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Successo creativo individuale: ecco i fattori che lo determinano

Da dove nasce il successo creativo di una persona?
La creatività è un tratto saliente del comportamento umano. Tutti noi siamo – almeno un po’ – creativi.
 Ma per determinare il successo creativo di un individuo rispetto a un altro individuo contano due tipi di fattori: le caratteristiche di ciascuno, cioè l’intelligenza, la personalità, il temperamento, e l’ambiente. Cioè il contesto economico, storico, culturale e sociale in cui ciascuno cresce, apprende e, poi, si trova ad agire.

Intelligenza
Tra intelligenza e creatività ci sono molte relazioni ma non esiste uno stabile e costante rapporto di causa-effetto. In altre parole, è più facile essere creativi essendo intelligenti, ma non è detto che chi è molto intelligente sia anche molto creativo, e viceversa: per essere creativi è necessario possedere anche altre qualità.

Un’intelligenza di tipo spiccatamente analitico può addirittura frenare la creatività, fino a pregiudicare ogni successo creativo. Secondo lo psichiatra Silvano Arieti porterebbe ad essere troppo rigidi e autocritici: una grande capacità di dedurre secondo le leggi della logica e della matematica crea dei pensatori disciplinati ma non necessariamente delle persone creative.
D’altra parte noi chiamiamo col nome sintetico di intelligenza una somma di fattori: in termini generali, diciamo che l’intelligenza è il risultato dell’attività conscia del cervello. Consiste in un insieme di capacità che riguardano l’apprendere, il ragionare, l’immaginare, l’individuare problemi, il risolvere problemi. Ha funzioni adattative.
L’intelligenza è, in sostanza, ciò che serve agli esseri umani a interagire bene con tutto quanto li circonda, mettendo in atto una gamma molto ampia di comportamenti adeguati, e trovando nuovi comportamenti per retroagire in modo efficace a stimoli nuovi.
 Se descrivere l’intelligenza non è semplice, quantificarla è ancora più complicato: i test che misurano il QI, il quoziente d’intelligenza, hanno valore relativo e non sono da considerarsi strettamente predittivi del successo creativo.

Il primo test d’intelligenza viene pubblicato da Alfred Binet nel 1905: serve a individuare i bambini che hanno bisogno di aiuto a scuola. Il test viene migliorato dal tedesco William Stern e poi dall’americano Lewis Terman della Stanford University, che lo chiama Stanford-Binet Intelligence Scale. Lo Stanford-Binet misura il rapporto tra età biologica ed età mentale. Insomma, un bambino di 10 anni che ottiene i risultati ottenuti in media dai tredicenni ha un QI di 130.
 Nel 1939 David Wechsler pubblica la Wechsler Adult Intelligence Scale (WAIS). In seguito estende il test ai bambini: è la Wechsler Intelligence Scale for Children (WISC).
Oggi si usano le edizioni aggiornate di questi test (WAIS-III e WISC-IV), che contengono batterie di domande relative alla cultura generale e alle competenze verbali, alla capacità di leggere e interpretare figure, alle capacità logiche. I risultati non si basano sull’età dei soggetti, ma sulla differenza fra il punteggio ottenuto da un singolo individuo e i risultati medi.
E’ però evidente il fatto che i risultati sono influenzati sia dal grado di scolarizzazione degli individui, sia dalla loro integrazione nella cultura che ha inventato il test medesimo.
 Questo non significa che tutti, se andassero ugualmente a scuola, sarebbero ugualmente intelligenti.
Vuol dire piuttosto che le carte si rimescolano due volte: la prima volta al momento del concepimento, la seconda durante l’infanzia e, in misura minore, l’adolescenza.
In sostanza, il DNA conta: gli studiosi considerano che influisca sull’intelligenza per una percentuale variabile tra l’80% e il 40%. Ma, di conseguenza, una percentuale che varia dal 20% al 60% delle capacità individuali è influenzata dall’ambiente.
In particolare, l’ambiente pesa al 60% – e in modo evidentemente negativo – sullo sviluppo delle capacità dei bambini nati in famiglie disagiate: malnutrizione, madri poco o per niente alfabetizzate, niente libri in casa abbassano il QI dei bambini. 
In sintesi: la componente genetica attribuisce a ogni individuo il suo potenziale grado di intelligenza, ma sono ambiente ed educazione a consentire o a impedire che la potenzialità diventi una realtà effettiva.

