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Università americane: tra sogno cinese e "pecore eccellenti"

Le nostre università continuano a sonnecchiare ai medi livelli delle classifiche internazionali (la prima è Bologna, al 182 posto). Ogni tanto, risvegliandosi, fantasticano sul fatto che basti insegnare in inglese per diventare attrattive. Per quanto mi riguarda, continuo a dubitarne).
Intanto, nel mondo la competizione tra gli studenti per aggiudicarsi le opportunità accademiche migliori (qui la classifica internazionale) si fa sempre più accesa, perfino a costo di barare. In Cina e in Corea del Sud, per esempio, gli studenti le provano tutte per far bene il SAT, l’esame i cui punteggi  sono cruciali per l’ingresso nelle università statunitensi. Per dire: ad Harvard, l’università forse più ambita, si entra  con un punteggio SAT di 2225 su 2400: vuol dire appartenere all’1% degli studenti migliori.

Ormai, specie sulla costa occidentale, le università americane arrivano a ospitare anche un 30–40% di studenti asiatici, attratti da uno stile d’insegnamento meno rigido di quello che trovano in patria e dalla possibile interdisciplinarità: negli Stati Uniti chi studia, per esempio, ingegneria come corso “maggiore” può anche seguire corsi “minori” di letteratura, o di economia.
Ma come funziona l’intera faccenda? Visto dall’Italia in processo per entrare nelle università americane può apparire indecifrabile, e si tratta di una faccenda oggettivamente ingarbugliata. Ogni studente può fare domanda d’ingresso presso diverse università. Deve fornire i risultati del SAT reasoning test (l’equivalente americano dell’esame di maturità, che si svolge solo per iscritto, su questionari che testano abilità linguistiche e matematiche a cui si aggiunge un saggio di scrittura. Qui il sito ufficiale).
Poi servono i SAT subject test (opzionali ma consigliati, e su materie specifiche: matematica, biologia, storia, perfino latino), la media dei voti scolastici, lettere di raccomandazione degli insegnanti, credenziali sportive. Bisogna anche scrivere uno o più componimenti (essay).
Tutto va spedito, e senza errori, via web, attraverso un efficientissimo sito che permette di accedere pressoché all’intera offerta accademica americana (idea da copiare anche da noi).
Le università valutano le candidature (application), sia quelle anticipate (early action) che vanno presentate entro il primo novembre, sia quelle regolari (regular decision), che hanno scadenze variabili  ma di norma vanno inviate non oltre la prima quindicina di febbraio. Le risposte arrivano verso aprile.

Gli studenti migliori hanno molte ottime opportunità tra cui scegliere, i peggiori ne hanno poche e scarse.  L’arrivo della lettera che, da Harvard o dal Mit, dice “caro amico, ce l’hai fatta” O “caro amico, sorry ma non c’è trippa per gatti” è un topos della letteratura americana di formazione.
Le università americane sono costose, ma un 40% degli studenti riesce ad accedere a borse di studio. Le migliori accolgono poco meno o poco più del 10% degli studenti che fanno domanda: vuol dire che i ragazzi ambiziosi affrontano una competizione davvero dura.
Attorno all’ammissione universitaria è peraltro fiorita una costosissima industria di consulenza e assistenza: c’è perfino chi, per la modica somma di 14.000 dollari più spese di viaggio, ti manda a casa un angelo custode, pronto a guidarti nella compilazione delle domande.

Un paio di mesi fa ho fatto un giro che mi ha portato a visitare quindici diverse università sparse per gli Stati Uniti. Sono andata da Detroit a Chicago, a Los Angeles e San Francisco, A Durham (North Carolina), a Charlottesvolle (Virginia), a Washington, Philadelphia, Boston. È stato faticoso e interessante.
Ho visto complessi di dimensioni e reputazione grandi come UC Berkeley (36.000 studenti) e minuscoli Liberal Arts College d’eccellenza come Pomona College (1607 studenti) o Swarthmore College (1545 studenti). Le differenze, da una costa all’altra e da una dimensione all’altra, sono ovviamente molte, ma i punti in comune sono più di quanto mi sarei aspettata.
Per esempio, il protocollo delle visite all’università è ampiamente standardizzato: gli studenti e le loro famiglie vengono intruppati in un’ora di presentazione, quasi sempre costituita da un filmato o un powerpoint più un discorso e un tempo per le domande. Il mantra condiviso è “facciamo una valutazione olistica”, nel senso che vengono considerate anche le attività sportive svolte e l’impegno sociale nella comunità di appartenenza dei candidati. Vero, ma fino a un certo punto: i risultati del Sat restano la prima discriminante, eccome. Il resto serve per un’ulteriore scrematura.
La truppa viene poi divisa in gruppetti per il giro del campus e affidata a studenti dell’ultimo anno che, parlando ininterrottamente e camminando all’indietro per un’intera ora (una prestazione sbalorditiva) danno dettagli su edifici e logistiche.

