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Parole italiane e inglesi: una conclusione (provvisoria) in 12 punti

In quest’ultimo periodo, in due casi diversi, mi sono trovata a ragionare sul modo in cui usiamo e percepiamo le parole italiane e inglesi. Vi racconto che cosa è successo e che cosa mi sembra di aver capito.

IL PRIMO CASO
Pubblico su NeU una lista di parole inglesi comunemente usate che, mi sembra, avrebbero efficaci corrispondenti in italiano. La lista gira molto in rete e immagino che l’abbiate intercettata, anche perché viene ripresa sul sito del Corriere della Sera. Poi, esce perfino dai confini nazionali: ne parlano il quotidiano inglese The Independent e il programma Today della BBC Radio 4 (qui il podcast. Da 1:50 circa). 

La lista è ovviamente integrabile e migliorabile (la definisco “definitiva” solo per rassicurare i lettori di NeU che non continuerò a pubblicare una nuova edizione alla settimana). E (lo ripeto ancora una volta) non sto mettendo in discussione i prestiti di necessità come mouse, tram, toast, e non sto certo suggerendo di dire, invece, selezionatore video, tramvai o tosto.

Però, santa polenta, è una questione di misura: una parola inglese all’interno di un discorso in buon italiano non fa male a nessuno, ma dire “facciamo asap un meeting per il fine tuning del client service” non è più comodo o preciso (e suona più pretenzioso o strano) che dire “facciamo al più presto una riunione per mettere a punto il servizio clienti”.
Si risparmia tempo con l’itanglese? Neanche tanto: una prova spannometrica col cronometro mi dice che sono 4,17 secondi (il meeting) contro 4,49 secondi (la riunione). Poco più di tre decimi di secondo risparmiati.

CHE COSA MI SEMBRA DI AVER CAPITO
1) Il tema dell’itanglese è molto sentito, e non solo da uno sparuto gruppetto di grammar nazi.
2) Tra le persone più infastidite ce ne sono molte che conoscono l’inglese bene, o che sono di madrelingua inglese, o che vivono all’estero. Commenta Petra Johansson: sono “quasi” madrelingua inglese. Vivo da pochi anni in Italia e non ho mai visto tante cose scritte in inglese senza nessuna necessità e in tutti gli ambienti… e soprattutto in un modo spesso completamente sbagliato, e quindi mi chiedo per chi questo inglese è scritto, visto che molti italiani hanno una conoscenza dell’inglese più o meno limitata e che per i madrelingua inglesi queste parole spesso non vogliono dire niente.
3) Se non si vuol essere spellati vivi, mai azzardarsi a proporre corrispondenze tra termini inglesi e italiani che riguardano l’informatica, perfino se il significato proprio del termine inglese in uso è impreciso o obsoleto tanto quanto quello del possibile termine italiano (si discute, per esempio, perfino su hard disk = disco rigido). Si salvano solo web = rete, ed enter = invio. Eppure, come rileva Licia Corbolante, in realtà parecchi termini informatici inglesi nascono da analogie imperfette o abbastanza casuali (ad es. mouse e cloud) e se analizzati nel loro significato letterale, specialmente a distanza di anni, possono risultare inadeguati, datati o poco efficaci.
4) Tra fashion, outfit, trend, must, mood, look, oversize e molti altri termini, e alla faccia del Made in Italy (sì, lo so, l’ho scritto in inglese), la moda si crogiola nell’itanglese quasi più del marketing.
5) Se uno fa mente locale, può perfino rendersi conto che dire “sostegno, approvazione” invece di “endorsement”, o “divario” invece che “gap”, dà una certa soddisfazione.
6) Ho tuttavia la sensazione che i termini inglesi abbiano un vantaggio perché soggettivamente vengono percepiti come più precisi e più evocativi, e perché si portano dietro in automatico una connotazione moderna e cosmopolita, quindi positiva.
E infatti…

