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Notizie positive per salvare il giornalismo, i lettori e il mondo

Torno sul tema delle notizie positive nella convinzione che sia davvero rilevante. E insisto perché vorrei fare del mio meglio per diffondere questa percezione, e perché una forte richiesta di buone notizie (ehi, ce ne sono! Non c’è bisogno di inventarle! Basta smetterle di trascurarle!) può contribuire a cambiare in modo virtuoso l’intero sistema dell’informazione: un elemento-cardine del modo in cui tutto noi ci formiamo la nostra visione del mondo.

L’incontro si intitola Giornalismo oggi: c’è ancora spazio per le buone notizie? e fa parte del programma di aggiornamento istituito dall’Ordine dei giornalisti. Ci vado sia per sentire quello che si dice, sia per vedere quanta gente c’è (ce n’è, ma la sala non è esattamente piena) sia per capire che aria tira e quanto interesse si accende attorno al tema tra gli addetti ai lavori. Quelli, insomma, che ogni giorno per mestiere cucinano l’informazione (questa metafora del cucinare continuerà a frullarmi in mente per l’intera mattinata: un contrappunto costante alle affermazioni del relatore).

SALVARE IL GIORNALISMO (E NON SOLO). A parlare di notizie positive è Alessio Maurizi, capo servizio della redazione news Radio 24 e da diversi anni conduttore della trasmissione Si puô fare-cronache da un paese migliore. Maurizi esordisce con un’affermazione impegnativa: “le buone notizie servono a salvare il giornalismo, i lettori e il mondo”. Apro l’iPad e mi dispongo a prendere appunti: se riesce ad argomentare bene questa tesi, penso, merita tutta l’attenzione. E un resoconto accurato.
Bene: la tesi mi è sembrata convincente. Dunque, eccovi il resoconto: è diviso in due parti, e quella che trovate qui di seguito è la prima.

CHE COS’È UNA “NOTIZIA”. Maurizi comincia col ricapitolare alcuni elementi di base. Una notizia, dice, è qualcosa che ha un elemento di straordinarietà: l’uomo che morde il cane, insomma. Ma noi abbiamo un quadro distorto della straordinarietà. A sembrarci “più straordinarie” sono le notizie negative: lo scoppio di una guerra, la morte di un papa. Sono quelle che scatenano emozioni potenti eche più a lungo ci restano stampate nella memoria.
Così, per esempio, succede che a partire dal 2008 non passi un solo giorno senza che i media parlino di crisi economica. Intanto, nessuno si accorge del fatto che fra il 1990 e il 2015 il numero delle persone che soffrono per fame e povertà estrema nel mondo si è più che dimezzato, e che con questo risultato è stato raggiunto (e addirittura superato) il primo degli Obiettivi di sviluppo del millennio.

SammySlabbinck09

LA CUCINA DELL’INFORMAZIONE. Ma, al di là di ciò che suscita paura o rabbia, e che per questo cattura l’attenzione e sembra degno di nota e straordinario, ci sono altri elementi che suscitano interesse (e, penso, fanno sì che i fatti nudi e crudi possano trasformarsi in notizie appetibili): per esempio, gli eventi vicini interessano più di quelli lontani. Interessano i soldi (e la salute). Interessa ciò che riguarda le passioni: sport, ambiente, cultura, cinema…
Infine (e per completare il menu dell’informazione) ci vuole e piace quello che è rassicurante e regala un po’ di leggerezza: la cronaca rosa, il gossip, i cani e i gattini. Tutte cose che hanno un effetto balsamico. Un’alternativa balsamica, almeno per alcune testate e alcuni pubblici, è una dose quotidiana di tette e sederi.

SAPORI SEMPRE PIÙ FORTI. Nel giro di qualche decennio la concorrenza sull’informazione si è accentuata tra i media: negli anni 70 c’erano due soli telegiornali. Nel 2000 erano sei. Ora sono nove. Negli anni 70 i quotidiani davano hard news, e i periodici offrivano storie, interviste, approfondimenti.
Oggi tutti offrono tutto, e in più c’è la rete. Vendere informazione è diventato più difficile, e un modo semplice e ovvio per continuare a riuscirci è amplificare il meccanismo della straordinarietà: più rabbia, più paura. L’ideale sarebbe avere breaking news 5 volte al giorno.
(Insomma, penso, gli ingredienti della cucina dell’informazione quotidiana non sono cambiati: ma per continuare a far sì che la ricetta resti attraente e irresistibile se ne intensifica il sapore).

