Linguaggio infantile ed emarginazione
Linguaggio infantile ed emarginazione: la sfida da 30 milioni di parole.

Il sindaco della cittadina di Providence, nel New England, il 3 febbraio 2014 lancia un’iniziativa davvero curiosa: si chiama Providence Talks. Punta sullo sviluppo del linguaggio infantile e ha l’obiettivo di colmare un divario sociale attraverso… le parole. Potrebbe perfino funzionare.

LESSICO FAMILIARE. Tutto comincia negli anni Ottanta, quando due psicologi infantili dell’Università del Kansas, Betty Hart e Todd Risley, compiono uno studio sul linguaggio infantile provando  a confrontare il modo in cui i genitori delle diverse classi sociali parlano ai propri figli. Reclutano quarantadue famiglie con figli tra i 7 e i 13 mesi: tredici sono famiglie di professionisti, dieci sono di classe media, tredici sono famiglie operaie, sei sono così povere da godere dell’assistenza sociale.
Per i due anni e mezzo successivi, gli psicologi visitano le case una volta al mese e registrano un’ora di quel che si dice. Alla fine, dispongono di oltre 1300 ore di conversazione casuale. Scoprono che sì, tutte le famiglie accudiscono bene i propri figli, ma che i genitori più abbienti parlano con loro molto di più. Scoprono inoltre che tra l’86% e il 98% del vocabolario di cui i bimbi dispongono all’età di tre anni deriva dal lessico familiare (qui una sintesi dello studio) Perché le madri più disagiate non parlano coi figli? Certo: sono stanche e oberate ma, soprattutto, nessuno gli ha mai detto quanto è importante: può essere che il divario sociale passi anche dal linguaggio infantile?

UN DIVARIO CHE CRESCE NEGLI ANNI. Hart e Risley calcolano che, entro i quattro anni d’età, un bambino povero possa aver sentito trenta milioni di parole in meno di un bambino abbiente della stessa età.
E non solo: il linguaggio delle famiglie abbienti è più ricco di aggettivi e verbi al passato, comprende più conversazioni su argomenti proposti dai bambini (compresi i loro infernali “perché?”) e spesso comprende parole di incoraggiamento. Gran parte dei discorsi delle classi più povere, invece, ha carattere disciplinare (non fare questo!).
Il deficit linguistico passa di generazione in generazione e sembra segnare l’inizio di un divario tra figli di famiglie abbienti e figli di famiglie povere che poi si allarga negli anni, e che negli Stati Uniti, quando i ragazzi vanno alle scuole superiori, diventa una voragine. Per colmare la quale sono stati varati, senza troppo successo, molti programmi governativi.

Linguaggio infantile ed emarginazione

PARLARE AI PICCOLI. Siamo nel 2012. Il sindaco di Providence, Angel Taveras, sente parlare di un concorso tra città per rendere migliore la vita urbana. Il premio è offerto da Bloomberg, ex sindaco di New York, a partire dalla convinzione che le città siano i nuovi laboratori della democrazia. Ci sono cinque milioni di dollari in palio.
Taveras ha letto lo studio di Hart e Risley e governa una città dove il disagio economico è diffuso. Gli viene un’idea praticabile per concorrere al bando: trovare un modo per incoraggiare i genitori della classi disagiate, specie le madri, a parlare di più ai propri figli piccolini. Lo faranno in mammese (motherese): voce di un tono più alto, parole scandite, frasi semplici oooh…guarda la pallina… è gialla… la pallina pulcina… guarda come rotola… corri corri corri…dove andrà la pallina? Insomma, in quella maniera che ci apparirebbe scema e insopportabile se non ci fosse lì in bambino piccolo al quale sembra del tutto normale, e attraente.

Con il suo progetto sullo sviluppo del linguaggio infantile, nel 2013 Taveras vince effettivamente il Bloomberg Philanthropies’ Mayors Challenge, battendo 300 altre città. Ne danno notizia, fra gli altri, il New York Times con un lungo articolo e il Boston Globe. Il progetto parte a inizio 2014. Ecco come funziona: i piccoli vengono muniti di un minuscolo strumento (Lena: Language Environment Analysis), che registra e riconosce parole e turni di conversazione. Gli assistenti sociali misurano i risultati e ne discutono con i genitori. Li Incoraggiano a parlare, a spegnere la tv e a leggere libri ai piccoli. Qui un video del 2014 che mostra bene come funziona il progetto.

Linguaggio infantile ed emarginazione

IL MAMMESE: DINAMITE PER LO SVILUPPO DEL LINGUAGGIO INFANTILE. Nel 2015 la storia viene ripresa dal New Yorker (che scrive: il motherese è dinamite per lo sviluppo del linguaggio) e, qualche giorno dopo, da La Repubblica. Il progetto sta andando avanti e convolge un numero crescente di famiglie (dovrebbero essere 2000 nel 2016, dice il sito della città di Providence). Alcuni hanno sollevato obiezioni definendolo “paternalistico”, o giudicandolo uno strumento di omologazione ai comportamenti e al linguaggio della classe media, o ritenendone intrusiva la modalità: dopotutto si tratta di registrare conversazioni molto intime tra genitori e figli. Ma, in realtà, sembra che il fatto di poter guardare insieme dati oggettivi rassicuri le famiglie aiutandole ad avere una percezione più chiara dei progressi e consenta agli assistenti sociali di non trovarsi in una scomoda posizione giudicante. I risultati a livello cognitivo, ovviamente, si vedranno quando tutti i piccoletti cominceranno ad andare a scuola. Per ora gli assistenti sociali stanno rilevando un significativo aumento delle conversazioni.