IL SECONDO CASO
Intanto, un cliente che lavora nell’ambito dei servizi mi chiede di aiutarlo a mettere ordine nel sistema dei nomi che definiscono le diverse attività offerte al pubblico. Negli anni, e aggiungendo attività ad attività, tutto si è ingarbugliato: diversi nomi sono in inglese, qualcuno è in italiano.
In qualche caso due attività diverse fanno capo allo stesso nome, in qualche altro si è trascurato di nominare le nuove offerte. E poi, al telefono, le persone fanno fatica con l’inglese, storpiano e si confondono.
Fantastico, penso: finalmente passiamo all’italiano. Affronto baldanzosa l’impresa. Mi è già capitato diverse volte di lavorare sui nomi e tradurre tutto con un po’ di grazia, precisione e buonsenso non dovrebbe risultate difficile.

E invece no: mi accorgo che, se mi limito a tradurre, i nomi si svuotano. Suonano poco attraenti, generici e burocratici. Giusto per esempio: provate a tradurre Open Mind Lab con Laboratorio Mente Aperta (Laboratorio delle menti aperte? Laboratorio per l’apertura mentale?) e moltiplicate l’effetto per una decina di volte. Una schifezza. Senza contare che, come chiosa acutamente Fabio su Internazionale, “Laboratorio Mente Aperta” suona molto ticinese.
Non è solo una questione di brevità: una definizione inglese usata in un discorso in italiano appare più compatta e indiscutibile (oltre che più moderna) proprio perché è in inglese. E un gruppo di nomi inglesi ha (a prescindere da ciò che i nomi significano o suggeriscono, e perfino se vogliono dir poco) un’omogeneità percettiva che manca del tutto ai corrispondenti italiani letterali. Per uscire dai pasticci ci metto tre settimane, provando e riprovando.

CHE COSA MI SEMBRA DI AVER CAPITO
1) Se coi testi letterari tradurre è un po’ tradire, con le singole definizioni o con i nomi nuovi bisogna, a volte, avere il coraggio di lavorare in maniera radicale per ottenere risultati accettabili.
2) Nel passaggio dall’inglese all’italiano resta comunque la sensazione di aver perso qualcosa: si capisce tutto, e quel tutto non sembra mai abbastanza. Di questo fenomeno parla, in un commento, Camilla Antonelli: c’è una differenza contestuale (il fatto stesso di usare una parola straniera nel proprio discorso italiano ha già in sé un significato…) che si somma alla percezione della lingua straniera da parte del parlante italiano (non c’è una conoscenza allargata/globale del vocabolo e non se ne apprezzano le sfumature, quindi il vocabolo straniero assume una certa precisione e una certa puntualità, denotando esattamente ed esclusivamente quella cosa). …il parlante italiano conosce i vocaboli nella sua lingua e ne conosce i diversi significati, quindi, anche se il vocabolo italiano viene contestualizzato, richiama (almeno virtualmente e potenzialmente) tutti gli altri significati del vocabolo stesso. L’effetto che si produce è la percezione di essere più generici, meno precisi (in italiano quella parola ci trasmette tanti significati, in inglese ne conosciamo solo uno).
3) Per compensare il senso di perdita, occorre che il nome o la parola nuova abbiano un di più di consistenza, di precisione e – diciamolo – di creatività.
4) L’inglese, d’altra parte, è una facile, magnifica scorciatoia per nominare qualsiasi cosa senza pagare troppi dazi al senso.
5) Tornando dall’inglese all’italiano è fatale suscitare, all’inizio, un po’ di sconcerto e spaesamento. È quanto è capitato a me, quando ho presentato i risultati del mio lavoro. Il secondo passo è stato “ah, però, a pensarci bene potrebbe funzionare”. Vedremo come va a finire.
6) Ogni parola è un universo mentale. E passare di parola in parola, da una lingua all’altra e portandosi dietro possibilmente il bagaglio di un po’ di senso, è un viaggio appassionante: già questo sarebbe un buon motivo per provarci.
L’interesse e la discussione suscitati dalla proposta di mettere, potendo e volendo, un po’ più d’italiano e un po’ meno d’inglese nei nostri discorsi, dice che si tratta di un viaggio a cui molti hanno voglia di prendere parte.

