto avesse una mela quando la si assaggia per la prima volta, e insistei:
    «Ti è piaciuta?»
    Mika si inchinò a ripetizione.
    «Perché fai l’inchino?»
    Ora fu lui a rimanere sbalordito. Credo non sapesse se doveva fare un altro inchino oppure limitarsi a rispondere.
    «Nel posto da cui vengo ci inchiniamo sempre quando qualcuno fa una domanda acuta» spiegò.
    «E più profonda è la domanda, più profondo è l’inchino».
    Non avevo mai sentito una cosa tanto strana: non riuscivo a capacitarmi che una domanda potesse meritare un inchino.
    «E allora quando dovete salutarvi cosa fate?»
    «Cerchiamo di escogitare qualche cosa di intelligente da domandare» rispose.
    «E perché?»
    Fece un rapido inchino dato che gli avevo rivolto un’altra domanda, poi si spiegò:
    «Cerchiamo di pensare qualcosa di intelligente da domandare in modo da far inchinare l’altro».
    Fui talmente colpito da quella risposta che, quasi senza volerlo, mi inchinai profondamente.
    Quando alzai lo sguardo, Mika si era infilato il pollice in bocca. Se lo tolse solo dopo un bel po’.
    «Perché mi hai fatto l’inchino?» mi chiese allora quasi offeso.
    «Perché hai risposto in modo molto intelligente alla mia domanda» spiegai.
    Allora Mika con voce limpida e chiara scandì alcune parole che non ho mai dimenticato:
    «Una risposta non merita mai un inchino: per quanto intelligente e giusta ci possa sembrare, non dobbiamo mai inchinarci a una risposta».
    Annuii con un cenno della testa, pentendomi immediatamente perché Mika poteva pensare che mi ero inchinato alla sua risposta.
    «Chi si inchina si piega» continuò Mika. «Non devi mai piegarti davanti a una risposta».
    «E perché no?»
    «Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre».
    Quelle parole mi sembrarono talmente sagge che dovetti trattenermi a forza per non fare un altro inchino […]

     

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