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Nove regole per innovare - metodo 92

Se vuoi innovare, impara queste nove regole, titola la rivista Forbes.
Spesso queste liste di raccomandazioni o istruzioni per… ottenere qualsiasi cosa (o quasi) non sono altro che elenchi di ovvietà consolatorie. Qualche volta c’è dentro un’intuizione illuminante. A essere fortunati, se ne può trovare anche più di una.
Vado a vedere, incoraggiata dall’asserzione attorno a cui sono costruite le prime righe (l’innovazione segue molte traiettorie), confidando nelle reputazione della testata (che, fra l’altro, è nota anche per saper compilare buone liste).
Bene: sono fortunata e scopro buoni contenuti, che vi racconto qui, commentandoli per voi.

1) L’INNOVAZIONE NON ACCADE MAI IN UN SINGOLO MOMENTO. C’è il notissimo caso della penicillina, un farmaco salvavita scoperto accidentalmente da Fleming nel 1928 ma reso disponibile solo nel 1943, quando finalmente si scopre come produrlo su larga scala. È una bella storia (l’ho raccontata anche nella Trama lucente). Forbes però si dimentica di raccontare il dettaglio più gustoso: a scoprire come produrre la penicillina su larga scala non è una grande e potente società farmaceutica, ma una (ai tempi) piccola impresa, la Pfizer, capace di produrre acido citrico per le bevande gassate in laboratorio, e senza usare limoni.
Un altro esempio: Alan Turing teorizza la possibilità di un computer universale nel 1936, ma la sua idea si realizza ben dopo la sua (insensata) morte, negli anni 90. A posteriori, noi tendiamo a percepire come lineari eventi che non lo sono. Dentro qualsiasi innovazione ci sono componenti di caso e fortuna, tempo sprecato, errori, vicoli ciechi, e sempre il contributo a innovare offerto, in modo più o meno visibile, di diverse persone e organizzazioni.

2) INNOVARE È COMBINARE. E si tratta di combinare conoscenze, talenti personali, risorse. A vincere il Nobel a causa della penicillina non è solo il suo scopritore accidentale, l’inglese Alexander Fleming. Ci sono anche l’australiano Howard Walter Florey e il tedesco Ernst Boris Chain, che riescono a isolare e a purificare l’instabile sostanza scoperta da Fleming, conducono le prime prove cliniche, si pongono il problema della produzione su larga scala.
Del fatto che inventare (e di conseguenza innovare) non sia altro che combinare in modo nuovo (e appropriato) elementi esistenti abbiamo parlato molte volte, qui su NeU, e sono anni che vi tormento con la definizione di Poincaré.
Forbes, attraverso il link a questo articolo, segnala un fatto degno di nota: in un mondo iperspecializzato, è sempre più difficile trovare persone capaci di innovare integrando competenze appartenenti a campi diversi. Aggiungo che un problema ulteriore è costituito dalla pervasività dei linguaggi specialistici: provate a mettere d’accordo un ingegnere, un esperto di scienze sociali, un designer e un responsabile del marketing, o anche solo a far sì che si capiscano l’un l’altro e condividano, se non le prospettive, almeno gli obiettivi. A me è successo alcuni anni fa, e non è stata una passeggiata.

regole per innovare

3) FAI LE DOMANDE GIUSTE. E, prima ancora, definisci bene il problema. È un consiglio elementare e di puro buonsenso? Sì. È un consiglio fondamentale? Certamente sì, perbacco!
Aggiungo solo che non sempre le domande giuste sono quelle abituali. La creatività, prima che nel trovare buone risposte, consiste nel fare buone domande. Un discreto modo per riconoscere una buona domanda è questo: quando ve la ponete, non avete la più pallida idea di quale potrebbe essere la risposta.

4) NON C’È UNA DIMENSIONE “GIUSTA” PER INNOVARE. Può essere innovativa una piccola impresa che cresce, come un pulcino, in un incubatore. Può innovare anche un singolo individuo (se sa mettersi in rete). Ma può innovare anche una grande multinazionale. Le piccole imprese sono veloci. Le grandi hanno risorse, e possono procedere più lentamente. Il tema non è la dimensione, ma la capacità di guardare oltre.

 5) LA COOPERAZIONE ESPANDE LE OPPORTUNITÀ. Un problema difficile da risolvere per un chimico può risultare familiare a chi lavora in un campo diverso (per esempio, la fisica). Oggi la rete offre infinite opportunità per coinvolgere competenze diverse in un processo di innovazione. Moltissimi i casi virtuosi: dalla piattaforma Innocentive, che permette alle imprese di porre quesiti tosti ai migliori scienziati del mondo, all’intero universo del crowdsourcing, al coinvolgimento dei consumatori nello sviluppo di nuovi prodotti: il caso di Lego è esemplare.