Un’altra versione di questo articolo esce su internazionale.it
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33 Commenti a Parole italiane e inglesi: una conclusione (provvisoria) in 12 punti

  1. Michele

    Ringrazio per l’interessante articolo, personalmente apprezzo il suo sforzo e le auguro di aver successo. Sarebbe interessante poter avere qualche esempio delle sue proposte di sostituzione. Nel mio piccolo provo ad usare solo vocaboli italiani parlando in italiano ma con scarsissimo successo. Ad esempio, se cito il “riassunto” di un articolo nessuno capisce che mi riferisco alle 10-12 righe iniziali che compaiono col titolo di “abstract”.
    Non credo che i termini informatici inglesi siano insostituibili. Quando ero più giovane esistevano le “direcory”, oggi tutti le chiamano “cartelle”: è bastato che nel sistema operativo più diffuso le chiassero così! Siamo poi gli unici a chiamare “mouse” quello che tedeschi/spagnoli/francesi chiamano “Maus”/”raton”/”sourì” (“topino” non andrebbe bene?, a chiamare computer ciò che gli spagnoli chiamano “computator” ed i francesi “ordinateur” (ma “calcolatore” non va bene?). In fondo basta che qualcuno inizi!

     
    • Licia Corbolante

      Il discorso sulla terminologia informatica sarebbe lungo, in ogni caso credo che le sostituzioni siano possibili solo per i forestierismi superflui, mentre molti termini informatici entrati nel lessico comune sono ormai insostituibili: indentificano il concetto in modo univoco e cambiarli dopo anni creerebbe solo incongruenze e confusione per gli utenti (e per i produttori di software sarebbe un’operazione troppo costosa). In linea di massima, di solito si opta per nuova terminologia solo se cambia in modo sostanziale anche il concetto, ad esempio la sostituzione drectory > cartella è dovuta all’affermarsi di una nuova metafora nelle interfacce grafiche negli anni ‘90, che ha portato al cambiamento della terminologia inglese da directory a cartella.

      Vorrei anche smentire la convinzione, molto diffusa, che l’italiano sia l’unica lingua lingua che non ha “tradotto” letteralmente il termine mouse: anche in Brasile, in Messico e in tutta l’America latina si dice mouse, e questo rende il prestito dall’inglese la scelta più comune, per numero di parlanti, nelle lingue neolatine. Va anche notato che in inglese mouse è un nome abbastanza casuale, per il quale l’inventore del dispositivo, Doug Engelbart, si era ripetutamente scusato: non si sarebbe dovuto chiamare così, era un nome scherzoso e provvisorio in attesa di uno più efficace (nel brevetto il dispositivo era descritto come X-Y position indicator for a display system).

       
  2. Vittorio Cucchi

    Se posso permettermi, articolo praticamente perfetto, sia nella versione di Internazionale che in quella di NeU. Non una semplice, incruenta e legittima “spedizione punitiva” contro gli abusi e le brutture dell’itanglese, ma anche e soprattutto una “ricognizione” onesta e mirata dell’italiano che da questo spropositato inglese nasce non come forzosa prescrizione sostitutiva ma come presa di coscienza e, in ultima analisi, assunzione di responsabilità. Speriamo che il successo della “lista” ci aiuti a parlare più consapevolmente l’italiano e a “sapere l’inglese” per davvero.

     
  3. Sandra Cocchi

    Michele ti chiede alcuni esempi, io invece ti chiedo di ricordarti di tenerci aggiornati sull’esito del lavoro di cui parli nel secondo esempio ( attualmente allo stadio “potrebbe funzionare”). Non puoi incuriosirci e lasciarci a bocca asciutta…
    A questo punto premerò ADD COMMENT, dopo aver corretto la parola suggeritami automaticamente alla digitazione “ADD”: addosso!

