sindrome dell'impostore
Sindrome dell'impostore: lo strano timore delle persone capaci

Di sindrome dell’impostore soffrono, in genere, quelli che impostori non sono.
Curioso, no? Ecco di che si tratta: sindrome dell’impostore è un modo informale e non tecnico per definire la strana condizione mentale di chi, avendo ottenuto ampi e ripetuti riconoscimenti del proprio valore e una (meritata) dose di successo, di quel successo si sente indegno o immeritevole, e continua a sentirsi così nonostante ogni oggettiva evidenza contraria. Mi colpisce a questo proposito il breve articolo uscito su Le Scienze: la storia di una studentessa di matematica che, dopo un esame eccellente, riceve la proposta di scrivere una tesi di dottorato.
Rinuncerà a farlo per il timore di “essere smascherata”, anche se in realtà ha studiato molto ed è perfettamente preparata.

NESSUNO È IMMUNE. BBC News racconta che soffrono di sindrome dell’impostore scrittori e musicisti, uomini d’affari, professionisti. Le donne, specie quelle che ottengono buoni risultati in ambienti di lavoro prettamente maschili, ne soffrono più degli uomini. Ma nessuno è immune, e anche se il fenomeno è stato identificato per la prima volta negli anni Settanta, gli psicologi dicono che sembra essere sempre più diffuso nel mondo odierno, ipercompetitivo ed economicamente insicuro.
Aggiungo che l’aggressività diffusa in rete contro chiunque, per qualsiasi motivo, abbia conquistato una dose di visibilità non semplifica certo le cose.

PENSIERO CRITICO E SENSO DEL DOVERE. Il fatto curioso è che conseguire nuovi risultati positivi, guadagnarsi ulteriori riconoscimenti, far carriera o acquisire nuove conoscenze non sembra migliorare lo stato d’animo, anzi: il senso di inadeguatezza può anche crescere.
Le cause sono facilmente intuibili: teme di non essere all’altezza delle attese o della percezione altrui chi è più portato all’introspezione e al pensiero critico (e autocritico). Chi per motivi di educazione o semplicemente di stile trova imbarazzante pavoneggiarsi. Chi ha la (fondata, sana e realistica) consapevolezza di poter sbagliare, e si trova a confronto con persone che, almeno in apparenza, sono del tutto certe di essere nel giusto. Chi ha un forte senso del dovere, e del dover corrispondere alle aspettative sempre, e magari superandole.

Sindrome-dell'impostore 1

Un discreto modo per gestire il disagio è dirsi che le persone di cui conviene davvero diffidare sono proprio quelle che, non avendo mai coltivato il minimo dubbio su se stesse, non hanno mai nemmeno sperimentato la sindrome dell’impostore e sono (ovviamente senza rendersene conto) intrappolate in un bias (una trappola cognitiva) assai più pericoloso: l’effetto Dunning Kruger.

BEATI GLI INCOMPETENTI? Ne abbiamo già parlato qui su NeU, e dunque forse sapete già di che si tratta: consiste nel fatto che le persone davvero incompetenti, e proprio perché sono incompetenti, non si rendono conto dei propri limiti ed errori né delle effettive capacità degli altri, e dunque tendono costantemente a sovrastimare le proprie prestazioni. Per molti versi, la sindrome dell’impostore è il fenomeno speculare all’effetto Dunning-Kruger: del resto  il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio (William Shakespeare).

CONVIVERE CON LA SINDROME DELL’IMPOSTORE. CareerBliss vi offre qualche consiglio sensato e opportuno per convivere con la sindrome dell’impostore, se per caso ne soffrite. Per esempio, dovreste notare che momenti di fiducia ed entusiasmo possono naturalmente alternarsi a momenti di dubbio: sono condizioni temporanee, e la cosa migliore da fare è godersi i momenti di fiducia (finché continuano) e ricordare che quelli di sfiducia sono passeggeri.
Dovreste imparare ad accettare i complimenti, controllando la reazione automatica a diminuirli (è stata solo questione di fortuna… non capisco come mai ce l’ho fatta… oh, no, non ho combinato niente di speciale…). Un “grazie” di cuore basta e avanza, ed è più sano.
E poi: dovreste convincervi che fare meglio in assoluto è un obiettivo irrealistico. Più sensato proporvi di fare al vostro meglio quel che c’è da fare.
Infine: ogni tanto, val la pena di ripercorrere la vostra storia, magari anche scrivendola, e ricordando la fatica, l’impegno (e i fallimenti) che hanno preceduto i successi ottenuti. Anche parlare con le altre persone aiuta. Potreste perfino scoprire che proprio quelle che apprezzate e stimate di più soffrono, a loro volta, della sindrome dell’impostore.