6) INNOVAZIONI RADICALI CHIEDONO NUOVI MODELLI D’IMPRESA. Semplice: difficilmente un’innovazione radicale si inserisce bene in un modello di produzione e distribuzione esistente. Spesso le aziende scivolano su questa buccia di banana: Kodak fa profitti vendendo pellicole, quindi è lenta nel promuovere la macchina fotografica digitale che pure ha inventato. Yahoo vuole tenere gli utenti sul suo sito, quindi rinuncia all’opportunità di comprarsi Google. Entrambe evitano di farsi le domande “giuste” (e qui torniamo al punto 3).

7) INNOVARE NON È UN FATTO ACCESSORIO. È l’attività principale dell’impresa quella che merita di essere innovata (altrimenti rischia l’obsolescenza, no?). La regola che Forbes propone è 70/20/10. Significa il 70 per cento delle risorse investite per innovare l’offerta attuale, il 20 per cento delle risorse impiegato sui mercati limitrofi, il 10 per cento delle risorse investito in aree del tutto nuove per l’impresa. Ehi: innovare l’attività principale significa anche capire (vedete il punto precedente) quali sono le reali prospettive di sviluppo dell’attività principale, e se ce ne sono.

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8) VIVIAMO IN TEMPI DIGITALI. APPROFITTIAMONE. Il punto 8) di Forbes duplica in gran parte il punto 5). Ma vale la pena di ripeterlo. Oggi un’impresa che non accede alle risorse disponibili in rete rinuncia a molte opportunità. Aggiungo: dovrebbe non solo accedere, ma anche pagare le risorse bene, possibilmente. E questo sì, sarebbe un altro fatto innovativo (tra un paio di giorni su questa stessa pagina di NeU trovate un lungo articolo sul crowdsourcing: non perdetevelo).

9) LA COLLABORAZIONE È IL NUOVO VANTAGGIO COMPETITIVO. Oggi una ricerca scientifica ha in media il quadruplo degli autori che aveva negli anni 50. E viaggiando in metropolitana con un telefonino posso accedere a più informazione (ammesso che la sappia cercare) di quella che trovavo passando un intero giorno in biblioteca negli anni 70.
Il vero vantaggio competitivo consiste nel saper collaborare. Le connessioni sono il patrimonio delle imprese (e, aggiungo, anche degli individui), e la capacità di connettere e integrare competenze e talenti è la nuova sfida. Pensate solo a quanto fondamentale è diventato il design (dei prodotti, e anche dell’informazione), che fino a pochi anni fa era condiderato elemento accessorio e puramente decorativo.
Le immagini sono di Julien Pancaud.

3 Commenti a Nove regole per innovare – metodo 92

  1. Ivan TAFKAI

    Sempre spunti interessanti e stimolanti, rispetto al punto 1 personalmente mi viene da sottolineare l’importanza della serendipità e dell’importanza di accettare la “casualità determinante” nella propria vita, se ne ricavano spesso cose buone professionalmente ed emotivamente/personalmente/filosoficamente/culturalmente.

     
  2. Salvo Rotondo

    Per quanto concerne il punto 3 e il 6 ad esso collegato è fondamentale farsi delle domande appropriate, ma queste necessitano di un orizzonte ottico ampio che spesso non è facile intravedere. Ad esempio: il sistema matematico binario trova le sue origini nel 1669 (Juan Caramuel), poiché sembrava un qualcosa fine a se stesso cadde nell’oblio e solo George Boole (1847) la riscopre con i suoi operatori logici (and, or, not, xor) fondando le basi per lo sviluppo dei computer.Un altro esempio può essere quello di Einstein che aveva precognizzato le onde gravitazionali nel 1916 che hanno avuto bisogno di centro anni di ricerche per vederne confermata l’esistenza.

     
  3. Alessandro

    9 spunti interessanti. Concordo sul pagare bene le risorse, cosa che spesso passa in secondo piano.

    Anche in tempi digitali, le buone idee continuano a costare (non solo soldi, ma anche tempo, formazione, persone di talento, fatica) e questo richiede molta serietà da parte di chi investe nei progetti. Non dico che valga la regola del “più spendi-più ottieni”, però anche le idee hanno bisogno di essere coltivate con cura prima di maturare. Altrimenti restiamo nel campo dei buoni propositi.

     

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