     
  4. Pippo

    Premesso che mi sono accostato da poco a questo sito (via Corriere della Sera di ieri), butto lì le mie considerazioni su questo articolo che trovo molto interessante.
    Laboratorio per l’apertura mentale, o anche Corso di apertura mentale, non mi sembrano niente male. Ma, ovviamente, essendo traduzioni in italiano sono soggette ai giudizi e pregiudizi di qualsiasi lettore italiano. Open Mind Lab no. È un’etichetta, un nome e cognome, non più una frase di senso comune. In realtà credo che molte persone prediligano l’inglese (o altre lingue, a seconda della loro lingua madre e dell’epoca) perché tutti i parlanti sono vittima di un’illusione cognitiva. Tutti siamo consapevoli che ogni parola che ci viene in mente ha una nuvola di significati, mentre quelle in lingua straniera vogliono dire (almeno per molti di noi) una cosa sola, quella che ci serve e basta. Quindi diventano, nella nostra mente, perfette, indiscutibili e prive di potenziali confusioni.

     
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  6. Ceci N'est Pas Domenico

    Ehm… “7 Responses to Parole italiane e inglesi”
    ;o)

     
  7. Ceci N'est Pas Domenico

    Ma anche “Add a Comment”…

     
    • Annamaria Testa

      Ciao “questo non è Domenico”.
      Neu è fatto su un modello Worpress che non permette di cambiare alcune cose (per esempio Add a comment) se non intervenendo sul codice.

      Ma quello non è itanglese: sono definizioni inglesi automatiche in un sito italiano.

      Se ti prendi la briga di cercare nel sito, scoprirai inoltre che anch’io non mi faccio problemi nell’usare una parola inglese se mi sembra che serva. Mi faccio problemi se i termini inglesi sono dieci in un discorso di quindici parole in tutto.
      Dai, cerchiamo di capirci, eh

       
  8. Linda Liguori

    Aggiungo qualcosa sulla delicata questione dei nomi in lingua inglese o italiana e sul fatto che un nome in inglese sembra più … nome, rispetto al corrispettivo italiano. Nella maggior parte dei casi l’inglese (ma anche il francese) è più sintetico. Non penso che sia per forza più preciso come segnalato da Camilla Antonelli in virtù della superficiale conoscenza della lingua straniera da parte del lettore italiano, che quindi si perde via la nuvola di significati, valenze ed accezioni che accompagna la parola.
    Prendo come esempio il nome generico dell’attività di cui mi occupo: Brand Naming. Tradotto letteralmente in italiano suonerebbe “Nominazione della marca”, e già mi tocca aggiungere una preposizione articolata che moltiplica la lunghezza e toglie un po’ di fascino.
    Anche foneticamente l’inglese è spesso più dinamico e impattante del corrispettivo italiano: il nome ACTIVE versus ATTIVO, al di là degli aspetti semantici (che dovrebbero essere i medesimi per le due lingue) ha un bel nesso CT, potente, muscoloso. E’ un bisillabo, rispetto al trisillabo italiano.
    Friend-ly rispetto ad Amichevol-mente ….
    Ci sono indubbi vantaggi nell’usare nomi inglesi, non solo per forma, pronuncia, lunghezza, ma anche per la contemporaneità che l’uso dell’inglese suggerisce e che spesso è coerente con molti settori (tecnologici, informatica, web …). Come l’uso del francese – indipendentemente dal senso e dal valore del singolo nome – suggerisce spesso di per sé ricercatezza, sofisticatezza …

    Non sono contraria all’uso dell’italiano nel dare nomi, anzi … Dipende sempre dal contesto, dal posizionamento, dallo stile dell’azienda, dalla personalità della marca e dai messaggi che si vogliono inviare.
    Anche con l’italiano si può giocare: Laboratorio Mente Aperta può diventare Menteaperta, Laboratorio Menteaperta, Apertamente, Apri-menti, Apri la mente, Libera-mente, Liberamente, MenteLibera, Spaziamenti, Officina della mente …

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Linda, e grazie del contributo.