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54 Commenti a Sindrome dell’impostore: lo strano timore delle persone capaci

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  2. patrizia secchi

    Riprovo, io non solo sono una impostora ma anche foca informatica che mi scappa sempre l’esc…
    Mi ci ritrovo in pieno in sta sindrome eppure sono colta nel mio mestiere , intelligente e con quel quid di introspezione che molto aiuta me e i miei pazienti. Ma quelli là vincono sempre perchè fanno cricca con i moltissimi come loro ( parlando di lavoro ospedaliero ,che conosco, . i direttori gen. i Sitra tenuti x le palle dalla Regione , i manager che vedono il loro interesse a un palmo di naso, , tutti gli scemi carrieristi che sono più dediti all’ autopromozione che al miglioramento reale del servizio ) .
    Mi piacerebbe che ci fosse una idea su come eliminarli o almeno renderli visibili : personalmente mi sono chiamata fuori . Ma se mi capita, esplicito sempre una modalità trasparente e di semplicità comunicativa che vorrebbe essere un esempio. Boh. Ce ho da perdere ?

     
  3. Nontelodico

    GRAZIE!!! Laureata in un corso di laurea scientifico con lode, e prima diplomata con il massimo, sempre SEMPRE sono stata sotto il peso di quello che io ho chiamato Il complesso della cocchina, perche’ non sapevo che fosse gia’ stato studiato.
    Nel tempo ho imparato a tenerlo a bada, soprattutto nascondendomi.
    E comunque nessuno mi togliera’ dalla testa che non merito quello che ho ottenuto 😉

     
  4. Molto interessante q

    Molto interessante questo post e da me verificato personalmente. Non lo chiamerei però ‘sindrome di inadeguatezza’, almeno per noi donne. Credo sia piuttosto, per molte, il retaggio del millenario non riconoscimento del nostro valore.

     
    • David

      Ma perchè? Ma cosa c’entra? Ma se è una cosa che succede a entrambi i sessi, cosa c’è sempre da farne una discussione uomo/donna?

       
      • Klaine

        Intanto l’articolo dice chiaramente che le donne ne soffrono di più, quindi la discussione uomo/donna è già presente. Leggi le cose prima di commentarle. In secondo luogo, solo uno stolto penserebbe che millenni di oppressione e sottovalutazione delle donne non abbiano lasciato segni visibili anche oggi. O ti sei forse perso i secoli di storia umana in cui alle donne non era permesso fare nulla, dal dipingere al fare politica allo studiare le scienze, perché erano ritenute incapaci (e tanti di questi pregiudizi li abbiamo anche oggi!)? Dove hai preso la tua laurea in sociologia?

         
  5. lisa

    E per caso la sindrome del procrastinatore patologico si accompagna a questa? Nel caso, saprei finalmente qual è la mia accoppiata dolente… 😉

     
  6. Federico

    Mi sorprende sempre leggere tutti questi nomi di studiosi o etichette per catalogare qualcosa che sia riconoscibile e riscontrabile da tutti. Utile, per carità, ma crea complicazioni e sovrastrutture per un problema più semplice.
    È una paura che proviene dall’educazione e dall’esempio genitoriale, soprattutto, che abbiamo visto da piccoli. Se ci hanno tarpato le ali non riconoscendo il valore dei progressi che compivamo, senza dimostrarci quell’amore che dovrebbe caratterizzarli, interessati all’utilità dei nostri successi più che alla nostra gioia di donargli un sorriso, ecco che l’equilibrio psichico si sballa e cresciamo pieni di insicurezze e di diffidenza verso i sentimenti, nostri e altrui.
    La mancanza di sostegno, utile ai fini della crescita personale, da parte di chi amiamo di più al mondo, ci fa dubitare di noi stessi. Questo accade anche a chi è rimasto sprovvisto di quel sostegno anche per altri motivi, come la separazione o la morte.
    Dico questo perché è bene dialogare con noi stessi, chiedendoci davvero quale sia il grande problema che ci impedisce di volerci bene e di amare quello che facciamo. Allora potremo amare anche gli altri.

