sponsor soldi per la cultura
Sponsor per la cultura: fate girare, intanto

Se la cultura ha bisogno di sponsor, gli sponsor hanno bisogno della cultura.
I motivi che riguardano la prima parte di questa affermazione sono facilmente intuibili: le iniziative culturali costano. La tutela del patrimonio culturale costa. E, poiché i fondi pubblici a disposizione della cultura e quelli erogati dalla fondazioni bancarie sono insufficienti, le sponsorizzazioni delle imprese possono risultare cruciali.
Ma anche le imprese che finanziano iniziative culturali lo fanno perché questo tipo di sponsorizzazione presenta una serie di ricadute virtuose, che possono, in termini di valore, risultare a loro volta cruciali.
Ne elenco solo alcune: investire in cultura radica le aziende nei territori. Ne rafforza l’identità e ne conferma l’impegno e la responsabilità sociale. Favorisce lo sviluppo del capitale umano (il vero fattore determinante del successo imprenditoriale già oggi, e a maggior ragione domani). Rende più scintillante l’immagine aziendale e offre interessanti spunti di comunicazione. È gratificante per tutti i portatori d’interesse (stakeholder).
E poi la cultura, in questi tempi tempestosi (ed ecco perché questo articolo è illustrato dalle immagini che vedete) costituisce un punto di riferimento imprescindibile per i cittadini: le imprese lungimiranti non possono non tenerne conto.
Eppure, investire in cultura è ancora oggi meno semplice di quanto dovrebbe essere. Il caso Settesoli è emblematico.

La cantina Settesoli di Menfi è una grandissima cooperativa vinicola, con 50 milioni di fatturato, il 60% del quale proviene dalle esportazioni. Il suo presidente sta provando da più di un anno a sponsorizzare il parco archeologico di Selinunte, ma non c’è verso.
Qual è il problema? Manca un regolamento regionale (promesso lo scorso settembre, ma ancora non pervenuto) che permetta agli ineffabili burocrati della Regione Sicilia di accettare sia un primo contributo di cinquantamila euro, sia uno successivo, dieci volte più consistente. Per riuscire a spendere i suoi soldi in cultura, Settesoli fa perfino ricorso agli avvocati: la storia, che è surreale, rimbalza sui giornali (qui il Corriere della Sera. Qui il Sole 24Ore).

sponsor soldi per la cultura

“Sponsor” è una delle molte parole latine (tra le altre: tutor, monitor, deficit, raptus, status…) che usiamo quotidianamente, spesso senza riconoscerne l’origine. Viene dal verbo spondeo (promettere solennemente): dunque sponsor è chi fa una promessa solenne.
Oggi la parola indica chi si impegna a finanziare un evento, un’attività, una persona o un’organizzazione a fronte di un ritorno pubblicitario.
In Italia le prime sponsorizzazioni risalgono agli anni ’50 e riguardano soprattutto il calcio. Ancora oggi le aziende sponsor, solo per mettere il loro nome sulle maglie dei calciatori della serie A (e infatti vengono definite “sponsor di maglia”) spendono più di 92 milioni di euro.
Le sponsorizzazioni di carattere culturale si affermano in tempi più recenti, come ulteriore strumento per aumentare il valore intangibile dell’impresa consolidandone (lo ripeto) la reputazione e guadagnandole la benevolenza (goodwill) del pubblico.

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L’IEG (International Event Group) di Chicago dice che nel mondo dal 1990 a oggi le sponsorizzazioni non hanno mai smesso di crescere. In Italia, secondo l’ultima edizione che riesco a recuperare dell’indagine “Il futuro della sponsorizzazione” condotta da StageUp e Ipsos, la spesa per le sponsorizzazioni dal 2008 al 2013 si è invece ridotta di un terzo, passando dai 1.795 milioni di euro spesi nel 2008 ai 1.195 spesi nel 2013.
Il settore cultura, arte e spettacolo, che comunque vale solo il 13,3% del totale, appare invece in controtendenza, soprattutto grazie agli sponsor di Expo. E infatti nel 2015 il Padiglione Italia si becca, in sponsorizzazioni, 60 milioni. Non poco.

Ma il caso Settesoli ci dice che, anche per le imprese meglio intenzionate, aiutare la cultura del nostro paese è decisamente più difficile che aiutare il calcio. Vitalba Azzollini, autrice del rapporto Fare cultura è un’impresa, arriva a parlare, nelle conclusioni e dopo 40 pagine di intricati rimandi legislativi, di ipertrofia regolatoria e di approccio normativo ostile.
Forse può aiutare a rendere più facili le cose una recentissima iniziativa dell’Upa (Utenti pubblicitari associati), l‘associazione che dal 1948 raccoglie le aziende che investono in pubblicità in Italia. Mi sembra una buona idea, interessante per molti e utile per il paese. Così vado a farmi spiegare bene di che si tratta dal direttore generale, Giovanna Maggioni.

