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La città che ci parla in modo urbano

In una città, tutto è comunicazione. E sono comunicazione anche le singole azioni. Quelle pubbliche e quelle private. Quelle individuali e quelle collettive. Quelle compiute e quelle mancate.

STAZIONE DI TORINO. Arrivo in treno a metà pomeriggio, con un po’ di anticipo sull’incontro a cui devo partecipare. Poco male, penso, è una bella giornata e mi farò due passi sotto i portici. E invece no: all’ingresso della stazione c’è un tipo che suona il pianoforte. Reazione emotiva: curiosità.
Un cartello dice: questo pianoforte è a tua disposizione, suonalo e abbine cura e rispetto come se fosse in casa tua.

IL VIOLINISTA A WASHINGTON. Molte persone passano senza farci caso. Mi torna in mente la storia del violinista Joshua Bell che per quaranta minuti suona Bach su uno Stradivari, in una stazione della metropolitana, a Washington, e praticamente nessuno se ne accorge.
Altre persone rallentano o si fermano per un po’ ad ascoltare. Alcune si avvicinano. Perfino io, che di musica so molto meno di quanto vorrei, capisco che è un’esecuzione di buonissima qualità: è jazz, un medley di brani vellutati.

PIANOFORTI IN CITTÀ. Rientro a Milano che è notte e vado subito a cercare di che si tratta. L’idea di mettere pianoforti a disposizione dei musicisti nei luoghi pubblici è venuta nel 2008 (lo stesso anno della storia di Joshua Bell) all’artista britannico Luke Jerram. Il primo esperimento si è svolto a Birmingham. Da allora, 1700 pianoforti sono stati installati in 55 città del mondo.
L’iniziativa è stata replicata in Italia da Grandi Stazioni. Viaggio molto in treno, eppure non mi ci ero mai imbattuta. Leggo che il primo pianoforte è stato installato a Venezia. Che i pianoforti collocati nelle stazioni di Milano e Napoli sono stati distrutti (reazione emotiva: rabbia, delusione).

REGALO INATTESO. Su Youtube, cercando “pianoforte stazione” trovo decine di video. Infine, trovo che il cantante e pianista americano John Legend, di ritorno a Parigi, appena qualche giorno fa ha improvvisato un mini concerto per i pendolari nella stazione di St. Pancras a Londra.
Insomma: la prossima volta che prenderò il treno lo farò con un di più di senso d’attesa, e arrivata in stazione tenderò l’orecchio. Sta di fatto che dal pianoforte torinese ho fatto fatica ad allontanarmi, un po’ per la qualità della musica, un po’ perché quella musica lì, in un non-luogo frettoloso e anonimo com’è una stazione, creava uno strano cortocircuito. Come ricevere un regalo del tutto inatteso. Reazione emotiva: gratitudine.

MILANO, CENTRO. Domenica 2 aprile si corre in città la Milano Marathon, una bella, grande e importante iniziativa benefica. 25mila iscritti. Strade bloccate. Un fiume di gente che corre. Risalgo il flusso: guardare i corridori è uno spettacolo.
Vedo un tizio che corre a piedi nudi, con delle specie di suole appiccicate alle piante dei piedi. Molti corrono trascinando palloncini multicolori. Uno lo fa, e va veloce, spingendo una carrozzella con un invalido (reazione emotiva: commozione).

PLASTICA, PLASTICA, PLASTICA. Corrono diversi anziani: tra questi, una elegante signora (capelli bianchi, ottimo taglio e pettinatura perfetta nonostante l’impegno della prestazione fisica. Da applausi). Ressa, grida e incitamenti dal pubblico. Lunghe strisce di cerotti multicolori su gambe e polpacci. Gente che zoppica, smorfie di fatica e determinazione. Reazione emotiva: sostegno, ammirazione.
Risalgo ancora. Là dove il percorso rasenta il parco Sempione, improvvisamente e per diverse centinaia di metri la strada appare costellata da un’infinità di bottigliette di plastica.

città 2 Milano maratona

IL GESTO MANCATO. Mi chiedo che cosa mai ci sarebbe voluto a mettere un paio di grossi contenitori per le bottiglie vuote accanto al punto di distribuzione delle bevande. Un segno di rispetto negato, un gesto mancato. Forse non tutti li avrebbero usati, ma qualcuno, santa polenta, magari sì. Reazione emotiva: fastidio, delusione. Come se non solo il prato, ma l’intera manifestazione apparisse improvvisamente sconciata dalla spazzatura.
Ripasso per lo stesso luogo alle quattro del pomeriggio. È tutto nuovamente e miracolosamente lindo, strada e prato. Un grosso camion dell’Amsa si sta allontanando, conclusa la scorpacciata di bottigliette. Reazione emotiva: sollievo, orgoglio. Ehi, gente, siamo a Milano!

ESSERE URBANI. E penso che sì, le città ci parlano in continuazione. Con gli edifici e le piazze. Coi nomi delle strade. Con le istituzioni, l’arredo, i prati e gli alberi. Ma anche con le mille infinitesime opportunità che vengono (o non vengono) predisposte per permetterci di compiere un gesto urbano. Ricordando che “urbano” significa “proprio della città”, ma vuol dire anche “cortese, gentile, educato”.

4 Commenti a La città che ci parla in modo urbano

  1. Clarissa

    Sono di Torino, ho preso il treno ogni fine settimana per un paio d’anni, per non elencare tutte le uscite scout che sono partite da lì; ora lavoro a due passi dalla stazione e immancabilmente in pausa pranzo o sulla strada di ritorno a casa mi capita spesso di transitarci, un po’ per il richiamo alla nostalgia, un po’ per il richiamo della Feltrinelli. Ma quel pianoforte, con i suoi pianisti e le sue pianiste, rimane la mia parte preferita.

     
  2. Angela

    E’ lunedì mattina, sono in giro a piedi per Roma, ho appena finito un appuntamento di lavoro. C’è un sole bellissimo. Sovrappensiero arrivo in Piazza Mattei nel cuore del Ghetto (quella con la bellissima fontana con le tartarughe) e realizzo che qualcuno sta suonando. Sono tre ragazzi, non hanno neanche vent’anni, violino, viola e violoncello, repertorio classico, Bach, Mozart, Vivaldi, brani molto conosciuti. Sanno come attirare l’attenzione e sono bravissimi!
    La gente si ferma come me, affascinata dal contrasto tra il loro aspetto da “pischelletti” e la serietà, la passione e la consapevolezza con cui suonano.
    E’ stato un momento inatteso di pura felicità.

     
  3. Caterina Lori

    Mi piace molto l’idea dei pianoforti nelle stazioni. Tre anni fa, in quella di Brighton, mentre aspettavo il treno, un ragazzo cominciò a suonare Comptine d’un Autre été di Yann Tiersen, regalandoci tre minuti di bellezza che influenzarono positivamente l’intera giornata. Gli sono ancora grata per quel gesto. 🙂

     

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