     
    • Bianca Clemente

      Complimenti per l’analisi molto lucida e corretta che condivido in pieno

       
      • Federico

        Volevo precisare che è solo un mio opinabile pensiero, non ho le competenze per affermare nulla. Grazie per il sostegno.

         
        • ANNA

          Sono molto d’accordo…credo questo comportamento abbia delle radici profonde legate alla storia di ognuno e sicuramente accresciuto dalla quotidianità che ci mette costantemente in discussione.

           
        • Fabio

          Federico fa veramente, una riflessione molto condivisibile, poi, in risposta, assume quei toni di modestia, che, probabilmente indicano il sintomo della sindrome in questione …
          Col beneficio del dubbio.
          Grazie.

           
          • Federico

            Ahah! Sarebbe il colmo! Non esageriamo, è solo che temevo di risultare supponente.

    • Giacomo

      Condivido in pieno

       
    • Davide Battistoni

      Mi hai letto nel pensiero.
      Per semplificare anche se non si dovrebbe, è un po’ come quando si dice che fin da piccoli a scuola ci segnalavano con penna rossa gli errori, ma mai veniva data importanza alle cose fatte bene.

       
    • Laura Albini

      anch’io sono molto d’accordo con quello che dici, grazie Federico

       
    • Costantina

      Federico hai centrato in pieno, con poco hai detto tutto! È proprio così, in senso di inadeguatezza te lo porti dietro dall’infanzia quando, le tue doti e le tue capacità notate da competenti, non hanno sortito effetto alcuno da chi doveva spronarti. Sono d’accordo con te!

       
    • Mariano

      Inappuntabile, complimenti.

       
    • Celeste

      Assolutamente d’accordo. Aggiungerei che questo bisogno di trovare risposte omologate, già pronte, viene usato -forse abusato- da innumerevoli siti che danno indicazioni davvero discutibili. Con il risultato di dare indicaxooni preconfezionate a persone che forse hanno un vero disagio, che restano stoppate li, tipo segno zodiacale. . Grave per il singolo individuo. Grave per la società in generale

       
  7. Renato

    Penso di appartenere ampiamente a questa sindrome. Ma penso anche che l’immotivata certezza di inadeguatezza mi spinga sempre a dare il massimo per smentire i miei immaginari detrattori. Questo mi ha fatto avere vari ‘successi’, anche importanti, che naturalmente considero esagerati. E’ come se stessi spaesato in un palcoscenico in cui gli applausi verso di me penso sempre siano diretti a qualcun altro. Vivo sempre nella paura di essere smascherato, come quando mio padre mi sorprendeva a giocare, piuttosto che fare il ‘mio dovere’. Per la verità mi sono abituato a questa mia modalità, ma questo però mi spinge all’introversione e alla riservatezza dal ‘resto del mondo’ (forse adesso ho esagerato un po’, ma la tendenza è sempre dietro l’angolo!).

     
    • Federico

      Potrebbe sembrare fuori luogo, ma penso che fare teatro aiuti a prendere le distanze dai sensi di colpa e dall’insicurezza che questa “sindrome”, come tante altre, ingenera. Il giocare a “far finta di”, lo scambio dei ruoli, magari anche quello di un padre ligio al dovere e parco di sentimentalismi, può aiutare parecchio a prendere consapevolezza delle proprie capacità ed aumentare l’autostima e autonomia. In fondo, la nostra è la paura di essere nel posto sbagliato, ma è davvero così?
      Il teatro sostiene e approfondisce il dialogo interiore, tra noi e l’altro (lo spettatore, il compagno, marito, figlio).
      La cosa che ci rende umani è l’empatia, il sentire altrui, l’immedesimazione. Motivo primo per cui l’attore diventa altro da sé pur rimanendo se stesso.
      Quanto sarebbe bello toglierci tante inutili e sciocche paure come foglie secche per far spuntare nuove foglie di autostima e amore…

