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Valutare l'informazione in rete tra bufale, bolle e complottismo

Sempre più persone leggono le notizie in rete, ma non sanno valutare l’informazione a cui si espongono. Partiamo da due dati: sei americani su dieci usano Facebook per informarsi. In Italia, Facebook è la seconda fonte d’informazione dopo i tg.

VERO O FALSO? In tempi di post-verità (in tempi, cioè, in cui i fatti oggettivi appaiono meno rilevanti delle opinioni e delle credenze soggettive) il fatto che l’82 per cento degli studenti della scuola secondaria e delle università americane sia incapace di distinguere una notizia vera da una falsa non è, a sua volta, una bella notizia.
Tuttavia questa è una notizia vera. Negli Stati Uniti ancora traumatizzati per la vittoria di Donald Trump l’hanno ripresa testate istituzionali come Newsweek, Fortune e il Wall Street Journal, e testate online assai diffuse presso il pubblico giovane-adulto come Vice  e Mashable.

VALUTARE L’INFORMAZIONE IN RETE. La fonte è l’Università di Stanford, che ha avviato una ricerca intesa a capire quanto i nativi digitali, che pure in rete si trovano perfettamente a loro agio, siano effettivamente in grado di valutare l’informazione che trovano sui social media o attraverso Google.
Bene: i risultati mostrano (cito testualmente) una sconcertante incapacità di ragionare sull’informazione veicolata in rete, di distinguere la pubblicità dalle notizie, di identificare le fonti. La ricerca si è svolta tra il gennaio 2015 e il giugno 2016. Ha coinvolto in 56 diverse prove 7804 studenti di dodici diversi stati, appartenenti sia a scuole secondarie e università di modesta qualità, sia a scuole secondarie e università eccellenti, compresa la stessa Stanford (qui una sintesi e alcuni esempi di test).

COMPETENZE DI BASE: SCARSE. Nella scuola secondaria sono state testate competenze di base, come la capacità di analizzare la home page di un sito (per esempio, Slate). Gli studenti risultano incapaci di valutare l’informazione distinguendo le notizie dai contenuti sponsorizzati, perfino se c’è la scritta “contenuto sponsorizzato”. Riescono a identificare la pubblicità solo se sono ben visibili il logo di un’azienda e un prezzo. Credono che il primo risultato che trovano con Google sia “il più autorevole e affidabile”.
E ancora: si lasciano catturare dalle immagini. E dimenticano di controllare se la fonte è attendibile, o se tra didascalia della foto e contenuto c’è corrispondenza: la foto “scattata a Fukushima l’altro ieri”, è stata davvero scattata lì, e proprio l’altro ieri?

VERIFICA DELLE FONTI: INESISTENTE. Gli studenti universitari non controllano su Google a chi fanno capo siti e pagine per valutare l’informazione e capire se è di parte, e prendono per buone notizie diffuse da imprese e lobbisti. Non vanno a vedere i link con le fonti o i documenti. Su Facebook e Twitter, non distinguono tra pagine ufficiali e verificate (Facebook le identifica con un segno di spunta all’interno di un bollino blu) e pagine false.  Non distinguono tra video giornalistici e video di “brand journalism” (qui un esempio, peraltro molto ben fatto, di collaborazione tra il Guardian e Amazon).

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ALFABETIZZAZIONE DIGITALE. Sarebbe interessante fare la stessa ricerca in Italia. Ma temo che i risultati non sarebbero più confortanti, in un paese che continua, secondo i dati Ocse, ad avere un modesto grado di alfabetizzazione. E che, secondo il recente Digital Economy & Society Index, è al quart’ultimo posto in Europa per alfabetizzazione digitale.
Ho anche il sospetto che la fruizione di notizie dalla rete, che è molto più complessa della fruizione di notizie veicolate dalla tv o dai giornali perché manca la guida offerta dall’impaginazione, sia in sé più ludica, più emotiva, più superficiale, più veloce. Quindi, fatalmente, più acritica. Informarsi è divertente o emozionante, ma valutare l’informazione è una faticaccia.

LETTURA PARZIALE. In rete i lettori dedicano in media 123 secondi a un articolo lungo (long-form: più di mille parole).  E dedicano 53 secondi medi a un articolo breve (short-form: tra le 101 e le 999 parole). Questo dato ci dice che sul web anche testi più complessi e argomentati hanno la loro ragion d’essere.
Ma soprattutto ci dice che gran parte degli articoli, lunghi o brevi che siano, viene letta parzialmente, considerando che un lettore esperto ha comunque bisogno di oltre tre minuti per leggere mille parole, capendo e ricordando qualcosa. Se volete testare la vostra velocità di lettura, provate con questo sito.

