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Invenzioni: il giornalista blasé e il contadino africano

Da alcuni giorni ho sulla scrivania il ritaglio di un articolo di Enrico Franceschini che merita un commento. Ma, siccome quanto l’articolo sostiene mi innervisisce, ho continuato a rimandare.
Ora, però, mi decido e vi dico che ne penso.
Titolo dell’articolo: Il mondo s’è fermato a internet perché nessuno inventa più nulla.

Franceschini riprende, peraltro intercettandone l’intento provocatorio, un testo dell’Economist. Le tesi, in sintesi, sono queste:

1) la scienza contemporanea non ha inventato niente che abbia impatto sociale paragonabile a quello dell’invenzione del water, o di altre grandi invenzioni avvenute tra fine Ottocento e Novecento: gli antibiotici, le automobili, il telefono… (per inciso: aggiungerei la lavatrice, definita da molti economisti il singolo maggior fattore di emancipazione femminile).
2) le economie si espandono se vengono trainate dall’innovazione (niente da dire su questo punto, figuriamoci).
3) e certo, la durata media della vita sta crescendo, anche se più lentamente che in passato, grazie alla scienza. E certo: l’impatto di certe invenzioni si misura nell’arco di decenni. Però oggi l’innovazione riguarda soprattutto l’ICT, il web, le stampanti 3D che possono rivoluzionare la produzione industriale… insomma: sognavamo le macchine volanti e ci ritroviamo, poveri noi, a twittare.

Quello che mi innervosisce è semplice da spiegare e riguarda la cecità cognitiva propria di chi riesce a osservare molto bene solo se stesso qui e ora, e lo fa con tale accanimento da trascurare tutto quanto di importante accade appena poco più in là.
Un solo, meraviglioso esempio: è noto che i telefonini, proprio quegli attrezzi banali che usiamo per twittare, stanno cambiando l’economia e la vita delle persone di molti paesi del terzo mondo e di un intero continente: dall’India all’Africa, il cellulare è, insieme, finestra su un remoto mondo esterno, strumento imprenditoriale, banca (e, aggiungo, strumento per la tutela della salute, perché serve anche a trasmettere informazioni sulle epidemie, a chiedere consigli medici e a procurarsi farmaci). L’articolo che ho linkato poco sopra è del 2009.
Nel 2011, l’Africa è il primo mercato mondiale di telefonia mobile per tasso di crescita. Nel 2012 inizia a configurarsi come grande laboratorio per le nuove tecnologie. E, fatto – almeno per me – ancora più emozionante, il cellulare comincia ad apparire come strumento vincente per l’alfabetizzazione e la formazione a distanza: i veri fattori che portano allo sviluppo del capitale umano e a una stabile crescita economica.

Tutto questo non è poco. E, credo, potrebbe servire a tutti noi – e magari perfino al giornalista blasé per cui ormai il cellulare è ormai poco più che una commodity – a provare un piccolo brivido mentre digitiamo il prossimo tweet. Ricordando che nel mondo le cose cambiano in fretta, anche se non sempre e necessariamente si tratta del “nostro” mondo.

7 Commenti a Invenzioni: il giornalista blasé e il contadino africano

  1. jac

    Se Franceschini fosse un giornalista avrebbe fatto quello che ha fatto AT: prima di scrivere si sarebbe informato.

     
  2. Luca

    Mah, più che altro mi sfugge il senso dell’articolo. Dopo la lettura dei punti 1, 2 e 3 scaturisce spontaneo un “e allora?”. Ci sono pochi dubbi che l’innovazione vistosa abbia rallentato. Non ci sono cose che ci fanno sollevare un auto con la mano, viaggiare più veloce, bere il fango. Le innovazioni più recenti cambiano la vita in modo più sottile e spesso ci fanno pure lavorare di più. Inoltre risolvendoci le incombenze all’istante ci sottraggono compiti e ci costringono a trovarci un ruolo nuovo. Solo trovandone uno soddisfacente ne possiamo apprezzare il valore.

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Luca,
      speravo che il senso dell’articolo fosse chiaro. In estrema sintesi: innovazioni che a noi possono sembrare poco rilevanti in termini di cambiamento sociale risultano, invece, rivoluzionarie in altri paesi. E non accorgersene è… come dire? frutto di un atteggiamento blasé.

