Siate affamati. Siate folli

Il mio primo computer è stato, all’inizio degli anni Novanta, un Macintosh beige che sembrava un tostapane. Tutto quanto ho scritto da allora nasce in ambiente Apple. Oggi le foto dei viaggi, la musica che mi piace, i documenti di lavoro, gli appunti vocali, perfino le etichette della marmellate – disegnate col mouse – stanno dentro accrocchi marcati Apple.
Anche se fatico a usare il telecomando e mi rifiuto di capire i misteri della lavatrice (mando tutto a trenta gradi e incrocio le dita), Apple mi ha permesso di fare un sacco di cose sofisticate in modo intuitivo.
Anche NeU è stato progettato con un Apple, e su tastiere Apple tutti noi ci scriviamo.
Sì, sono partigiana. Partigiana e grata.
Per questo riapro le nostre chiacchierate mettendo insieme alcune tessere utili a capire lo straordinario profilo creativo di Jobs. Il ritratto bello e documentato che ne fa Beppe Severgnini per il Corsera. La storia di copertina di Newsweek di questa settimana, che lo paragona a Harry Potter e lo definisce “re” e “genio”. L’articolo di Steve Hayden, il copywriter che scrive lo spot 1984 e ricorda il lavoro con Jobs come «la sfida di una vita». Kenn Segall invece progetta Think different, altra campagna leggendaria. E racconta che al suo bel testo Jobs aggiunge una chiosa semplice, che però è la chiave di una visione: i folli, gli anticonformisti e i ribelli sono quelli che fanno progredire l’umanità.
Sull’attenzione ai dettagli di Jobs c’è un aneddoto di Vic Gundorta, vicepresidente Google. Che riceve una telefonata di domenica mattina mentre è in chiesa. Il problema così urgente è una certa tonalità di giallo…
Infine, due discorsi. Il primo riguarda il rebranding di Apple, costruito sui valori prima che sui prodotti. Il secondo è il notissimo commencement speech ai neolaureati di Stanford nel 2005, (qui l’intero testo trascritto, in italiano) in cui Jobs dice in modo semplice e indimenticabile la propria storia e lancia un’esortazione che rimane nella mente di tutti. Un invito e una necessità: stay hungry, stay foolish. Siate affamati, siate folli.

15 Commenti a Siate affamati. Siate folli

  1. Giovanna Cosenza

    Bentornata, Annamaria! Bello che tu abbia dedicato un pezzo tutto colorato e positivo a Steve Jobs, mentre in rete impazzano le polemiche sulla più o meno taroccata foto di lui malato. Così si fa. Grazie 🙂

     
  2. Bugfixer

    Peccato nessuno lasci un commento per queste dovute righe per Steve. Io sono un utente Apple dal 1990 e come molti sono rimasto colpito dalla filosofia Apple (qualcuno direbbe erroneamente marketing, è solo minimamente vero, questo), che mi ha accompagnato in questi 20 anni di informatica casalinga. Il lavoro è un’altra cosa. Qualcuno mi ha chiesto “ma perché non scrivi una app per il Mac? o per iPhone?”. La risposta è che uso il Mac per diletto, per scrivere, per le foto e per tutto quello che non riguarda il lavoro. Ed ogni volta che scopro una feature nuova ed utile, ringrazio mentalmente Steve per aver saputo trasmettere a tante persone il suo messaggio. Lunga vita al Re.

     
  3. Bugfixer

    Giovanna, mi hai battuto per qualche secondo. 🙂

     
  4. Utente Anonimo

    Il video del suo discorso ai neolaureati di Stanford lo faccio vedere tutti gli anni ai miei alunni di terza media. Per avere un’idea, un vago sentore, di cosa significhi trovarsi a scegliere, e spesso sbagliare, anche fallire ma ogni volta ricominciare. Sempre con la meta del proprio compiersi. Che è quanto di meno ‘onirico’ e di più concreto possa essere… Simona

     
  5. annamaria

    Sì, lo spirito della homepage è proprio questo. Non capisco fino in fondo quale gusto perverso e, questo sì, malato guidi la deriva voyeuristica di cui parla Giovanna. Che roba brutta, eh… Quindi, per contrasto, aggiungo altri due link belli da Advertising Age: -qui le dieci campagne più rilevanti della storia Apple, e qui le dieci canzoni che Apple ha reso famose.

