Punto uno: tornare dai punti agli appunti

I cinque minuti di tecnovuoto che precedono qualsiasi incontro pubblico ormai sono una costante. Il tecnico si affaccenda coi cavi, verifica i collegamenti e poi dice: – Qui c’è il microfono. Il computer è già acceso. Se mi dà la chiavetta…
– Non ho nessuna chiavetta.
– Scusi, in che senso? E come fa?
– Parlo. Magari scrivo qualcosa sulla lavagna.
Succede un paio di giorni fa. Quattro ore d’aula, dalle 9 alle 13, senza uno straccio di powerpoint. O un brandello di immagine o un video. Mi sento come uno che balla sul filo, e senza rete.
Bene: sono sopravvissuta. Anche gli studenti, mi è sembrato. E, mi è sembrato, senza addormentarsi. Lo rifarò, credo.

La polemica contro PowerPoint risale ad almeno un paio d’anni fa. Il Corriere, il 16 marzo di quest’anno, scrive che ormai si tratta di uno strumento consumato. Eppure ho la sensazione che nelle aule delle università PowerPoint si avvii a diventare il modo di far lezione. È comodo: permette di controllare i tempi, di procedere con ordine, di non scordarsi niente di rilevante. E acchiappa lo sguardo di tutti, a patto che le slide siano decentemente progettate.
C’è un guaio: gli studenti copiano meccanicamente le slide e smettono di ascoltare. Ogni discorso diventa il basso continuo che accompagna il trasferimento di liste a punti dallo schermo ai quaderni. Ma quello che gli studenti fanno è qualcosa di molto diverso dal prendere appunti, operazione che implica a) capire il senso di quanto viene detto, b) intercettare i concetti e i passaggi-chiave, c) riformularli in sintesi. Tutto questo senza restare indietro e perdere il filo del discorso.
Prendere appunti è un’operazione altamente creativa (ciascuno si reinventa la sua lezione. E gli appunti sono tutti diversi). Copiare slide non lo è. Le copie sono tutte uguali. E senz’anima. Poiché il filo del discorso non è stato intercettato, finiscono per dire poco.

Un recente post di Luisa Carrada segnala un problema analogo: anche sul web le liste a punti vanno alla grande, a scapito di testi lunghi e ricchi d’informazione. Per carità: niente di male se i punti hanno un senso, come accade in questa bella lista di otto insight da nuovi inventori. Ma guardate com’è fatta: titoli + spiegazioni + link per approfondire. Non è un semplice elenco di affermazioni suggestive, o di parole-chiave private del loro discorso. E poi: certo, una lista a punti è facile come bere un bicchiere di aranciata. Ma, ogni tanto, prendersi la briga di scegliere una vera arancia succosa, sbucciarla, morderla… dai, c’è un po’ più di fatica, ma volete mettere la soddisfazione?

13 Commenti a Punto uno: tornare dai punti agli appunti

  1. Graziano

    Faccio presentazioni di business, e tengo corsi di formazione, da anni, a target diversi. Sarò grezzo ma ricordo che, fino a qualche anno fa utilizzavamo i lucidi e la lavagna luminosa. Power point è soltanto uno strumento più agile e meno scomodo fisicamente da utilizzare ma la logica che c’è dietro a me pare la stessa… Uno strumento, quindi, che va utilizzato in modo creativo e organico in funzione, appunto, sia dell’oggetto del contendere, del tipo di audience, degli obiettivi della comunicazione, etc. etc. Certo, se lo strumento si sostutuisce, sic et simpliciter, a tutto il resto il problema si pone. Ma si pone anche se, a braccio, e senza Power Point, intrattieni qualcuno su qualsiasi argomento; se dici stupidate o, peggio, str…., non c’è strumento che tenga… Immaginatevi, tanto per stare sulla cronaca, una presentazione del Trota, con Power Point o senza… 🙂

     
  2. Utente Anonimo

    Sono d’accordo con i temi di quest’articolo. Facilitando continuamente le attività che comportano da parte del nostro cervello l’elaborazione di dati, si rischia di inaridire la capacità di rielaborazione e di sintesi. Io faccio parte di coloro ai quali venivano chiesti gli appunti di scuola e la parola è sempre stata un mezzo prezioso per comunicare altro, al di la delle frai grammaticalmente corrette. Una presentazione in PP è sì un mezzo facilitatore, ma dovrebbe essere utilizzato solo al termine della conferenza o della lezione, un riassunto per fissare i concetti espostim non le fondamenta del dialogo. mariateresa http://www.paroleintorno.it

