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Il semplicismo, la semplicità e la logica del ruspista - Idee 147

Viviamo immersi in una complessità che può apparirci, secondo i casi, disorientante, oppure onerosa, o minacciosa.
Perfino alcune cose che ci dovrebbero, in teoria, semplificare la vita (per esempio la diffusione delle tecnologie, la possibilità di muoversi rapidamente da un capo all’altro del mondo o la disponibilità costante di un gran numero di informazioni) in realtà ci mettono di fronte a una quantità di variabili ansiogene perché difficili da capire, correlare e valutare e, di conseguenza, da gestire.
Per questo la semplicità ci appare oggi più preziosa e desiderabile che mai.
Ma la ricerca della semplicità è tutt’altro che una passeggiata: c’è un mucchio di ostacoli, lì in mezzo.

Il primo ostacolo è che per rendere semplice ciò che è complesso bisogna prima averlo studiato e capito bene. E poi bisogna trovare il modo per spiegarlo. Questo significa prendersi delle responsabilità, perché essere semplici vuol dire anche scegliere tra ciò che è davvero importante e ciò che non lo è.
E ancora: tutto dovrebbe essere reso il più semplice possibile, dice Albert Einstein. Però subito dopo aggiunge: Ma non più semplice di così. Insomma: a un certo punto, e ogni volta è un punto diverso, il processo di semplificazione si deve fermare.
Dunque, coltivare la semplicità chiede non solo pazienza, dedizione, competenza, una dose di umiltà e un talento raro, ma anche il coraggio di affrontare una sfida faticosa, e la consapevolezza dei limiti.

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E allora può venir voglia di trovare un’altra strada, più confortevole, per districarsi nella foresta della complessità delle faccende umane contemporanee.
Immaginatela.
Proprio all’inizio c’è una freccia bella grossa e attraente, colorata e illuminata. Sopra c’è scritta una singola parola che comincia con SEMPLIC…
Uno pensa: evviva!, allora esiste il percorso davvero semplice, eccolo lì, e che ci voleva? E la strada appare da subito dritta, facile e priva di ostacoli: l’ha appena spianata un tizio deciso, con la ruspa.
Si vedono ancora i segni per terra, si sente ancora l’odore del gasolio.
Ma chi corre entusiasta verso quella strada va così in fretta da non accorgersi neanche che sul cartello all’inizio non c’è (e non può esserci) scritto SEMPLICITÀ.

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La semplicità c’entra poco con le ruspe. Piuttosto: con lo sgrovigliare gomitoli ingarbugliati. O, per restare nella metafora della foresta, la semplicità c’entra con il sapersi orientare e lo stabilire punti cospicui, con il tracciare mappe e il riconoscere limiti invalicabili e sentieri e passaggi magari ardui, ma possibili.
Tutto questo si chiama, fuor di metafora, pensiero critico. E l’esercizio costante del pensiero critico applicato al governo delle intricate faccende umane dovrebbe esprimersi nell’attività che definiamo “politica”.

Sul cartello in cima al percorso ampio e dritto c’è invece scritto SEMPLICISMO.
Ecco: in parole povere, il semplicismo è la complessità delle faccende umane spianata con la ruspa. C’è un ostacolo? Di qualsiasi cosa si tratti, finché si può ci si passa sopra ignorandolo, e se è troppo grosso lo si tira via: un colpo di lama, ed è subito nel cassone.
Qualche volta l’ostacolo è vivo e si lamenta, ma qual suono sgradevole viene subito coperto dal baccano della ruspa. E se l’ostacolo è bestialmente grosso e continua a starsene lì, in mezzo, a rompere le scatole a chi (per giove!) ha fretta, gli si spara, lo si bombarda, insomma: lo si elimina in qualche maniera.

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Il guaio è che l’aggrovigliata foresta delle faccende umane non finisce mai, e anzi si infittisce con il passare del tempo, giorno dopo giorno. In fondo al percorso della ruspa non c’è un bel niente, a parte un intrico ancora maggiore, irto di nuovi ostacoli ancora più grossi.
Ma, a questo punto, il danno è fatto, i sentieri sono spariti nel fango e ci si ritrova nelle condizioni di partenza. Però sporchi, stanchi, inzaccherati, senza aver imparato a orientarsi e, ormai, privi di strade alternative e di mappe con i limiti invalicabili e i punti cospicui ben segnati.
Qualche tempo fa, su La Stampa, Mario Deaglio ha definito il semplicismo una “malattia italiana”. Ma di semplicismo parla già nel 1895 Gustave Le Bon, in Psicologia della folle, scrivendo: in tutti i partiti, specialmente nei popoli latini, si riscontra una tendenza invariabile a risolvere i più complicati problemi sociali coi più semplici principii astratti.
Bene: ho la sensazione che oggi, dagli Stati Uniti all’Europa al nostro paese, un’agguerrita squadra di ruspisti si proponga, con preoccupante successo di pubblico, di guidarci nel groviglio del mondo seguendo la ruspa. Che sì, sembra qualcosa di assai concreto, ma è un principio astratto anche lei, perché nel mondo c’è un sacco di roba che neanche una ruspa alta come un grattacielo può spianare.
Prima di seguire i ruspisti ricordiamoci di dare un’occhiata ai cartelli, almeno. E, magari, studiamo se c’è qualche sentiero alternativo.

Una versione più breve di questo articolo esce su internazionale.it. Le immagini sono dettagli delle opere di Kenneth Noland.

5 Commenti a Il semplicismo, la semplicità e la logica del ruspista – Idee 147

  1. andrea bertotti

    Tenere la strada come fanno gli ‘storici’ serve almeno quanto tenerla come fanno i piloti. Carezze alla redazione.

     
  2. Elle

    Bella l’immagine della freccia e della scritta.
    Concordo con Le Bon, manca ai popoli latini quel senso del dovere che forma la volontà nel profondo: quando fanno le cose per dovere, le fanno in modo che sembri che le abbiano fatte. È il fascino delle soluzioni veloci, che danno l’apparenza del problema risolto, esonerando dall’occuparsene davvero.

     
  3. Giuliano

    Bello l’esempio della ruspa. Cioè ovvio ma illuminante il fatto che la ruspa spiana sì la strada, ma cancella e distrugge tutte le vie e i sentieri che stanno sotto al groviglio. Riferimento “casuale” a qualche ruspista lumbard?

     
    • Annamaria

      Ciao Giuliano. Beh, non esattamente casuale.Ma anche fuori dalla Padania il gruppo dei ruspisti è nutrito.

       
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