Pseudonimi e altri slittamenti di identitàPseudonimi e altri slittamenti d’identità: se il nome non basta. - Idee 114

C’è l’universo dei nomi propri e c’è l’universo parallelo, denso e aggrovigliato, degli pseudonimi: nomi che si accostano al nome, o lo velano, o lo cancellano del tutto fino a costruire un’identità differente.
Sono entrata in quest’universo guidata da una vaga curiosità e mi ci sono persa. Eccovi alcuni dei punti cospicui che ho intercettato. Ma ovviamente non sono tutti. E devo ricordare che da ciascun punto si diramano molti, ingarbugliati sentieri, e che lungo ciascun sentiero si incontrano mille vite e mille destini.

PER SCRIVERE: in francese si chiama nom de plume, in inglese pen name. Alcuni autori scelgono pseudonimi per non essere confusi con qualcun altro (è il caso del pittore e scrittore Alberto Savinio, per l’anagrafe Andrea De Chirico). O lo fanno quando cambiano genere: Charles Lutwidge Dogson pubblica diversi lavori di matematica, ma si firma Lewis Carroll quando dà alle stampe Alice nel paese delle meraviglie.
Stephen King pubblica storie anche con il nome di Richard Bachman perché i suoi editori gli dicono che far uscire più di un libro all’anno non va bene. Quando si scopre che i libri di Bachman sono suoi, alla faccia degli editori, vendono dieci volte tanto.
Moltissimi scrittori hanno usato pseudonimi. Per esempio Italo Svevo (Ettore Schmitz per l’anagrafe), Marguerite Duras (Marguerite Donnadieu) Stendhal (Henri Beyle), George Orwell (Eric Blair), Ignazio Silone (Secondo Tranquilli), Pablo Neruda (Ricardo Neftalí Reyes Basoalto), Marc Twain (Samuel Langhorne Clemens), Alberto Moravia (Alberto Pincherle). Se siete curiosi, qui c’è un’ampia lista. Un’altra lista vi dice quali autori hanno usato più di dieci pseudonimi. Tra questi, Bradbury e Simenon.

PER MOLTIPLICARSI. Merita un paragrafo a parte (tutto per lui. Anzi, per loro) Fernando Pessoa. Non sceglie pseudonimi, ma costruisce intere identità e le abita: la sua (quella registrata all’anagrafe) non è che una fra le tante. Scopritele in questo bell’articolo de La lettura del Corriere della Sera.

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PER ESSERCI. Fino a un passato recente molte scrittrici usato pseudonimi maschili per timore di non venire, altrimenti, considerate. Lo fanno l’inglese Mary Ann Evans, autrice de Il mulino sulla Floss, che firma come George Eliot, la francese Amantine Aurore Lucile Dupin che pubblica con lo pseudonimo di George Sand e viaggia spesso in abiti maschili, perché questo le permette di «frequentare luoghi non accessibili alle donne».
Lo fanno, agli esordi, le sorelle Brontë, firmandosi con tre diversi pseudonimi maschili (Currer, Ellis e Acton Bell) ma conservando ciascuna le proprie iniziali. Lo fa la scrittrice e pittrice danese Karen Blixen (l’autrice de La mia Africa e de Il pranzo di Babette), che pubblica il suo primo lavoro, Sette storie gotiche, con il nome di Isak Dinesen. Scelgono pseudonimi maschili molte autrici di fantascienza contemporanee, sia americane sia italiane: per esempio, Alice Sheldon si firma James Tiptree, Alice Mary Norton diventa Andre Norton, Roberta Rambelli si trasforma in Robert Rainbell e Leonia Celli si firma Lionel Cayle. Altre nascondono la propria identità femminile firmando con le sole iniziali: E. Mayne Hull, M.F. Rupert, C.L. Moore.

