gruppi creativi

Guardate la storia di questi ragazzini tailandesi e del loro campo da calcio sull’acqua. È bellissima e c’è dentro tutta la magia dei gruppi che funzionano.
La creatività di gruppo ha diverse caratteristiche strane, non tutte note o intuitive. Oggi svilupparla è un tema strategico perché, in tempi di complessità crescente, gran parte della produzione di ciò che è nuovo esula dalle competenze di un singolo. Forse a lavorare individualmente sono rimasti solo i poeti e gli scrittori, con alcune eccezioni: per esempio i Wu Ming, e l’indimenticabile ditta Fruttero&Lucentini (che qui potete vedere in un pezzo di TV degli anni ‘90). E non parliamo della ricerca, dell’impresa, dello showbusiness… un sacco di lavoro di gruppo.
Uno dei maggiori esperti di gruppi creativi è Teresa Amabile della Harvard Business School. Leggetevi questo articolo. Vi segnalo due fra le cose più rilevanti e meno intuitive. La prima, ribadita anche da un recente studio effettuato da quel supergruppo creativo che è Google, riguarda le caratteristiche del capo ideale. Non serve tanto che sia a sua volta tremendamente creativo, quanto che sappia indicare obiettivi chiari, che dia feedback tempestivi e precisi, che non si ingarbugli nel micromanagement, che sappia comunicare… (qui l’elenco dei punti qualificanti). La seconda riguarda la composizione dei gruppi: è premiante che ci siano persone diverse per età, competenze, carattere, provenienza. Gruppi così sono forse più difficili da allineare su un obiettivo, ma d’altra parte sanno mettere in campo risorse più numerose ed eterogenee. Credo siano anche più divertenti.
Vi sembra che le aziende italiane sappiano strutturare gruppi creativi? Come sono le vostre esperienze di gruppo? Di recente mi è successo di lavorare anche all’interno di gruppi informali, fluidi, costruiti attorno a un singolo obiettivo condiviso. E di trovarmici bene. È capitato anche a voi?

15 Commenti a Costruire gruppi creativi – Metodo 7

  1. Graziano

    Premesso che non si può fare di tutta l’erba un fascio (bello, no?) e che si può solo parlare a carattere generale e sulla base delle proprie esperienze, rispondo alle domande di Annamaria. Vi sembra che le aziende italiane sappiano strutturare gruppi creativi? No. Come sono le vostre esperienze di gruppo? Pessime. Due le evidenze principali. La prima: la maggioranza dei partecipanti ripete in continuazione il suo film e la capacità di ascolto è, praticamente, azzerata. La seconda: ogni critica viene letta come un attacco personale e si guarda al dito e non alla luna (scusate la banalità ma that’s that!). Di recente mi è successo di lavorare anche all’interno di gruppi informali, fluidi, costruiti attorno a un singolo obiettivo condiviso. E di trovarmici bene. È capitato anche a voi? No, purtroppo. I gruppi con i quali ho lavorato io erano composti solo da manager (o sedicenti…)

     
  2. annamaria

    @ Graziano. Grazie per la testimonianza e la franchezza. Aggiungo un paio di note su alcune pratiche aziendali poco virtuose che mi è capitato di intercettare. – IL GRADO ZERO DEL LAVORO DI GRUPPO a volte ci si accontenta di un paio d’ore di brainstorming (attività che, fra l’altro, detesto. Ma questa è una mia idiosincrasia). Se la riunione non è ben preparata, e cioè se le coordinate del problema non sono ugualmente note a tutti, oppure se il problema è troppo complesso per liquidarlo in un paio d’ore, o se i partecipanti sono stati invitati secondo gerarchie e non per competenza, tutto si risolve in una ingestibile quantità di stravaganze buttate sul tavolo a vanvera. Alla fine, o non si conclude niente e tutto resta come prima, o non si conclude niente e passa l’idea precedente, e più strutturata, di chi ha organizzato la riunione. – DI CHE COSA STIAMO PARLANDO? Formulare obiettivi ben strutturati (specifici, concreti, realizzabili, misurabili) è un lavoraccio, nel senso che bisogna pensarci bene e anche prendersi delle responsabilità. Così, a volte succede che vengano formulati obiettivi astratti, magari affascinanti per come sono espressi, ma così generali che vogliono dire tutto e niente. Poi, sull’obiettivo confuso viene messo a lavorare, anche per periodi lunghi, un gruppo il cui operato è sottoposto a continue verifiche procedurali. Le due cose (obiettivi confusi + verifiche troppo ravvicinate, ossessive e solo formali) ammazzerebbero chiunque. – O FRA UN GIORNO O FRA CENT’ANNI Sto parlando di orizzonti temporali. A volte si lavora su scadenze così brevi (la prossima consegna. La prossima presentazione. La prossima trimestrale. La prossima collezione…) che è difficile sviluppare un minimo di progettualità. Se no (o anche contemporaneamente) su un futuro così remoto da risultare per forza nebuloso. Sindrome riscontrata anche tutte le volte che ho lavorato per la politica. E il medio periodo? Cioè la prospettiova temporale che permette di sviluppare anche progetti complessi, ma di andare a vedere in un tempo non biblico quali sono i risultati? I gruppi informali. Gran parte del lavoro fatta via web. Niente capi, ma spontanea divisione dei ruoli. Fantastico. Sarà perché i progetti appassionavano tutti? O perché (in due casi su tre) eravamo tutte donne?

