giardini giapponesi
Giardini giapponesi: quel che nelle foto, di solito, non si vede

I giardini giapponesi possono essere di molti tipi. E, di qualsiasi tipo siano, sono affascinanti. Offrono prospettive sbieche, itinerari sinuosi e ardite asimmetrie: una messa in scena della natura in cui lo studiato disordine dei singoli elementi si ricompone in un’armonia superiore.
Sono fatti di acqua, pietre, sabbia, strutture architettoniche tipiche, ponti di legno o pietra (e anche di passaggi sull’acqua costituiti da pietroni piatti messi in fila, sui quali bisogna procedere tenendosi in bilico), lanterne e vasche di sasso, steccati di bambù, cespugli e piante, carpe nei laghetti. Per saperlo, basta dare un’occhiata a Wikipedia.
Quel che Wikipedia non dice (e che le foto, di solito, non raccontano) è che i giardini giapponesi sono fatti sì di tutte queste cose, ma soprattutto e prima di tutto di giardinieri giapponesi.
Così, ho deciso di fotografare loro e il loro lavoro.

giardini giapponesi

Sono compitissimi signori che indossano calze-scarpe di gomma morbida per non sciupare il prezioso muschio, che puliscono meticolosamente come se fosse una moquette: con scopetto e paletta. In realtà non si limitano a pulirlo: in un certo senso, lo pettinano e lo rammendano.

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E tutto questo succede anche se il giardino non è propriamente un giardino come lo intendiamo noi ma, per esempio, un bosco di bambù.

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Avete presenti le siepi squadrate dei giardini all’italiana o alla francese? Ecco: nei  giardini giapponesi non c’è un cespuglio che abbia la stessa altezza, la stessa forma o la stessa dimensione di un altro. Eppure ciascuno ha un’altezza, una forma e una dimensione perfettamente studiata: il massimo artificio per ottenere il massimo della naturalezza. Questo significa che i cespugli non vengono tagliati, zac zac, con grosse cesoie, ma con un attrezzo che, in proporzione, somiglia più a una forbicina per le unghie. E che c’è qualcuno che con inimmaginabile pazienza taglia rametto per rametto e continua a farlo, perché i nuovi rametti continuano a crescere e a sporgere dalla superficie tondeggiante del cespuglio.

giardini giapponesi

Infatti, qualsiasi siano l’ora della visita e la localizzazione o la dimensione del giardino, grande o piccolo, pubblico o privato (ciascuna delle foto che vedete è stata scattata in un giardino diverso) c’è sempre almeno un giardiniere che spunta dalla verzura come un puffo. Qualche volta lo si scopre solo dopo aver intercettato il frusciare dello scopetto o il clic clic delle forbici.

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Il risultato è che ogni singola pietra, ogni foglia e quasi ogni filo d’erba sembra pitturato. Per dire: questo qui sotto è un qualsiasi sassotto grande più o meno come un tacchino, visto percorrendo uno dei sentieri secondari di un giardino privato (bellissimo, ma poco visitato) di Kyoto: quello della villa di Denjirō Ōkōchi, un attore del cinema muto morto negli anni Sessanta.

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Ma non c’è solo il muschio da pettinare. La carpa Koi, la varietà ornamentale coloratissima e tanto amata in Giappone, preferisce le acque ferme e ricche di vegetazione. Dunque gli stagni dei giardini giapponesi non sono trasparenti e, proprio per questo, hanno bisogno di più cure. Sulle superfici non si vede galleggiare neanche una foglia.

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A proposito: le carpe non sono amate per motivi alimentari: se provate a mangiarle, sanno di fango. Ma sono longeve, interagiscono con gli esseri umani e li riconoscono, e in Giappone sono simbolo di coraggio, perseveranza, virilità, anticonformismo (nuotano contro corrente), prosperità e fedeltà, e portano fortuna. Infatti sono, anche, un classico dei tatuaggi.
A proposito di perseveranza: qui i giardinieri non ci sono, ma si vede bene la loro opera:

giardini giapponesi

Tutto questo per dire che i giardini giapponesi sono sì una meraviglia, ma non un miracolo, né una peculiarità della natura (se mai, della cultura) del luogo.
Non credo che in Giappone la natura sia più disciplinata che altrove. Il clima non è più clemente. Col passare del tempo gli edifici si corrompono, le vecchie pietre si sgretolano, le erbacce crescono e tutto va a ramengo, come in qualsiasi altro posto: per accorgersene, basta fare una deviazione per cimiteri abbandonati nel distretto dei templi di Utatsuyama, a Kanazawa. Dove, un po’ per via della poca luce, un po’ perché mi è sembrato che l’atmosfera lo vietasse e un po’ perché, lo ammetto, non mi sono sentita esattamente a mio agio e ho preferito andar via veloce, non ho scattato foto.
Qualche tempo fa vi ho parlato della pratica della manutenzione, negletta nel nostro paese ma fondamentale. Ecco: la scelta è tra il cimitero abbandonato e il giardino. E si tratta sempre, in fondo in fondo, di prendersi cura paziente: rammendare il muschio, tener pulito lo stagno, piegare un ramo assecondandolo e sostenendolo, e governando il tempo che passa.

Questo post esce anche su internazionale.it. Se vi è piaciuto, potreste continuare a leggere:
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3 Commenti a Giardini giapponesi: quel che nelle foto, di solito, non si vede

  1. Fiorella Palomba

    Amo questa natura prorompente, soprattutto in autunno. Amo l’acero rosso.

    Amo le attenzioni (nel mio DIARIO DI VIAGGIO le ho chiamate coccole) che gli addetti hanno per gli alberi, le erbe, i fiori e i prati. In centinaia presidiano questa magia!

    La citazione che segue di Edward T. Hall ne “LA DIMENSIONE NASCOSTA” è stata la ragione del mio viaggio e – giuro – non c’è una virgola da togliere.

    “I loro giardini non sono disegnati solo per essere guardati con gli occhi: l’esperienza di passeggiare in un giardino giapponese comprende una gamma insolitamente ricca si sensazioni muscolari. Il visitatore è costretto di volta in volta a guardare dove mette i piedi, avanzando cautamente per un cammino fatto di sassi irregolarmente intervallati attraverso un laghetto. Ad ogni masso deve fermarsi per vedere dove dirigere il passo successivo (…) Il visitatore deve levare prontamente lo sguardo, arrestandosi per un momento a cogliere la prospettiva fuggevole di un paesaggio che svanisce non appena muove il piede verso un nuovo appoggio.”

    Saluti a tutti *_))

     
  2. Francesco Delvillani

    Fantastico, l’armonia e il senso di equilibrio che evocano sono dovuti a sudore e fatica….poi ci incantano talmente tanto da dimenticarcene !!!
    Complimenti per l’articolo
    🙂

     
  3. Alessandro Biagioli

    l acero “rosso” (in autunno)è uno tra Acer palmatum sub.palmatum ,Acer palmatum sub.matsumurae,Acer palmatum sub. amoenum,Acer palmatum sub. dissectum.in genere non sono ammesse cultivar

     

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