Destra e sinistra: se una notte d'inverno un narratore

Un mese fa, insieme a Dis.amb.iguando, NeU ha proposto ai navigatori una bella sfida: scrivere elenchi dei valori di una destra e una sinistra moderne. I risultati sono stati superiori alle migliori aspettative. Li abbiamo raccolti, riordinati, editati, e abbiamo provato a costruire dei tag cloud che attraverso i valori, raccontano una percezione precisa di destra e sinistra. Qui trovate gli interventi e i tag cloud aggiornati. Mettere tutto insieme non è stato semplicissimo: se c’è qualche errore, ditecelo.
Ora, a questi testi che raccontano la vostra visione di destra e sinistra, aggiungiamo, Giovanna Cosenza e la sottoscritta, un primo commento che propone qualche chiave di lettura. È intitolato Se una notte d’inverno un narratore.
E adesso viene il bello: vi chiediamo di postare, a partire da oggi ed entro il 12 gennaio, un breve racconto (max 3000 battute) scritto a partire da una parola chiave della destra o della sinistra. Scegliete quella che più vi ispira nei tag cloud. Idealmente, ci piacerebbe avere un racconto per ciascuna parola, ma sarà anche importante vedere le parole che preferite. E poi raccoglieremo tutto quanto.
Passate parola. Vorremmo farne un libro: un testo collettivo che dia conto della voglia di trovare prospettive e visioni. Volando alto, oltre la notte e l’inverno del presente.
Un augurio di buon anno a tutti voi.

44 Commenti a Destra e sinistra: se una notte d’inverno un narratore

  1. Utente Anonimo

    [SOLIDARIETA’] UNA GIORNATA QUALUNQUE. Musica a palla. L’acqua scorre e il secchio si riempie. Un profumo di lavanda inebria velocemente la piccola casa… La ragazza, lunghe trecce finte raccolte con un nodo, fisico da modella, pelle al miele di castagno, canticchia una canzone delle Destiny ’s Child mentre fa le pulizie degli spazi comuni. Sembrerebbe una giornata qualunque di una ragazza qualunque. Lo scenario è quello di una casa d’accoglienza per donne immigrate presso la quale svolgo il mio servizio civile, la ragazza è una delle tante “sopravvissute” che passano da qui. “I ’m a survivor” canta una canzone, colonna sonora di una vita… di tante vite. Vite di donne superstiti in una terra ostile, la maggior parte delle volte. Terra che rappresenta la meta per tanto tempo, punto di arrivo di una tragica esistenza, punto di partenza per una nuova vita nell’ immaginario di chi lascia tutto e intraprende i lunghi e tormentati “viaggi della speranza”. Terra in cui inaspettatamente, inesorabilmente, sofferenze e sacrifici non ti abbandonano per diventare tuoi compagni di viaggio. Terra che nonostante tutto accoglie, raccoglie le vite tormentate di queste donne instabili, dalle esistenze così precarie! La sopravvivenza non è scontata. Non so dire se la ragazza, che sembra cantare a cuor leggero, ci sia riuscita. Il richiamo della sua terra, la Nigeria, è più forte di qualsiasi altra cosa. Ha deciso di tornare a casa e ora è qui di passaggio, nell’attesa di un rimpatrio assistito. E’ serena. Non dovrà più sprecare le sue energie per sopravvivere perché sta per tornare alla vita. Mentre scrivo la ragazza ha ultimato il suo compito quotidiano. La sua è una storia tra tante… storie sommerse dal frastuono dell’indifferenza generale. Storie che si legano, intrecciandosi, alle vite di chi lavora per far emergere dall’ indifferenza e poter dare un nome a tutte queste donne. Lju*, Kau*, Mobr*, Zi*, Ali* e tante altre le ho conosciute e grazie al servizio civile anche io ho potuto dargli un nome e un volto. Giusy

     
  2. Scrid

    Anche StoriaContinua.com si unisce alla vostra inizitiva http://www.storiacontinua.com/scrittura-collettiva/se-una-notte-dinverno-un-narratore/

     
  3. annamaria

    Grazie a Giusy per aver rotto il ghiaccio alla grande, e scegliendo una parola importante come Solidarietà. Grazie a Luisa Carrada con Mestierediscrivere e a Scrid con Storiacontinua che rilanciano l’iniziativa :))) Piccola nota tecnica. Poiché alcune parole-chiave appartengono sia al tag cloud Sinistra che al tag cloud Destra (questo le rende particolarmente interessanti), per favore specificate nell’occhiello a quale delle due prospettive state facendo riferimento. Il modo in cui Giusy ha titolato va benissimo: parola chiave + titolo della storia. Piccola nota del 24 dicembre. Mattina di pioggia, Milano, Galleria. Ressa. Famiglie, ombrelli che gocciolano, turisti spaesati, gruppi di adolescenti che si muovono galleggiando, anziani signori già col vestito della festa, ambulanti di ogni etnia, vigili, signore aggrappate a pacchi ingombranti, bambini col cappello di traverso. Giusto al centro, all’ottagono, un gruppo di ragazzi giovanissimi con magliette e cartelli: abbracci gratis, free hugs. Non chiedono soldi. Non dichiarano appartenenza a nessuna organizzazione. Se ne stanno lì e abbracciano le persone. Mi sono beccata un abbraccione da una ragazza bionda con una bella faccia. Ero di corsa (l’ennesima signora aggrappata a pacco ingombrante). Non ho chiesto chi fossero né che cosa volessero dire. Ma tutto sommato non ce n’era bisogno.

     
  4. Utente Anonimo

    Ben MONDO. Da sinistra Bologna, 24 dicembre 2010. Ceno in un ristorante cinese. Il titolare è un giovane sveglio, cresciuto in Italia, fiero del suo paese di origine, dove torna periodicamente. Parliamo e simpatizziamo. Siamo d’accordo su tutto, ridiamo dei luoghi comuni occidentali sulla Cina. Mi chiede: sei contento che un miliardo e mezzo di cinesi, e quasi un miliardo di indiani, stanno galoppando verso il benessere? Anche se questo comporta un abbassamento del livello di vita tuo e dei tuoi figli? Rispondo: non preoccuparti. Io no, ma i miei figli sono pronti a sbarcare a Shangai e fare fortuna lì, come hai fatto tu qui. Ride. Beviamo grappa di riso. Sentiamo tutti e due che un vecchio sogno (“…l’internazionale, futura umanità”) ha cambiato strada, ma si è avverato. Siamo due cittadini globali felici. Ben

     
  5. gabri

    Si svegliò nell’alba afosa dell’estate anticipata. Gli occhi gli dolevano, aveva fatto tardi a buttar giù appunti di risposta ai dubbi dei compagni: “Reagire al velleitarismo. Proporsi obiettivi discreti, raggiungibili, anche se si intenda approfondirli ed estenderli”. Immobile, rammentò Giulia e i bambini: essere vicino comunque, si era detto, dedicare ogni giorno qualche ora a loro. La scrittura poteva essere un atto di amicizia e di amore, sostituire la presenza e la familiarità? Riuscirebbe essa ad avere tanto potere? Interessante, da approfondire. Sorrise di sé, per quel vezzo di darsi appuntamento con le congetture. Dalla finestra vedeva la calura che si ammucchiava sul monte Ferraro e giù, sul pendio terrazzato, tra i filari di mandorli, ciliegi e vigne. Terra di Murgia, pastorizia, agricoltura estensiva, diffusione dell’abitato sparso. Potenzialmente adatta a un riscatto del lavoro. Si passò le mani tra i ciuffi dei capelli, pulì i piccoli occhiali e li inforcò. Sul tavolo, ingombro di fogli, giaceva la lettera preoccupata della madre. La rilesse e da ritto, poiché non si sedeva mai per scrivere, iniziò la risposta: Turi, 10 Maggio 1928 Cara madre, non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo stare in prigione… Vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato, ma non potevo fare altrimenti… Sinistra Ottimismo del pensiero e della volontà Note. -Il personaggio è Antonio Gramsci, di cui Mussolini diceva: bisogna impedire a quel cervello di pensare. Il luogo è il carcere di Turi. -L’aforisma “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà” è di Romaine Roland, scrittore francese, Nobel per la letteratura nel 1915. Gramsci lo adottò come suo “motto d’ordine”, scrive nel Discorso agli anarchici, L’Ordine Nuovo, 3-10 Aprile 1920. -Ti pare bello passare il 26 Dic. a mettere insieme un raccontino un po’ triste, invece di folleggiare tra i pansotti di gallina e la zecchinetta!!! 🙂