      Con i nomi del cliente ho fatto in altro modo: mi sono dimenticata della scorciatoia inglese (e quindi anche della traduzione italiana dei nomi inglesi) e ho seguito un’altra strada, cercando di ricostruire il senso dell’offerta, la sua differenza rispetto ad altre analoghe e i suoi vantaggi.

      A quel punto, dopo aver smontato la sovrastruttura inglese, è stato più facile trovare buoni, semplici nomi italiani, che dicessero quel che dovevano dire.

      Per inciso: ieri la proposta è stata approvata nella sua interezza.

       
    • Elio PESSO

      Perché non “palestra di menti aperte” ?

       
  9. AC

    Forse arrivo in ritardo, ma ci tenevo a citare due espressioni inglesi utilizzate talvolta anche da parlanti italiano:

    worldwide: in tutto il mondo.
    milestone: pietra miliare.

    Sono l’unico a trovarle spesso?

     
  10. Annamaria Arlotta

    Secondo me la scelta dei termini inglesi o inglesizzanti risponde all’esigenza di dare una percezione diversa dei concetti: non perché i termini siano moderni, piuttosto la realtà che vi si intravede dietro. Gli impiegati della ticketteria che ho visto in un porto saranno sicuramente più efficienti e cortesi di quelli di una biglietteria, dove non sai nenanche se ce li trovi o se sono in pausa caffè.

     
  11. paolino

    gentile linda
    se l’inglese le pare tanto “impattante”(?) perche’ non rinuncia all’italiano e non parla
    e scrive direttamente inglese?
    A me pare semplicemente idiota l’abuso tutto italico dell’itanglese, indice di servilismo culturale nei confronti di chi comanda.
    Popoli abituati in passato a dominare nel mondo e non ad essere schiavi del potente di turno come noi se ne sbattono allegramente se il dittongo CT e’ piu’ “muscoloso”(???) di TT enon si fanno alcun problema a chiamare red social il social network o en ligne quando per noi e’ tanto bello dire on line.
    Ormai devo dire che sono diventato allergico anche solo al suono dell’inglese e quando viaggio lo uso il minimo indispensabile preferendo usare francese, spagnolo,greco o il linguaggio dei segni…
    Ma le pare che si possa sentire elecscion dei o giobs act o l’ormai archeologico devoluscion senza farsi venire l’orticaria?

     
    • Francesca

      Paolino, non si usa direttamente l’inglese perché gli italiani non lo sanno. Ed ho come l’impressione che ci sia una proporzionalità inversa tra conoscenza della lingua inglese ed uso pressoché causale (stavo per scrivere random :P) di termini mutuati dalla stessa in italiano.
      Prova a chiedere all’italiano medio di leggere e tradurre un banalissimo brano in inglese (che so, una pagina di Harry Potter) e divertiti a vedere le facce.

       
  12. Gian Andrea Bruni

    ciao,
    pochi attimi per un conmmento dato dall’esperienza dichi, oramai da 10 anni, vive fuori dall’italia e lavora quasi esclusivamente in inglese.
    Per alcuni campi sopratutto se internazionali, utilizzare parole inglesi serve sopratutto a utilizzare un termine univoco e rapidamente comprensibile. Posso dire buste paga, ma se dico payroll sono sicuro che mi capiscono tutti in azienda.
    In altri campi è una moda spesso per sembrare più colti o intelligenti di quello che in effetti si è, quando in realtà è mera pigrizia.
    I francesi si battono per una lingua pura e stanno lentamente perdendo, ma con stile.
    Gli spagnoli invece sono dei grandi.
    Perdono, si arrendono all’inglese avanzante, ma non resistono alla tentazione di tradurre spesso letteralmente tutto a volte con risultati quasi comici: se il Ratòn è il mouse, la retroalimentaciòn è il feedback.
    Tutto ha un senso, lasciano permeare la lingua ma senza che l’uso dell’inglese diventi una scusa per mascherare un’assenza; e di questo accuso i politici che spesso digiudi d’inglese sono passati da un linguaggio politichese incomprensibile a un inglese giusto per calmare la gente: il welfare è un bel modo di dire che non c’è più lo stato sociale, la spending review che bisogna tagliare il futile, il fiscal compact che siamo indebitati fino all’osso del collo.
    ecco l’inglese è la nuova lingua dell’italiano che per non dire che menzogne dice cose politically correct.