       
      • Marco

        Condivido in pieno quello che hai scritto. Anche per me, che sono affetto da questa e altre sindromi (come quella del “procrastinatore patologico” o dell'”inconcludente cronico”), il teatro ha rappresentato una vera medicina, oltre che la “porta” per aprirmi agli altri, e imparare a stare con loro. Tanti anni fa mi ha davvero cambiato la vita in meglio ed è stato una vera passione, una delle cose belle che ho trovato nella vita. A un certo punto però, come tutte le grandi passioni, anche questa si è …assopita, e lo pseudo-impostore, procrastinatore e inconcludente.. ha ripreso a rompere, sigh 🙁

         
        • Federico

          Devo dire che col teatro anch’io ho interrotto (spero temporaneamente) ma continuo con la professione del doppiatore. Interrompo percorsi e procrastino molto spesso, ma dipende da un falso perfezionismo che voglio raggiungere prima di cominciare, alla continua ricerca di certezze. Devo scrivere la tesi e sono in ritardo, ma so bene che l’improvvisa perdita di mio padre mi farà cambiare l’equilibrio (anche sbagliato) che ho raggiunto negli anni. Bisogna rivedere i propri schemi e avere il coraggio di esporsi ai rischi e cambiarli, sempre con costanza.

           
      • Irene Angelini

        Condivido perfettamente quello che hai scritto.
        Il teatro mi ha aiutata moltissimo anche se, forse, indirettamente.
        Ad un certo punto l’unico modo per continuare a fare teatro era superare tute queste insicurezze. Così, istintivamente ho applicato i suggerimenti dati da quest’articolo ma non solo. Ho iniziato anche a dare a me stessa quell’incoraggiamento che mi è mancato in passato. Resta il fatto che sono molto critica, che tendo alla perfezione e ho sempre paura di non aver fatto abbastanza ma ora ho più serenità ed equilibrio. Mi sono aiutata anche analizzando in modo critico chi ha avuto o ha la tendenza a sminuirmi, mi chiedo: “questa persona ha davvero le competenze per sminuirmi?” Spesso scopro che la risposta è no. Insomma è vero che l’educazione ricevuta ci forma come argilla essiccata al sole ma è vero che non siamo argilla e che possiamo rieducarci in qualsiasi momento.

         
        • Federico

          Avete ragione entrambi… dannato, stupido perfezionismo!
          Devo dire che col teatro anch’io ho interrotto (spero temporaneamente) ma continuo con la professione del doppiatore. Interrompo percorsi e procrastino molto spesso, ma dipende da un falso perfezionismo che voglio raggiungere prima di cominciare, alla continua ricerca di certezze. Devo scrivere la tesi e sono in ritardo, ma so bene che l’improvvisa perdita di mio padre mi farà cambiare l’equilibrio (anche sbagliato) che ho raggiunto negli anni. Bisogna rivedere i propri schemi e avere il coraggio di esporsi ai rischi e cambiarli, sempre con costanza. Questo è volersi bene.

           
  8. Salvatore

    Grazie Annamaria Testa, un ottimo spunto per soffermarsi alla riflessione e introspezione di noi stessi, chissà , diverremo migliori!!!! ????

     
  9. Technesya

    Fra le altre cose, operiamo in ambito non esattamente psichiatrico, ma del disagio mentale sì. Ed è vero che esiste un senso di inadeguatezza fra le persone insicure e cosiddette “deboli di mente”.
    Ma, in diverse migliaia di casi, NON ABBIAMO MAI VISTO alcunché di simile a questa stupidaggine della sindrome dell’impostore. Non in Italia, almeno, dove invece abbiamo visto diverse centinaia di casi diametralmente opposti.

     
    • Federico

      Condivido, l’ho detto nell’incipit del mio commento.