     
  6. Utente Anonimo

    Bentornata Annamaria. Condivido molto volentieri questo tuo articolo. Io uso il Mac dal 1° Marzo 1991: oltre 20 anni di sodalizio professionale.

     
  7. annamaria

    PROPOSTA: AVETE VOGLIA DI RACCONTARE IL VOSTRO PRIMO INCONTRO CON MAC? … per cominciare vi dico il mio. Antefatto: a metà anni Ottanta -credo che fosse il 1987- in agenzia arriva un cliente che fa computer. Un brand che oggi non esiste più. Poiché dobbiamo scattare foto e produrre pagine pubblicitarie, in agenzia ci sono diverse macchine. Le guardiamo con diffidente curiosità. Riusciamo a stento ad accenderle, e tutti noi, perfino i più tecnologici, abbiamo bisogno di un tecnico per avviare i programmi. In sostanza, per la campagna scrivo titoli e testi, che poi vengono verificati parola per parola dal cliente, fidandomi: ma non riesco assolutamente a entrare in sintonia con quell’accrocchio dalle logiche indecifrabili, e mi dico che continuerò per sempre a pestare sui tasti della Lettera 22 Olivetti. Passano pochi anni. I più tecnologici insistono perché compriamo qualche Mac. Ne dicono meraviglie. E poi le segretarie sono stufe di passare le giornate a ribattere i testi… insomma, nel 1990 sulle scrivanie appaiono i primi tostapane beige. Continuo a guardarli con diffidenza: non sarà mai roba mia. Poi succede che una mattina una giovane account mi prenda letteralmente per un orecchio e mi trascini in sala riunioni. Chiude la porta. Sul tavolo ha collocato e collegato il suo Mac. Mi dice: tu non esci di qui finché non hai imparato. Me lo ricordo come se fosse oggi: non ho mai usato un mouse. Non mi sono mai orientata dentro uno schermo. Eppure ci metto meno di un paio d’ore: le logiche sono intuitive. Le cose da fare appaiono evidenti. Mi sembra magico. E mi sento in gamba ad avere imparato tanto in fretta. Comincio a usare regolarmente Mac pochi giorni dopo, non appena arriva la “mia” macchina. Da allora non ho più smesso. E, lo confesso, se mi capita di mettere le mani sul pc di qualcun altro, per esempio per proiettare slide a un convegno, mi sento un po’ in un paese straniero.

     
    • Fiorella Palomba

      Il mio primo computer: ATARI 600 con cartuccia LOGO.

      Il Logo è un programma, o meglio un ambiente di apprendimento in cui si apprende attraverso la TARTARUGA, un robot elettronico a cui si impartiscono ordini per disegnare geometrie dinamiche.
      Seymour Papert, Horacio Reggini e in Italia Giovanni Lariccia promuovono questa ricerca.

      Ma questa è la mia preistoria.
      Scrivo la tesi di laurea su APPLE C e la stampo con Laser writer. Poi la magia e la svolta.

      La Apple mi offre in comodato il MACINTOSH PLUS e la formazione per l’EDP per il mio progetto IL GIORNALE TELEMATICO.
      Tutto un altro mondo.

      Page Maker affolla le mie giornate: devo imparare un programma complesso per insegnarlo poi ai miei studenti nel laboratorio di informatica. Correva l’anno 1986.

      Il giornale esce in 2 -3 numeri ogni anno, fino al 1992. Formato tabloid va in rotativa, la stessa che stampa il quotidiano IL MANIFESTO.

      Lascio la scuola, ma non APPLE che mi segue in un’altra avventura: formazione aziendale e universitaria con realizzazione di materiali.

      Mio marito, in una prima fase tutto IBM, successivamente si è convertito ed è passato a Apple.

      A volte le donne sono vincenti.