È divertente vedere le famiglie che si presentano quasi tutte vestite alla stessa maniera: c’è la famiglia elegante, quella tutta in calzoncini e ciabatte da spiaggia, quella in jeans… come a rimarcare l’appartenenza del figlio che sta per andarsene di casa. Gli studenti orientali, invece, si spostano in pullman a grossi gruppi quasi esclusivamente maschili, chiassosi e griffati. Organizzare campus tour dedicati a loro è un altro affare redditizio.
Nei campus: gli alloggi per gli studenti sono più che spartani. Gli spazi esterni sono verdi, amplissimi, curati anche nelle strutture pubbliche, meravigliosi in quelle private. Opulente le biblioteche. Tre cose che appaiono strane a uno sguardo italiano: alla Northwestern, l’esplicito divieto di introdurre armi, in aperta polemica con il Secondo emendamento. Molte colonnine antistupro disposte nei punti strategici di quasi tutte le università più grandi. E niente graffiti, mai, da nessuna parte.
Altro dettaglio curioso: per quanto ho visto, di norma e a parte i più recenti, molti edifici delle università del centro-nord rimandano l’architettura anglosassone, e sembra proprio di essere a Oxford  (però a Oxford-Inghilterra c’è il Bridge of Sights, una copia del Ponte dei sospiri). Lo Swarthmore College deraglia e si pavoneggia con una torre (Clothier Hall) che copia i campanili di Notre Dame.
Invece le università californiane evocano l’Italia e il Mediterraneo, in una festa di piazze, fontane, scaloni neoclassici, portici, colonne e cipressi.  All’UCLA c’è perfino una copia di Sant’Ambrogio, grande il doppio dell’autentico (è la Royce Hall): ci hanno girato, in un bel collasso storico-geografico, alcune scene del film Angeli e demoni.
Insomma: quasi quasi vien voglia di tornarsene in Europa a vedere gli originali.

Ma serve davvero darsi da fare e competere coi cinesi per entrare in un’università americana d’eccellenza? La risposta è “sì, ma dipende”. “Sì” perché, almeno in teoria, gli studenti escono con una buona preparazione, con una altrettanto buona (e ugualmente importante) serie di relazioni, con reali prospettive di carriera internazionale. E avendo avuto l’opportunità di cimentarsi in ambiti diversi.
Il “ma dipende” riguarda la componente umana. Anche se ogni tanto se ne dimentica, ciascuno studente resta il vero protagonista della propria formazione: mentre uno studente curioso e intraprendente può trarre il massimo perfino da un contesto non eccelso, uno studente poco motivato, tendente a procrastinare o troppo impaziente guadagna poco anche dall’educazione migliore.
Resta anche il dubbio che i college più esigenti formino, per dirla con William Deresiewicz, “pecore eccellenti”. Difficile affrontare la pressione sulle prestazioni, che è alta. Difficile mantenere uno spirito indipendente e creativo in un sistema così competitivo da apparire “isterico”. Difficile resistere all’alternanza tra “grandiosità e depressione”. Difficile, infine, gestire anche i piccoli fallimenti. E riuscirci conservando una prospettiva realistica e positiva di sé e del proprio futuro. Questa, dopotutto, qualsiasi scelta si faccia, è la cosa che conta davvero.

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6 Commenti a Università americane: tra sogno cinese e “pecore eccellenti”

  1. Benedetta Saglietti

    Un articolo eccellente che condivido in tutto e per tutto. Non sapevo delle “pecore eccellenti”.
    Le università americane non le conosco, ma se penso a quelle tedesche e le comparo con quelle italiane, a volte, mi pare che in Italia si pensi di vincere la guerra a suon di cerbottane.
    Qui qualche dato: 1) su alcune mistificazioni http://www.roars.it/online/universita-miti-leggende-e-realta-collectors-edition/
    2) numero di laureati in Eu + spesa pubblica per istruzione universitaria in Eu
    http://www.roars.it/online/sole-24-ore-laureati-in-aumento-universita-piu-accessibile-davvero/