L’intelligenza, al di là dei test
Una parziale via d’uscita dalla trappola culturale dei test d’intelligenza è costituita dalle tesi dello psicologo statunitense Howard Gardner, che all’inizio degli anni ’80 teorizza l’esistenza di intelligenze multiple: ciascuna localizzata in una diversa area cerebrale e adatta a garantire il conseguimento di risultati brillanti in un ambito particolare e in relazione a uno specifico compito.
Le macro aree individuate da Gardner sono sette: intelligenza linguistica, logico-matematica, spaziale, corporeo-cinestesica, musicale, sociale, intrapersonale. A queste il medesimo autore in seguito aggiunge un’intelligenza naturalistica e un’intelligenza esistenziale.
È d’altra parte intuitivo il fatto che, sotto il profilo del ballare in un teatro, un’ètoile della danza sia molto più intelligente di un premio Nobel della fisica. E che, sotto il profilo della sopravvivenza in una foresta, un bambino boscimano se la cavi meglio di entrambi (ma la sua performance di fronte a un test d’intelligenza occidentale sarebbe scadentissima).
Robert Sternberg, psicologo cognitivo americano, a fine anni ’90 teorizza che l’intelligenza che si traduce in successo nella vita (e anche in successo creativo) comprenda tre abilità correlate ma distinte: pensiero analitico (capacità di valutare, analizzare, confrontare e confutare informazioni), pensiero creativo (capacità di inventare e scoprire) e pensiero pratico (capacità di capire le situazioni, di darsi obiettivi e raggiungerli, di essere consapevoli e curiosi del mondo, e infine di scegliersi i contesti che meglio permettono di esprimere le proprie personali capacità analitiche e/o creative). Da questo punto di vista, insomma, la capacità di trovarsi il lavoro che meglio si sa fare è a sua volta una forma di intelligenza.

Anche Justin Kruger e Robert Dunning, della Cornell University, attorno al 2000 si occupano dell’importanza di saper capire se stessi in relazione ai contesti. È l’intelligenza sociale.
I due autori scoprono che le persone incompetenti tendono a sovrastimare le proprie abilità, a sottostimare quelle altrui, a non riconoscere la propria inadeguatezza e a ricredersi solo se sottoposte a un apprendimento intensivo della capacità nella quale ritenevano di eccellere. D’altra parte, le persone davvero competenti sono portate a sottostimare costantemente le proprie abilità.
La teoria, nota anche con il nome di Effetto Dunning-Kruger, suscita grande interesse negli studiosi di management e organizzazione d’impresa. E procura ai due autori un premio ig-Nobel.
Più o meno nello stesso periodo un altro autore americano, lo psicologo Daniel Goleman, segnala l’importanza dell’intelligenza emotiva: è la capacità di riconoscere le proprie risposte emozionali (paura, ansia, rabbia e tristezza) agli stimoli ambientali e di esprimerle, di orientarle positivamente, di posticipare la gratificazione e di governare gli impulsi, di essere empatici e ben inseriti socialmente, di ascoltare, di lavorare in gruppo, di non farsi fuorviare dai pregiudizi.

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Talento e successo creativo
Solo tenendo presente l’interazione tra DNA e ambiente possiamo affrontare il tema del talento, inteso come l’abilità individuale di fare qualcosa con naturalezza, impiegando meno tempo o meno energia e ottenendo risultati indiscutibilmente migliori della media. A partire da queste caratteristiche possiamo riconoscere il talento musicale, quello artistico o matematico, quello organizzativo…
Il fatto che esistano “vocazioni di famiglia”, per esempio alla pittura o alla musica, sembra confermare l’importanza del fattore genetico: il padre di Johann Sebastian Bach è organista, i suoi zii sono musicisti di professione e così i figli maschi e perfino le figlie diventate, nonostante le difficoltà del tempo, cantanti o strumentiste.
Il fratello maggiore di Thomas Mann è scrittore, e così due dei figli. Eduardo de Filippo è figlio naturale dell’attore e commediografo Eduardo Scarpetta e fratello degli attori Titina e Peppino. Il Nobel per la medicina Arthur Kornberg, premiato nel 1959 per la sintesi del DNA, è padre di Roger Kornberg, premio Nobel quarantasette anni dopo per gli studi sull’RNA: e questo è solo uno dei sei casi in cui il premio è andato sia a un padre che a un figlio.

