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Perché la creatività non abita in tv

Stefano Balassone è uno che conosce benissimo la telelevisione: l’ha fatta, l’ha gestita, l’ha inventata, l’ha studiata. La racconta e la insegna. Scrive su Huffington Post e su Europaquotidiano. Gli ho chiesto se aveva voglia di scrivere, per NeU, una breve nota su creatività e televisione ed eccola, qui sotto. Sono felice di pubblicarla e lo ringrazio. Il giudizio di Balassone è netto: la creatività non abita in tv. Se volete scoprire perché, leggete.

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Ogni settore della depressa vita economica italiana, dalla chimica alla siderurgia, dal turismo alla pubblica amministrazione, dall’istruzione allo spettacolo è andato all’indietro a modo e per percorsi suoi.
Nella televisione si è abbandonata la produzione a favore della distribuzione, a cominciare da 37 anni orsono, e cioè dal 1976, l’anno dell’accaparramento delle frequenze e della esondazione della tv commerciale, inizio del processo sfociato, in capo a 6 anni, nel Duopolio, due corpi, un’anima sola e nessuna spinta competitiva a produrre, tanto meno in modo creativo.

È dal 1976 che i canali televisivi aumentano di numero e la base produttiva si restringe, a cominciare dal cinema (da allora chiudono i cinema e si contrae del 90% il box office). Da lì a poco si forma il monopolio Fininvest che estrae dalla pubblicità, senza reinvestirli nella produzione, margini operativi (eccedenza dei ricavi sui costi) del 30% e oltre. Da allora il cinema si limita alle poche opere sovvenzionate – più o meno d’autore –  e la tv smette di produrre generi ad alta intensità di capitale (ad esempio documentari) per ripiegare sulle interminabili seratone di studio (dall’intrattenimento con e senza game show ai talk show politici; tutti generi che spalmano i costi su durate lunghe) e sull’adattamento al vernacolo locale dei format e delle soap che girano nel mondo. Il resto è riproduzione dei programmi d’acquisto previo doppiaggio.

Da qui la crisi della creatività. O, per meglio dire, il concentrarsi della creatività sul come fare le nozze con i fichi secchi: aumentando il grado di narratività delle banali scalette dei soliti talk show, affinando l’eloquenza della grafica, spremendo l’impossibile dalle cinque o sei telecamere di studio e dai banchi di montaggio a base Apple o Microsoft. Una creatività residuale, da paese industrialmente sottosviluppato, come prova il basso livello delle retribuzioni di tutta la filiera dei mestieri coinvolti (star e boss della intermediazione esclusi). Peraltro a questa creatività va dato atto di riuscire bene o male a riempire le giornate della gente, in particolare del numero crescente di persone anziane che passano in media più di sette ore al giorno con la compagnia della tv. E poco altro.

Il vuoto assoluto compare nella creatività dei contenuti e delle strutture narrative. Che non trova né spazio né stimolo semplicemente perché non si capisce come farci i soldi. Sì, la strada sarebbe quella di inventare, collaudare ed esportare (formula olandese degli anni ’90), ma questo non riguarda il core business di Rai (che non sa perché esiste) e di Mediaset (che invece lo sa benissimo). E non sarà un caso che le varie serre creative si siano dimostrate perdite di tempo.

Non c’è da aspettarsi miracoli in questo settore, tantomeno in tempi di larghe intese. Perché se mai un cambio di marcia e di rotta si volesse tentare, richiederebbe un ripensamento radicale del senso del “Servizio Pubblico”, che rimodelli la natura e le risorse della Rai da partner del duopolio – e Mediaset a quel punto chiuderebbe bottega – a factory produttiva, con l’occhio allo sviluppo sui mercati esteri. Non un falansterio per beneficiati dei fondi pubblici – tanto per intenderci – e neppure l’eunuco a guardia dell’harem del pluralismo.