     
  3. Lulu

    Il video dei ragazzini tailandesi è davvero splendido: ti fa capire quanto un’idea possa cambiare la vita e come una condizione sfavorevole possa quasi diventare un vantaggio se la guardi dal giusto lato.

     
  4. Utente Anonimo

    la mia esperienza RICALCA parola per parola la testimonianza di Graziano. Valeria

     
  5. LucyQ

    Le mie esperienze, limitatamente al mestiere di copywriter, si sintetizzano in tre gruppi: la prima, con gruppo creativo informale, internamente ad un’azienda che fa comunicazione turistica, la seconda, con gruppo creativo strutturato, presso un’agenzia specializzata in copywriting, la terza, come lavoratrice indipendente che ha contatto diretto col cliente finale. Le risposte. Vi sembra che le aziende italiane sappiano strutturare gruppi creativi? Abbastanza. Le piccole aziende italiane riescono ancora in qualche modo a ricordare che la creatività si oppone perentoriamente all’autarchia decisionale di certi capi. Ma ovviamente dipende dal capo: se è illuminato, saprà ben scegliere i suoi collaboratori, saprà dar loro fiducia e saprà valorizzarne le doti creative. Idealmente saprà anche, al momento opportuno avere capacità/facilità/velocità nel prendere decisioni, organizzare e disciplinare il lavoro. Come sono le vostre esperienze di gruppo? Positiva, quella presso l’agenzia di copywriting. Creativa, stimolante, ma troppo assorbente quella nell’agenzia turistica. Lì addirittura esiste una problematica di vastità/complessità di obiettivi, e in conseguenza anche una carenza nell’organizzazione dei lavori (a tal proposito quoto a pieno l’intervento di Annamaria ”O FRA UN GIORNO O FRA CENT’ANNI”). Positiva nel complesso anche l’esperienza da freelance: sono un buon capo di me stessa, il collega con cui mi coordino lavora con una precisione certosina e per mia fortuna virale, e non si occupa della parte creativa. Per cui la fase di brainstorming risulta essere un po’ troppo autoreferenziale, elaborata tra me e me, tra me e ignari portatori di spunti, tra me e…nessuno che mi opponga. Sono convinta che in una fase di formazione, ogni esperienza sia preziosa ed edificante, soprattutto per indagare le proprie capacità, mettersi alla prova, e decidere quale sia il gruppo di lavoro presso il quale le proprie risorse creative si esprimono al massimo delle loro potenzialità. Non ho ancora avuto il piacere di lavorare propriamente all’interno un “gruppo informale, fluido, costruito attorno ad un singolo obiettivo condiviso”, ma sono contenta di aver toccato questi differenti punti anche soltanto singolarmente. Sempre per mantenere una visione ottimistica delle cose, mi sono ben guardata dal menzionare l’aspetto inerente all’adeguata remunerazione, importante e funzionale alla crescita, alla produzione di stimoli nuovi e studi ulteriori, alla sicurezza e all’appagamento professionale… Buon lavoro a tutti Lucia

     
  6. Utente Anonimo

    Mi stavo domandando che diritto ha un “vecchio stronzetto” (o uno “stronzetto vecchio”, fate voi…) come me di contribuire a demolire una visione ottimistica come quella di LucyQ… P.S. Io ho due figli di 26 e 32 anni che probabilmente (scrivo probabilmente perchè con me non parlano e devo fare delle deduzioni :-)) la pensano come lei. P.P.S. Forza, ragazzi, cacciateci, appena potete, fate come i vostri coetanei libici, tunisini ed egiziani!