     
  6. tobia90

    SINISTRA: Partecipazione RACCONTRO IRONICO DI UN POVERO SCEMO “La libertà è partecipazione…” Non metto in dubbio il fatto che la libertà sia partecipazione: chi sono io per farlo? Sono solo un umile cittadino. Solo un povero scemo, come direbbe qualche presidente del consiglio. Pensate un po’: pago addirittura le tasse! E mi faccio in quattro per far quadrare la dichiarazione dei redditi. No, no, non ridete, non sto scherzando! Ma, dicevamo: partecipazione è sinonimo di libertà. Che bella cosa: vuol dire che dopo i diciotto anni siamo tutti liberi come aquilotti. E già, dopo i diciotto si può partecipare, finalmente. Ma cosa si intende con partecipazione? Bah… Io che i diciotto li ho passati da un pezzo, esco di casa, carta di identità alla mano, monto in macchina e mi avvio verso il collegio elettorale di quartiere. Si, avete capito, oggi è un giorno importante, oggi si vota. Abbiamo aspettato cinque lunghi anni di governo fallimentare e, finalmente, possiamo tornare a dire la nostra. Quale partito appoggiare? Da quale bugiardo farsi, intellettualmente parlando, violentare? Il simpatico e un po’ ridicolo imprenditore conservatore che promette la rivoluzione liberale o il serio e integerrimo vecchio comunista, un po’ pentito, e col carisma di un panino allo stracchino? Oppure i partiti minori! Già, quelli si che sono una valida alternativa. C’è il cattolico nostalgico, il fascista, anche lui pentito, il carismatico ambientalista che, in compenso, è un passionale amante dei termovalorizzatori, l’irruento e rustico, forse un po’ giustizialista, ex magistrato che odia a morte il simpatico imprenditore e via discorrendo. Una cosa li accomuna, questi personaggi da fumetto: sono vecchi. “In gerontocrazia we trust”; come direbbe qualche “liberal” d’oltre oceano. È incredibile, ogni volta che c’è da votare penso le stesse cose. Ma una volta arrivato alla coda della fila del collegio elettorale di quartiere me li scrollo di dosso, questi pensieri, e faccio ciò che va fatto: voto il “meno peggio”. O, almeno, se è vero che tutto è soggettivo, come dicono i paladini della retorica, quello che per me è il meno peggio. Ma sta volta no. Sta volta i pensieri non me li scrollo di dosso. E, quando ormai tocca quasi a me, ripenso alla partecipazione. Alla libertà. Non penso che, con partecipazione, si intendesse tutto questo. Tutto questo è solo scegliere da chi farsi fregare. La libertà non è una scelta sconveniente in ogni caso. Bene, sta volta non mi avrete. Sta volta voglio aumentare le percentuali di chi non sceglie. Allora entro nella stanza dove si vota e tra un “buon giorno” di qua e un “ecco il documento” di la, entro nella cabina ed apro la scheda elettorale. Adesso vi faccio vedere la mia partecipazione. Prendo la penna e disegno un fallo di dimensioni equine, che ricopre più di metà scheda e con un’accuratezza che farebbe invidia al miglior Giotto. Ora sono un povero scemo? Non lo so più neanche io. Esco dalla cabina, metto la mia scheda dentro all’inconfondibile scatolone. Strizzo l’occhio allo scrutatore e dico, sorridente: “speriamo che sta volta vada bene.” “Eh, che te lo dico a fare?” Mi risponde lui.

     
  7. Leggerika

    PARTECIPAZIONE. SINISTRA. Il cielo è grigio, grandi fiocchi candidi fluttuano nell’aria gelida. Nel campetto dell’oratorio i bambini si rincorrono, ridono, lanciano palle di neve. “Costruiamo un pupazzo!” grida uno dei più grandi. “Sì, dai, uno grandissimo!” La nostalgia mi stringe la gola, tanti anni fa anch’io giocavo su questo prato. Sakuntala è appoggiata al muro, avvolta in un giaccone troppo grande. Osserva concentrata gli altri bambini che ammucchiano la neve al centro del campo. “Pu..pazzo di neve” sussurra muovendo le labbra contro la sciarpa. Ha otto anni, è arrivata con i genitori dall’Orissa sei mesi fa. Il padre in questi giorni è stato assunto come spalatore. Nessuno di loro aveva mai visto la neve, prima. “Non giochi con gli altri?” le chiedo. “No. Parlo male italiano” mi risponde seria.“ E tu? “aggiunge. “Sono troppo vecchia per giocare” rispondo imbarazzata. Restiamo in silenzio a contemplare il nostro fiato che si condensa in nuvole bianche. Sakuntala raccoglie una palla di neve e mi tende una mano: “Andiamo?” “Si!” e corriamo insieme a costruire il pupazzo.

     
  8. Utente Anonimo

    Ho quasi sessant’anni. Ho sempre scritto molto, nella mia vita. Anzi, mi sono sempre imposto di scrivere. E sempre ho chiesto ai miei collaboratori di scrivere. Perché verba volant e scripta manent è sempre stata una frase che, per diversi motivi, ho amato. E amo. Ma ho fatto, e faccio, il manager. Non lo scrittore. E non ho mai scritto un racconto. E nemmeno una poesia. Le uniche cose non di business che ho scritto sono le lettere che mandavo alla mia fidanzata. Quand’ero a militare, nel ’74. Poi ci siamo sposati. E io non ho più scritto lettere. Né a lei, che da allora vedo, in pratica, tutti i giorni. Né ad altre fidanzate, perché ho avuto solo lei. Chi è arrivato fino a qui si sta domandando: ma la destra e la sinistra che cosa c’entrano? C’entrano, c’entrano. C’entrano perché destra e sinistra sono due parole chiave della mia vita. Mia moglie, per esempio, è di destra. E io sono di sinistra. Il padre di mia moglie era di destra. Ed è stato ucciso da persone che si definivano di sinistra. E da allora il nostro mondo è cambiato. Ed è cambiato anche il “nostro” modo di parlare di destra e di sinistra. Io, da allora, per esempio, e sono passati più di trent’anni, non ho più capito bene che cosa vogliano dire destra e sinistra. E, secondo me, da allora, nessuno ha più capito, in Italia, che cosa vogliono dire destra e sinistra. Soprattutto che cosa voglia dire sinistra. L’ha capito, e molto bene, per me, Antonio Pennacchi, con il suo bellissimo libro Canale Mussolini. Non mi firmo, spero capirete.

     
  9. Utente Anonimo

    Trovo ammirevole questa iniziativa anche se Destra e Sinistra in questi anni in Italia hanno assunto i significati più diversi e credo di capire ciò che vuol dire l’autore del commento n° 8. Chiunque abbia messo il naso fuori dall’Italia negli ultimi anni però si è accorto che in Italia oramai c’è un problema di degrado culturale e civile che viene prima delle distinzioni politiche, il nostro è un paese che ha bisogno per prima cosa di normalità, legalità ed autentica democrazia.

     
  10. gabri

    OT In breve, se leggiamo il 44° Rapporto del CENSIS sulla situazione sociale del paese, potremo trovare una dettagliata spiegazione della confusione che regna in Italia in quanto a punti di riferimento ideali, a sfiducia nelle lunghe derive, a senso di appagamento e di appiattimento. La lettura è desolante e purtroppo è confermata da quello che vediamo tutti i giorni. Ma alcuni di noi pensano ancora che i punti di riferimento ci siano, che ci sia spazio per i desideri e per il futuro. Credo che se si esce dalla propria esperienza soggettiva (se si sale sugli alberi, come il Barone rampante), si possa ritrovare una visione più generale, più oggettiva, più dialettica. E che non siamo arrivati in fondo al libro delle regole. Scusate la brevità, ma non volevo disturbare il lavoro indicato nel topic di Annamaria. Se l’argomento interessa, si potrà magari riprendere. Ciao a tutti e buon proseguimenti di vacanze.

     
  11. annamaria

    @gabri.Censis: prometto di riprendere l’argomento. @anonimo9. Quello che stiamo facendo è esattamente un lavoro di ricerca (o ricostruzione) collettiva del senso. @anonimo8. Ecco. L’hai scritto. Rimane.

     
  12. Utente Anonimo

    Sono l’utente del commento n°9, scusate avevo dimenticato di loggarmi, vorrei solo aggiungere che i concetti di Destra e Sinistra in Italia non hanno dei contorni definiti perchè la Destra e la Sinistra italiana hanno le loro radici nelle ali estreme dello schieramento politico: la Destra nel fascismo e la Sinistra nel comunismo. In Italia nel dopoguerra è mancata una Destra democratica ed una forte Sinistra socialdemocratica o laburista. Dopo Destra e e Sinistra si sono evolute convergendo al centro mutando più volte pelle e recentemente anche sovrapponendosi. Da qui nasce per me la difficoltà a definire cosa è la Destra e cosa è la Sinistra.