       
  10. Danilo Fucsiaman Verticelli

    Francamente è un tipo di atteggiamento personale che trovo nuovo. Strano. Insensato. Non che non accada, se lo dite, significa che “è”. Ma dietro, come leggo qui su, c’è altro che deriva da proprie insicurezze infantili. E questo è già stato detto.
    Poi c’è la persona, l’adulto. E si cambia. Niente può essere giustificabile di ciò che arriva dal nostro remoto passato. Si cambia. Decidi di cambiare.
    Ero così? Non lo sono più. Basta volerlo.
    Quando vai dal dottore ti sei già accorto che c’è qualcosa che non va, quindi non andarci più, la cura, specialmente nei casi di difficoltà di relazione, la trovi da te. Come? Facendo l’opposto di ciò che hai fatto fino a quel momento. Qualsiasi psicanalista ti direbbe la stessa cosa. Cambia atteggiamento.

    Parlando di società invece il punto viene a galla. Non per patologia personale, per la “sindrome”, ma perché chi “vale” non è nella media e, pur statisticamente, la media poi impone. Impone usi, culture, religioni, governi e sensi di colpa.

    Non è il “nerd” ad essere un impostore in senso assoluto, è la società che sta più sotto, per ovvie ragioni di capacità mentale genetica e di voglia, che lo vede più su. Da qui l’esclusione.
    Colui che vale, ammesso che qualcosa significhi a questo mondo “valere”, è un impostore delle regole che vigono dove c’è la mediocrità.

    La soluzione anche in questo caso è semplice: per l’impostore, pensarsi imperfetto e non capace in decine e decine di altri settori, sicuramente perderà il senso di perfezionismo che lo spinge a non sentirsi all’altezza di non si sa cosa. Per l’inferiore, il volgo medio, pensare che egli o ella eccelle sì in quel campo, e che male c’è?, ma magari non sa farsi un uovo al tegamino o è una frana a letto o ignora completamente settori culturali di cui essi, invece, sono esperti, siano anche i fumetti o gli LP di Gigi D’Alessio.

    Insomma, chi vuol esser lieto sia e ognuno faccia quello che gli pare senza doversi sentire chiamato in causa dall’Universo a dimostrare sempre qualcosa.

     
    • Federico Maggiore

      Visto che ho lasciato alcuni commenti, mi sento coinvolto e voglio dirti la mia.
      Magari fosse così facile!
      Hai detto cose vere, io ci credo nel detto “volere è potere”, ma alla base serve sempre un pensiero forte. L’alcolizzato che con volontà, dopo mesi di progressi, ricade nel problema, aveva soltanto potato un ramo. È compito di uno specialista aiutarlo a trovare la radice del male, fargli prendere le distanze e superare il problema. E come al solito parliamo di traumi infantili che con l’età vengono ingigantiti e gelosamente custoditi, per poi essere dimenticati dopo aver buttato la chiave. Lo psicanalista – come anche altre figure non professionali – aiuta a recuperare quella chiave e a sradicare il problema, facendo emergere un pensiero forte che alimenti la volontà di cambiamento. Non possiamo fare tutto da soli, abbiamo bisogno di un aiuto. È questo il limite dell’uomo, ma anche la sua vera forza.

       
    • Federico

      Magari fosse così facile!
      Hai detto cose vere, io ci credo nel detto “volere è potere”, ma alla base serve sempre un pensiero forte. L’alcolizzato che con volontà, dopo mesi di progressi, ricade nel problema, aveva soltanto potato un ramo. È compito di uno specialista aiutarlo a trovare la radice del male, fargli prendere le distanze e superare il problema. E come al solito parliamo di traumi infantili che con l’età vengono ingigantiti e gelosamente custoditi, per poi essere dimenticati dopo aver buttato la chiave. Lo psicanalista – come anche altre figure non professionali – aiuta a recuperare quella chiave e a sradicare il problema, facendo emergere un pensiero forte che alimenti la volontà di cambiamento. Non possiamo fare tutto da soli, abbiamo bisogno di un aiuto. È questo il limite dell’uomo, ma anche la sua vera forza.