     
  3. annamaria

    @Graziano. Sono certa che la sai lunga in fatto di presentazioni e formazione, e non ti sto suggerendo di mollare PowerPoint. Sto parlando dell’uso specifico e pervasivo che di PowerPoint si fa nella didattica. Dubito che, quando fai una presentazione di lavoro o corsi di formazione per adulti, le persone che dovrebbero ascoltarti si mettano a ricopiare freneticamente quanto stai mostrando. Nelle aule universitarie ormai sempre più spesso succede così. E, per quanto mi dicono la mia esperienza personale e molti colleghi, gli studenti tendono poi a prepararsi non su libri + appunti, ma direttamente su quanto hanno ricopiato. Con ciò replicando, nei confronti del testo lungo del libro, quanto hanno fatto nei confronti del testo lungo della lezione. Insomma: il testo diventa un …lesto. Che, in termini didattici, è anche un po’ lestofante. Il guaio è che le cose della vita, poi, non accadono già corredate, ciascuna, del suo .ppt E il lavoro di interpretazione, se uno non ci si è un po’ allenato, diventa impossibile. Altra questione: nel mondo del lavoro i primi .ppt sono stati importati dalle società di consulenza strategica come McKinsey. Si trattava, e ancora si tratta, di documenti rigorosi, messi insieme da team di solito preparati, agguerriti e documentati, secondo norme grafiche, regole e format altamente codificati. Insomma, quei .ppt avevano un linguaggio riconoscibile , magari arido e schematico, ma assai coerente e funzionale, fatto sia di parole sia di elementi visivi (non solo liste a punti ma anche frecce, box, titoli e sottotitoli…). Oggi la maggior parte dei .ppt che girano sono (fatti un giro in rete) piuttosto raffazzonati. Anche perché preparare un buon .ppt per una lezione è molto più lungo e difficile che preparare bene una lezione. Infine: il .ppt raffazzonato dà a chi parla sicurezze che non dovrebbe avere. Se vai su youtube trovi un’infinità di video inguardabili, a proposito di qualunque argomento, in cui un oratore incerto di sé si limita a leggere tavole di incerta struttura.

     
  4. Marcello42

    Sono d’accordo con Graziano che “il mezzo” e’ importante (ed e’ comodo) ma che sono piu’ importanti i contenuti. In genere quando uso PowerPoint premetto che daro’ copia delle slide a tutti e che e’ meglio capire che copiare. Meglio chiedere, anche interrompere se non e’ chiaro, ma non copiare. Poi, soprattutto quando .ppt e’ il supporto grafico ad una spiegazione concettuale e non solo un elenco di fatti, preparo un testo che illustra e completa la spiegazione utilizzando le stesse immagini che ho usato in .ppt, cosi’ servono da “richiamo mentale” al testo. Uso, naturalmente, gli elenchi puntati ma cerco di inserire tra un elenco e l’altro, anche immagini “evocative” dei concetti che sto illustrando. Servono a spezzare la monotonia. Altro “trucco” che uso e’ quello di anticipare la “struttura logica” della spiegazione, dicendo prima quanti “pezzi” ci sono e che scopo ha ciascun “pezzo”. Poi all’inizio ed alla fine di ogni pezzo rifaccio il quadro completo. Forse pedante… pero’ efficace. D’accordissimo con Annamaria sul fatto che quello che conta sono le parole e non il .ppt. Un oratore che si limita a leggere le sue slide e’ del tutto inutile. Le slide devono servire da appoggio, da sponda, da promemoria, ma non da testo.

     
  5. Utente Anonimo

    Mi inserisco velocemente , di ritorno da scuola dopo 5 ore di lezione , di cui un paio con qualche slides . Qualche slides significa 4- 5 . Davanti ( e dietro) a ciascuna di essa c’è un racconto, meno che mai una lettura della stessa o una copiatura da parte degli studenti ( ovviamente e invio loro, prima o dopo, dipende) . La stessa slide servirà per la loro performance orale , anche con suggerimenti o sostituzione della slide stessa con una prodotta autonomamente. Ripeto più o meno quello che dite voi , mi sono inserita perchè la varietà degli strumenti mi piace , le inutilità , gli imbrogli o gli effetti speciali veri e finti degli stessi ovviamente no. Grazie di tutto mircaB

     
  6. guydebord

    Utilizzo Keynote per le presentazioni e per le lezioni innanzitutto per la possibilità di utilizzare immagini. Diversamente non ci sarebbe alcuna ragione di proiettare e nel contempo leggere i miei appunti scritti. Basterebbe lanciare la proiezione e attendere che se la leggano da soli, con il ritmo e il tono spesso migliore del relatore. Utilizzo Keynote per presentare prioritariamente immagini evocative o oggettive che accompagnano un testo sintetico come background del commento verbale prosodico, discorsivo. Questo presuppone che la presentazione sia provata e riprovata nella sua coordinazione e nell’organizzazione dei contenuti. Inoltre curo con pignoleria la qualità grafica, l’impaginazione, i font. Ho assistito a troppo conferenze, durante le quali si sono verificati banali incidenti tecnici prima dell’avvio, per non essere consapevole che uno strumento mal utilizzato ti si può rivoltare contro. Consegno sempre il file agli allievi, suggerendo di non ricopiare il ppt ma annotare osservazioni critiche su quanto ascoltano, per la successiva eventuale discussione. Grazie per lo spunto di riflessione.