IL RISCHIO DELL’ASSUEFAZIONE. Poiché i fatti straordinari non sono mai abbastanza, si amplifica e si serializza la straordinarietà: ed ecco i plastici, i criminologi, i dettagli raccapriccianti. Ci si inventa l’approfondimento dell’approfondimento dell’approfondimento. E si rendono straordinarie anche le opinioni delle persone che parlano di questi fatti: le vere stelle della televisione oggi sono i protagonisti abituali dei talk show.
Ma tutto ciò, da una parte, genera assuefazione, e “assuefazione” significa perdita d’interesse: qualcosa di assai pericoloso per i media. Dall’altra, chiede di essere bilanciato da dosi altrettanto massicce e di fatterelli sempre più leggeri, accattivanti e rassicuranti: oggi perfino le testate più autorevoli ospitano sezioni del tutto frivole.
(Penso: è un po’ come quando si cucina troppo salato e troppo zuccherato. Ci vuole sempre più sale, sempre più zucchero, e alla fine niente sa più di niente).
notizie positive 3 Slabnick

INGREDIENTE DIVERSO, RICETTA MIGLIORE. Le notizie positive, dice Maurizi, salvano i media, il giornalismo e anche il pubblico perché generano contro-meccanismi percettivi e cognitivi virtuosi. Rassicurano senza dover essere per forza frivole o sceme. Suscitano interesse perché sono “vicine”. Estendono il criterio di straordinarietà alle persone normali, e possono attivare importanti meccanismi di identificazione e di empatia: due attitudini che migliorano le persone, e il mondo. E promuovono le buone pratiche.

POSITIVE, MA NON FRIVOLE. Alcune testate hanno già scelto la strada di rendere “sostenibili” per il pubblico le ineliminabili e necessarie notizie cattive bilanciandole con notizie positive, e non con notizie frivole. Per esempio, Report affianca, alle sue inchieste dure e coraggiose, una sezione Good News.
La Stampa lo fa da molti anni, e spesso una buona notizia riguardante persone normali finisce in prima pagina (leggetevi questa, firmata da Massimo Gramellini, per esempio.). Il Corriere della Sera presta molta attenzione al Terzo settore e alle notizie positive, specie in rete, con una intera sezione dedicata a temi di valore sociale (all’interno della sezione si trovano anche il blog InVisibili e il blog Buone notizie). Ma ospita spesso buone notizie (cioè positive e non frivole) anche La 27esimaOra. E almeno una buona notizia nel corso della giornata finisce nella prima pagina del sito del quotidiano, rimbalza sulla carta stampata (rubriche sul settimanale Sette) e arriva in tv, in uno spazio del TG2. L’ulteriore buona notizia è che in rete questo tipo di informazione genera un traffico consistente (cioè: attira i lettori).

MIGLIORARE L’OFFERTA DELL’INFORMAZIONE. In sostanza, le notizie positive, sostituite alle notizie frivole, possono cambiare l’intera offerta dell’informazione (sono, penso, l’ingrediente che migliora l’intera ricetta e la rende più sana).
La platea appare interessata, anche se meno entusiasta di quanto vorrei. Io sono felice di aver preso appunti (e anche di questa metafora alimentare-culinaria che continua a frullarmi in mente). Il passo successivo riguarda, appunto, la cucina delle notizie positive, che sono delicate da trattare e non semplici da trovare. Ve ne parlo in un prossimo articolo.
Qui tutti gli articoli già pubblicati su questo tema e dintorni:
Disfattismo all’italiana: funzioni, vantaggi, rischi e rimedi
Le cattive notizie e le buone
Ottimismo, cosa rara: come mai?
Domenico Lucano, i migranti e la forza delle piccole soluzioni
Buone notizie e cattive strategie di pensiero

Le immagini sono dettagli dei lavori di Sammy Slabbnick.