      Vi faccio un doppio dono: l’intervento commemorativo per STEVE JOBS del mio carissimo amico e mentore GIORGIO DE MICHELIS, che con il suo garbo veneziano lo racconta.

      http://www.youtube.com/watch?v=NIu6GYsc72E

      La pubblicità (voi siete del mestiere e la conoscete) di Ridley Scott per Macintosh

      http://www.youtube.com/watch?v=BxShzoUjiAQ

       
  8. Utente Anonimo

    Due immagini. Mia suocera 75 anni interagisce con un iMac: prende il mouse in mano e lo agita nell’aria per muovere la freccetta sullo schermo. Mia figlia 3 anni interagisce con un iPad: sceglie l’applicazione, la apre e gioca, ascolta la musica, guarda i suoi video preferiti (certo il touch aiuta). Barbara

     
  9. Paolo, por supuesto.

    ero davvero stufo che i miei testi arrivassero al Cliente con gli errori di battitura degli account… ma nell’agenzia dove lavoravo era questo il sistema, e non si poteva cambiare. l’attenzione alla comunicazione (per quello che fisicamente era) diventava la prova che questi colleghi dovevano superare per sedersi con ragione allo stesso tavolo con l’Azienda e noi Creativi. headline, bodycopy e pay-off non si correggevano col bianchetto come alla Thompson (belli e approvati, per andare dal Cliente li “metteva in bella” la segretaria del Direttore Creativo con la sua schreIBMachine, un’astronave rispetto alle nostre Olivetti a nastro). i testi in RSCG dovevano batterli gli (o meglio le) account, stop. e guai a loro se c’erano errori. ma gli errori c’erano, e sono arrivato più di una volta a vergognarmi del mio lavoro in una riunione di presentazione. finché un giorno assumono un Art Director giovane e strano che chiede di “lavorare col computer”. ne avevo sentito parlare, ora lo vedevo in opera. il computer però era beige, uno scatolotto verticale oblungo, e c’era sopra una mela a righe multicolori. era un Mac. questo art di tipo nuovo, Federico, mi ha spiegato il mondo Apple con la supponenza metà aristocratica e metà anarchica che è stata tipica per 2 decenni del mondo Mac. potevi impaginare, registrare audio (non c’era ancora l’mp3), ritoccare le foto. in agenzia per i Creativi non era ancora disponibile il collegamento a internet: dovevamo usare il tempo per pensare, non per distrarci. io ho capito una cosa: che da quel giorno i testi potevo e dovevo scrivermeli io, fare gli a capo che volevo, scegliere la font, decidere quant’aria volevo intorno, ripensarci. e naturalmente correggere gli errori. feci una battaglia col Direttore Creativo (che in seguito mi definì in pubblico come “il primo copywriter della generazione mela C mela V”… voleva essere una critica, per me fu un complimento) e litigavo con l’Art Director cui occupavo ogni 2 per 3 il Mac con il mio dischetto. ma finalmente m’impaginavo io i miei testi, e in ogni foglio c’era quel nero che si stagliava sul bianco, come un’opera d’arte, come volevo io. eppure il mio primo Mac non era mio. Paolo Rumi.

     
  10. Utente Anonimo

    Stavo collaborando a un periodico, e mi ero convinto che avrei fatto bene a comprare un pc. nel frattempo mi iscrissi a un corso sull’Html, e mi consigliarono di comprare un mac: era più semplice, dava meno problemi, e dei giochi non me ne importava nulla. “costa di piu'”…è vero in parte: dura di più e si guasta di meno. e non devo essere laureato in informatica. mi compro (1996) un Performa 6200/75, col quale mi sono collegato per la prima volta ad internet, e che funziona ancora, come tutti gli altri; nel 2002 un iMac G3 indaco, nel 2006 un Mac mini PPC, e tra poco aprirò un Mac mini ultimo modello nuovo fiammante. se non fosse mai esistito Steve Jobs, e di conseguenza il Macintosh, ci troveremmo in una realtà molto differente. Grazie Steve, e lunga vita! Paolo Barresi

     
  11. Utente Anonimo

    A fine anni 80 programmo e installo software, su pc. Poi faccio altro, ma con softwar e pc fino al 2000 ho sempre a che fare. Nel 2004, per diletto, inizio a elaborare video e riprendo in mano la fotografia. Il pc si pianta di continuo e gli amici in mac mi parlano di un altro mondo. Massimo, venditore appassionato di nikon, anche della mia, mi insegna i primi rudimenti di photoshop, con mac, nel suo negozio. Quando mi decido al grande passo sono appena usciti i nuovi modelli ma a me piace bianco, è bellissimo. Bianco non si può più ordinare. Carla. moglie di Massimo, ha un mac bianco, Aspetto. Come in amore, o lui, o niente. Ora io ho il mac di Carla. Bianco e bellissimo. Che non si pianta mai.