     
  13. Annamaria Testa

    Intanto, e giusto per dare un tocco frivolo, ecco due titoli (entrambi a pag. 31) del Corriere della Sera di sabato 19 aprile:

    DENTRO IL CLAN DELLE SNEAKER
    LE SCARPE PIU’ COMPRATE SUL WEB
    … qualcuno riesce a capire che cosa sarebbe il clan delle sneaker?

    E poi
    IL VINTAGE DI VALENTINA E MONICA
    “FUNZIONA SE IL BRAND È FORTE”
    …perché mai “brand” e non “marca”, visto che entrambe le parole sono di 5 lettere e vogliono dire esattamente la stessa cosa?

     
    • paolino

      perche’ brevita’ o maggiore comprensibilita’(payroll cosa?)sono solo pietose menzogne dietro cui celare il provincialismo da italietta che fa sentire il giornalista o il pubblicitario di turno molto moderno e internazionale se dice le nius invece delle notizie o il magasin invece della
      rivista.
      Insomma motivazioni reali e razionali al modo ossessivo compulsivo esclusivamente italiano con cui si ricorre a parole piu o meno inglesi non ne esistono.
      Quando sento alla radio spagnola annunciare los cuarenta principales (in ita la top forti) mi scende la lacrimuccia…

       
  14. Pingback: 300 parole da dire in italiano: la lista definitiva | Il blog del traduttore

  15. Alex Ranzani

    Annamaria, fa bene a difendere il “dialetto” italiano, ma la strada verso la “nuova lingua universale” è morbido, e passa anche dalle contaminazioni “anglo-business-web” di cui sopra.
    A me piace… fa social e fa anche un po’ gaming… io voto si, anzi, clicco like.

     
  16. Vittorio Cucchi

    Dopo troppi anni di rabbia repressa e di più o meno artigianali tentativi di resistenza al dilagare del deforme itanglese, mi sono sentito davvero “sollevato” quando Nuovo e Utile ha iniziato a porre autorevolmente il problema. Confortato anche dall’articolo dell’Independent, non mi è parso vero di passare la Settimana Santa a lodare in ogni dove l’iniziativa della leading Italian Academic che con il suo “dizionarietto”, presentato con pacatezza di toni e ampiezza di vedute, ha saputo indurre a qualche riflessione pure gli orgogliosi (e spesso inorriditi dai nostri scempi)anglofoni di Gran Bretagna. Come premio di tanto fervore mi sono risvegliato all’alba con l’ultimo “proposito” del nuovo governo, ossia una….Total Discosure…., nome scelto per la peraltro lodevole decisione di rendere più accessibili, rimuovendo buona parte dei residui “segreti”, tutti i documenti legati alle “stragi”. Al di là del mio probabilmente goffo abbozzo di “commento provocatorio” alla notizia nella “mia” pagina Facebook, prendo atto di quanto nella costruttiva lotta all’itanglese siamo solo agli inizi, se il giovane Presidente del Consiglio e i suoi assistenti ( ma loro continueranno a definirsi suo …staff…) non hanno ritenuto di potere iniziare a liberarci da decenni di omissis e altre tristi italiche nefandezze proponendo semplicemente una “trasparenza totale” o qualcosa di simile. A questo punto sarebbe stato più suggestivo evocare la forse dimenticata Glasnost, ma i nostri uomini di governo avranno pensato che di questi tempi il russo è cosa da maneggiare con più cura dell’inglese. Scherza con i fanti ma lascia stare i santi

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Vittorio.
      Credo che tu abbia colto magnificamente il punto.