     
  13. eli

    CULTURA: a destra il vuoto, a sinistra l’attesa, con utopia finale Il discepoletto e gli uccelli sul ramo Diogene come suo discepolo proprio non lo avrebbe voluto. Ma lui per tale si spacciava. A distanza di secoli. Si era procurato una botte e l’aveva collocata all’ingresso del suo giardino, aveva trovato una lampada e si presentava così, cercando qualche verità difficile da comprendere e forse a lui stesso poco chiara, ma ricopriva importanti cariche politiche. Tutti lo chiamavano il discepoletto. Sul ramo dell’albero lì vicino si radunavano molti uccelli, osservavano l’uomo e si scambiavano opinioni su di lui e sui fatti del mondo. Molti tra loro si conoscevano già da tempo, alcuni arrivavano e si presentavano, Gina la ghiandaia, Tommy il picchio e così via. Arrivò un uccello che non avevano mai visto, “Chi sei tu” “Hybris,” rispose. “Si, questo è il tuo nome, ma che tipo di uccello sei?” “Hybris” rispose. Gli altri lasciarono perdere, anche se lo trovavano un po’ inquietante. Nessuno tra gli uccelli si aspettava dal discepoletto cose buone, ma ciò che videro quel giorno superava le aspettative. Era seminudo, quasi in estasi di fronte ad una immensa piramide di libri, vecchi vinile, dvd, parole e immagini. Ora il discepoletto, grintoso e sicuro, immerso nella piramide a testa in giù, scavava, scavava e selezionava. Questo di qua, questo di là, al rogo, al rogo. L’immensa confusa piramide si ricomponeva in mucchi ancora bassi, frutto di un primo lavoro di divisione del materiale, pronti per essere più accuratamente valutati. Più in là vi era un piccolo scaffale: lì il discepoletto allineava gli oggetti che non richiedevano una seconda selezione: la Bibbia, ma quanto è grossa!, il Dizionario della lingua italiana, edizione ridotta, che è quello che basta, la Costituzione, la costituzione? No, quella no, forse ha bisogno di un accurato ritocco. Fellini, Pasolini, tutti al rogo. Tutto il cinema al rogo. E tutta la fotografia. E la musica? Il blues, il jazz diritti al rogo, la musica lirica? Rivediamola, mi sembra che fosse pericolosa. E poi lui doveva selezionare la Cultura, solo la Cultura. “Si fermerà”, disse la ghiandaia, che è curiosa, ascolta e vuole imparare le lingue degli altri uccelli “Non si fermerà” disse Hybris “Ci ripenserà” disse il picchio che passa le giornate a studiare le leggi della fisica “Non ci ripenserà” disse Hybris “Rifletterà” disse il falco che per molte ore progetta e sperimenta il proprio volo “Non ci rifletterà” disse Hybris “Gli sorgerà un dubbio” disse il corvo che Dubbio ha tra i propri avi “Non avrà alcun dubbio” disse Hybris Improvvisamente il discepoletto si sedette con in mano un libro. Gli uccelli trattennero il respiro. Forse era giunto il momento del dubbio e della riflessione, dello studio, del progetto, della sperimentazione. Solo Hybris sghignazzava basso basso. “Kafka, le metamorfosi”, bisbigliava il discepoletto ”Questo un po’ me lo ricordo. E’ uno che non si adatta, non ne vuol sapere del lavoro del mondo della famiglia. Lo brucio?” Sfogliò un attimo il libro. “No, no, ecco, ricordo. Si trasforma in uno scarafaggio e muore. E’ disadattato, non allineato e muore. Va proprio bene, lo conservo”. Gli uccelli disperati volarono via, solo Hybris, trionfante, restò lì e così non vide e ancora non sa ciò che gli altri videro: seduto al tavolino di un bar, davanti a cannoli e cappuccino sedeva…Gregor Samsa. Pensavate che Gregor fosse morto? L’insettaccio che lo avvolgeva è stato spazzato via. E Gregor? Libero, sereno e a suo agio, si muove in mezzo a noi distribuendo nuovi desideri di azione e stimolanti chiavi di lettura.

     
  14. gabri

    Cara Eli-stop-un abbraccio-stop.

     
  15. Utente Anonimo

    Ben Concordo con Anonimo 9&12: ci sono diverse destre e diverse sinistre. Bisognerebbe dire a che destra o sinistra ci si riferisce, quando si propone un valore di destra o di sinistra. Il mio raccontino (Anonimo 4) esalta l’internazionalismo (“proletari di tutto ilo mondo unitevi”), che era un valore del comunismo e socialismo nell’Ottocento e nei primi del Novecento (poi meno). Ma qualcuno potrebbe dire che esalta anche la globalizzazione e il libero mercato, e sostenere che sono valori di destra. Io sarei d’accordo, e il mio raccontino mi piacerebbe lo stesso! 🙂

     
  16. eli

    Senza – sinistra Opera aperta Era lì, davanti al materiale inerte. Voleva trovare una forma per i valori veri di un mondo nuovo. La testa era vuota, la mano immobile. “La scultura è sottrazione”, pensò. “Tutto è già lì dentro, nella materia. Proprio come le risorse positive, ci sono già, nulla è da inventare, sono tutte lì in attesa che qualcuno le coltivi”. Non aveva un pensiero preciso, ma le mani cominciavano a muoversi e a carezzare la materia informe. “Va bene”, pensò, “cominciamo a togliere. Voglio un mondo guidato da un pensiero privo di ciò che confonde e che distoglie: “Senza il desiderio di costruire inutili ideologie che impacchettano i nuclei essenziali”. Affondò la mano e staccò una lunga cilindrica viscida striscia che sembrava arrotolarsi attorno a tutto il resto e lo offuscava. “Senza la disponibilità a negoziare ciò che non è negoziabile”. Affondò la mano e si staccò un grosso cuneo appuntito che se ne stava conficcato dolorosamente dentro la materia. ……. Non sapeva quanto tempo fosse passato, ma sentiva che ora la sua opera era completa. Si scostò di qualche passo per osservare meglio e vide – Una sfera perfetta che conteneva ormai solo i semi buoni – Un vecchio splendido albero che portava i segni delle vecchie infide stagioni, ma che rigoglioso si preparava ad essere protagonista di un futuro migliore – ….. Sono 1120 caratteri, mi fermo qui e lascio uno spazio aperto a chi ha voglia di contribuire alla scultura

     
  17. Utente Anonimo

    La Rivoluzione o la Solidarietà Erano tempi difficili in tutta la nazione. Il popolo era diviso, nettamente, a metà. I buoni dalla mia parte, i cattivi dalla tua. Sandro era un ingenuo della domenica. Il suo lavoro era tagliare la legna da ardere. Sua moglie Chiara, semplice come lui, faceva l’estetista. In città non si sentiva molto il tumulto che pervadeva la nazione. La crisi economica però sì. Il commercio di Sandro soffriva la concorrenza delle imprese più grosse, che godevano di una tassazione più morbida. Guadagnava circa 16mila euro netti all’anno. Chiara torna a casa martedì sera e dice: «Sandro, ho fatto il test di gravidanza, sono incinta.» «Ah. Dici davvero?» «Che risposta è? Sei contento o no?» «Sì, sì. Certo.» L’abbraccia, forte ma incerto. Le sue mani non cercano i fianchi di lei, ma sono pugni che carezzano la schiena. Lei se ne accorge fino a un certo punto. Domenica vanno a farsi il solito giro in centro. Parcheggio e passeggiata in zona Duomo. Un ragazzo gli prende la mano, rubandolo a Chiara. Non sa perché ma corre insieme a lui. Girano insieme a destra con Chiara che li segue urlando, stranamente poco preoccupata. (Era successo quasi naturalmente, lei e Sandro non correvano da almeno tre anni, si ricordò poi.) Si fermano in una bottega all’inizio di via Meravigli, dove un tempo c’era una banca, distrutta dagli attacchi di una banda di commercianti che avevano abbandonato il loro lavoro, con il solo scopo di capire cosa davvero amavano. La bottega esibisce un’insegna con scritto: “Recupero Dispersi”. Lì conoscono Guido, un ex idraulico che non volendo rinunciare né a prendere soldi in nero né a volersi sentire italiano, aveva cominciato a suonare la chitarra in Galleria Vittorio Emanuele II. Guido racconta che un giorno Ettore gli chiese di seguirlo in un posto. Lui aveva accettato. Non lavorare gli aveva anche fatto sparire una malattia che aveva da qualche anno alle mani: gli si spellavano senza un motivo. Da quando si lavava meno e non aveva più il problema di come frodare lo “stato di merda”, era guarito e amava ogni volto che incrociava, persino chi lo guardava con sdegno. Non producevano ricchezza alla “Bottega Recupero Dispersi”, erano tutti soltanto artigiani, piccoli imprenditori falliti che volevano riprendersi la loro vita. Sapevano che i bisogni fisiologici che il corpo chiede per vivere bene sono abbastanza limitati: mangiare, bere, accoppiarsi, coprirsi, dormire, ridere, divertirsi. Il loro “Progetto Naufragio” consisteva appunto nel «rapire» passanti e tenerli con sé, per trovare più persone possibili in grado di coltivare un qualcosa. Sandro e Chiara restano e corrono a «rapire» qualcun altro. Lui lavora per procurare calore alla “Bottega Recupero Dispersi”. Lei sta cercando di imparare a fare graffiti, vuole esprimere le proprie idee sui muri della città e sugli spazi della piccola Officina. Il figlio di Chiara e Sandro nascerà proprio lì in via Meravigli. Pensano di chiamarlo Ettore in nome del fondatore di quello sghembo progetto. Antonio Rosati

