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Rifinire un lavoro creativo: cinque cosa da fare - Metodo 61

Per quanto un lavoro sia lungo e complicato, a un certo punto succede che lo finite e lo potete consegnare, no? La risposta è “sì, l’avete finito ma no, non è ancora esattamente il momento di consegnarlo”. Tenetevi un po’ di tempo per un’ultima revisione: rifinire un lavoro può fare la differenza tra “così così” ed “eccellente”.
E poi: neofiti e dilettanti a volte vengono considerati tali non perché i loro lavori siano meno buoni, ma semplicemente perché sono meno compiuti. Insomma, ci sono incertezze e aree di miglioramento che non sono state risolte. D’altra parte, qualsiasi professionista sa bene che rifinire un lavoro è parte integrante del lavoro.
Non sto parlando di elementi palesemente sbagliati (errori di ortografia o di sintassi in un testo, una crenatura disarmonica in un marchio, una curva sbilenca in un progetto, una pagina incomprensibile in una presentazione, una ditata da qualche parte): tutta ‘sta roba, se avete completato il lavoro, dovrebbe essere già più che a posto. Sto invitandovi a dare un ultimo sguardo d’insieme, ponendovi cinque domande.

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1) COM’È, VISTO DA LONTANO? Dico “lontano” in termini sia spaziali sia temporali. Anzi, in realtà, vanno bene tutte le possibili accezioni di “lontano” che potete immaginare: lontananza cronologica (funzionerà anche tra un mese o tra un anno?), lontananza psicologica (sarà convincente anche per chi non pensa o sente esattamente come voi?), lontananza culturale (sarà comprensibile anche per chi non condivide la vostra formazione?), lontananza anagrafica… e così via. Un bell’esercizio.

2) TUTTO SI TIENE? Avete ragionato e preso decisioni su ogni singolo elemento di quanto avete prodotto (su ogni frase, ogni tratto, ogni dettaglio costruttivo di un edificio, di un abito…) curandolo al meglio e sapete che funziona, ma… avete controllato se gli elementi funzionano tutti assieme? Come si connettono? L’insieme è fluido e naturale? Sono naturali le proporzioni tra gli elementi, e le relazioni che li legano? Le sequenze sono giuste?

3) QUAL È LA LOGICA? C’è un’intuizione di base, un’idea forte (un concept, direbbero gli anglofili) a cui il vostro lavoro può essere ricondotto? Se doveste descriverlo in pochissime parole, che cosa direste? Quanto facilmente i destinatari del vostro lavoro sono in grado di ricostruire quella logica, quell’idea o quell’intuizione?

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4) DOVE SI È CACCIATO L’ERRORE? Che cosa ancora potreste migliorare? Ci sono sbavature? Incertezze o imprecisioni? Dai, non rispondete “niente”, sfidate voi stessi e trovate almeno un dettaglio su cui lavorare ancora. Sarò maniacale, ma devo dirvi che questa è la parte del lavoro di revisione che trovo più divertente.
Aggiungo che, a volte, le cose da migliorare sono così visibili che si rischia di non farci caso. Per esempio: succede di aggiustare ogni infinitesimo dettaglio di un testo per poi mandarlo in giro con un titolo assai perfettibile.

5) QUANTO SOMIGLIA AL PROGETTO INIZIALE? Se tutto è andato bene e se avete fatto un buon lavoro, probabilmente il vostro risultato è migliore, più preciso, più interessante o più brillante di quanto avevate immaginato. Ripercorrere i passaggi può aiutarvi non solo a scoprire qualcosa del vostro modo di pensare, ma anche a ottimizzare l’intero processo creativo. E può permettervi di raddrizzare il tiro all’ultimo, se per caso vi siete persi per strada qualcosa di importante.

… e se non c’è più tempo? Vuol dire che avete fatto male i conti. Non si può rifinire un lavoro se prima non lo si è finito, ma anche per rifinire ci vuole un po’ di tempo, specie se il lavoro viene fatto onestamente: essendo, cioè, disposti a modificare ancora una volta quanto serve, là dove serve.

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Metodo 31: saper improvvisare o essere improvvisatori
Metodo 15: il pensiero tra rigidità e rigore

19 Commenti a Rifinire un lavoro creativo: cinque cosa da fare – Metodo 61

  1. giacomo

    Perfetti i 5 passi. Aggiungerei alcune domande finali: sono veramente convinto di tutto (e sottolineo sia il “veramente” che il “tutto”) quello che ho scritto? Non c’è nulla che avrei potuto esprimere meglio? Non c’è nessun aggettivo di troppo? E infine: non c’è nessuna frase che mi lascia vagamente perplesso, perplessità a cui ho risposto: “si capisce lo stesso”? Buon lavoro. 🙂

     
  2. PIER DANIO FORNI

    Uno dei miei maestri (Robert McKee) diceva “imparate ad uccidere i vostri figli”. Un modo melodrammatico per sintetizzare l’ottimo suggerimento di Annamaria. Mi pare che oggi un creativo (in qualunque settore) sia da una parte talmente egocentrico da non volere mettere in discussione il proprio lavoro, dall’altra abbia l’assoluta volontà o “necessità” di accontentare l’acquirente, in pubblicità l’account o il cliente, della serie: tutti tengono famiglia.

     
  3. MircaB

    leggo, ammiro e inoltro alla mia classe quinta ,che sta già lambiccandosi sulle tesine d’esame.
    Anzi se vorrete dedicare un post futuro a quella marea di tesine semi obbligatorie , che dovrebbero essere libere e creative ma che finiscono per riprodurre quel che di scolastico è “discutibile”,soprattutto in fatto di scrittura, ideazione (OPS),fatemi”un fischio”.

