Nuovo e utile
Aspettando lavori che non esistono ancora, che si fa?

La formula è suggestiva: i ragazzi che oggi vanno a scuola stanno studiando per prepararsi a fare lavori che non esistono ancora. Mi sono imbattuta per la prima volta in questa affermazione nel 2007, grazie a un video intitolato Did you know? Shift happens pubblicato nel 2006, diventato virale nel giro di qualche mese, e del quale ormai esiste una quantità di versioni, aggiornamenti e riedizioni.
Tra l’altro. Nel 2006 YouTube aveva appena un anno di vita. Se ricordo bene, la parola “virale” si stava giusto in quegli anni trasferendo dall’ambito della medicina a quello della comunicazione in rete, e suonava ancora, nella nuova accezione, un po’ strana.

Basta guardare la qualità grafica del video (o notare l’importanza allora attribuita a MySpace) per rendersi conto di quanto, nel frattempo, sono cambiate le cose. Intanto, l’affermazione riguardante i lavori che non esistono ancora, ripetuta fin troppe volte, si è trasformata nell’ennesimo, generico mantra sul futuro: provate a cercare con Google jobs that don’t exist yet, e guardate quanta roba vien fuori.

Tuttavia, quando parliamo di lavori che non esistono ancora, e cerchiamo di farci un’idea di quanto sta succedendo pensando ai lavori che non esistono più già oggi, continuano a venirci in mente esempi distanti dalla nostra esperienza quotidiana. Guardate questa sequenza di immagini: ah, sì, certo, sono spariti mestieri di nicchia come l’arrotino, mestieri arcaici e pretecnologici come il lampionaio, mestieri che comunque nessuno vorrebbe più fare, come il lustrascarpe o il cacciatore di ratti.
E invece no. Stanno sparendo i “lavori della porta accanto”: quelli che, fino a un momento prima che non ci siano più, appaiono utili e normali. In una manciata di anni ho visto svanire le dattilografe (si sono volatilizzate all’improvviso, alla fine del secolo scorso, con l’introduzione dei computer negli uffici). Un decennio prima, grazie all’introduzione del fax, erano spariti i fattorini.

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La diffusione delle carte di debito (bancomat) e di credito e dell’online banking ha ridotto la necessità di personale agli sportelli bancari. In molti aeroporti internazionali ormai il check-in (controllo dei documenti compreso) è automatizzato.
La possibilità di comprare biglietti aerei e ferroviari e di prenotare alberghi in rete ha messo in crisi gran parte delle agenzie di viaggio. Nei supermercati e all’Ikea i clienti sono incoraggiati a passare da soli la propria spesa sotto lo scanner: addio personale alle casse. I libri si comprano su Amazon: chiudono le librerie e spariscono i librai.
A breve spariranno i tassisti, e non è tanto colpa di Uber quanto del fatto che la preziosa e specifica competenza delle strade metropolitane, incisa profondamente nel loro cervello, è ormai resa inutile dalle mappe online, che offrono anche percorsi alternativi e tempestivi aggiornamenti sul traffico e mettono chiunque in grado di saper arrivare dappertutto. E poi, tra qualche anno, automobili che si guidano da sole verranno a prenderci sotto casa.

Certo: alcuni “lavori normali” continueranno a esistere. Sono quelli relativi all’assistenza, ai servizi e alla gestione delle persone: l’infermiere. L’insegnante. Il parrucchiere. Il poliziotto. Lo psicoterapeuta. Nelle ultime pagine di questo documento, prodotto dall’università di Oxford, trovate un lungo elenco di lavori, in ordine crescente di rischio di essere informatizzati o robotizzati.
…ma che succede se uno non vuol fare né il cuoco né lo sviluppatore di software (altro lavoro che, almeno fino a quando le macchine non cominceranno a progettarsi da sole, continuerà a essere richiesto)?
In rete si trovano mille fantasiose ipotesi di lavori che non esistono ancora: c’è il coordinatore di droni, il nano-chirurgo (quello che impianta nano-tecnologie nei pazienti), il gestore di cripto-valute, il designer di avatar.

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Esperienza, creatività e relazione sono le chiavi dei lavori prossimi venturi, dice il futurologo Ross Dawson intervistato da Vice, E cita, per esempio, la progettazione di interfacce emozionali.
Il ragionamento non fa una piega: è ovvio che i lavori del futuro chiedano di integrare creatività e un sofisticato intreccio di competenze tecniche e relazionali.
Tra l’altro: a proposito del fatto che la creatività vada da subito valorizzata (e retribuita) anche in funzione della sua centralità occupazionale prossima ventura ho già scritto su queste pagine un po’ di tempo fa.
Però non riesco a convincermi che l’amplissima schiera delle persone normali, per il semplice fatto di essere più scolarizzata delle generazioni precedenti o di poter accedere alla formazione permanente, possa trasformarsi in un batter d’occhio un esercito di fenomeni tecnocreativi.