     
  18. Utente Anonimo

    ciao Annamaria, vorrei mandare il mio racconto ma comprende anche un\\\’immagine… come posso fare ad inviarla/inserirla? sandra

     
  19. annamaria

    @sandra. Purtroppo il CMS di NeU non permette di inserire immagini nei commenti. Potremmo però fare così: pubblichi qui il racconto, ci spedisci a parte l’immagine a questo indirizzo: redazione@nuovoeutile.it e quando raccogliamo tutti i contributi in un documento e, come ci auguriamo, poi in un libro, vediamo di inserire l’immagine.

     
  20. Utente Anonimo

    PUO’ – sinistra PUO’ – destra Caccia al valore-ponte. Grande fermento nelle nuvole dei valori: a destra e a sinistra il barometro segna tempesta. Ognuno vuole dire la sua su chi manca, chi è troppo grosso, troppo piccolo, troppo stampatello. Molti pensano di essere valori che valgono di più e che molti altri siano valori che valgono di meno, e cercano il modo di farlo sapere a tutti. Altri pensano che certi valori siano monopolio della sua nuvola di appartenenza e cercano il modo di toglierli dall’altra. Insomma, un vero macello. A sinistra SA contempla immobile la scena. A destra FA medita assorto. Entrambi aspettano un momento di pausa per dire la loro. Partono all’unisono, parlano di un valore mancante, della possibilità di creare un ponte fra le due nuvole, del fatto che non deve essere tempesta per forza, della necessità di trovare, prima che sia troppo tardi, chi può rimediare alla mancanza. Le parole si animano, si mescolano, si alzano, si scornano, creano cordate di valori, finché un grido sconquassa lo spazio: “Deve pensarci PUO’!” Così il PUO’ di sinistra e il PUO’ di destra chiudono gli occhi e pensano intensamente la parola. Lentamente fra le due nuvole prende corpo un arco caldo, elastico, del colore del fuoco. I 98 valori lo guardano a bocca aperta trasformarsi nella parola PASSIONE. Sandra Cocchi

     
  21. Utente Anonimo

    Ben LIBERTA’, RESPONSABILITA’ (abolizione del valore legale del titolo di studio). Da destra. Residenza per anziani Alzheimer, provincia di Ferrara, novembre 2010 – storia vera, anche se (mediocremente) romanzata. dott.ssa Flavia (responsabile settore residenze): Il Comune impone condizioni sempre più restrittive, dobbiamo ridurre i costi. dott. Andrea (responsabile amministrativo della residenza Regina Coeli): Un abbassamento della qualità del servizio è inammissibile! Carla (operatrice): Lo sapete che volendo possiamo risparmiare 650 euro al mese, quasi 8.000 l’anno. Basta sostituire, per il pranzo degli operatori, i piatti di plastica con quelli di ceramica, se ognuno si lava il suo. Fra l’altro, il pranzo per gli operatori non è previsto dal contratto, lo facciamo di straforo. dott.ssa Flavia: 8.000 euro l’anno, sei sicura? Carla: Certo. E ci sono decine di altri risparmi del genere possibili, se solo ci si guarda bene. dott. Andrea: Qui si sta mettendo in dubbio la mia competenza di responsabile della struttura!!! (se ne va sbattendo la porta) dott.ssa Flavia: Carla, se solo potessi nominare te responsabile, al posto di quel trombone di Andrea. Carla: Flavia, lo sai, io ho solo la terza media. dott.ssa Flavia. Eh già, è vietato per legge. Peccato. Ben

     
  22. Utente Anonimo

    Rodolfo cerca rifugio dalla pioggia battente. Mentre cammina rapido sulla piazza scoperta maledicendo il clima italiano attraversa la strada senza guardare. Lo specchietto del motorino gli rade i lardelli ricoperti di cachemire. Mette l’apostrofo fra le parole puttana e mamma. Si ripara al McDonald pensando, ma guarda questo che rischiava di farmi secco! Rodolfo è orgoglioso ma buono, come un artista alle prime armi. È semplice solo perché la complessità richiede troppo tempo e attenzione ma, all’occorrenza, sa trafficarci, col difficile. Ha accumulato parecchio negli anni, un vero selfmademan. Morto il padre, la tassa di successione e tanti debiti, più che benefici. E poi tutti i problemi quotidiani di chi, i binari – nella vita professionale –, proprio non li vuole. Lui vuole bene al suo Paese, pensa che tutte le contraddizioni italiane siano una vera e propria palestra tonificante. Lui sa che all’estero manco gli arabi sarebbero capaci di farlo fesso. L’unica cosa che gli dava noia della «Patria della Transizione» era la morsa giuridica. Gli darei io un po’ di sprone a quei vagabondi dei giudici, pubblici ministeri, avvocati, notai! La libertà è libertà di scelta, di andare di qua o di là; di fare o non fare. Di essere lasciati in pace. Mangia l’hamburger e torna a casa da Beatrice, chiaramente stanco, ma sotto un cielo che il vento ha spazzato. La sua vita si racconta da sola, ma è la sua nobiltà d’animo quella che va raccontata, da chi, come me, non l’ha mai ammirato prima. Il giorno seguente la sua Audi percorre lentamente la via che porta alla Tangenziale, come di norma. Vede uno scippo. Un impulso imprevisto gli solleva le chiappe flosce dalla poltrona regolabile e lo precipita ad afferrare il gozzo del vigliacco fuggitivo. Prende anche due schiaffi, ma il suo gesto salva le finanze di qualcuno che forse avrebbe dovuto indebitarsi a causa di quella sciocchezza che, in fondo, non era affar suo. Non ci si può voltare di fronte alla vergogna! La complessità dell’evento affiora qualche giorno dopo. Il suo gesto non era stato né evidente né eroico, ma normale. Aveva solo scelto che toccava a lui proteggere. Poi è andato al lavoro e, qualche giorno dopo, in vacanza con la sua Beatrice. Antonio Rosati

     
  23. tobia90

    Quello che ha scritto l’utente 9 è uno dei punti fondamentali che ho voluto esprimere nel mio racconto. (il sesto)

     
  24. Utente Anonimo

    La prima volta ho partecipato con una lista di sinistra. Ora mi sperimento con un racconto che prova a guardare a destra. REGOLE – La Destra di mio nonno “Alzati, che alla tua età a quest’ora avevo già lavorato due ore” “Nonno sono solo le otto…è presto…oggi la scuola comincia alle dieci…manca un professore…” “E allora? Ti alzi e fai qualcosa. Come impari un mestiere se non fai niente? Alzati e vieni in ditta con me che almeno vedi cosa vuol dire lavorare” “Nonno…studiare è il mio lavoro…ti ricordi? Sei tu che ci tieni tanto alla scuola…sto già facendo abbastanza” “Giovani senza ambizioni, ecco cosa siete! Tutto facile, tutto comodo, tutto pronto…per me le cose non sono mai andate così. Se non ci avessi messo testa e mani, a quest’ora tu non faresti la vita che fai. Mi sono arrangiato con quel poco che avevo e quel poco che sapevo. Un uomo deve avere mani e testa. Testa per pensare e mani per fare. Bisogna fare sacrifici e usare tutte le capacità per arrivare prima degli altri. Altro che siamo tutti uguali! Non siamo uguali ed è giusto che sia così. C’è chi lavora per la tranquillità dello stipendio e la sicurezza di sapere quando entra e quando esce dal lavoro e c’è invece chi lavora finché serve e finché non è arrivato dove voleva arrivare. Se riesce ad avere più degli altri, se lo merita! “Nonno… nessuno sta a discutere sui meriti…è che certa gente non ha ottenuto coi meriti quello che ha in più. C’è chi per i suoi interessi ha fregato, sfruttato, si è intascato quello che non era suo e chi ne aveva diritto è rimasto senza” “Quelli sono farabutti, non sono uomini. Io parlo di gente che ha onore e si prende la responsabilità di quello che fa. E di gente che quando dà la sua parola non ha bisogno di dire altro. Io ho sempre dato quello che era giusto dare e preteso quello che era giusto pretendere. Rispetto chi ha voglia di lavorare, non importa chi è, basta che stia alle regole. Dico che è giusto che abbia il suo e che ci mantenga la famiglia. È una cosa da uomini mantenere la famiglia. Ma non si può dire che io e i miei operai siamo la stessa cosa. Loro e io non facevamo la stessa vita quando di notte loro dormivano tranquilli e io giravo per casa con le fatture e gli avvisi di pagamento sul tavolo della cucina. Domanda a tua nonna quante volte l’ho mandata a letto che era già tardi e le dicevo “Va’, che adesso arrivo” e invece mi trovava la mattina che dormivo con la testa sulla tavola. Ho sacrificato e mi sono guadagnato tutto quello che ho. È giusto che ognuno abbia quello che si merita. Adesso si parla che tutti devono avere tutto. Ma anche i doveri sono di tutti e quelli non li vuole nessuno” “Nonno…le cose sono cambiate. I soldi non si fanno più con il merito, né con il lavoro delle mani e della testa. Adesso chi ha soldi ne vuole di più e non importa come li fa. Non ci sono regole. Ecco perché la gente parla tanto di diritti. Per avere più degli altri, c’è chi non rispetta più niente. “Quelli che usano la testa sanno quali sono le regole e come ci si comporta da uomini… Meglio che ti alzi e vai a studiare… che se non impari ad usare le mani, almeno impari a usare la testa”. Nidia