Può anche darsi, però che il crescere in un ambiente in cui una disciplina artistica o scientifica fa intimamente parte della vita quotidiana ed è espressa a livelli eccellenti abbia il suo peso in termini di educazione e formazione, al di là del DNA. Perché una capacità si sviluppi pienamente è infatti fondamentale che esista l’opportunità di confrontarsi, già da ragazzi, con persone molto brave a fare qualcosa, e di imparare da loro. Se non ci si possono scegliere i genitori, conviene almeno avere l’accortezza di trovarsi dei buoni maestri.
A proposito di maestri: l’avere talento si trasforma in handicap quando rende le cose così facili che impegnarsi per migliorare ulteriormente i propri risultati finisce per apparire inutile e quando – specie a scuola, o in famiglia – i ragazzi ricevono apprezzamenti più per la loro naturale capacità di fare qualcosa facilmente che per il loro impegno nel farlo bene. Recenti ricerche in ambito pedagogico suggeriscono esplicitamente di riconoscere e premiare una buona prestazione con un bravo, ti sei dato da fare e hai lavorato bene piuttosto che con un bravo, sei proprio un ragazzo eccezionale.

In sostanza, il talento è un dono che svanisce, o si trasforma in svantaggio, se non viene orientato, impiegato a dovere e allenato a resistere alle -inevitabili- frustrazioni.
La parola da cui deriva “talento”, il greco tàlanton e, poi, il latino talèntum, in origine vuol dire bilancia. E, per estensione, peso, e oggetto pesato: infine, moneta, perché a quei tempi le monete si pesavano.
Nel Vangelo secondo Matteo c’è una Parabola dei talenti, mentre in quello secondo Luca ce n’è una, molto simile, in cui si parla di mine: sono sempre soldi, ma il valore è inferiore.
In entrambe le parabole un padrone in partenza per un viaggio affida ai suoi servi una (diversa per Matteo, uguale per Luca) quantità di denaro. Al ritorno, premia chi ha fatto fruttare il denaro ricevuto e punisce chi si è limitato a nasconderlo per timore di esserne privato.
Per estensione metaforica la parola talento è stata associata alle doti intellettuali più preziose: ingegno, abilità, inclinazione. Possono valere pochissimo o moltissimo: dipende da quanto ci si dà da fare. Per esprimerle pienamente ci vuole tenacia.

Tenacia
Dice l’inventore Thomas Edison: Il genio è per l’uno per cento ispirazione e per il novantanove per cento sudore. Dunque, una persona geniale è spesso soltanto una persona di talento che ha fatto bene i suoi compiti. E il matematico Isaac Newton: Se ho fatto qualche scoperta di valore, ciò è dovuto più ad un’attenzione paziente che a qualsiasi altro talento.
E lo scrittore Jean Genêt: Creare non è un gioco un po’ frivolo. Il creatore si è impegnato in un’avventura terribile, che è di assumere su di sé, fino in fondo, i pericoli che corrono le sue creature. E l’hair stylist Vidal Sassoon: L’unico posto in cui “successo” viene prima di “sudore” è il dizionario.

Le differenze tra scrivere un romanzo e inventare la lampadina o un’acconciatura sono meno grandi di quanto si potrebbe pensare. I processi creativi che stanno alla base di qualsiasi invenzione o scoperta sono sostanzialmente analoghi. A partire dall’individuazione di un problema, di una potenzialità o di un’opportunità, si raccolgono elementi.
Questi vengono messi in ordine formulando ipotesi, che vengono lungamente elaborate. L’intenzione che sta alla base della ricerca è pienamente consapevole, ma la parte più rilevante – quella che genera intuizioni nuove – è sostanzialmente inconscia.