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È un portale. Si chiama upapelacultura ed è attivo da una ventina di giorni. Ha l’obiettivo di far incontrare in modo semplice e diretto le associazioni e gli enti culturali che cercano sponsorizzazioni e le imprese che potrebbero offrirle, dice Maggioni.

Ecco come funziona: enti e associazioni inseriscono il loro progetto nel portale descrivendolo in una scheda che prevede tutte le informazioni indispensabili. Upa vaglia le proposte, e, se sono convincenti, le pubblica. Ad oggi ne sono già arrivate una cinquantina tra archeologia, architettura, libri, cinema, musica, teatro… sono sia piccoli progetti da 2000 euro, sia grandi iniziative da centinaia di migliaia di euro, che possono avere più di uno sponsor.
Ogni settimana, Upa comunica i nuovi inserimenti alle 400 aziende associate. Così, anche grandi imprese nazionali che hanno specifiche esigenze territoriali possono facilmente entrare in contatto con proposte degne d’attenzione perché affini alle loro strategie di sviluppo, e altrimenti quasi impossibili da intercettare.
E, poiché i progetti vanno presentati con buon anticipo, anche enti ed associazioni si abituano a formulare proposte ben strutturate, in tempi utili e non all’ultimo momento, e a ragionare in termini progettuali.

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L’altra cosa interessante è che in molti casi le aziende possono diventare partner, contribuendo allo sviluppo delle iniziative non solo sotto il profilo economico. Upa sta lavorando con il ministero per estendere anche alle sponsorizzazioni i benefici dell’art bonus, conclude Maggioni.
Mi auguro che molti progetti vengano pubblicati. Che molte aziende trovino quello giusto. E, accidenti, che vengano pubblicati molti più progetti per il sud di quanti non ce ne sono ora.
Così, magari, le iniziative culturali nel nostro paese riescono a procurarsi qualche risorsa in più. Magari le imprese ci prendono gusto. E magari perfino quei cinquantamila euro di Settesoli trovano una collocazione degna. Insomma: passate parola.
Una versione di più breve di questo articolo esce su internazionale.it Se vi è piaciuto potreste leggere anche:
Quanto vale la cultura?
Breve tour guidato (e non noioso) attorno al concetto di cultura

6 Commenti a Sponsor per la cultura: fate girare, intanto

  1. eleonora

    Articolo davvero interessante e ricco di spunti su cui riflettere.
    L’iniziativa “upa per la cultura” propone a mio avviso una soluzione geniale e apparentemente facile. Al punto che quasi si fatica a credere che possa avere successo senza troppi ostacoli legislativi – burocratici.

    Come dici, il mondo culturale ne ha bisogno, le aziende pure. Occorre costruire un ponte solido tra le due realtà. E mi permetto di dire che molti giovani come me non aspettano altro di poter investire la propria carriera in questa direzione.

    Grazie
    Eleonora

     
  2. chiara

    Complimenti
    intelligente la scelta della pubblicazione ed intelligente e ben strutturato l’articolo.

     
  3. Maurizio

    Prova a dire la mia, sperando di non andare fuori tema.
    Sono un assiduo frequentatore di mostre; a queste preferisco i musei permanenti e le pinacoteche delle città, ma… mi adeguo all’offerta. D’altra parte a Milano non possiamo lamentarci.
    Mi è però capitato di visitare “cose” da cattiva impressione.
    Sembravano messe in piedi dal nipote neolaureato-senzalavoro-dell’assessoreTaldeitali.
    Non ho la puzza sotto il naso e nemmeno ce l’ho coi neolaureati (ci mancherebbe, anche perché ce n’è di bravi). Non ho dati sulla questione e forse qualcuno ha esperienze dirette da raccontare.
    Per quel poco che ne so, quei casi (giudicati a pelle) avevano poco a che fare con la cultura.
    Ben venga qualcuno che sappia vagliare i progetti.

     
  4. Claudio Carfora

    Lodevole iniziativa, l’incontro Tra “domanda di visibilita Ed offerta culturale” valorizzata da possibilita’ di Analisi e scelta del Progetto da parte dell’azienda, constituendo Un modo intelligente di pensare agli investimenti culturali, come mezzo propulsivo della Comunicazione Strategica aziendale.
    Utilizzero sicuramente questa piattaforma per valutarne le potenzialita’.
    Buona cultura a tutti
    Claudio

     
  5. Fiorella Palomba
     
  6. Flaminia cardini

    L’idea è fantastica. I potenziali proponenti sono però una categoria molto definita. Non vedo associazioni o altre piccole imprese. Peccato! Magari con il tempo la piattaforma potrà creare contatti tra sponsor e realtà non necessariamente istituzionali impegnate in progetti culturali. C’è bisogno di questo. Innumerevoli progetti faticano a camminare perché le risorse in Italia sono insufficienti o gestite in modo discutibile: bandi scritti in un italiano faticosissimo. Tempi di decisione mai chiari che si dilatano per non parlare poi delle erogazioni…

     

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