     
  25. Utente Anonimo

    MONDO (Sinistra) Io non mangio coi marocchini La sera, mentre in cucina giro il sugo per la pasta, mia figlia mi fa: “Oggi all’asilo due bambine mi hanno fatto alzare da tavola perché la Giulia ha detto che lei non mangia con i marocchini. Sono andata a mangiare da un’altra parte. Mamma, cosa vuol dire marocchini?” Le mie viscere di madre, di madre adottiva, di madre adottiva di sinistra, fanno un balzo e mi mordo la lingua per non esplodere qualche (peraltro dovuta) parolaccia. Mia figlia è nata in Vietnam. Evidentemente neppure la Giulia sa cosa vuol dire marocchini. Comincio a spiegare: “Marocchino è chi viene dal Marocco, che è un paese abbastanza lontano dall’Italia, ma non lontano come il Vietnam.” Mia figlia sa dove sono il Vietnam e l’Italia sul mappamondo; le faccio vedere anche dov’è il Marocco. “Mamma, la Nadia ha detto una stupidata?” “Secondo te?” “Cosa vuol dire che io non mangio coi marocchini? Io non mangio con gli Italiani. Io non mangio coi Cinesi…” mia figlia ride e aspetta che io continui. “…Io non mangio coi Greci, e non mangio coi Veneziani e non mangio coi Bergamaschi di sotto e di sopra, e non mangio coi Riminesi e neppure coi Siciliani.” “Non vuol dire niente.” “No.” “Io sono Italiana e sono nata in Vietnam. Non sono nata in Marocco. Devo spiegare alla Giulia cosa vuol dire marocchino?” “Credo di sì, oppure diciamo alla maestra di spiegarglielo lei.” “E anche che ha detto una stupidata. Domani glielo faccio spiegare dalla maestra.” Tina Caramanico

     
  26. wc

    FALLE DI SICUREZZA (destra) Report R.P.C – 653-3453-4532 Abbiamo problemi di perdita di pregiati tonni pinna gialla a causa di collisioni accidentali con delle mine anti gommoni al largo delle coste meridionali del mediterraneo. Sul fronte occidentale la muraglia elettrificata antintrusione talvolta non riesce a polverizzare completamente gli alieni e costringe operatori specializzati a costosi interventi capillari di sterilizzazione e rimozione degli scarti. Pirati informatici e chirurgi plastici abusivi riescono a neutralizzare la marchiatura elettronica sottopelle dei microcip inserita alla nascita agli intoccabili (introdotta dopo il ripristino legale della schiavitù) rendendo di fatto impossibile l’identificazione tra gli eletti e i dannati. Nei porti e negli aeroporti internazionali i cani anti clandestino impazziscono quando fiutano i salamini cacciatori che gli immigrati italiani spargono nei container per far perdere le loro tracce, prima di disperdersi nelle strade della NewChina. Walter

     
  27. annamaria

    @antonio rosati. Ci dai un titolo per la storia 22?

     
  28. Utente Anonimo

    Storia 25, correzione: “Mamma, la Nadia ha detto una stupidata?” in realtà è: “Mamma, la Giulia ha detto una stupidata?” Scusate 🙂

     
  29. Utente Anonimo

    Minimo (Sinistra) Il minimo necessario. “Era il minimo che potessi fare…” non che Michela non si rendesse conto di ciò che stava dicendo, e poi proprio a Nina. A ripensarci – e Michela ci stava ripensando, e le immagini di tutte le volte in cui Nina era arrivata, correndo chissà da dove, richiedendo la loro attenzione per l’ennesima urgenza, le erano scorse davanti agli occhi e le avevano dato, nonostante tutto, il brivido del rimorso – Nina era anche una che non tornava indietro. Solo che, poco prima, Michela aveva saputo che era stata Nina, due giorni prima, a scrivere ‘MEGLIO SCHIAVI CHE SERVI’ sul muro di casa di Roberto e di Carla e che sempre lei, quella mattina, era andata a cancellare quella scritta, accompagnata dai suoi genitori; e non era riuscita a trattenersi. L’aveva saputo per vie traverse, certo, perché lei era invece una che se ne stava a lato, con cui era difficile persino parlare, che il cellulare che le avevano regalato l’aveva tirato nel fiume, un pomeriggio che stavano su Ponte Sisto, col traffico impazzito di Roma per una pioggia lunga due giorni. Se lo ricordavano tutti, quel gesto: aveva guardato quell’attrezzo come un intruso alieno e poi, senza dire niente, aveva aperto il braccio, si era piegata un po’ all’indietro e lo aveva lanciato lontano e quello aveva disegnato una parabola ampia e poi si era tuffato, con un tonfo inudibile da dove erano tutti. Il rumore delle macchine aveva schiacciato il silenzio che era sceso sul piccolo gruppo di ragazzi con i cappucci tirati sulla testa, ormai fradici, e le mani in tasca. Nina si era girata a guardarla, assaporando, quasi, la pesantezza della riprovazione che in quel momento le si muoveva dentro. Non che lei non volesse bene a Michela, anzi. Le invidiava quell’aria ascetica e gli occhi sempre leggermente umidi, come se dentro ci aleggiasse la tristezza per gli orrori del mondo; le invidiava il fatto di essere così piccolina, rannicchiata su se stessa, con quelle dita sottili da pianista. E soprattutto le invidiava il fatto di essere figlia di due operai, lei che era figlia di un dirigente d’azienda e di una casalinga morbida e rosea. “Sono stati loro a non fare il minimo necessario”. La voce le era uscita tagliente, mentre avrebbe voluto risultare provocatoria. Aveva voglia di fare a botte. Ci aveva messo una settimana per organizzare la protesta, parlando con tutti quelli che conosceva, cancellando le distanze prossemiche e sfidando i ragazzi e le ragazze a metterci la faccia, a dirle di no da meno di venti centimetri. Alcuni ci erano riusciti, ma non si sarebbe aspettata che chi aveva dato la sua parola poi non si sarebbe presentato. “Forse non era il minimo necessario”. Funzionava così: Nina a dire ‘dobbiamo andare, dobbiamo essere presenti, dobbiamo organizzare’ e Michela a rispondere ‘ma non riusciamo a fare tutto, e non possiamo pretendere che vengano tutti, e…’ “In fondo, si trattava di mantenere la parola data”. “Appunto, si trattava del massimo”. Raffaella Musicò