       
  17. Vittorio Cucchi

    Grazie per il riscontro positivo (noooo feedback….) alle mie parole. La situazione farà in modo che il dizionarietto e gli articoli che lo accompagnano si amplieranno fino a diventare libro, un vero dizionario ragionato e una guida sicura, divisa per “ambiti di applicazione”, fra italiano, inglese, itanglese e italanglio. Verosimilmente occorreranno diverse edizioni aggiornate prima della tappa finale, che vedrà il volume, con esperimento inedito, tradotto in inglese con l’effetto di insegnare agli anglofoni anche un po’ di italiano. Questo è il destino che auspico per l’iniziativa di Ms Testa, come ormai, con simpatico rispetto, qualche amico che ha letto l’Independent ha preso a chiamarla, sostituendo i nostrani e radicati Signora Testa o Dottoressa Testa. Anche questi sono gli effetti di un mondo sempre più fatto di Languages in contact, per dirla con grande Uriel Weinreich. Ma che il contatto sia sano…

     
  18. Carmen

    Visto che le conclusioni di questo articolo sono solo provvisorie ritorno sul tema dell’invasione delle parole inglesi nella lingua…tedesca.
    Il problema sembra molto sentito anche in Germania e, sfogliando la stampa tedesca, ho trovato due sorprendenti notizie.

    Siamo convinti che in Germania conoscano l’inglese meglio di noi. Sarà davvero così, eppure anche lì alcune parole inglesi sono usate impropriamente (come box per indicare l’altoparlante) o dell’inglese hanno solo il suono (come handy, cellulare). La Deutsche Welle ne propone 13:
    http://www.dw.de/13-words-germans-think-are-english/g-17619951
    2) In Europa i tedeschi non hanno la fama di strenui difensori della lingua eppure ecco qui un bel sito colorato e ironico che presenta le parole inglesi più diffuse, ben 140.000, ne suggerisce il corrispettivo tedesco e ne propone l’adozione. Ho fatto un giretto tra le parole e, come in italiano, l’alternativa tedesca al sintetico concetto inglese non sempre è convincente. Sarà per questo che finora solo 7.000 parole, o frasi, hanno trovato un genitore.
    http://www.deutschretten.com/

     
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  20. Alex Ranzani

    Giuseppe Antonelli, Comunque anche Leopardi diceva le parolacce (Mondadori, pagine 177, e 12)

     
  21. Geppi De Liso

    Totalmente e ammirevolmente d’accordo con Annamaria Testa. Ieri sera in tv un giornalista ha detto: “Iuniors” credondola parola inglese, mentre il suo plurale è iuniores, perché parola latina (che, fra l’altro, non si pronuncia Giunior, non avendo i latini la consonante J. Se sbagliano americani e inglesi perché dovremmo ripetere noi Latini tali errori? E che dire della parola Mobil (mobail) usata al posto di mobile? E della parola òrchestra, che gli anglofoni hanno preso dall’italiano, come tante altre parole italiane utilizzate nella musica? Brava Annamaria Testa, complimenti e grazie per l’indispensabile NeU.

     
  22. Marco

    “Facciamo asap un meeting per il fine tuning” è gibberish, è gobbledygook. Ma noi vogliamo essere italiani, dunque è supercazzola.

     
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  24. Danilo

    Grazie per l’articolo, veramente ben fatto e interessante!
    Da ingegnere informatico devo però far notare che una terminologia alternativa a quella inglese non ha ragione di esistere: libri, software di riferimento, siti web specializzati parlano una sola lingua.
    Innegabile che il potere di sintesi dell’inglese dà al discorso quell’immediatezza che spesso ricerchiamo.

     

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