Africa: rispetto, speranza, dignità, inventiva

Africa: dirlo è facile, ma ne sappiamo poco. Ne abbiamo spesso una visione stereotipata, semplificata e in fin dei conti condiscendente.
Speranza, dignità e creatività: leggete la storia del gruppo congolese Staff Benda Bilili. È formato da musicisti poliomielitici e sheges (orfani cresciuti in strada) che si sono costruiti strumenti incredibili. Suonano qualcosa di… nuovo. Rumba, funk, reggae, blues. Guardate e ascoltate Je t’aime o Polio. Loro sono in tournée in Europa, hanno appena suonato a Milano. Qui c’è il loro sito.
Inventiva e innovazione. Guardate che cosa si può inventare per ricaricare un telefono. E poi fatevi un giro per tutto Afrigadget, che spiega come risolvere problemi quotidiani con l’ingegnosità africana.
Complessità. Date un’occhiata a Afrographique: tre pagine di belle infografiche per cogliere a colpo d’occhio alcuni fenomeni recenti. Per esempio: in Sud Africa il 92% delle persone ha un cellulare, in Ghana il 49,6%. La media mondiale è 60,8%. 110 milioni di persone (oltre una su 10) usano Internet. Ne avevate idea?
Rispetto. Leggetevi (merita davvero) l’acido saggio del 2005 Come scrivere d’Africadel giornalista keniano Binyavanga Wainaina. Ecco un assaggio: mai mettere in copertina (ma neanche all’interno) la foto di un africano ben vestito e in salute, a meno che quell’africano non abbia vinto un Nobel. Usate, piuttosto, immagini di persone a torso nudo con costole in evidenza. Se proprio dovete ritrarre un africano, assicuratevi che indossi un abito tipico masai, zulu o dogon.
Nel testo, descrivete l’Africa come se fosse un paese caldo, polveroso con praterie ondulate, animali e piccoli, minuscoli esseri umani denutriti. Oppure caldo e umido, con popolazione di bassa statura che mangia scimmie. Non perdetevi in descrizioni accurate, l’Africa è grande: cinquantaquattro nazioni e novecento milioni di persone troppo impegnate a soffrire la fame, morire, combattere o emigrare per aver tempo di leggere il vostro libro.
Poi, finito di leggere l’articolo, andate a leggervi il suo  seguito amaro e illuminante.

4 Commenti a Africa: rispetto, speranza, dignità, inventiva

  1. LucyQ

    Vi racconto la mia piccolissima esperienza. Quest’anno ho trascorso i mesi di marzo e aprile in Africa. Alle porte dell’Africa, per l’esattezza: la mia base era il sud del Marocco. Ho girato; non ero lì per lavoro né per vacanza, anche se ho scritto e sono stata al mare. Ho cercato tutti i giorni di parlare con le persone, di acquisire testimonianze con la voracità tipica dell’occidentale. Ho tentato di spendere ogni ora di permanenza in Africa camminando e assorbendo immagini, suoni, odori, sensazioni, parole e silenzi. Alla fine del viaggio sapevo tante cose, avevo maturato alcune consapevolezze. La più importante di queste riguardava il fatto che tutte le cose del mondo che la bocca del mio ventre mi suggeriva di cambiare, tutte le cose che mi facevano indignare, tutte quelle che mi esaltavano, tutti i muri da abbattere, i valori da sovvertire, la storia da trasformare, partivano dalla mia vita. Tornata a casa ho provato una certa difficoltà, un naturale disadattamento verso l’ambiente che avevo lasciato due mesi prima. Ho cercato di uscire poco, perché paradossalmente non avevo voglia di raccontare, di descrivere e neppure di scrivere. Volevo solo cambiare me, in silenzio e con una enorme ricchezza nel cuore. Si fa presto a scrivere dell’Africa, scrive bene Binyavanga Wainaina.

     
  2. annamaria

    Ciao Lucy. Il punto è proprio questo. Sono stata diverse volte in Nord Africa, e un paio nell’Africa Centrale. E riconosco la difficoltà di raccontare. Come si fa a raccontarla, per esempio, la storia di Staff Benda Bilili? Meglio guardare, ascoltare.

     
  3. Dimitri

    Sono stato in Africa subsaariana (Mazambico – Angola – Sudafrica) Mi ci sono sposato e ho fondato una ONG locale ancora attiva. Academy of the African Communication. Possodire che mi asssocio con Capuchinsky che ci raccomanda più volte di non generalizzare l’Africa, perchè all’interno di una medesima regione si trova etnie, radici e culture completamente differenti e talvolta antagoniste. Io aggiungerei che sarebbe davvero Nuovo e Utile, se si cominciasse a smettere la patina romantica e si cominciasse a guardare la realtà. A partire dal nuovo colonialismo degli aiuti umanitari istituzionali, alla cooperazione internazione che si é fermata al post colonialismo, fino alle carenze profonde di democrazia e onestà che caratterizzano i governi di quelle fette di mondo, dove c’è tutta la convenienza a coltivare il male: ignoranza profonda, povertà assoluta, AIDS, malaria e via discorrendo. Perchè anche con l’aiuto di Annamaria non apriamo dei tavoli formativi nelle università su questi temi. Io sono disponibile da subito. Oltre alle chiacchiere.

     
  4. annamaria

    Ciao Dimitri. Ero in un bar di Swakopmund affacciato sull’oceano che sembrava di essere a Manhattan, a parlare con una cooperante italiana disperata: stava in Namibia da un anno, lavorava sulla prevenzione dell’AIDS nella zona nord e passava il tempo a litigare con gli stregoni. Come dire: qualche centinaio di chilometri di distanza fisica corrispondenti a qualche migliaio di anni di distanza culturale. Qualche volta le migliori intenzioni non bastano. E poi, qualche altra volta, le intenzioni non sono neanche le migliori. La tua idea è bella, ma dubito che NeU possa farsene carico. Nessuno di noi ha la competenza sufficiente. E già facciamo fatica a far fare a NeU il suo mestiere: diffondere notizie, strumenti e suggestioni di buona qualità. Seminare qualche idea. Ed essere un luogo neutrale dove mettere opinioni a confronto in maniera civile. Forse è più semplice dare una mano alle realtà virtuose che già esistono. Se conosci dei luoghi di documentazione che ti sembrano affidabili e ce li segnali, troveremo il modo di farli girare. L’altra cosa che faccio, con la mia piccolissima agenzia (siamo solo in sei) è finanziare ogni anno insieme ad AMREF la cstruzione di un pozzo in una comunità centroafricana. E’ un progetto, mi sembra, ben fatto: le comunità vengono coinvolte nella costruzione, imparano a manutenere il pozzo e a usare l’acqua per l’agricoltura. Le donne e le bambine sono liberate dalla necessità di fare ogni giorno chilometri a piedi per procurarsi acqua. Le bambine possono andare a scuola e le donne, con il microicredito, possono iniziare piccoli commerci. Ogni comunità comprende diverse famiglie (e sono famiglie numerose). Qualche centinaio di persone, insomma. Per ora ci sono quattro pozzi: eccoli. http://www.nuovoeutile.it/pdf/Pozzi_Progetti_Nuovi.pdf Mi piacerebbe anche trovare il modo di dare una mano a raccontare l’imprenditoria africana, e in generale extracomunitaria, che si sta affermando nel nostro paese. Se ci riesco, ve ne darò conto. E, se non ci riesco, spero che prima o poi qualcuno lo faccia.

     

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