     
  30. Utente Anonimo

    Possibile “Un altro mondo è possibile”, recitava lo slogan di quella manifestazione di piazza, come di tante altre simili. Mi trovavo a Roma, arrivato in pullman da Piacenza, era una manifestazione o uno sciopero generale, ora non ricordo, nello stile del famoso sciopero generale guidato da Sergio Cofferati che portò in piazza circa cinque milioni di persone. A me però, che ho formazione filosofica, mentre leggevo quello slogan, veniva da chiosare e controbattere. E così pensavo tra me e me, mentre leggevo, nel mio personale stream of consciousness, mentre fuori i corpi manifestavano: “un altro mondo è possibile certo, ma, come diceva Leibniz, uno solo è quello reale. Infiniti sono i mondi possibili e ce ne sono anche di incompossibili, ma dio, diceva ancora leibniz, nel momento della creazione, ha scelto uno solo tra gli infiniti mondi possibili, il mondo più vario, in cui potessero coesistere il maggior numero di possibilità tra loro compossibili”. E, ora penso, non è forse questo il mondo nel quale viviamo? Il mondo dell’informatica, di internet, del web 2.0, di facebook…E allora perchè volere un altro mondo possibile se già il nostro mondo reale è fatto del maggior numero di possibilità possibili, se il nostro mondo reale, il mondo della tecnica, non è che la realizzazione dei più arditi e folli sogni leibniziani? Forse vogliamo un mondo alternativo, un altro mondo possibile, perchè abbiamo l’esigenza di una storia alternativa, di un nuovo racconto del mondo. Ora, si sappia almeno, con consapevolezza storico-filosofica che questo racconto, che parte idealmente con Adamo ed Eva o, se preferiamo, con il Big Bang e le teorie evoluzioniste, non può che essere l’esplicazione di un racconto già da tempo immemore incominciato. Sta a noi però sottolinearne le nuove soglie, le nuove possibilità, gli snodi, le occasioni. Un altro mondo è possibile, perchè il mondo nel quale viviamo è possibilità, potenza, e il reale non è che l’attualizzazione del possibile, ma non il suo esaurimento, piuttosto un rilancio di nuove possibilità possibili. Proprio come voleva Leibniz. Era egli dunque di sinistra? Ma questa domanda ha poi senso? Essere di sinistra vuole per forza dire volere un altro mondo possibile? “Cambiare il mondo”, ecco un altro slogan. Si, ma il mondo cambia già da sè senza il nostro personale e intenzionale intervento. Non sono dunque di sinistra? Credo una cosa soltanto. Che pensare non è nè di destra nè di sinistra. La possibilità e la libertà di pensare e di esprimere liberamente il proprio pensiero invece si. Che è allora possibilità? Essere liberi di scegliere, e questo è un valore fondante, certamente di sinistra. Marco Meneghelli

     
  31. Utente Anonimo

    Per riflettere su questo tema di destra e sinistra è molto utile rileggersi l’ultimo libro di Norberto Bobbio che porta questo titolo. Io ,che mi sento molto coinvolto su queste riflessioni spesso lo rileggo e mi sono convinto di moltissime sue ragioni nel trovare in gran parte superata oggi questa tradizionale suddivisione del pensiero politico. O meglio la classificazione può essere solo di una marginaliità finale , quasi un’appendice che può certo affermare che alla fine mentre la destra privilegia come valori le differenze la sinistra privilegia l’ugualianza, ma a monte di questo ci dovrebbe sempre essere invece l’omogeneità comune sui valori di onestà, etica, spirito partecipativo, solidarietà umana , rispetto per la natura,tolleranza , profondo convincimento democratico e via di seguito. Invece tutta questa vasta ed imprescindibile base comune è quello che da noi manca. Quindi a mio triste commento, addio Democrazia Silvano Toffolutti

     
  32. Utente Anonimo

    Il mio contributo alla raccolta “Destra e sinistra: le parole per dirlo” è inserito due volte. La prima con il nickname Giuseppe53, la seconda con Giuseppe (lo avevo inviato ad entrambi i siti). Buon lavoro, Giuseppe

     
  33. Utente Anonimo

    [LIBERTA’] Da destra e da sinistra. L’INTERVENTO Ci aveva pensato a lungo prima di accettare l’invito. Un intervento a quel convegno per dibattere sui troppi significati, oggi, della parola “libertà”. Lui sempre curioso di interrogarsi e approfondire e nello stesso tempo così schivo, a dire ancora la sua su un tema intorno al quale si era arrovellato per tutta la vita. Come lo imposto? Libertà di scegliere, libertà dal bisogno, libertà di essere se stessi, libertà è partecipazione… Intorno a quale motto costruisco il mio ragionamento? E doveva essere proprio un ragionamento? O era lui, sempre razionale (troppo…), ad aver automaticamente pensato che fosse l’unica possibilità (alla faccia della libertà di scegliere!). Sarebbe stata una bella impresa riuscire a condensare un buon ragionamento, che avesse anche il pregio dell’originalità, in soli quindici minuti. Di una cosa era certo, basta con la distinzione tradizionale tra destra e sinistra, non se ne può più, ci allontana dalla sostanza dei problemi. Mille volte meglio una persona seria, rispettosa, attenta agli altri, puntuale, (un italiano puntuale…), piuttosto che un superficiale o un maleducato di sinistra. La sua storia personale pendeva da quel lato anche se, tra socialismo liberale e radicalismo, aveva abbandonato da molto tempo il dottrinarismo giovanile. E meglio di tutti una persona intelligente, con la quale ti puoi confrontare e fare un passo avanti, ché a riflettere troppo da soli non si va da nessuna parte. … L’aria frizzante di quel mattino di marzo assolato e, soprattutto, il glicine che pendeva da un muro gli ispirarono un ricordo antico sul Lungotevere Flaminio. Si rivide in cammino, scolaretto, verso la scuola di Via Fracassini. Tutto il tempo passato da allora quanto lo aveva reso più libero? E perché? Non seppe rispondere e non volle rifletterci sopra, tornò a elucubrare su come utilizzare quel quarto d’ora: a parlare di cosa o di chi, senza ripetere formule stanche o fatti arcinoti. Ed essere autentico. … A passi svelti si diresse verso Piazza del Popolo, in mezz’ora o poco più avrebbe raggiunto la sala. Intorno a lui le serrande dei negozi erano ancora abbassate, sui muri di Via Ripetta qualche scritta semicancellata inneggiava alla rivoluzione proletaria. Si fermò per un attimo a incontrare gli sguardi dei pochi passanti, tutti immersi nei loro pensieri, chiusi, e gli sembrarono quelli di tutti gli italiani che da troppo tempo si negano la speranza, che non sanno o non vogliono essere liberi. E che dimenticano in fretta chi sa indicar loro la strada, senza illuderli. Era quasi arrivato e finalmente scelse quale presentare dei due interventi che aveva preparato. … “Ernesto Rossi fu un italiano davvero diverso, forse per questo nessuno, tranne Pannella, lo ricorda più. Né di destra né di sinistra, ma vero testimone della libertà, per la quale pagò sempre di persona. Se ne andò in silenzio, alla vigilia del ’68, aveva un’altra idea di libertà. Un paese libero deve ricordare i suoi uomini migliori. Sempre.”

     
  34. Utente Anonimo

    Ho appena inserito il commento-racconto n.33, mi chiamo Giuseppe Militello e il mio nickname è Giuseppe53 (e-mail: gius.militello@tiscali.it) Mi sono registrato poco fa, ma la pubblicazione riporta “utente anonimo”. Devo aver commesso qualche errore. Comunque continuerò a seguire questa interessante iniziativa.

     
  35. annamaria

    Ricopio qui la storia che Pierre ha postato in una homepage precedente. Sennò rischiamo di perdercela. (CAMBIARE) (CAMBIARE) L’amico ritrovato Marco Massimo non le vedo da troppo. Ultimo ricordo: salotto di casa sua, Parma, via Farini, 3° piano (no ascensore) lui che gira e rigira, tra mano e mano, il libro di Samuele Brisk <>; un sorriso e via, fischiettando l’Internazionale, destinazione balcone, sacco grigio della riciclata. Altro per la testa. Marco Massimo era fatto così. Lo conosco, da sempre. Ci univa una reciproca simpatia per la torta di mandorle di sua mamma, l’ Egle, lo scambio di figurine e, più tardi, la musica di Radiomontecarlo. Bene. In tempo di mail, arriva una cartolina: Marilyn di Andy Warhol fa sempre la sua figura, timbro postale illeggibile, chiarissima la firma: “Marco Massimo” e prima: “Buon Anno, ti ho trovato su Facebook, meglio una cartolina, l’ultima, ritorno all’ovile, mi farò sentire. Ciao”. Marco Massimo! Amico ritrovato. Ispettore generale del Club di Topolino, devoto a Rita Pavone dal’64, ha partecipato ai moti degli anni ’70 e fondato a fine decennio lo spiritoso Mina Fan’s Club. Graffatore di fotocopie per gli Incontri Cinematografici di Salso, ha curato in seguito, per il Circolo Culturale Picasso, il settore crepes e insalate. Non conosce lingue straniere, non è laureato alla Bocconi, non è laureato. Non legge Proust, non si fa di aperitivi. Non ha figli, né mogli, non investe in CCT, non fa agriturismo, non sniffa coca, non dà sfogo alla natura, non ha l’automobile. Già iscritto al PSUP, distribuisce volantini per Lotta Continua. Sorriso caramelloso, sguardo attento di chi giudica troppo, non è molto amato. Alcuni tra coloro che lo hanno frequentato -solo uomini, buon dio- lo ricordano inaffidabile, sfuggente, sadico, pericoloso, dotato di torva intelligenza di stampo sudtirolen; ma i più l’hanno dimenticato: egli manca infatti di sex-appeal, non ha physique du rôle per alcun rôle, veste mercatino dell’usato in Montagnola, e possiede il carisma di una cambiale. Da grande, Marco Massimo voleva fare il prete ma, davanti all’insolenza del vivere, del parlare, dello scrivere, delle mode si era rassegnato ad arrossire lavorando in banca, ufficio mutui, ultima destinazione conosciuta: Bologna. Capricorno con tendenza Milan, nell’ultimo periodo di frequentazione, smessi i panni della Montagnola, sotterrata LC, leggeva “Il Giornale”, “La Gazzetta dello Sport” e l’oroscopo, dove capitava. Non vedo l’ora. (Pierre Barilli)