     
  7. Graziano

    Quello sopra sono io… a proposito di età…

     
  8. LucyQ

    @ Graziano. Capisco che sarebbe molto semplice, per la realtà lavorativa in cui galleggia generalmente il nostro Paese, demolire una visione così ottimistica e abbastanza volutamente edulcorata. Nondimeno, sarebbe stato ancora più inutile se a manifestare lo spirito distruttivo fossi stata io e non tu. Mi considero fortunata perché i gruppi di lavoro nei quali ho sin ora operato erano composti da professionalità valide, dalle quali ho potuto apprendere metodi produttivi di lavorare ma anche atteggiamenti da scartare. Avrei potuto elencare difetti comportamentali di aziende (creative e non) tali da far accaponare la pelle. Difetti che precedono ogni problematica di organizzazione del lavoro, di dialogo, di gruppo. Verosimilmente potrebbe non aver alcuna ragion d’essere la questione dell’organizzazione e della distribuzione delle competenze se ti trovi di fronte un’azienda che al tuo contributo non garantisce certezza di continuità. Tu mi parli di gruppo creativo, io ti rispondo che devo essere creativa per considerare lavoro un’attività che mi consegna a nero un rimborso spese che non supera l’affitto del mio monolocale. Ma non voglio mostrarti questo: ti dico piuttosto che sono stata disposta a superare gli aspetti che avrebbero potuto frenare l’entusiasmo e dunque anche la spinta creativa di chiunque, per raccogliere contenuti, osservare metodi, studiare realtà, rubare conoscenza, capire di quali persone/personalità e di quali comportamenti fare a meno o far tesoro. Tanto penso che abbia più forza l’idea che il cambiamento non va aspettato, ma proposto. Con l’esempio, con l’impegno, e anche con l’ottimismo, se necessario. Per questo, insieme al furto con scasso operato fin ora dalle agenzie a danno delle mie finanze, ho scelto di condensare conoscenze ed esperienze per avanzare un’ipotesi di lavoro e di metodo mia. Mia e di altri giovani attivi, attenti e “social”, dove essere “social” non vuol dire trascorrere le giornate parcheggiati su Facebook, ma piuttosto usare strumenti tecnologici a noi così familiari, quasi naturali, per fare rete, diffondere idee e soprattutto fiducia. Spero sia un buon metodo, anche perché sono stufa di lamentarmi 🙂

     
  9. annamaria

    Mi sembra che Lucy dica due cose importanti: “usare strumenti tecnologici per diffondere fiducia” e, soprattutto “rubare conoscenza”. E sono perfino convinta che alcuni (beh, ovvio: non tutti) degli “stronzetti vecchi”, come li chiama Anonimo6, sarebbero ben felici di farsela rubare. Più divertente che sperare di essere cacciati via, no? E poi. Chissà se qualcuno che gestisce gruppi creativi ci legge, e ha voglia di raccontare la sua esperienza.

     
  10. ElenaMrs

    Lavoro nell’uffico comunicazione di una grande azienda, eppure la creatività inplicita in questo lavoro non solo non è gestita, ma è a malapena riconosciuta! Il managment ha un atteggiamento muscolare e autoritario, è costituito escusimanete da maschi bianchi di mezza età, l’intervento creativo è scoraggiato, la passione e l’ambizione vissute minacciosamente… Quanta distanza con i modelli che indichi! e a che pro? L’unica preoccupazione sembra essere la conservazione degli equilbri di potere all’interno dell’azienda. Sono all’inizio della mia carriera e vivo con frustrazione questa situazione. Leggo con interesse la lista degli elementi qualificanti per un buon manager in google, eppure mi stupisce molto l’espressione “dont be a sissy”, ovvero non “fare la femminuccia”, perfino le aziende più “illuminate” non riescono ad abbandonare questo genere di stereotipi?

     
  11. annamaria

    @ Elena. Credo che la condizione che descrivi sia diffusa. Specie per quanto riguarda l’atteggiamento muscolare e autoritario del management maschile di mezza età. Indicare modelli mi sembra importante proprio per dimostrare che: – l’atteggiamento muscolare eccetera non è l’unico possibile – l’atteggiamento muscolare è, oltretutto, piuttosto inefficace in termini di risultati. Amabile ha scritto pagine bellissime, e durissime, su questo argomento. Credo che l’attuale 60% di laureate donne sul totale dei laureati cambierà la situazione. Forse non a breve, ma certo nel giro di una decina d’anni, e magari anche meno. E lo farà con la forza del talento, della preparazione, della dedizione e dei numeri. Solo dopo, non prima, cambieranno anche le metafore. E non si parlerà più di far le femminucce o avere le palle. Se sei all’inizio della tua carriera, tieni duro. Preparati. Stabilisci alleanze. E impara dai loro errori. Pensa a noi vecchiette, che ci siamo cuccate trent’anni o quaranta di maschi muscolari (e fragili, e spesso incapaci di decidere con la flessibilità necessaria). Comunque si sopravvive, qualche volta si ottengono risultati, qualche volta ci si concede anche una sana risata. E poi, per fortuna, non tutti i maschi sono così.

     
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  13. Fiorella Palomba

    La mia lunga esperienza di lavoro nel settore formativo (l’ho scritto più volte) è stata eccellente e non più ripetuta.
    Le ragioni erano chiare al gruppo dirigente di cui facevo parte e si sostanziano in soli due punti
    – attenzione agli obiettivi
    – attenzione alle dinamiche del gruppo
    Detto così può apparire banale. Non è così.
    È questione di leadership (*_))

     
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