     
  7. Graziano

    En passant, quando io faccio una presentazione utilizzando power point (quasi sempre) consegno ai partecipanti sempre la presentazione stessa. E, sempre, prima della mia presentazione. Come contro hai che vanno a sfogliarla subito, ma è un contro modesto rispetto ai vantaggi: trasparenza, nessuna necessità di copiare le slides, concentrazione sulla relazione con me e tra di loro, possibilità di aggiungere appunti tratti da quello che si dice. Le presentazioni di power point servono, soprattutto, per avere il ritmo e la sequenza da seguire. Personalmente, peraltro, diffido di presentazioni graficamente molto belle. Mi interessa di più il contenuto (potrebbe essere un limite mio, ovvio, ma quando vedo presentazioni “son et lumière” un po’ mi preoccupo…).

     
  8. Utente Anonimo

    Sono d’accordo con Annamaria: c’è un abuso delle presentazioni in power point, negli ultimi anni, che inaridiscono la comunicazione docente- allievo e impigriscono la mente. Ieri sera Benigni, a “Che tempo che fa” di Fazio, ha tenuto desta l’attenzione di tutti (e commosso) raccontando il ritorno dalla Seconda guerra mondiale di suo padre; e lo ha fatto usando la sua voce commossa, il suo corpo e il suo sguardo pieno di emozione e riconoscenza verso i suoi genitori.

     
  9. Lino

    Segnalo un’interessante presentazione sull’argomento, trovata in rete qualche giorno fa: “It’s not PowerPoint that sucks, it’s you!” http://www.slideshare.net/jessedee/you-suck-at-powerpoint?from=ss_embed

     
  10. annamaria

    Ciao Lino. Bellissima presentazione. Grazie!

     
  11. Utente Anonimo

    Qualche tempo fa sul mio blog ho dedicato un post all’argomento “derive del PowerPoint”. Il racconto generava da alcuni ricordi universitari. In alcune occasioni la lettura delle slides da parte dei docenti non sono aveva confuso e annebbiato gli studenti, ma aveva finito per creare un clima a dir poco grottesco: …avevano preso la slides come una fede (secondo me a causa del loro disordine interno), per cui entravano già irritati per via di proiettori, fili e cavetti. Comunque. Il problema della lezione con slides era che la didattica si trasformava in una esposizione gelida e impersonale che finiva così: la gente che sapeva leggere (il 100%) si annoiava a morte, e lo stesso docente finiva con il detestare se stesso, la sua voce, e la sua robotica maniacale spiegazione. Insomma l’insegnante che leggeva la slide diventava poi schiavo esso stesso della slide perché la slide è come uno stupefacente, che pensi di dominarlo e alla fine lui domina te. Vincolati allo scritto, la fazione pro-slide inciampava, arrossiva, si ripeteva, si imbarazzava. Il discorso procedeva frammentato e macchinoso. E se qualcuno alzava la mano per chiedere qualcosa il docente s’innervosiva e diceva: “ehm… si.. questo è nella prossima… sei ha un attimo di pazienza.. perché arriva dopo… aspetta!!!”. (qui l’intero “contributo”:http://www.microclismi.com/2011/02/24/il-motivatore-parte-terza/)

     
  12. Utente Anonimo

    Poiché aleggia non detto – per pudore del già detto, probabilmente – occorre che qualcuno dica l’inevitabile: il mezzo è il messaggio, e non esiste barba di PowerPoint che possa surrogare un altro mezzo e, quindi, un altro messaggio. A meno che l’artefice del .ppt non sia persona fisicamente (e mentalmente!) diversa dal relatore: nel qual caso, rientrerebbe nella scolasticissima categoria di “quello bravo a prendere appunti” al quale innumerevoli apografi attingono con soddisfazione. Bello e impossibile, come al solito. O no?

     
  13. Utente Anonimo

    Ho avuto occasione di preparare diverse presentazioni aziendali o di progetti con ppt, conto terzi. Ho sempre prima mostrato come si fa, poi ho preteso che fossero eseguite più presentazioni di prova in modo da avere la massima fluidità fra parlato e immagine, controllo dei tempi, memorizzazione della slide successiva. Ppt è un complemento, non uno strumento che fa miracoli. È certamente utile per comunicare dati in sintesi, come diagrammi, schemi, modelli mentali. Ma se non si ha precisa sincronia e sequenzialità del discorso, ppt, come spesso ci accade di vedere, rischia di essere più un intralcio che un ausilio. Purtroppo ci sono le mode: ieri mi è accaduto di fare l’ennesimo viaggio in treno, questa volta con a fianco un assessore provinciale che continuava ad accendere l’immancabile iPad, poi lo spegnava, poi apriva dieci volte lo stesso file, poi passava al cellulare, ricominciava la sequenza, e tutto questo per quattro ore di fila. Alla fine ha scritto in tutto una parola (ha corretto il nome di una via) e fatto conoscere ad almeno una decina di persone tutti i maneggiamenti per orientare i risultati delle prossime amministrative nel suo comune a favore del cognato. Una barzelletta, se non fosse tragica. Di entrambi gli strumenti non sapeva cosa farsene, quale potesse essere la loro reale utilità, però ne faceva un uso intensivo, disturbante e scellerato.

     

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