In altre parole: crediamo davvero che tutte le persone che negli anni Settanta avrebbero fatto il fattorino, o la dattilografa negli anni Ottanta, o l’agente di viaggio o il cassiere o il libraio fino a ieri, domani siano pronte, disposte a (e capaci di) fare il nano-chirurgo o il designer di interfacce emozionali (o, magari, il futurologo: altro mestiere che probabilmente continuerà a sopravvivere)?
Già nel 2013 un bell’articolo del New York Times intitolato Come la tecnologia distrugge la classe media segnala che la richiesta di lavori non routinari, cioè difficili da informatizzare o robotizzare, si polarizza ai due estremi dell’arco occupazionale: da una parte c’è il nano-chirurgo, dall’altra la persona che pulisce camere d’albergo. La computerizzazione non sta riducendo la quantità di lavori disponibili, ma sta deteriorando la qualità dei lavori disponibili per un consistente sottoinsieme di lavoratori.

Quali saranno dunque, a parte l’infermiere, il poliziotto, il parrucchiere, i lavori normali che la gente normale fa per mantenersi? La “classe media” è un’astrazione, ma chi va a dirglielo, al tizio che avrebbe potuto essere un ottimo cassiere di banca, che se non fa l’infermiere o il poliziotto gli toccherà o pulire camere d’albergo o prendersi una laurea in ingegneria informatica o, magari, fare uno dei mille strani lavori che non esistono ancora, per svolgere il quale durante l’intera formazione scolastica non ha capitalizzato alcuna competenza ? Quanto rapidamente la gente normale saprà adattarsi, a patto che sia disposta a farlo?

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A queste domande, anche se sono andata a leggermi decine di articoli e documenti, non ho trovato risposte specifiche. In quei contesti, il ripetuto e generico invito a sviluppare capacità creative sembra solo un modo più fico per dire “beh, gente, vedete di arrangiarvi”.
Dovrebbe, credo, rispondere la politica. Un’altra sfera occupazionale che, dicono in molti, non è a rischio di esaurirsi. Per esempio, qualche politico lungimirante potrebbe dare un’occhiata a quel che dice il World Economic Forum a proposito del futuro del lavoro e delle competenze.
Alle pagine 6/7 della sintesi c’è scritto che le recenti discussioni circa l’impatto occupazionale del cambiamento sono state spesso polarizzate tra chi prevede opportunità illimitate, migliore produttività e fine dei lavori di routine, e chi prevede una massiccia perdita di posti di lavoro. Entrambi gli scenari sono possibili. Sono le nostre azioni di oggi a determinare quale scenario si verificherà, ma i tempi per agire, nell’era della Quarta Rivoluzione Industriale, sono molto più stretti che in passato.
Una versione più breve di questo articolo esce su internazionale.it. Le immagini sono tratte da questa (deliziosa) pagina.

4 Commenti a Aspettando lavori che non esistono ancora, che si fa?

  1. Andrea Torti

    La diffusione e la popolarità raggiunta dai MOOC e da app quali Duolingo e SoloLearn mi danno speranza – i lavoratori del XXI secolo non si lasceranno gettare fra le “immondizie” troppo facilmente!

     
  2. Pingback: Dove stanno andando a finire i lavori normali? | BUONGIORNO SLOVACCHIA

  3. Magari

    Buongiorno e grazie anche per questo interessantissimo articolo.

    Su questo tema mi preme far notare che la comunità europea ha presentato una Proposta di Relazione che dovrebbe impostare la regolamentazione delle ‘ persone
    elettroniche’ (robot e intelligenze artificiali, più o meno autonome).

    http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//NONSGML+COMPARL+PE-582.443+01+DOC+PDF+V0//IT&language=IT

    Visto che il loro ruolo nella società soppianterebbe quello dei lavoratori umani, credo sarebbe appropriato che le aziende iniziassero a versare contributi per le persone elettroniche, sia per sostenere il welfare state (il neoliberismo è una aberrazione e deve essere cancellato), sia per anticipare le spese di ‘pensionamento’ delle persone elettroniche: smaltimento e riciclo.

     
  4. Alessandro Vian

    Interessante articolo. Purtroppo ne parlava illo tempore l’inascoltato Jeremy Rifkin, metà anni ’90. La fine del lavoro.
    Punto…
    Ma nessuno ne parla e continuiamo tutti a bere spritz e a fare aperitivi. Le domande restano lì e la realtà ‘morde’ sempre più.

     

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