     
  12. Utente Anonimo

    A fine anni 80 programmo e installo software, su pc. Poi faccio altro, ma con softwar e pc fino al 2000 ho sempre a che fare. Nel 2004, per diletto, inizio a elaborare video e riprendo in mano la fotografia. Il pc si pianta di continuo e gli amici in mac mi parlano di un altro mondo. Massimo, venditore appassionato di nikon, anche della mia, mi insegna i primi rudimenti di photoshop, con mac, nel suo negozio. Quando mi decido al grande passo sono appena usciti i nuovi modelli ma a me piace bianco, è bellissimo. Bianco non si può più ordinare. Carla. moglie di Massimo, ha un mac bianco, Aspetto. Come in amore, o lui, o niente. Ora io ho il mac di Carla. Bianco e bellissimo. Che non si pianta mai. Cristina Obber

     
  13. Utente Anonimo

    Uso il mac dal 1995, primo Mac un Performa, probabilmente del periodo senza Steve, poi arriva iMac viola perché sono fiorentina e mio figlio lo ha voluto così, è ancora con me, funziona ancora ma riposa nella sua scatola. Poi è arrivato un iMac trasparente, anche quello mi ha accompagnato gloriosamente fino a che non è arrivato il periodo della pensione anche per lui. Sta facendo compagnia al primo. Oggi ho un Maccone, un portatile, un telefono, una tavoletta tutto rigorosamente Apple. Atrezzi che è piacevole usare, per la loro bellezza, la loro semplicità. Tempo fa ho trovato in un mercatino uno dei primi Mac quelli con lo schermo piccolissimo verde, il mouse quadrato. Mi ricordo che lo ho pagato 40.000 lire. Funziona ancora! Non credo che lo venderò mai! Ho 64 anni, una laurea in informatica umanistica conquistata dopo la pensione, una personalità da Giano bifronte perché amo tutto ciò che è arte e scrittura, ma anche tutto ciò che è tecnica e codice. Oggi mi sono sorpresa a piangere per Steve e a pensare a quanto abbiamo perso. Ada, curatrice del sito della Libera Università dell\’autobiografia di Anghiari

     
  14. CLAFER

    Nel 1984 ho acceso il mio primo computer: non era Apple. Dopo svariate decine di secondi, è comparso uno schermo nero con una piccola “c” e la mia prima, istintiva reazione è stata: “L’informatica non fa per me”, ma ho tenuto duro. Studiando ingegneria e scrivendo, da giornalista, su un pessimo WordPerfect per DOS. Nell’estate del 1992 ho scritto la laurea, in ingegneria elettronica, su un Mac, che nel frattempo era già diventato “Classic” e non mi ci è voluto molto per capire la differenza. Qualche mese dopo l’ho ritrovato, il Mac: ce n’erano diversi, in quell’agenzia di pubblicità dove ero passato per un colloquio (era la tua, Annamaria): non avevo un’idea precisa, ma in tasca già una proposta per lavorare in una grande azienda di telecomunicazioni. Forse era troppo presto e di Internet, almeno in Italia, non si parlava ancora. E quindi via in azienda, sperando di trovarci qualcosa che avesse almeno un mouse. Era un pc, ma il mouse c’era. Questo mi ha permesso di resistere, attraverso esperienze diverse e cambiando via via pc ed aziende, per una quindicina d’anni. Nel frattempo era arrivata anche internet e alla grande: la visione della Mela si è avverata, la tecnologia finalmente non è più solo “una faccenda da ingegneri”. Da fine 2010 sono tornato in un’agenzia di pubblicità e ora ti sto scrivendo da un MacBook: con il dubbio di non essere stato a suo tempo abbastanza “foolish”, ma ancora abbastanza “hungry” da accorgermi che un po’ di puntini si stanno riunendo. Mi piace pensare che anche Steve approverebbe.

     

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