     
    • Annamaria

      Ciao Mirca.
      Ti sto facendo quel fischio.
      Hai voglia di scriverne, raccogliendo un po’ di casi? E, magari, raccontando le reazioni degli studenti?
      Un caro saluto.

       
  4. alberto s.

    rigo 11 “pnendovi”.

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Alberto.
      Grazie per la segnalazione: refuso corretto.
      Di solito i testi su NeU escono piuttosto puliti (ho un discreto occhio per i refusi) ma, se c’è un articolo che parla di revisione, chissà come mai, succede che dentro ci sia un refuso. Ovviamente è colpa di Titivillus.
      http://nuovoeutile.it/errori-lacune-e-refusi/

       
  5. Claudia

    Predicate bene e razzolate male 🙂 “Sto invitandovi a dare un ultimo sguardo d’insieme, pnendovi cinque domande.” COSA MANCA? La prox volta date un’ultimo sguardo prima di pubblicare!
    PS complimenti per l’articolo, molto interessante e ficcante!

     
    • Miriam

      “un ultimo sguardo” è maschile.

       
    • AC

      Suvvia, un refuso cosa vuoi che sia 🙂

       
      • Miriam

        Esatto! I lettori di NeU, e tutti coloro che scrivono, conoscono Titivillus sempre in agguato.
        Però quando sottolineiamo gli errori altrui abbassiamo le difese contro i nostri.

         
  6. Fiorella Palomba

    Alle ragazze e ai ragazzi del mio Laboratorio di Scrittura che realizza come prodotto finale una pubblicazione cartacea ed elettronica ricordo sempre di pensare al lettore.
    Non solo come destinatario, ma cercando di “mettersi nei suoi panni”, ovvero, come scrive Annamaria “immaginare la lontananza”.

    Non è sempre facile, ma…ci provo (*_))

     
  7. Gabriele Gotti

    per i progetti di architettura dovrebbe essere naturale

     
  8. Pingback: Ebook, testo virtuale e scrittura infinita – Il blog di Studio83

  9. Mammamsterdam

    Se è un testo, come lo tradurresti? E se lo traduci fila? è ridondante? ci giri intorno? In genere questo aiuta benissimo a scoprire frasi fatte, parole vuote, trombonisti vari. Grazie, mi hai dato un’ ottima idea su cinque cose da fare prima di consegnare una traduzione.

     
  10. Gianluca Lisi

    6
    o meglio 5a:

    Il risultato ti ha sorpreso?

     
  11. Giulio Mario Palenzona

    Ciao, ho letto con estremo interesse il gruppetto di articoli correlati (arrivandoci da una pagina : http://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2015/12/07/finire-in-bellezza), tutti ben fatti.
    Per inciso scrivo (o meglio “ho scritto” una mezza dozzina di libroni ancora unpublished, ora come ora sono in stasi da parecchio, ma non per blocco, semplicemente non mi scappa al momento), e mi hai fatto venire voglia di sottoporre un dubbio.
    Si tratta di una domanda semi-retorica (nel senso che so che non esistono ricette magiche per questo genere di problemi).
    Come affrontare un progetto (parlo sempre di libro), molto al di sopra delle proprie possibilità ?
    Dove per “al di sopra”, intendo un qualcosa di troppo grosso, complesso, interconnesso, da non riuscire ad essere abbracciato a mente nell’insieme (tutto è relativo ovviamente).
    La mia difficoltà nasce sia dal modo di scrivere sia da quello di ideare. Non sono un sequenziale. Scrivo i libri a partire da qualsiasi punto, senza sequenza temporale, in seguito li ricostruisco a posteriori con tessuto connettivo e cerco di eliminare le inconsistenze. In sostanza la parte creativa è un caos simultaneo, dove vedo le cose e intravedo relazioni tra gli eventi (ed è la fase che mi diverte, in cui dipingo singoli scorci), mentre poi segue una lunga e tormentosa fase di “DEFRAG” del disco, in cui devono essere ricuciti insieme senza vuoti, sovrapposizioni, contraddizioni. Ebbene, il seguito di un libro (già il prequel era il più complesso) è cresciuto in complessità oltre la mia capacità di avere tutto in mente se non in modo caotico, come atomi vaganti, ma non riesco a “mappare linearmente” le relazioni tra gli eventi. In altre parole non riesco più a tradurre dalla lingua astratta senza parole della mente, che ha la velocità del fulmine, nella lingua scritta. Varie volte ho tentato di rileggere pezzi, ma è come un gomitolo enorme, e non trovo la soluzione per scioglierlo, perché non lo vedo tutto insieme. Mi spiace perché a quel sequel terrei molto, è proprio il più “mio” come lo fu il prequel, ma mi ci sono schiantato contro parecchie volte, e ancora mi elude. Boh, ho lanciato questa richiesta come una bottiglia abbandonata nel mare della rete. Grazie a prescindere, per le risposte già date.

     
  12. Annamaria Testa

    Ciao Giulio.
    Mah, forse potresti costruirti una mappa del libro. Qualcosa di simile a quello che fanno gli sceneggiatori delle serie televisive, che devono tenere assieme diverse trame e sottotrame, salvaguardando le coerenze. Una mappa ti permette di avere una percezione visiva globale e, quando ti serve, di avvicinarti con lo sguardo a un dettaglio, di spostarti, sempre con lo sguardo, lungo differenti connessioni.
    Insomma: se in casa hai una parete libera….

     
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  14. gianni boscolo

    complimenti. un lavoro utilissimo se non ci si accontenta.

     

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