3 Commenti a Perché la creatività non abita in tv

  1. leila

    Ciao,
    non credo più ai “ripensamenti radicali”.
    In generale, e ancora meno per la tv. Non ci sono i soldi, non c’è lo spirito, non c’è neanche la voglia. Insomma, non è periodo.
    La tv la guardo, ma sul pc. Lo dico perchè parlo senza essere nè un’ esperta nè una fruitrice del mezzo. Credo invece nell’ originalità e nella creatività dei programmi occasionali, affidati all’ estro o alla sventatezza di chi deve fare un programma con due soldi. Per esempio Gazebo, ne posso parlare tanto è finito (sob). A me è sembrato creativo, originale e pieno di contenuti. Per esempio, la scena del giuramento del governo vista in quel programma mi sembrava più vicina al giornalismo di tutti i servizi dei tg messi insieme. Oppure l’ elezione di Epifani vissuta in diretta coi giovani della sede del PD la dice lunga sia sullo stato del PD sia su come i giovani vivano questo tempo, se avessero fatto un programma apposito sull’ argomento non sarebbero riusciti ad essere così spietatamente realistici. O la Concia che prende una tipa terrorizzata e la butta davanti alla platea.. ho riso, ma c’ era da piangere. Niente ha senso se non c’ è una forte motivazione che ti spinge a fare le cose. Perchè la generazione della Concia e lì sempre nell’ arena e quei giovani se la fanno sotto dalla paura? Un programma tipo “Generazioni a confronto” non sarebbe riuscito ad essere tanto vero quanto efficace, tanto “nuovo” quanto “utile” a me, che guardo la tv anche se sul pc, e mi serve per capire in che tempo viviamo.
    Credo che ora la tv viva di estemporanee perle di creatività, da prendere al volo. I “ripensamenti radicali” sarebbero un’ impresa titanica per chi li deve pensare. E non è detto che chi li pensi sia creativo.

     
  2. Rodolfo

    Gentile Annamaria, l’immagine in alto me ne ha ricordata un’altra che ritengo più pregnante, quella del direttore del carcere che parla ai detenuti all’interno del ‪Panopticon‬. L’illustrazione mi pare fosse contenuta in “Condannare e punire” di Focault ma non sono riuscito a trovarla, probabilmente la conosci.
    Tutto sommato questa piccola folla di americani inizi anni “60 descrive il momento nel quale il marketing s’impossessava pesantemente del mezzo ma c’erano ancora riserve di creatività abbinate all’ingenuità degli spettatori. Oggi gli spettatori non sono più ingenui, sono ottusi, fritti e rassegnati, la creatività non serve più, bastano decine di idioti con davanti un fornello e si va avanti per ore e per anni.

     
  3. Fiorella Palomba

    Tutto è cominciato nel 1976. Partiamo da lì.

    Il sentimento prevalente nella lettura del link é rabbia. Sentire la morte in diretta di Francesco a Radio Alice è stato tremendo.

    Poi il viaggio nella memoria di quegli anni.

    Ricordo l’invasione della televisione nella vita. Per me c’era la vita reale e poco mi importava della televisione, ma col senno di poi e con questa bellissima lettura, mi diventa palese quanto sia accaduto con il passare degli anni, quanto la televisione commerciale abbia giocato nel RICACCIARE la vita nella famiglia, quindi nel privato. Per un decennio almeno, a partire dal 1967/68, avevamo vissuto una dimensione di gruppo, di vita intellettuale e politica condivisa e a poco a poco la prevalenza della televisione, ha segnato un cambiamento che, anche se non coinvolta direttamente, avvertivo con malessere.

    Sembrerebbe che questo mio dire poco abbia a che fare con la caduta della creatività nelle emittenti. Non credo sia così. Il grande business, la grande abbuffata di denaro, a mio avviso, hanno ammazzato la creatività.

    C’era prima? Non lo so. C’era però un fermento ovunque nel design, nella cultura, nel cinema, nell’arte.
    Quando circolano idee, io credo, tutto cresce. Se, di contro, il denaro e l’affare sono la sola spinta non c’è materia (*_))

     

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