SVILUPPO DEL LINGUAGGIO E SVILUPPO COGNITIVO. In ogni caso, l’idea è interessante per diversi motivi: parte dal presupposto che il possesso del linguaggio sia un fattore determinante per lo sviluppo cognitivo. È un intervento precoce. Integra una tecnologia semplice con il fattore umano. Punta sulle famiglie (e sulle madri) sostenendole invece di colpevolizzarle. Ha un approccio empirico, e si propone di ottenere grandi cambiamenti attraverso piccoli, misurabili miglioramenti quotidiani, come chiacchierare col piccolo facendo la spesa o leggergli un libro.
Ci basta aspettare qualche anno, e vedremo se tutto questo funziona davvero. Intanto, se avete figli, nipoti, cugini o fratelli piccoli, nulla vieta che cominciate a parlare con loro un po’ di più.

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9 Commenti a Linguaggio infantile ed emarginazione: la sfida da 30 milioni di parole.

  1. giacomo

    Nota per il webmaster: il link a Repubblica non funziona: scarica questo file “tiffpilot.exe”

     
    • Redazione Nuovoeutile

      Ciao Giacomo,
      il link a Repubblica si apre correttamente su Modzilla, Safari e Chrome. Ed è questo: http://bit.ly/1v3dkXa
      Da qui lo apri?

      In effetti non c’è nulla da scaricare, perchè si tratta di una articolo della rassegna stampa online del Ministero della Pubblica Istruzione. Questa è la pagina generale: http://rstampa.pubblica.istruzione.it/rassegna/rassegna.asp

      Infine: per questo genere di segnalazioni tecniche per favore utizza la mail redazione@nuovoeutile.it e non i commenti. Quando ci scrivi indica anche da che browser navighi e, se puoi, allega uno screenshot dell’errore. Saremo molto più rapidi a prendere in carico la tua segnalazione.

      Facci sapere se riesci a risolvere.

      Un saluto cordiale
      La redazione

       
  2. Benedetta Gargiulo

    Sicuramente le parole sono importanti, ma non sono così sicura che oggi i genitori abbienti parlino con i loro figli di più dei genitori non abbienti. E in questo caso quali possono essere le ripercussioni sul divario sociale?

     
  3. Pingback: Primo articolo | Morris, Casini & Partners

  4. andrea berotti

    Le parole dei bambini e l’adulto sordo, Milano, Mondadori, 1991
    Françoise Dolto (Parigi, 6 novembre 1908 – Parigi, 25 agosto 1988)

    Il suo approccio mi ha dato strumenti mi ha reso felice di crescere con le mie figlie.

    Le parole sono la strada più lunga nel paesaggio più bello con l clima migliore. a piedi.

     
  5. Licia Corbolante

    Non sono riuscita a recuperare i riferimenti, ma ricordo altre ricerche su linguaggio ed emarginazione che evidenziavano in particolare l’importanza di leggere libri ai bambini fin dal primi anni di età, attività praticamente sconosciuta tra le classi sociali meno abbienti. Le storie scritte contengono infatti parole e costruzioni poco usate nelle normali comunicazioni quotidiane (ad es. lessico particolare, frasi in terza persona plurale, forme diverse di futuro e passato, periodi ipotetici, registri diversi ecc.) e i bambini che fin da piccoli acquisiscono familiarità con diverse modalità di espressione sono avvantaggiati perché una volta a scuola non devono impararle da zero, hanno un carico cognitivo ridotto rispetto ai loro coetanei che non hanno avuto le stesse opportunità, e possono concentrarsi meglio su altri aspetti del processo di apprendimento.

     
  6. giacomo

    Mi piace molto il comento di Licia. Parlare con i figli è importantissimo. Ma altrettanto importante è leggere storie, racconti. Anche perchè un fenomeno che oggi si osserva è quello della “adultizzazione” (scusate il termine) del linguaggio usato con i bambini. Il trattarli da adulti, riservando a loro scelte che dovrebbero essere dei genitori e cercando di spiegare loro con linguaggio e argomenti a volte per loro del tutto incomprensibili le ragioni in base a cui devono compiere le scelte. Parlare con loro usando argomenti e parole comprensibili (o appena al di là, per facilitare nuove acquisizioni, e leggere storie. Tante storie, divertendosi con loro a inventarne. Per rispettare il loro mondo e la loro crescita.

     
  7. Nexhmije Koci

    Parlare sempre con i più piccoli e molto importante.
    Oltre l’impotenza delle prole ci dà la sicurezza ai bambini sulle pensieri, per capire meglio il mondo che gli circonda

     
  8. Pingback: La lotta contro le disuguaglianze sociali inizia in famiglia, parlando di piu' con i bambini (VIDEO) :

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