       
  11. Katarina Andersson

    Ma secondo me tutto questo impostarlo su un senso negativo e di insecuritá…secondo me é una cosa positiva di sentirsi un pó come un ‘fraud’ ogni tanto e pensare ogni tanto come mai…? perché ti tiene curiosa e umile, e pronta a sempre scoprire nuove cose per imparare e andare avanti. Uso la parola nel senso inglese, perché non mi piace molto la definizione italiana del concetto. Si é vero che ci si sente insecuri a volte…ma lo fanno tutti. La cosa importante invece sarebbe di concentrare su tutti questi che non hanno mai neanche la voglia di provare nuove cose ma che stanno fermi e fissi nei vecchi modi, e poi si meravigliano perché non hanno risultato o perché i canbiamenti positivi toccano anche a loro…;-)

     
  12. Rosalba

    Mi fa pensare a qualcosa che mi ha riguardato in età infantile ed adolescenziale: “la sindrome del falso sé” Quando senti che la percezione che gli altri hanno di te non corrisponde alla tua vera indole. E allora quando ricevi complimenti è come se questi non ti riguardassero, perché è “l’altra dal sè” che se li prende,

     
  13. Tamara

    Salve, io in realtà vorrei sapere di chi sono le illustrazioni che ci sono nel post, non è citato l’autore mi pare. Grazie

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Tamara.
      Inserisco sempre nome e riferimenti degli autori delle immagini che illustrano gli articoli di NeU, quando riesco a trovarli, cosa che succede in gran parte dei casi. In questo caso non sono purtroppo riuscita a trovare credenziali affidabili. Ma ho la sensazione che le due immagini appartengano ad autori differenti.

       
  14. mari0br0s

    Eppure essere impostori evita tante paure, senza quella timidezza inconscia che impedirebbe l’esibizionismo o altro.
    Fatalmente anche Cenerentola se non perdeva la scarpetta non sarebbe stata scoperta, a lieto fine.
    Non tutti gli impostori son brutti e antipatici, ma hanno tante bugie da raccontare perché hanno il timore di non essere visti nella giusta luce, o di come vorrebbero rappresentare il loro io e la loro immagine.
    Insomma non tutti gli impostori sono inconcludenti o in mala fede di certo sono però inconcludenti nel lungo periodo.

     
  15. Anna Fata

    Questo articolo di Annamaria Testa merita di essere letto,
    fino in fondo. Un’analisi psicologica formidabile.
    Aggiungo solo una riflessione: Quanto sento di meritarmi una lode, un complimento? A volte è quel che fa la differenza e smaschera il senso profondo d’indegnità che a volte nascondiamo ..

     
  16. giacomo

    il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio (William Shakespeare). Bellissima citazione in un ottimo post. Da quale opera è tratta?

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Giacomo.
      La citazione è tratta da “Come vi piace”: “The fool doth think he is wise, but the wise man knows himself to be a fool”.

       
      • giacomo

        grazie 1000 anche di questo.

         
  17. Gianluigi Merlino

    Ho letto con grande piacere questo post essendomi riconosciuto. A lungo ho sofferto della “sindrome” e forse uscirne è stata la cosa più difficile: la percezione del sé è quanto di più articolato, complesso, pervasivo e infido possa esistere nello sviluppo personale, Branden docet!. A un certo punto, e grazie al feedback di pochi intimi cui prestavo davvero orecchio sospendendo il mio giudizio (le attestazioni di stima degli altri, paradossalmente, come dice Annamaria Testa, rischiavano a volte di peggiorare la situazione), ho preso coscienza di una realtà decisamente più verosimile: c’erano ottime possibilità che fossi davvero competente.
    Insomma, al grido di “Spartacoooo!” ho rotto quelle catene autoinflitte 🙂 …e ne ho guadagnato in salute e “performance”.
    Grazie, ottimo articolo.

     
  18. Maria Grazia De Nardi

    letto l’articolo con interesse e sorpresa dato che il sostantivo “impostore” l’ho sempre calcolato: – “La definizione di impostore nel dizionario è chi, al fine di trarne personale vantaggio, inganna altri con false apparenze, con menzogne, o facendosi credere quel che non è: si spaccia per medico ma, in realtà, è un i.”