     
  36. Aklin Cavaliere

    DESTRA – Responsabilità Demiurgo a settembre E’ finito – questo il pensiero improvviso, mentre prelevava l’ultimo fiammifero usato dalla scatola di marocchino verde, e lo fissava con una goccia di colla. Non capì se era solo un pensiero, o se quella breve frase era uscita anche dalla sua bocca – forse un sussurro. Comunque gli sembrava assordante, rimbalzava nella mente, riempiva la stanza, quasi fosse un urlo. Stordiva. E’ finito. Quante migliaia di fiammiferi usati c’erano voluti? E quanti anni? E adesso era pronto… ma il suo sguardo sfiorò l’opera solo per un attimo: la perfezione assoluta di ogni particolare, la riproduzione fedele di ogni pur minimo dettaglio, la corrispondenza millimetrica dei rapporti di scala erano già impressi tutti nella sua mente, tanto da rendere lo sguardo superfluo. Qualcos’altro aveva attratto la sua attenzione: il camino si stava spegnendo! Solo allora si accorse che la stanza era ormai fredda. Colpa anche dell’ora: quasi l’alba, e settembre era già iniziato. Quante notti aveva passato così, per quanti anni? E quante volte glielo aveva rimproverato sua moglie, prima di andarsene? S’era levato il vento, e dispettosamente schiacciava le foglie di quell’autunno precoce contro i vetri dell’unica piccola finestra del seminterrato: per un’attimo si perse nella contemplazione attenta del dedalo di innervature brune su una foglia ingiallita. Con l’esercitata accuratezza di chi ha nell’attenzione al particolare l’essenza stessa del proprio agire; o, forse, di chi proprio in essa fonda la presunzione di distillarne l’universale o, addirittura, il vero. La fiamma ormai era debole. Prese un pezzo di giornale, lo appoggiò sopra la brace morente, accostò un fiammifero, attese il divampare. Ma il fuoco, dispettoso, stentava ad accendersi. Ci voleva qualcosa di più grosso, per incendiare la legna, ormai troppo fredda. Allora prelevò, con incommensurabile delicatezza, il modello finito dal suo piedistallo, e lo compose su quel debole letto di fiammelle. Le migliaia di fiammiferi usati sembrarono ardere con elegante progressione, in un allegro crescendo di rosso ed oro. Ben presto il fuoco divorò le agili arcate, le finestre, gli interni finemente riprodotti. Come minuscoli corpi espulsi dalle aperture, una miriade di piccole faville circondava il modello ardente. Ma anche questa volta non riuscì a vedere, perché il suo sguardo fu violentemente attratto da altro. Cos’era quell’immagine fra le fiamme? La sua mano trasse velocemente dal fuoco il pezzo di giornale sbruciacchiato. Dovette pestarlo con la ciabatta per spegnerlo, ma alla fine ecco li, fra le sue mani, il brandello con la foto che lo aveva colpito! Che bell’edificio pensò. Elegante, imponente, slanciato… Infilò con cura il ritaglio annerito nella tasca della vestaglia, e solo allora si accorse che nell’altra mano aveva ancora il fiammifero appena utilizzato. Lo pulì accuratamente, e lo ripose nella scatola di marocchino verde; capostipite di una nuova, interminabile, serie. Intanto, nel camino, le Torri Gemelle erano già scomparse.

     
  37. Utente Anonimo

    Parola chiave: lavoro. Letta sia a destra, che a sinistra. Un lavoro, fin da bambini Solo questo disordine, umanamente, comprendo. Il resto è annunci di giornale strappati, collezionati sul frigorifero, poi un giorno cambieranno le parole ma non la collezione. Ho cercato un lavoro e quello che ho trovato è la mia inettitudine, tra le strade e la gente. In fondo, un lavoro io non lo voglio. Ne ho bisogno, come si ha bisogno di mangiare, di dormire, ma per quel che sono, o vorrei essere, un lavoro non c’è. Io so pitturare, e scrivo poesie, anche. Quando sono solo, in camera mia, da che ricordi d’aver avuto qualcosa come una camera mia, la sera è come un ripostiglio caldo e buono. Allora non c’è più il mondo, quello che realmente esiste, c’è molto di più e molto di meno – la sensazione del volo in un cielo grigio e rosa. Ma col cielo non mangio, posso stenderlo sulle pareti, forse pensare che a qualcosa sia servito. Per prima cosa, mi ha fatto sentire vivo. Per seconda, meno solo. Fino a ieri avevo tre montagne, davanti al letto. Leggermente sfumate di grigio e nero, in alto, come se evaporassero lentamente nell’azzurrognolo dell’aria. Oggi le ho staccate con grande cura, non volevo si strappassero o si rovinassero. Almeno io, devo far sì che ciò non accada, che nulla vada perduto. Le mie montagne, oggi ho dovuto rinunciarvi, ma non ho certo schiacciato o infranto le mie promesse e le promesse che loro hanno fatto a me. Non saranno reali, ma sono vere. Pure io non sono reale, o realista, come si dice, nondimeno sono vero, come l’abbaiare di un cane, alla sera, a chiamare chi lo ascolta alla vita, al fatto di esserci – poi tutto è caos, lucida mancanza di un fine. Ora eccomi qui, a cercare un compromesso per poter lasciare le mie orme sulla strada, come se stessi davvero affrontando un cammino – intanto nessuno può vedermi là dove sono, sulla cima delle mie montagne, nel cielo rosa di queste immagini che mi dicono chi sono, chi sono sempre stato – chi la realtà non vedrà mai, se non un giorno, forse, che il mondo sarà diverso e amerà i poeti e anche i pittori, e saprà riconoscerli, fin da bambini. Federica Campi

     
  38. Lalu

    LAVORO [da sinistra, a destra] POVERINI “Basta. Non si può più vivere in Italia. All’estero sì che ci sono possibilità vere per chi, come me, è giovane, carino e disoccupato “a progetto” ma soprattutto non ancora rassegnato alla massima aspirazione del posto fisso, del mutuo, delle vacanze ad agosto”. E’ più o meno quello che stava passando per la testa ad Agata mentre il treno stava rallentando per entrare a Porta Susa. Un’occhiata distratta ai tabelloni con partenze e arrivi: “E se andassi a Parigi?”. Un sovrappensiero che vola rapido mentre Agata esce dalla stazione lungo traiettorie rese automatiche dall’abitudine e mette in fila un passo dopo l’altro verso i portici, che pioviggina un po’. “Oggi pioverei anch’io” si dice su In rainbows dei Radiohead che fa da colonna sonora ad una mattina qualunque di gennaio a Torino. E poi eccola là, sul muro della Rai: POVERINI. Una scritta così, abbandonata da chissachi, chissacome e chissaperché. “Eh già, poveri aspiranti giornalisti che non hanno quasi mai un contratto e possono contare di certo solo su un futuro incerto, soprattutto se sono liberi da vincoli di parentela vera o politica o.”. Quel POVERINI ad Agata continua a ronzare da un orecchio all’altro. Ecco Hamed, che si arrangia vendendo cianfrusaglie e, come ogni volta che si incontrano, le vende a più del doppio del suo valore un pacco di fazzoletti di carta: un tacito accordo per la dignità della stretta di mano con cui si salutano ormai da anni. Proprio ora che si apre la vista su piazza Castello, un’idea si pianta lì, in mezzo alla fronte: “Siamo in troppi, noi poverini, ostaggi del lavoro che non c’è: non si può più far finta di niente, dobbiamo farci sentire, farci vedere”. Con questa illuminazione confusa quanto deflagrante Agata torna a casa e medita il piano rivoluzionario: “Scriverò sui muri: è arte, è denuncia”. Forte della sua nuova missione, diventa un cavaliere della notte armato di bomboletta: in poche settimane “POVERINI” di ogni forma e colore contaminano le pareti di aziende e istituzioni, dal cuore della movida nel quadrilatero romano al simbolo della fabbrica, Mirafiori. Eccola, Agata senza macchia e senza paura, che cammina a testa alta lungo via Roma dribblando la gente che si assembra agli ingressi dei negozi, ora che sono iniziati i saldi. Un uomo attrae la sua attenzione: sta scrutando attentamente un suo POVERINI in stile animalier. Agata si avvicina e non resiste alla vanità: “Cosa ne pensa?” Chiede. “Molto interessante – risponde lui – potrebbe essere un brand fantastico…”. “E ce ne sono moltissimi altri di POVERINI diversi per la città…” insiste Agata. “Sì, mi hanno proprio colpito… sa cosa le dico? Che scommetterei su questa idea per la mia nuova linea di abbigliamento per teen ager…”. Agata sbarra gli occhi e osa: “Sono io che ho scritto POVERINI su tutta Torino: posso realizzare per lei un prodotto unico”. Pochi mesi dopo, ecco il lancio della capsule collection POVERINI. Con i primi soldi guadagnati, Agata decide di diventare imprenditrice di se stessa aprendo un atelier fra arte, advertising e merchandising. Agosto è alle porte e forse andrà al mare. Mentre sta passeggiando in via Sant’Agostino, il dubbio arriva come un pugno allo stomaco: “Ma adesso che sono un imprenditore anch’io, sarà meglio votare Berlusconi?!”. * divagazione sul tema ispirata da “Brucia la città” di G. Culicchia