8 Commenti a Notizie positive per salvare il giornalismo, i lettori e il mondo

  1. annamaria

    giornalismo italiano è penoso, nn conosce termini corretti e specifici, marca il parlato del lettore morboso di particolari negativi, blatera di colpe e il termine “causa” lo ignora (volutamente?..)…le belle notizie sono esposte e trattate solo dai poki ke ne “sanno” parlare e considerare sociologicamente…mestieranti…servizievoli…amorali: vuoti di etica…

     
  2. Paola

    Probabilmente il problema è che i giornalisti devono scrivere articoli “vendibili” in tempi brevi e puntare su emozioni negative è la via più facile. O forse è solo un po’ di mancanza di creatività: si ripetono cose che si ritiene funzionino. Perciò aspetto il tuo post su come “cucinare” le notizie positive!

     
  3. Sara Ritucci

    Cara Annamaria,
    volevo ringraziarla per l’articolo che è una buona notizia!
    Mi permetto di segnalarle il lavoro che da anni porta avanti il team di ricerca del Dipartimento di comunicazione e ricerca sociale della Sapienza di Roma sul racconto giornalistico riservato ai migranti.
    Collaboro con loro dal 2008 e da allora organizziamo convegni, giornate formative, tavoli di lavoro/confronto con i giornalisti, vademecum su stereotipi ed etichette da abbandonare e sostituire con termini più corretti (la distinzione tra rifugiato, richiedente asilo e immigrato irregolare ad esempio).
    Dal lavoro svolto con altre università italiane e in collaborazione con la FNSI è nata la Carta di Roma…che, a giudicare dalle cronache sugli sbarchi dei migranti nei principali Tg nazionali di quest’anno, è rimasta Carta appunto.
    Routines produttive e compressione dei tempi redazionali sicuramente hanno il loro peso, certo. Ma credo che il vero male sia un mix letale di pigrizia, eccessiva e radicata dipendenza dal discorso politico su un tema “orienta voti” com’è di fatto l’immigrazione e una, dispiace dirlo, superficialità e scarsa formazione su argomenti così complessi.

     
  4. silvia camnasio

    Sono molto contenta di questa BELLA NOTIZIA, anche perché va esattamente nella direzione della mia rubrica, all’interno del nostro sito. Una sezione dove ognuno può raccontare come ha aiutato qualcun altro. Non come è stato aiutato, ma cosa ha fatto lui per gli altri.
    Potrebbe sembrare autocelebrazione, ma in realtà ciò che è venuto fuori dai racconti che mi hanno mandato è che l’aiutare gli altri serve più a se stessi che a chi è stato oggetto di aiuto.
    Ecco perché in effetti poter leggere di belle cose che succedono, è importante per risollevare il cuore già molto oppresso dalle schifezze che succedono purtroppo quotidianamente.
    Fare presente che esistono persone capaci di piccoli gesti, che diventano enormemente importanti per altri, anche nelle piccole cose, nella quotidianità, fa capire che non è necessario essere eroi, o fare cose eclatanti. Ognuno nel suo piccolo può fare la differenza !
    Grazie davvero per questo articolo.
    E se qualcuno volesse raccontare il suo #LiAbbiamoAiutatiCosì, saremo lieti di pubblicare la sua storia, ed il suo link, in caso ne avesse uno.
    Buona, anzi no… una meravigliosa giornata a tutti!

     
  5. Magari

    Buongiorno,
    E ancora grazie per gli articoli sempre interessantissimi.

    questa volta però devo segnalarvi un piccolo refuso: “breacking news” credo starebbe meglio senza quella “c”.

    grazie e cordiali saluti!

    Magari

     
    • Annamaria Testa

      Corretto subito. Grazie! Il refuso malandrino è sempre in agguato, a prescindere dal segno (positivo o negativo) delle notizie. 🙂

       
  6. Alessandro

    Molto interessante. Sono curioso di leggere il prossimo articolo su come cucinare le buone notizie.

    Non credo che sia facile per i media, perchè è forte il rischio di banalizzare un fatto o trasformarlo in una specie di “evviva la bella gente”. Però, se si riesce costruire una notizia positiva accattivante, il lettore è contento di condividerla.

    Faccio un esempio: oggi alcuni di quelli che parlano del Leicester non hanno mai guardato una partita di calcio, eppure si sono appassionati alla vicenda. Non commentano un fatto sportivo, ma una storia di riscatto, gioco di squadra e impegno.

     
  7. Pingback: Pubblicare buone notizie: perché è difficile. E come riuscirci | Nico Paulangelo

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