La sua durata è imprevedibile. Alcune soluzioni che inizialmente appaiono brillanti possono rivelarsi scorrette o infondate o impraticabili. A volte bisogna avere il coraggio di riconoscere che si è scelta una strada sbagliata e che bisogna ricominciare tutto da capo.
Per tollerare la pressione connessa con il lavoro creativo, sia individuale che di gruppo, è fondamentale sviluppare la capacità di resistere alla frustrazione, di rimotivare continuamente se stessi, di mantenere orientamento e focalizzazione anche in una condizione di sostanziale incertezza e solitudine. Nel corso del processo, e anche se non si è materialmente da soli ma all’interno di un team, è facile sentirsi smarriti o disorientati.

E’ ugualmente fondamentale riconoscere che il lavoro creativo ha una componente ossessiva: difficile smettere. Chi gestisce gruppi creativi sa bene che il problema non è controllare che le persone lavorino, ma che diano un termine al loro lavoro.
La tenacia è ciò che permette di governare (almeno entro certi limiti) l’ossessione senza farsene travolgere. 
Marcel Proust scrive che la vera scoperta non consiste nel trovare nuovi territori, ma nel vederli con nuovi occhi. Sta parlando di personalità e temperamento creativo: l’unione tra forza dell’io, intesa come resilienza e perseveranza, e volontà di sfidare la tradizione, intesa come insofferenza, insoddisfazione, irrequietezza, desiderio di andare oltre i limiti.
Diversi studiosi hanno teorizzato che la creatività sia l’esito fertile di una forma di disadattamento o di disagio mentale, e che il successo creativo sia la sua compensazione. Del resto, l’incidenza di malattie mentali tra i poeti, i musicisti e i pittori risulta superiore alla media.

Educazione di base e successo creativo
Certamente il possesso di competenze di base acquisite grazie all’educazione, fondamentale per risultare intelligenti, è altrettanto fondamentale per essere creativi.
Ma altrettanto certamente le competenze di base, da sole, non bastano. Perché la creatività di un individuo si affermi pienamente sono altrettanto indispensabili una eccellente competenza specifica -insomma, una specializzazione riguardante il settore di applicazione dell’attività creativa- e la possibilità di operare in un ambiente sociale favorevole.
Preparazione e competenze, però, non derivano per necessità da precedenti successi scolastici. Victor Goertzel analizza quattrocento personaggi eminenti della nostra epoca e scopre che tre quinti di questi avevano gravi problemi a scuola.
Il fatto può risultare comprensibile se si pensa che tra i tratti ricorrenti delle personalità creative ci sono una buona dose di anticonformismo e di insofferenza per le regole. D’altra parte Thomas Edison, Albert Einstein, Wiston Churchill, Walt Disney e, sembra, anche Leonardo da Vinci erano dislessici: incapaci, da piccoli, di tradurre in suono (la parola pronunciata) un sistema di segni (la parola scritta).
In particolare Einstein ha diverse disavventure scolastiche: è in conflitto coi professori alle medie (trova “disgustoso” il sistema di insegnamento tedesco), e non riesce poi a farsi ammettere al Politecnico di Zurigo, nonostante gli eccellenti risultati in matematica e fisica.

Scrive Howard Gardner: attività genuinamente originali o nuove possono verificarsi solo quando un individuo abbia acquisito la padronanza nel campo in cui lavora… noi non sappiamo però, in realtà, a quale punto nello sviluppo possa verificarsi una tale orginalità o novità, e se essa sia, in effetti, una scelta accessibile a chiunque si sia fatto strada in un campo intellettuale sino a pervenire ai suoi massimi livelli…
I primi germi dell’originalità risalgono però forse a un passato anteriore e riflettono il temperamento, la personalità o lo stile cognitivo basilari di un individuo: in questa prospettiva, gli individui sarebbero marcati molto presto come potenziali creatori di opere originali…
Un ulteriore sostegno a questo punto di vista proviene da numerosi studi sulla personalità “creativa”. Questi studi documentano che gli individui particolarmente creativi in un particolare ambito sono caratterizzati da certi tratti della personalità, come la forza dell’Io e la volontà di sfidare la tradizione; questi tratti aiutano anche a spiegare la mancanza di un rapporto tra i risultati quantitativi in misurazioni della creatività e i risultati conseguiti in test più convenzionali di facoltà intellettuali, almeno al di sopra di un certo livello di QI.