       
  3. Rodolfo

    Ho riletto più volte quanto afferma Franceschini e le ragioni di Annamaria. Certo il titolo dell’articolo è desolante.
    Aggiungo qualche considerazione.
    La quantità di artefatti, sia inerti, quali gli oggetti fra l’utile e l’artistico dell’immagine in alto, sia biologici, come le colture e gli allevamenti, che costituiscono il nostro ambiente ormai totalmente artificiale, smentiscono l’affermazione. Il mondo non si è fermato a internet. L’idea d’invenzione indicata dal giornalista è certamente datata allo scorso millennio, e neppure al suo periodo finale.
    A parte il fatto che non è la scienza che inventa (ma forse è solo un fatto di sintesi) ma si limita a fornire gli strumenti, e che le invenzioni per tradursi in artefatti devono passare attraverso il vaglio e il controllo dell’economia di e del mercato, non è affatto vero che il water è il massimo dell’impatto sociale sulla vita delle persone. Una lettura de “Il grande bisogno” di Rose George, Bompiani, evidenzia che, a oltre 238 anni dall’invenzione di Cummings (Daniele Tirelli, il Cronodizionario dei consumi, Ed.Compositori), solo meno di un terzo della popolazione mondiale conosce quell’accessorio mentre il numero di possessori di telefono cellulare è di gran lunga maggiore.
    Quando il presidente della IBM vide per la prima volta un personal computer affermò che, ad essere ottimisti, se ne sarebbero potuti vendere cinque o sei in tutto il mondo.
    Sappiamo come è andata a finire. Sappiamo anche che l’informatica, in tutte le sue variabili, non è mai stata prevedibile e che gran parte dei risultati sono dovuti a persone visionarie, capaci d’immaginare con passione. E questo mi fa pensare alla differenza fra Bill Gates e Steve Jobs, forse solo percepita e che rischia di essere fuorviante e non oggettiva. Ma questo è un altro discorso.
    Ho qualche dubbio sull’entusiasmo -forse acritico, ma probabilmente sbaglio interpretazione- per twitter e quanto ne consegue, però concordo sul ruolo di alfabetizzazione e di diffusione della cultura che il telefono cellulare permette.
    Se Franceschini e -mi sorprende- l’Economist hanno una visione staliniana -misurata in tonnellate d’acciaio, da cui il nome del leader sovietico Stalin- è pur vero che quel tipo di sviluppo non è più possibile, dato che, ad esempio, il rame è già stato estratto per l’ottanta per cento (fonti delle società minerarie mondiali interessate), che un buon metà di esso è diventato verderame o pigmento per vernici, quindi non più recuperabile, che tutte le ricerche sinora fatte per trovare dei conduttori elettrici alternativi non hanno dato risultati applicabili. Allora, io credo che proprio le situazioni di crisi, di limite, se trovano nuovi paradigmi possono produrre altre categorie d’invenzioni e un nuovo futuro.
    I gravi problemi ambientali ci hanno fatto comprendere che non è possibile una crescita continua in un mondo finito e che abbiamo bisogno più di conoscenza che di oggetti. L’approccio ecologico ci dice che la dematerializzazione e la decrescita non sono sinonimi di sottosviluppo e che il progresso può avere molte e diverse sfaccettature che una visone miope e a una sola dimensione non è in grado di percepire (R. Di Martino, i Cassetti del design, FrancoAngeli). Però c’è chi, grazie alla preminenza dell’economia e della finanza su ogni altra cosa, realizza piste da sci a Dubai. Molti le decantano come segno di progresso, io le leggo come crimini verso l’umanità.

     
  4. gvna

    Ciao,
    ho letto anch’ io l’ articolo sul giornale di carta e devo dire che mi sono fermata al qui e ora. Cioè ho pensato: e se avesse ragione? Non mi è minimamente passato per la mente di andare in Africa o altro. Ho alzato lo sguardo in questa parte di mondo e ho visto tutti a testa in giù a trafficare nel virtuale. Sì è vero, pensiamo sempre e solo a noi e ci dimentichiamo che altrove si corre. Egocentrici egoisti con l’ idea che noi siamo il mondo. Ma se l’ articolo avesse avuto un altro titolo tipo ” la parte di mondo più evoluta si è fermata ad internet perchè nessuno inventa più nulla” sarebbe meno irritante? Mi rendo conto di essere un’ egocentrica egoista anch’ io, ma mi sto facendo ancora una domanda:
    i paesi più arretrati, anche se non hanno l’ acqua,
    si stanno evolvendo con le nuove tecnologie perchè queste sono l’ unico canale a disposizione per compiere diverse operazioni necessarie alla sopravvivenza, ma noi che (nonostante l’ evoluzione) facciamo ancora parte dell’ umanità , ci stiamo evolvendo o stiamo fermi?

     
  5. Anna

    #twittoperché ho voglia di parlare con la mia voce, e prima lo facevano solo i giornalisti
    #telperché ho famiglia e devo sbrigare tante cose in poco tempo
    #bloggoperché mi piace scrivere e finalmente posso farlo senza chiedere permesso allo stato
    #navigoperché c’è un immenso sapere accademico distribuito free

    Più innovazioni di così!

     
  6. Annamaria Testa

    Aggiornamento
    Questo post è stato ripreso da Andrea Cardoni in un ottimo articolo intitolato Dal cesso al cellulare: il dibattito sull’innovazione e il contadino africano
    http://www.chefuturo.it/2013/03/dal-cesso-al-cellulare-il-dibattito-sullinnovazione-e-il-contadino-africano/
    Lettura consigliata.

     

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