PER UNIRSI. Gli pseudonimi collettivi danno vita a entità che trascendono l’identità dei singoli aderenti e si animano di una propria vita. Per esempio: pubblica severi saggi di matematica e di teoria degli insiemi sotto lo pseudonimo collettivo di Nikolas Bourbaki un gruppo di matematici che fa capo all’École normale supérieure di Parigi, dove Bourbaki ha anche un ufficio frequentato, ovviamente “solo” dai suoi collaboratori.
I Monty Phyton sono sei straordinari autori comici di cinema e televisione (dai, guardatevi almeno questo video sull’origine della spam): il gruppo è fluido e agisce con una propria, inconfondibile personalità. In Italia, lo pseudonimo collettivo Luther Blisset raccoglie attorno agli anni Novanta una quantità di artisti e performer, squatter e riviste underground bolognesi e organizza diverse beffe di impronta situazionista.
C’è la Wu Ming Foundation, collettivo di scrittori provenienti dal Luther Blisset Project. Ma ci sono anche Honorio Bustos Domecq (Louis Borges e Adolfo Bioy Casares), Nick Carter (il gruppo di scrittori che pubblica i 261 romanzi di spionaggio della seria Nick Carter – Killmaster), Sveva Casati Modignani (Bice Cairati e il marito Nullo Cantaroni).

PER DISTINGUERSI. Dopo aver vissuto un’infanzia tra affido e orfanotrofio, dopo aver impacchettato paracadute, verniciato fusoliere e fatto la modella, Norma Jeane Mortenson si tinge i capelli di biondo, prende il cognome da ragazza della madre e diventa Marilyn Monroe. Nel mondo dello spettacolo e dintorni (cinema, musica, teatro, sfilate di moda) gli pseudonimi sono una consuetudine.
Tra l’altro, la Screen Actors Guild, il sindacato statunitense degli attori di cinema e televisione, impone ai suoi associati di non avere nomi che possano confondersi e, in caso di omonimia, obbliga il secondo arrivato a scegliersi uno pseudonimo. E poi, diciamolo, sotto i riflettori certi nomi non sembrano troppo scintillanti, e tanto vale cambiarli: meglio chiamarsi Rossella Falk che Rosa Antonia Falzacappa. Qui la sterminata lista di stage names (pseudonimi dello spettacolo) su Wikipedia.

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PER OMOLOGARSI e farsi meglio accettare nel paese d’adozione velando le proprie origini molti (e non solo gente nota) adattano o cambiano il proprio cognome. O lo semplificano perché risulta difficile da pronunciare. Ecco qualche caso: Woody Allen (Allen Stewart Königsberg), Fred Astaire (Frederick Austerlitz), Charles Aznavour (Charles Aznavourian), Mel Brooks (Melvin Kaminsky), Joseph Conrad (Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski), Kirk Douglas (Issur Danielovitch Demsky).

PER NAVIGARE. In inglese “nickname” sta anche per “soprannome, nomignolo”. Ma qui in Italia usiamo questo termine per indicare gli pseudonimi impiegati sul web. A proposito dei quali si apre un ulteriore universo, in questo periodo agitato da un intenso dibattito sull’anonimato. Qui quel che dice Linkiesta. Qui Zygmunt Bauman su Micromega. Qui Il Fatto, a proposito di un singolo caso emblematico. Il tema è complesso, ed è impossibile cavarsela in poche righe. Dico solo che, anche se sto in rete con nome e cognome, non ho pregiudizi contro le persone che preferiscono usare degli pseudonimi, e su NeU si può commentare anche restando del tutto anonimi. Però.
Però sto cominciando a pensare che metterci la faccia, se non ci si vergogna delle proprie opinioni, sia meglio.

PER CONFONDERSI. Scelgono non pseudonimi ma falsi nomi le persone che vivono sotto copertura. Spie e agenti segreti, infiltrati nelle reti criminali (ma anche criminali in fuga), testimoni di giustizia. Uno dei più noti agenti sotto copertura è Joseph Dominick Pistone, alias Donnie Brasco, infiltrato per sei anni nelle famiglie mafiosi newyorchesi. Qui un frammento del film tratto dalla vicenda, qui l’intervista di Roberto Saviano a Pistone.

…ma non è finita: a breve andremo a esplorare un universo ulteriore: quello dei soprannomi.

Le immagini che appaiono in questo articolo sono dettagli dei lavori di Matthieu Burel. Questo articolo fa parte di una serie dedicata ai nomi. Se vi è piaciuto, guardate anche:
Dare un nome: cioè creare, quasi
Nominare, cioè possedere. Forse
Inventare un nome per un prodotto
Se il nome non basta. Soprannomi e altri accessori identitari.