BREVE DIGRESSIONE, IN COMPAGNIA DELLA NONNA. Negli anni Sessanta, per le persone più semplici (per esempio, mia nonna) una notizia era sicuramente vera perché “l’aveva detto la televisione”. Anzi, la televisiùn, perché la nonna capiva l’italiano ma parlava solo dialetto. Per le persone più acculturate, una notizia era presumibilmente vera perché era uscita “sui giornali”.
Oggi molti credono che una notizia sia “vera” perché (anzi: proprio perché) “gira in rete”, e non in televisione o sui giornali. C’è un particolare non irrilevante da considerare, però: in precedenza, nel caso di tv e giornali, la prima responsabilità di valutare l’informazione distinguendo tra vero e falso faceva capo al giornalista e alla sua testata. Che, almeno secondo le regole della professione e almeno in teoria, erano tenuti a farsene carico.

valutare l'informazione in rete

NOTIZIE IMPACCHETTATE. Magari le cose cambieranno, ma oggi la responsabilità di distinguere tra vero e falso non fa certo capo a Google e a Facebook, che dicono “non è il nostro mestiere”. The Verge scrive che nella timeline di Facebook o nei feed di Google tutte le storie arrivano impacchettate nella stessa maniera, si tratti di un’inchiesta del Washington Post costata mesi di lavoro o di un clickbait (una pseudo informazione sensazionalistica e acchiappa-clic).
Dunque, ora anche l’onere di discriminare tra vero e falso si disintermedia insieme alla notizia, e finisce direttamente in capo ai navigatori. Che non sempre, e non tutti, hanno voglia, tempo e capacità di distinguere tra notizie che oltretutto, formalmente, si somigliano fra loro.

CHE SUCCEDE SE NON SI SA VALUTARE L’INFORMAZIONE? Se siete arrivati fin qui (e avete già letto ben 967 parole: bravi!) potrebbe esservi venuta voglia di interrogarvi sulle conseguenze dell’incompetenza nel valutare l’informazione. Nel distinguere tra vero e falso. Nel saper scegliere tra le fonti affidabili e quelle che non lo sono. Eccone alcune.

PRIMA CONSEGUENZA: BUFALE PRESE PER BUONE. Quando non si sa come distinguere il vero dal falso, tutto potrebbe essere vero. Le persone continuano a diffondere bufale prendendole per buone, così come hanno cominciato a fare nel (lontanissimo, secondo i tempi della rete) anno 2000, con la storia dei gattini bonsai. Se volete ripercorrerla passo per passo, potete farlo grazie a questo ottimo articolo di Paolo Attivissimo.

SECONDA CONSEGUENZA: STANZE DELL’ECO.  Quando non si sa come distinguere il vero dal falso, viene la tentazione di proteggersi. Ci si chiude di un contesto rassicurante e privo di contraddizioni. Ci si tengono ben strette le proprie narrazioni favorite, rinunciando a valutare l’informazione e e ignorando ogni informazione contrastante. Sono le stanze dell’eco (echo chambers) di cui parla il Washington Post. Sono le bolle di filtraggio (filter bubble) di cui parla Wired.

TERZA CONSEGUENZA: COMPLOTTISMO.  Quando non si sa come distinguere il vero dal falso, tutto potrebbe essere falso. Non resta che andare in cerca di una verità ulteriore, vera proprio in quanto nascosta e nota solo a pochi iniziati. Ed eccoci al complottismo, che può assumere mille forme, dalle più comiche come il messaggio della deputata, poi rettificato, sull’esistenza delle sirene – “perché non ammettere un fatto tanto evidente?”– alle più tragiche, che riguardano vaccini e malattie.
Il complottismo esorcizza la complessità del reale. Rafforza il senso di identità degli individui confermando le loro credenze pregresse e costruendo “nemici” da combattere. Offre un’illusione di controllo fondata su certezze granitiche e ha una componente a suo modo eroica. Tutto questo può essere molto seducente, specie per le persone più disorientate.

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COME RICONOSCERE LE BUFALE. Che fare? Mashable definisce le bufale “i morti viventi del la rete” perché sono impossibili da uccidere. Ed elenca 7 segni (più alcuni altri) che indicano un contenuto probabilmente falso: 1) titoli iperbolici. 2) la dichiarazione che “le vostre preghiere sono state esaudite”. 3) affermazioni urlate, anche attraverso l’uso di caratteri tutti maiuscoli. 4) l’indicazione che “l’articolo originale non è più disponibile”.
E poi: 5) Citazioni impiegate fuori contesto e in modo fuorviante (la frase è stata detta dal soggetto ma in una situazione e con intenti diversi). 6) Citazioni false, o falsamente attribuite.7) foto che mettono intenzionalmente in cattiva luce il soggetto della notizia, o lo imbruttiscono.
Segni ulteriori: titoli fuorvianti rispetto ai contenuti dell’articolo. Linguaggio sciatto. Errori di grammatica. Grafica sommaria. Inserzioni promozionali discutibili.

ALTRE CONTROMISURE. La Repubblica suggerisce una serie di contromisure utili a valutare l’informazione in rete. Elenca i siti antibufala italiani (oltre al blog di Paolo Attivissimo c’è, per esempio, bufale.net, che pubblica anche una sterminata lista nera di false testate giornalistiche, siti di disinformazione medica, scientifica, politica, siti complottisti e altri orrori della rete). Cita alcuni nuovi strumenti per etichettare bufale e siti dubbi. E conclude ricordando la recente inchiesta di BuzzFeed che ha inchiodato il Movimento 5 Stelle alla sua rete di siti redditizi. Grillo sul suo blog ha definito “ridicole” queste accuse e “fake news” l’inchiesta di BuzzFeed.

