Competenze sociali: a votare da bravi cittadini si impara da piccoli

C’è un legame assai più stretto di quel che si potrebbe immaginare tra voto, idea di cittadinanza, educazione volta a sviluppare le competenze sociali.
Le competenze sociali sono le capacità apprese che stanno alla base dell’intelligenza sociale, e il legame è questo: più i bambini crescono sviluppando buone competenze sociali, più da adulti saranno propensi ad andare a votare. Si tratta di un dato che dovrebbe interessare molti referenti diversi: politici e politologi, genitori ed educatori, istituzioni. E tutti noi come cittadini.

UN LEGAME SORPRENDENTE. Il legame ha sorpreso gli stessi ricercatori ed è stato scoperto per caso, quando John Holbein, un giovane docente di Scienze politiche della BYU (una delle due università dello Utah), si è chiesto se fosse effettivamente possibile incrementare l’affluenza alle urne, che negli Stati Uniti è storicamente bassa.

UNA QUESTIONE IMPORTANTE. Votare è un atto fondamentale della democrazia, dice Holbein, e se ci sono ineguaglianze all’atto del voto, queste si rifletteranno nelle scelte politiche che sono frutto di quel voto. Convinto dell’importanza della questione, e di fronte all’evidenza che invitare gli adulti riottosi ad andare a votare non ha grandi effetti, Holbein si pone due domande: può essere più efficace lavorare in anticipo, sui ragazzini? Se sì, le competenze sociali possono essere rilevanti in termini di sviluppo della propensione al voto?
Così, Holbein va a studiarsi i risultati di un vecchio progetto chiamato Fast Track, inteso a migliorare le competenze sociali dei ragazzini.

MIGLIORARE IL FUTURO. Fast Track parte nel 1992 con l’obiettivo di verificare se è possibile aiutare i bambini (specie quelli a rischio di abbandono scolastico e comportamenti antisociali) e migliorare il loro benessere futuro. A partire dal primo anno delle elementari il progetto coinvolge 891 studenti, su metà dei quali si attuano interventi educativi, mentre l’altra metà non riceve alcun sostegno attivo e funge da gruppo di controllo.
Gli interventi non consistono certo nell’offrire informazioni mnemoniche di educazione civica: per l’intero ciclo della scuola elementare, ai 446 ragazzini coinvolti nel progetto si insegna, sia a scuola sia con interventi extrascolastici, a sviluppare attivamente le competenze sociali, la comunicazione, la comprensione delle emozioni, l’autocontrollo, la capacità di affrontare problemi di tipo relazionale e quella di impegnarsi per ottenere risultati positivi.

L’EFFICACIA DEL PROGETTO. Anni dopo, quando gli scolari crescono e diventano adulti, l’efficacia del progetto risulta evidente: i ragazzini che sono stati seguiti hanno continuato più a lungo gli studi procurandosi poi migliori prospettive di lavoro, hanno migliori relazioni familiari, meno comportamenti a rischio e meno guai con la giustizia. Del resto, i risultati non fanno altro che confermare ciò che una miriade di altri studi afferma: buoni interventi educativi hanno un influsso positivo e misurabile sul futuro.

IL RISULTATO INATTESO. Ma c’è, nei dati che riguardano Fast Track, anche un altro risultato virtuoso, e del tutto inatteso dagli stessi ricercatori: anche se molti anni sono passati dalla conclusione del progetto, i ragazzini che hanno sviluppato migliori competenze sociali vanno a votare con maggior frequenza e costanza dei loro analoghi del gruppo di controllo. L’incremento è rilevante soprattutto tra gli appartenenti alle fasce più povere, storicamente meno propense al voto.
Così (e anche questa è una bella storia) la ricerca svolta dal giovane docente dello Utah finisce anche sulla rivista dell’università di Berkeley, sull’American Political Science Review dell’università di Cambridge e sul Washington Post.

UNA CONQUISTA RECENTE. Tutto ciò ci dice un paio di cosucce interessanti anche per il nostro paese, dove ci stiamo dimenticando che la conquista del diritto al voto per tutti è importante. E che è un fatto recente, recentissimo (una manciata di decenni) per le donne, che accedono al voto per la prima volta solo con le elezioni del 10 marzo 1946. Per i maschi, invece, il diritto universale a votare risale al 1918. In entrambi i casi dopo una guerra, eh.
Alle prime votazioni per la Camera, nel 1948, partecipa un impressionante 92,2 per cento degli elettori. Dunque, in Italia l’astensionismo è un fatto piuttosto nuovo: lo sottolinea un articolo de LInkiesta, a partire del libro di Federico Fornaro esplicitamente intitolato Fuga dalle urne.

A PROPOSITO DI ITALIA. È più che probabile che tra le recenti elezioni e le prossime politiche il dibattito sull’astensionismo si riaccenda. Sarebbe interessante che anche l’intuizione di Holbein, che riguarda il lungo periodo e la promozione delle  competenze sociali, avesse un suo spazio, accanto al consueto campionario delle lamentele sull’inadeguatezza dell’offerta politica e l’insipienza dei partiti. Anche perché, diciamolo, in tutti i mercati, e anche in quello della politica, qualche relazione tra qualità della domanda e qualità dell’offerta c’è.

OSTILI E AGGRESSIVI. Del resto, non sembrerebbe infondata la sensazione che negli ultimi decenni, anche nel nostro paese, la diffusione delle competenze sociali (quella che una volta era offerta dalle famiglie estese, dai legami sociali informali, dagli oratori, dai nonni, dalle reti solidali di vicinato…) abbia lasciato a desiderare.
Infine: il dibattito politico degli ultimi anni ha privilegiato l’ostilità e l’aggressività, più che la ragionevolezza e l’empatia (due cardini delle competenze sociali). Se l’intuizione di Holbein è fondata, anche quest’ultimo fatto potrebbe aver concorso a creare un clima tale da allontanare i cittadini dal voto.

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