Giappone
Giappone: quattro microstorie fra Tokyo e Kyoto

Tokyo. La metropolitana di Tokyo è impressionante: il cuore pulsante e nascosto della città. Sono tredici linee per quasi trecento stazioni. Ci passano ogni giorno otto milioni di passeggeri. Oggi le stazioni sono indicate anche in inglese e per arrivare a destinazione basta essere in grado di ricordarsi nomi come Shinjuku sanchome o Higashi nihombashi. La prima volta che sono stata a Tokyo, più di trent’anni fa, non era così, e l’unico modo per non perdersi era contare le fermate e incrociare le dita.
Molte uscite sono connesse direttamente anche con alberghi e grandi magazzini. Per cambiare linea capita di fare diverse centinaia di metri a piedi. Sulle linee più affollate, nelle prime ore del mattino e fino alle nove e trenta, ci sono carrozze riservate alle donne e ai bambini. Sulle innumerevoli scale mobili ci si allinea a sinistra (e si allineano disciplinatamente proprio tutti quanti).
Le persone sono silenziose e scorrono veloci, come guidate da fili invisibili, ma il posto è rumoroso: c’è il suono di migliaia di passi e di tacchi sul pavimento. Il fragore dei treni. Un’ampia varietà di dlin dlon, che precedono frequentissimi annunci pronunciati da suadenti voci femminili.

Tokyo. È sera. Siamo in pieno centro, vicino alla stazione Tameikesanno, in una stradina piena di ristoranti uno attaccato all’altro. Trovare quello giusto non è facile: nessuna traduzione dei nomi in caratteri occidentali. Bisogna andare a spanne cimentandosi con il riconoscimento empirico degli ideogrammi: “questo è troppo lungo, troppo corto, troppo semplice… “ e così via, fino a quando non ci si arriva.
L’unico ingresso che non appartiene a un ristorante conduce in un altro mondo parallelo: sono due gremiti piani di slot machine: il pachinko. Sferette d’acciaio frullano in centinaia di macchine e il risultato è un rombo assordante. Il posto è diviso in corsie tematiche: supereroi, personaggi dei cartoni animati… le persone bevono, fumano e non si alzano mai dalle loro postazioni. Uno stuolo di assistenti si prende cura di loro. Uno si accorge del telefonino, si stacca dal gruppo e viene verso di me. Si inchina e poi fa un gesto internazionale: fuori dai piedi.

Kyoto. In Giappone c’è un motivo in più per fare un salto ai grandi magazzini: si può immaginare un grande magazzino giapponese come un sandwich costituito da molti piani che offrono le merci più varie, chiusi, in cima e in fondo, da due piani dedicati al cibo. Nel seminterrato, di norma, si trovano cibi in vendita. All’ultimo piano c’è un’ampia scelta di buoni ristoranti, non solo giapponesi. La maggior parte dei ristoranti serve un solo genere di piatto (sushi, per esempio. O ravioli. O udon e tempura) in tutte le varianti possibili e immaginabili.
In questo ristorante, stretti in poco più di tre metri di bancone, e di fronte ai clienti altrettanto stretti di fronte a loro, cinque cuochi preparano sushi a ritmo continuo. I loro movimenti, nonostante (o forse proprio per) i coltelli branditi con maestria, somigliano a una strana danza.

Kyoto. La metropolitana di Kyoto invece è semplice: due sole linee che si incrociano dividendo la città in quattro quadranti. Per questo di solito ci si sposta in autobus: l’abbonamento giornaliero costa 500 yen e toglie lo stress di dover trovare in fretta, ogni volta, le monete giuste.
Ma è un passaggio in metropolitana a permettermi di rubare qualche secondo di immagini di assoluta poesia: una giovanissima violinista, seduta col suo strumento fra le ginocchia e incurante di tutto il resto, lo spartito aperto, ripassa la lezione suonando concentrata nell’aria una musica che sente solo lei.

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