7 Commenti a Pseudonimi e altri slittamenti d’identità: se il nome non basta. – Idee 114

  1. Rodolfo

    Circa dodici anni fa, con il trasloco dello studio ho rifatto i biglietti da visita, riportando i numeri telefonici in lettere (tretretreseiottoottonoveotto…).
    Qualcuno mi ha chiesto conto di questa bizzarria di “voi creativi”. In realtà il numero di telefono non è mai stato computazionale. Fin quanto c’era la commutazione meccanica delle linee, in centrale, al massimo il numero era posizionale ma non propriamente decimale. Con la digitalizzazione e, innanzi tutto con la portabilità, il numero di telefono ha perso ogni rapporto con il segno grafico, sostituito da una sequenza di 0 e 1 binari, e la sua trascrizione decimale è diventata a tutti gli effetti un nome e un suono, un segno verbale. Da qui l’esigenza, non la bizzarria, di trascriverlo in forma letterale.
    Questa riflessione sugli oggetti sociali mi ha messo in evidenza che, nel corso della giornata, il nostro nome è sempre più marginale e che i nostri autentici nomi molteplici sono le infinite e mutevoli password, i pin, i puk e i tanti codici d’accesso alfanumerici che, più del nome e cognome,definiscono la nostra più estesa identità e ci consentono o ci impediscono sostanzialmente di esistere socialmente.
    Resta solo il burocratese becero che ti certifica e ti obbliga ad identificarti prima col cognome poi col nome e non c’è nulla di più deprimente del pensare alla mia tomba con questo ultimo insulto della burocrazia.
    Restano ancora nelle piccole comunità i soprannomi, così il mio vicino di casa autoriparatore, in un piccolo paese del primo entroterra sardo, è per tutti solo Lamiera, mentre il contadino a cui il cavallo ha rifilato un morso, è a tutti noto come Ignazio Fu Naso.

     
    • Nontelodico

      “Però sto cominciando a pensare che metterci la faccia, se non ci si vergogna delle proprie opinioni, sia meglio.”
      Mai. Il giorno in cui mi costringeranno a firmare con nome e cognome anagrafici, smettero’ di frequentare infernet, per i motivi che conosciamo tutti e che, evidentemente, fanno molta piu’ presa su me che su altri. Non mi vergogno affatto delle mie opinioni, anzi, ma ho imparato che non e’ salubre sbandierare il mio anticonformismo e sbattere la mia liberta’ di pensiero sotto il naso di chiunque abbia voglia di fare una ricerchina con google: colleghi, datori di lavoro, poliziotti, condomini, ex-compagni di scuola e catechismo 😀 (senza piuttosto che! :D).
      Il Web e’ un tritacarne e, se mi si costringera’ a metterci la faccia, non potro’ far altro che tenermene alla larga.

       
      • Nontelodico

        Scusate, non voleva essere una risposta a Rodolfo ma un comment generico.

         
  2. Will Turner

    l’autrice di Harry Potter scelse di firmarsi J. K. Rowling su richiesta della casa editrice preoccupata del fatto che gli adolescenti (considerati target del libro) potessero accettare con difficoltà una scrittrice donna.

     
  3. Alesatoredivirgole

    Rodolfo,
    in occasione di un evento per me “speciale” sui codici a barre, realizzai un biglietto da visita a tema:
    • trasparente, quindi
    • leggibile anche se appoggiato a testa in giù, grazie anche a
    • testi specchiati (diritto/rovescio).
    Il numero di telefono era scritto con numeri romani http://alesatoredivirgole.files.wordpress.com/2010/11/bvis.jpg
    E il codice a barre … funzionava davvero 🙂

    Per quanto riguarda i commenti o la navigazione in genere concordo con Annamaria: metterci la faccia è meglio e forse risulta più “veritiero” di un commento anonimo.

     
  4. fabiorossi

    A ciò si aggiunga l’istruttivo caso della Rowling (F) che pubblica “Il richiamo del cuculo” a firma dell’esordiente Robert Galbraith (M). Ma poi, siccome non vende, lo ripropone a nome suo. E vende.
    Si aggiunga altresì tra gli accessori il tipo nome-epiteto-cognome, tipo Ray “Sugar” Leonard o Boris “Bum-bum” Becker.
    Quanti ai nomi di prodotti, ti offro via mms un fiorellino che ho colto ieri.

     
  5. Pingback: Perché gli autori dovrebbero evitare pseudonimi | Odissee

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