     
  39. Lalu

    ESSERE [sinistra e destra] Punto fermo: svoltare a destra o a sinistra? Non è possibile: il mondo si è fermato. E dire che i Maya ci davano tempo fino al 2012… Non è che sia l’apocalisse con fuoco e fiamme. Semplicemente è tutto immobile, dà la nausea e non esistono più prospettiva né orizzonte. Il mondo è un punto fermo. Il punto è: in che direzione ripartirà? C’è chi dice di aver calcolato che tutto sta iniziando a girare a destra. Così potrebbe diventare un mondo più “liberal” anche se certo non più libero. E magari si riuscirebbe a guardare un po’ indietro ai grandi statisti che credevano davvero nel potere rasserenante del mercato e non solo al profitto individuale generato dal potere d’acquisto. I “destrieri” del mondo sì che riusciranno ad andare con decisione verso una direzione presa, con lo sguardo che non vuole lasciarsi distrarre da altro che da se stesso. Però c’è anche chi giura di aver percepito le vibrazioni di un inizio di rotazione terrestre verso sinistra. Lo hanno capito in una visione di un futuro più colorato, certo più verde, e magari più sostenibile nei fatti e non solo nelle intenzioni. E hanno visto chiare immagini del mondo che sarà in cui il lavoro viene valorizzato davvero come chiave di volta della realizzazione personale, della crescita dell’impresa, dell’esistenza dello Stato. I “sinistrieri” del mondo impareranno a volare sulle ali del principio che il diritto di scegliere liberamente di ogni persona è inalienabile, con il cuore da lanciare sempre oltre l’orizzonte. * revisione del commento che avevo lasciato nella prima discussione sul tema DX/SX

     
  40. Utente Anonimo

    Natua (sinistra) e Se (destra) Giandiego Laruta Ha appunto bisogno di un bicchiere d’acqua. Sudato, affaticato non tanto fisicamente, ma mentalmente. Affaticato dai pensieri turbinanti che l’hanno portato giù, giudicato dagli sguardi dei passanti. È semplicemente inciampato. Semplicemente. Ma è una faccenda del tipo “cosa avranno mai pensato di me?”. Anzi non una domanda, una sentenza: sono ridicolo, imbranato, uno con la testa tra le nuvole, che non conclude niente… un pozzo profondo di colpevolezza! Che esagerazione! Rintanato in casa si sente più al sicuro, lontano dagli occhi di tutti. – Ma tutti chi? – Perché mai “tutti questi chi” hanno così tanto potere? Nella sua mente-cuore qualcosa sottilmente comincia a spostarsi. Questione di prospettive. Una possibilità. Individuale, certo. Ma collettiva anche, perché da fuori risponde ad un’esigenza di dentro. -Esci da questa tana mentale! Un bicchiere d’acqua per placare ansia e respiro. Giandiego Laruta, trent’ anni e i suoi grossi occhiali poggiati sulla fronte. Gesti veloci. È ancora troppo nervoso, persino il tappo della bottiglia rotola a terra con stizza. Calda, lui la beve calda l’acqua, a temperatura ambiente e naturale, le bollicine danno fastidio nel naso. Bicchiere di plastica, così poi si butta e non c’è bisogno di lavare… Giandiego versa guardando dalla finestra, ripensando a quanto accaduto: una stupida caduta. – Ma proprio lì, cazzo, fuori al bar! L’avevano visto tutti! – Tutti chi? Gridolini di bimbi in bicicletta, risalgono fin dentro la cucina di Giandiego, che ancora non si è accorto di quello che sta succedendo. L’acqua scende lenta sul fondo del bicchiere e invece di posarsi, rimonta verso il bordo. Giandiego sente bagnarsi le dita e quando l’acqua gli ha bagnato tutta la mano lasciando vuoto il bicchiere è già tardi. Quei rumori fuori, di strada, ora che è dentro casa, al sicuro, l’hanno rasserenato: ha dimenticato “tutti quei chi”, ma si è distratto ed ha combinato un altro pasticcio: invece di versare l’acqua nel bicchiere l’ha rovesciata…. – Ma dove diavolo è finita l’acqua? Allora riprova. Occhiali questa volta sul naso, le mani umide afferrano meglio il bicchiere, con calma e stavolta osserva: l’acqua scorre lenta nel bicchiere. – Oh merda! – Questa non scende, sale! Cioè prima scende poi risale! – Ma cosa diamine succede! Vorrebbe gridare Giandiego. Ma niente. Bicchiere e bottiglia volano in aria, l’acqua comincia una danza imperfetta, magica, irripetibile. Un percorso, limpido, che ruota intorno a Giandiego, intorno a tutte le sue convinzioni, che Giandiego osserva a bocca aperta, occhi spalancati, voglia di fuggire mentre i suoi piedi restano lì, inchiodati al pavimento. Di nuovo paura. Stavolta gli riscalda le orecchie. Stavolta non c’è nessun chi. È solo. Solo labbra e mani che tremano. Giandiego è riuscito a leggere l’etichetta della bottiglia rimasta un millisecondo sospesa in aria prima di ricominciare a volteggiare. VIENI ALLA FONTE, RECUPERA LA TUA NATURA, SCOPRI L’ INCONSISTENZA DEL SE. – Possibile?sull’etichetta? Acqua NATURAL SE mentre la bottiglia torna indietro Giandiego legge l’etichetta al contrario ES LARUTA senza laruta n – Ho battuto la testa. Ho perso la ragione. Ho perso. Ma cos’è la fonte? La natura? Il se? L’es? Poi addirittura una voce, sua, interiore, che rimprovera: Svegliati! Cerca la strada che ti fa sentire a casa. E quando l’hai trovata offri pane a tutti i tuoi nemici. Maria Bonelli p.s. Bello l’intervento di Federica Campi.

     
  41. Laura Bonaguro

    FUTURO (DESTRA) Ecco il mio racconto sul futuro. Non è uno scritto ma spero lo possiate aprezzare ugualmente. Non so se vale come contributo vero e proprio al tema proposto ma la mia ispirazione si è incanalata lì… all’ultimo momento! http://img440.imageshack.us/img440/7213/lastoriadelfuturo.jpg Un saluto a tutti di buon inizio d’anno e a presto.

     
  42. eli

    Una ciliegia tira l’altra e le cose belle inducono il desiderio di sperimentarsi. Il pezzettino di Gabri su Gramsci mi solletica: è difficilissimo. C’è tutto, l’atmosfera, il linguaggio, lo stile, il pensiero. Ma come fai?…

     
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  44. Valeria Campo CirComedy

    Clown e improvvisazione. Domenica si è chiuso a Roma il workshop ComiClown, 3 giorni di full immersion nella creatività del clown. C’erano comici, manager, insegnanti, creativi, curiosi, che attraverso l’improvvisazione guidata e la clown essence hanno esplorato le vie della creatività clownesca – surreale, estrema, giocosa, crudele, deviante. Con risultati creativi – storie, situazioni, immagini, visioni – per loro inaspettati (ma non per me!). Mi dispiace che in Italia il clown sia legato allo stereotipo del naso rosso (non se ne puo’ piu’…): il clown è come il musicista jazz, che improvvisa su una gamma di note e su un linguaggio comune con gli altri musicisti, il clown è scrittura creativa, è…ecc ecc ecc. La ricchezza creativa di questi workshop si disperde , a differenza dei miei workshop all’ estero, dove c’è sempre chi trascrive o fa riprese video di documentazione. Faccio una domanda: c’è qualche ricercatore della creatività che voglia esplorare il terreno della creatività clownesca, del tutto inesplorato in Italia?

     

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