     
  19. Rosa Canfora

    Non so se ho questa sindrome, per la verità non ci ho mai pensato.
    Mi hanno sempre riconosciuta brillante, ho studiato molto con passione ottenendo sempre il massimo dei risultati. Ero quella che si dice una persona di successo. Non mi sono mai pavoneggiata perché tutto avveniva con naturalezza.
    Poi, ho smesso, pur avendo molto da dare e da fare, ad un certo punto, ho mollato la presa. Mi sento troppa e la vita mi mostra essere meno è meglio.
    Quelli che sgomitano, che comprendono meno ma accettano le regole dei giochi, sopportando con naturalezza ciò che per me sarebbe l’abbrutimento, me li lascio passare tutti davanti.
    Non so sinceramente che fine farò.

     
  20. Salvatore

    Probabilmente è proprio così, credo anche si possa spiegare in larga misura con il tasso di competitività esasperato, lo stesso che ci troviamo a vivere in quasi ogni settore lavorativo.

     
  21. Chiara

    Esiste un bellissimo saggio sull’argomento, in italiano ‘Vali più di quel che pensi’ di Valerie Young, edito da Corbaccio. È incentrato su una prospettiva di genere, ma interessante per tutti, e non solo per chi si identifica o riconosce in questa difficoltà. Offre una indagine dettagliata delle possibili cause sociali e psicologiche, e propone stimoli e riflessioni per trovare soluzioni. Una ottima lettura.

     
  22. Pingback: i ritagli di maggio | ATBV

  23. Gloria Vanni

    Grazie, Annamaria, per questo post in cui mi ritrovo molto… grazie per tutti i commenti e consigli, incluso l’ultimo di Chiara.
    Conosco bene la sindrome dell’impostore, cresciuta con me causa quella mancanza di sostegno da parte di chi amiamo di più al mondo: i genitori. Mancanza che ci fa dubitare di noi stessi, nonostante consapevolezze e allenamenti continui a cambiamenti. E comunque nel “meno” mi sento a mio agio, meglio che nel più. Sono scelte e dato che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire e imparare, inizio a leggere ‘Vali più di quel che pensi’ di Valerie Young!

     
  24. concetta

    Penso di averlo vissuto e di cui non mi sono ancora liberata.
    Questo non mi ha permesso molte volte di confrontarmi.
    Mi sento sicura solo in cose di cui credo di avere abbastanza competenza.
    Mi aiuta ripercorrere gli sforzi del passato, allora mi sento più forte e m’infastidiscono le persone lagnose che non si mettono alla prova.
    Oggi mi sento pronta, ma l’emozione mi prende e ho bisogno ancora di conferme.

     
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  28. Arlecchino Batocio

    Gentili Signore e Signori pemettetemi una domanda molto semplice: Parlate della cosiddetta “sindrome dell’impostore” che colpisce le persone “capaci” … vi chiedo ma capaci in cosa?

    Da quello che leggo immagino siate tutte persone di alto livello professionale, quindi capaci in ciò che avete studiato e oggi praticato.

    Invito a una riflessione, pensate che i capaci muratori, i capaci macellai, i capaci idraulici, i capaci artigiani, capaci agenti di commercio, capaci medici, capaci ingegneri, soffrano della stessa sindrome?
    Io penso di no.

    Ho conosciuto nella mia carriera centinaia di persone capaci nel loro lavoro, nessuno che dimostrasse quella sofferenza che vi turba.

    Penso che questi operatori hanno l’antidoto alla sindrome in oggetto, nel fatto che ogni giorno hanno problemi concreti da risolvere e devono essere “capaci” di risolverli, se vogliono continuare nel loro impegno. La loro capacità devono dimostarla quotidianamente ed è quotidianamente sotto verifica nei risultati concreti che riportano.

    Cosa ne pensate? Troppo semplice?

    ciaooo

     
  29. Arlecchino Batocio

    Se mi date riscontro, fatelo in Italiano … sono “incapace” di leggere l’inglese.

    E la cosa non mi turba, ne mi ha impedito d’essere un protagonista in alcuni siti web.

    Buona giornata.
    ciaooo

     
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