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Competenze specifiche
La creatività è, contemporaneamente, curiosa, informale, aperta e specializzata. Le persone creative – siano scienziati, pittori o scrittori, designer o architetti o musicisti – prestano una grande attenzione alla qualità tecnica di quanto producono. Al dettaglio che fa la differenza. Un’altra componente dell’ossessività è il perfezionismo.
Dice la stilista Chiara Boni: vengono da me ragazzi che mi mostrano figurini di abiti. Da vedere sono bellissimi, ma impossibili da realizzare. E io gli chiedo: come gira questo taglio che hai pensato? Come funziona questo vestito, dietro?
Senza una profonda competenza della propria materia e delle regole che la governano è difficile progettare il nuovo: per superare una regola che esiste istituendone una diversa e migliore bisogna averla, prima, pienamente interiorizzata. Da questo punto di vista l’imitazione (per esempio, provare a dipingere o a scrivere “alla maniera di…”, fino a fare proprio uno stile, un tratto) ha un rilevante valore propedeutico.

Dice Tullio De Mauro: Io credo che non sia così facile imitare. Senza imitazione non imparo il vocabolario di una lingua e non riesco a capire i costrutti a partire dai quali generare frasi nuove. Senza imitazione non avrei la possibilità di cambiare le regole di una lingua. Se non altri, ho dalla mia gli antichi, geniali, creativi greci, i quali amavano ripetere un proverbio: l’arte del grande ceramista sta nel saper fare una ciotola. Senza saper fare una semplice ciotola, non saprete mai inventare preziosi vasi splendidamente ornati.

Il possesso di un consistente competenza specifica, e di un sostanziale rispetto per la propria disciplina (altra caratteristica comune alle persone creative) tracciano il netto confine che divide la creatività dalla trasgressione. Entrambe infrangono norme esistenti. Obiettivi e risultati, però, sono sostanzialmente diversi.

Eppure nella percezione comune, e sui media, “creatività” e “trasgressione” vengono spesso impiegati come sinonimi, e fatte oggetto di un’identica dose di ammirato stupore. Come se la trasgressione fosse una forma particolarmente vivace o spettacolare di creatività. Nessun dubbio sul fatto che sia spettacolare: la rottura di qualcosa, dall’esplosione di un edificio al frantumarsi delle chitarre nei concerti dei Sex Pistols all’incendio di Roma ha sempre una componente spettacolare.
Ma mentre la creatività ha sempre una componente trasgressiva, la trasgressione ha raramente una componente creativa.
Se la Gioconda è un fatto creativo (e rompe, eccome, le regole del ritratto per istituirne di nuove) e se la Gioconda coi baffi di Duchamp ha anche una componente creativa, andare in giro a far baffi ai ritratti rinascimentali non è una buona idea. Ed è un’idea molto pericolosa.
A trasgredire sono bravi tutti, incompetenti compresi, a patto che abbiano una sufficiente dose di aggressività o di faccia tosta.
Per costruire il nuovo, invece, bisogna sapere bene quello che si sta facendo e avere un progetto, un obiettivo. E la competenza sapiente che fa la differenza.