Siete arrivati anche fin qui (1504 parole), e avete anche seguito qualche link controllando le fonti e approfondendo? Vi siete fatti delle domande formandovi un’opinione consapevole e non necessariamente coincidente con quella dell’autrice dell’articolo? Allora siete dei fenomeni, e con ogni probabilità avete la dotazione di curiosità e pensiero critico oggi indispensabili per navigare in rete. Buona fortuna: datevi da fare per imparare ogni giorno qualcosa di nuovo e capire come va il mondo, e non fatevi fregare.
Le immagini sono dettagli degli scatti del giovane, e bravissimo, Marcus Møller Bitsch. Una versione più breve di questo articolo esce su internazionale.it.

12 Commenti a Valutare l’informazione in rete tra bufale, bolle e complottismo

  1. Giovanni Galetta

    Condivido pienamente e da tempo penso che il perdurare di questo stato di cose porterà all’implosione di internet…ma la materia non è nuova, mi fa pensare infatti alle intercettazioni telefoniche, al “bisognerebbe ucciderla” pronunciato da De Luca e a tanti altri virgolettati dati in pasto all’opinione pubblica, ecco appunto “l’opinione pubblica” il più grande mostro della storia!
    I mafiosi siciliani, vero esempio di cultura rurale ai massimi livelli, hanno da tempo capito che la vera comunicazione è quella fatta coi pizzini.

     
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  4. IgorB

    Aveva ragione Umberto Eco quando sosteneva che la rete mette sullo stesso piano premi Nobel e legioni di imbecilli (chissà se poi l’ha detto davvero…).
    E il complottismo non è altro che la versione moderna della caccia alle streghe: bisogna trovare un capro espiatorio, qualcuno che “ci guadagna”.

    Mi permetto di aggiungere un paio di segnali indicatori di bufala: il contesto temporale non specificato (“l’ha detto ieri il TG1” o “La notizia è di qualche giorno fa” che va sempre bene, anche tra 10 anni) e lo schema ricorrente del ricercatore/giornalista/uomo della strada che da solo ha smascherato un complotto mondiale “di cui nessuno parla” (davvero pensate che se ci fosse un tale complotto quest’uomo potrebbe parlarne così tranquillamente?).

     
  5. Magari

    Ottimo articolo, come sempre.
    Mi permetto di segnalare questo articolo:

    http://noisefromamerika.org/articolo/complottismo-cultura

    pur tra mille difetti, semplificazioni e complicazioni, fa una bella analisi delle teorie del complotto e offre alcuni spunti utili a riconoscere dei temi comuni (anche una parte dell’inquadramento politico di queste teorie, a destra così come a sinistra, è abbastanza initeressante)

    Magari

     
  6. Magari

    Ho trovato uno dei passaggi più significativi:
    “In genere, i complotti hanno tre protagonisti principali, che sembrano toccare nel profondo le ansie delle persone: il denaro (la finanza, le banche, le lobby); l’avvelenamento (mutazione biologica o morale, avvelenamento del cibo, inquinamento dell’aria, disgregazione dei Valori); la sostituzione della realtà con la finzione attraverso una disinformazione organizzata su vasta scala.”
    Sintetico e abbastanza esaustivo. Pollicino in su.

     
  7. Annamaria Testa
     
  8. Fiorella Palomba

    Quando leggo una nota come questa che contiene link di approfondimento lo faccio lentamente e con attenzione. In realtà, volendo commentarla, la rileggo una seconda volta. La seconda lettura, capitalizzando la prima, risulta più approfondita.
    Bene, detto questo desidero focalizzare la mia riflessione sulle ricerca delle fonti.

    Quello delle fonti è un problema antico. Negli anni sessanta e settanta, nella didattica alternativa, era un elemento centrale. Ricordo “I Viaggi di Erodoto”, una rivista di cultura storica edita da Bruno Mondadori dal 1987 al 2001. La direzione di Alberto De Bernardi, il comitato scientifico, tra gli altri, Scipione Guarracino, Antonio Brusa, Marcello Flores. 
    È stata, tra l’altro, un punto di riferimento per l’insegnamento e la ricerca delle fonti *_*

     
  9. Valerio Barba

    Come sempre molto interessante! Complimenti!

     
  10. Rodolfo

    Fake news. È di oggi, sabato 8 Aprile 2017, pubblicata da la Repubblica, Torino cronaca, la notizia che “è di Anna Maria Testa il nuovo logo dei Musei Reali”. Si tratta dei cinque musei torinesi riuniti sotto un nuovo (brutto, ma brutto) logo che, ovviamente, non è stato disegnato da Annamaria Testa, e si vede.

     
    • Annamaria Testa

      Beh, immagino che sia una svista del redattore. E poi, dai, io scrivo, non disegno loghi 😉

       

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