Macchine poetiche e creatività del comprendere

Le macchine possono essere creative? Certo, giocano a scacchi o a pallone, e possono, senza ovviamente avere consapevolezza di farlo, combinare molte cose divertenti. Stanno anche procurandosi la dotazione indispensabile per avere “idee”: un po’ del tanto sottovalutato senso comune. Ci sono perfino macchine che stanno imparando a imparare.

Vi ripropongo un bell’articolo di Paolo Rumiz, sparito dal web e fortunosamente recuperato: parla delle macchine poetiche inventate dallo scrittore, saggista e poeta tedesco, Hans Magnus Enzensberger. Sono state esposte per la prima volta in Italia a Dedicafestival 2010 di Pordenone. Combinano parole formando cortocircuiti suggestivi, o riassemblano Petrarca dando luogo a un numero infinito di nuove poesie.
Basta così poco a fare poesia? È tutto un meccanismo elementare? La risposta è no. Il lavoro di Enzensberger ci dice che la poesia (e la creatività) sono nel nostro sguardo: nella capacità di riconoscere un cortocircuito tra parole e tra pensieri, di interpretarlo e di farlo risuonare dentro di noi. Di leggere nuove strutture. Nell’enciclopedia di competenze e conoscenze che – quando due parole note si uniscono in un insieme inaspettato – si attiva in noi costruendo un intero mondo.  E, se le parole creano mondi, conviene usarle bene e salvarle: che siano italiane oppure (il sito merita una visita) inglesi.

6 Commenti a Macchine poetiche e creatività del comprendere

  1. gio.brun

    Forse una macchina potrà comparare, stupire, magari anche divertire. Ed il nostro sguardo umano può percepire tutto questo. Ma una macchina potrà emozionare? Al momento non credo. Giovanna

     
  2. Giuliano Cuccurullo

    Secondo me, come ci dice il lavoro di Enzensberger (che la poesia e la creatività sono nel nostro sguardo…) una macchina potrà emozionare se chi se la trovasse di fronte riuscisse a vedere e capire che dietro a ogni aggeggio, dietro una fredda tecnologia c’è sempre la passione o addirittura un sogno di chi l’ha creata.

     
  3. gabri

    Quante cose di senso comune deve sapere il computer ( oltre tutto il vocabolario e la sintassi e le loro intersecazioni) per produrre questo verso: Una mattina andando in un’aria di vetro ( Montale, Ossi di seppia) ? Intanto essere capace di sciogliere l’analogia: un’aria tersa e fredda come il vetro. La macchina poetica dovrebbe sapere inoltre: – Che il mattino ha l’oro in bocca, ossia la percezione è più fresca e può creare la visione che segue nella poesia – che il vetro è freddo e può essere terso -che l’aria può essere tersa e fredda -che il clima della mattina può essere caldo-umido e il vetro può essere appannato da un soffio caldo, sicché si potrebbe dire “andando in un’aria fumigante come un vetro appannato” di una mattina di nebbia -che “andare verso” non è l’unica accezione del verbo di moto; si può andare nella nebbia, nella pioggia, in una mattinata tersa e fredda o caldo-umida o, per dire altra cosa, in una mattina “silente e posata di neve” -che il gerundio presente “andando” ha valenza di contemporaneità -che il numero dei sostantivi fa’ la differenza: se si dicesse “in un’aria di vetri”, ci avrebbe comunicato una sorta di frantumazione della realtà. E via analogizzando. Che dire poi di una macchina parlante francese che avrebbe dovuto tradurre verre con vetro, occhiale o bicchiere? Lenat dice che ci vogliono 250.000 regole e 350 anni-uomo di sforzo. E te credo!!

     
  4. eli

    Fantastica Gabri!

     
  5. annamaria

    UN MAESTRO E’ morto Emanuele Pirella. Ha cambiato la pubblicità italiana. Ha insegnato questo mestiere a una intera generazione. L’ha fatto con cultura, gusto, intelligenza, coerenza, passione, senza smentire mai le proprie radici di intellettuale e la propria convinzione politica. Un grande, a cui sono profondamente grata. A cui molti, credo, devono essere grati.

     
  6. gabri

    Cara Annamaria, so anch’io che significa perdere un maestro. Ma siamo già tanto fortunate di averli avuti e di averli riconosciuti. E a proposito del tuo articolo, vorrei rendere omaggio a un maestro , che non ho conosciuto personalmente, ma solo attraverso libri e conferenze: Silvio Ceccato, cibernetico, che aveva ipotizzato la macchina malcontenta, la macchina colpevolizzante, quella che recita, finge, mente e anche quella pornografica. E si chiedeva:” E che cosa ci si mette dentro?”.

     

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