Uomini e donne: esiste una differenza di creatività? Perché nel passato le donne hanno avuto meno successo creativo?
Fino a tempi molto recenti, nell’occidente sviluppato l’accesso femminile all’istruzione è stato minore di quello maschile. Lo è ancora oggi nei paesi in via di sviluppo: i due terzi degli 875 milioni di adulti analfabeti nel mondo sono di sesso femminile. In Asia meridionale, Africa e Carabi i maschi frequentano mediamente la scuola da due anni e mezzo a un anno più delle femmine (Unicef, 2007). Eppure, già nel 2002, il 40% dei dottorati conseguiti nel mondo è stato conseguito da donne.
Qualche dato italiano: nel 1900 erano iscritte a tutte le università del regno 250 donne. Nel 1950 le donne erano un quarto degli iscritti. Il sorpasso delle laureate nei confronti dei laureati è avvenuto, nel nostro paese, nel 1993. Nel 2006 è donna il 58% dei laureati, e il 66% dei laureati con votazione superiore a 106/110 (Miur, 2007).

Se si tengono presenti questi pesantissimi svantaggi socioculturali non è così sorprendente che nel passato anche recente la creatività femminile abbia prodotto minori risultati di quella maschile. Ci sono buoni motivi per ritenere che, in seguito al progressivo ridursi del divario educativo, in un futuro anche prossimo la creatività femminile offrirà risultati sorprendenti, e soprattutto gli uomini abbiano avuto successo creativo.
In particolare, le competenze scientifiche e più specificamente matematiche, che nell’opinione comune sono “geneticamente” la bestia nera delle donne, sembrano essere strettamente correlate al livello di emancipazione femminile.
Per scoprire quanto questo sia vero basta mettere a confronto due ordini di dati: quelli del Gender Gap Index e quelli dei test Pisa, come è stato fatto in una recente (2008) ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista Science.
Il Gender Gap Index è l’indice che misura, paese per paese, la discriminazione di genere in base a quattro variabili: partecipazione al lavoro e opportunità economiche, scolarità ed educazione, salute e longevità, rappresentanza e potere in politica. Più un paese è basso in classifica, più le sue donne sono discriminate. L’Italia per il 2007 si è – si fa per dire – guadagnata l’84° posto dopo Bolivia, Indonesia, Cipro e Kenya, mentre nell’anno precedente era al 77°. Ai primi posti si trovano Svezia, Norvegia, Finlandia e Islanda.
I test Pisa (Programme for International Students Assessment)misurano periodicamente, invece, le capacità cognitive degli studenti quindicenni dei trenta paesi Ocse per quanto riguarda literacy (la capacità di leggere e scrivere testi comprendendo quel che si legge e si scrive), scienze, matematica e problem solving.
Anche nelle quattro tipologie dei test Pisa l’Italia esce mediamente male, collocandosi piuttosto stabilmente negli ultimi cinque posti. 
Nei paesi in cui la discriminazione di genere è molto ridotta o completamente assente le performance femminili anche per quanto riguarda la matematica sono praticamente pari o (Islanda) superiori a quelle maschili.
Un grazioso aneddoto aiuta a capire quanto velocemente stanno cambiando le cose: nel febbraio 2006 Lawrence H. Summers, rettore di Harvard, afferma che le donne sono biologicamente svantaggiate, e che sono portate, più per natura che per condizionamenti sociali, a non investire tutte le energie nella carriera. Per queste dichiarazioni viene sfiduciato dai docenti e costretto alle dimissioni. A pochi mesi di distanza Summers viene sostituito da Catherine Drew Gilpin Faust, nota studiosa di storia americana, primo rettore donna di Harvard dopo tre secoli di governo maschile.
Le immagini sono lavori di Maurits Cornelis Escher

Un Commento a Successo creativo individuale: ecco i fattori che lo determinano

  1. Massimo Ripani

    mi trovo d’accordo, quello che determina il successo creativo ha bisogno di tutte questi caratteri: intelligenza, buon pensiero, intelligenza sociale, talento, tenacia, fatica, pazienza, educazione di base, competenza specifica e la trasgressione. il primo pensiero è che la quasi totalità, me compreso, è mancante di qualcuna di queste caratteristiche necessarie al successo. Sappiamo più o meno cos’è la creatività, ma così rimane distante. Il secondo è che, volendo, se almeno sei dotato di tenacia, il resto lo si può coltivare. Il terzo (l’ultimo) è che il tempo, in genere, manca; il genio, o è ben organizzato o si brucia la vita.

     

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