     
  2. Anna

    Trovo particolarmente difficile abituarmi a un mondo dove per accedere allo studio devi essere il più intelligente, il più creativo, il più di tutto e tutti. Dove per accedere al lavoro devi essere il più intelligente, il più creativo, il più di tutto e tutti. Dove per avere un posto in società devi essere il più intelligente, il più creativo, il più di tutto e tutti, e di qualcun altro. Ma è così difficile pensare che al mondo ci sono persone che hanno intelligenze diverse, creatività diverse, conoscenze diverse. E che accedere allo studio, al lavoro e in qualsiasi altra parte sia un diritto per ogni mente? Alle università preferisco le biblioteche: entro, prendo un libro e lo leggo. E nessuno mi dice che non sono capace di capirlo perché a dei test non ho risposto bene o sono una cattiva persona perché le macchie di Rorschach mi hanno condannato a un profilo che non è mio. Potrà essere vero, ma anche no. E’ per quel no che mi sento di diseredare le grandi scuole, i grandi primati, i grandi risultati. Ma non lo studio o le grandi menti. Alcune di loro, certo, sono uscite da grandi scuole, ma se ne leggo la bio scopro che pochi di quelli che hanno cambiato il mondo eccellevano in tutto. Alcuni mi diranno che sono saccente e non voglio confrontarmi con gli altri. E perché mai, se il confronto mi aiuta a crescere e non a distruggere. Agli esami nessuno mi ha mai chiesto: secondo lei perché? Tutte le domande iniziavano con: mi parli di. Forse rispondere a quel perché? sarebbe stato più divertente, più entusiasmante, più creativo. Ma sembra che avere un’opinione personale su fatti studiati e approfonditi venga visto come pecca e non come possibilità. Questo un test d’ingresso a una facoltà come lo quantifica?

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Anna.
      Il tema della valutazione è complesso. Come si misura che cosa? Quanto e perché misurare? E come comportarsi con ciò che non è misurabile?
      Ne ho parlato in uno dei due post linkati più sopra, intitolato “Creatività, test scolastici e valutazioni fuori di test. Se risali di qualche riga lo trovi.

       
  3. Paolo Nobile

    Molto interessante.
    La domanda che viene posta all’inizio dell’ultima parte del post mi ha spinto a leggere questo articolo su DoppioZero http://www.doppiozero.com/materiali/analisi/ivory-tower-che-cos-e-l-universita
    Anche se per mio figlio è ancora presto, comincio a porre attenzione a determinati aspetti dell’insegnamento e a tentare, per ciò che mi è possibile, di mettere a confronto i due sistemi universitari – italiano e americano – nel tentativo di comprendere quale possa essere meglio per lui (nella speranza che possa essere interessato a proseguire al meglio i suoi studi). Mi spaventa un po’ che “l’esistenza dell’educazione umanistica possa essere minacciata” o che, per dirla con Deresiewicz «Our best universities have forgotten that the reason they exist is to make minds, not careers».

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Paolo.
      Temo che il problema sia esteso all’intero sistema educativo, sia americano sia europeo, a parte lodevoli eccezioni.

      C’è anche qualcosa di peggio, secondo me.

      Invece che formare “minds”, o di produrre “careers”, alcuni pezzi del sistema sembrano avere l’unico obiettivo di produrre “degrees”, a prescindere sia dai percorsi professionali possibili sia, a maggior ragione, dalla formazione di menti capaci di affrontare un futuro tanto interessante quanto pieno di incertezze.

       
  4. Alesatoredivirgole

    Italia e USA insieme per EXPO 2015:

    E’ partito a Febbraio 2015 il primo progetto sperimentale di Technical Communication presso la Civica Scuola Interpreti e Traduttori di Milano coordinato dal Prof. Miles Kimball Ph.D. della Texas Tech University, con il supporto di Vilma Zamboli, Writec.
    Qui ulteriori approfondimenti: http://wp.me/pYL2M-fh

    Maggio 2015 – Il progetto si è concluso:

    Miles Kimball, professore della Texas Tech University che ha coordinato il progetto, si è dimostrato contento e soddisfatto dei risultati finali. Gli studenti, divisi in quattro team, hanno presentato i loro lavori completi di tutti gli studi preparatori e sono ora in attesa di sapere chi sarà il vincitore.

    Vilma Zamboli (www.writec.com) ha seguito e supportato il progetto sin dall’inizio. Dopo aver espresso le sue valutazioni, ha affermato: “non è stato facile stabilire quale fosse il progetto migliore. Ognuno ha punti di forza e aspetti vincenti derivati da uno studio approfondito dell’oggetto e del consumatore”.

    Un esempio riuscito di User&Task Analysis, Document Design e Agile Management unite all’impegno e alla passione di studenti giovani ma talentuosi.

     

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