O troppo, o troppo poco: perché autovalutarsi è difficile?

Con quanta oggettività e quanta precisione sappiamo valutare noi stessi? Per rispondere decentemente bisognerebbe essere in grado di valutare la propria capacità di autovalutarsi, in un gioco di specchi che fatalmente moltiplica le possibilità di errore.

DUE ERRORI DI AUTOVALUTAZIONE. Eppure la capacità di autovalutarsi è importante: serve a misurare e a orientare gli sforzi, a pianificare il futuro, a porsi obiettivi realistici e a capire se e come li si sta raggiungendo. Mette in gioco autostima, motivazione, senso di identità: tutta roba grossa.

SOVRASTIMARE. Non è sorprendente che il tema dell’autovalutazione interessi molte persone. Fra tutti gli articoli che ho scritto in questi anni, due fra i più letti e condivisi riguardano proprio la doppia faccia dell’errore nell’autovalutarsi. Da una parte c’è l’effetto Dunning Kruger (l’attitudine a sovrastimare le proprie prestazioni e a ignorare la propria incompetenza). 

SOTTOSTIMARE. Dall’altra parte c’è la Sindrome dell’impostore (la simmetrica attitudine a sottostimare le proprie capacità, a sentirsi sempre inadeguati e a temere di essere, prima o poi “smascherati”). 

SOSPETTI MALIZIOSI. Il successo dei due articoli potrebbe alimentare un paio di sospetti maliziosi. Il primo riguarda la benevolenza con cui ciascuno potrebbe tendere a considerare se stesso (sono un genio ma non riesco a convincermene! Tutta colpa della Sindrome dell’impostore, da cui sono certamente affetto). 

GIUDIZI SEVERI. Il secondo sospetto riguarda la severità con cui ciascuno potrebbe tendere a considerare gli altri (quanti presuntuosi incapaci ci sono in giro! Tutta colpa dell’Effetto Dunning Kruger, che si sicuro affligge, ehm, un sacco di persone che mi vengono in mente).

PUNTI CIECHI. Il fatto vero è che autovalutarsi è più difficile che tagliarsi i capelli da soli, e che tutti tendiamo sempre e comunque a essere o troppo fiduciosi o troppo severi. E siamo propensi a sbagliare sia per eccesso, sia per difetto. Insomma: nella nostra autoconsapevolezza ci sono dei punti ciechi.

LA STESSA MEDAGLIA. Ma come si concilia la tendenza a sottostimare le proprie prestazioni con la simmetrica tendenza a sovrastimarle? Dicevo: sono due facce della stessa medaglia. E, in momenti o contesti differenti, o su argomenti diversi, possono perfino essere compresenti nella stessa persona. Di certo, lo sono in un gruppo di persone poste di fronte al medesimo compito (per esempio, un test da fare).

DUE FENOMENI. Proprio di punti ciechi parla David Dunning, lo scopritore dell’effetto Dunning-Kruger, in una bella intervista uscita su Vox. In cima all’intervista, un grafico tratto dalla ricerca originale di Dunning spiega molto chiaramente la compresenza di due fenomeni. 

BLANDO OTTIMISMO. Guardate: mentre i peggiori sovrastimano le proprie prestazioni nel test, i migliori le sottostimano. E tutti quanti tendono ad appiattirsi nelle valutazioni,  considerandosi con blando ottimismo un pochino o abbastanza più bravi della media, ma non di tanto.

La prima regola del club Dunning-Kruger è che nessuno è consapevole di farne parte,specifica Dunning. Si può invece, aggiungo, essere (dolorosamente) consapevoli di far parte del club Sindrome dell’impostore. 

COLPISCE TUTTI. Per questo, fiduciosa che possano realmente servire,  ora vorrei sottoporvi un altro paio di variabili a proposito della Sindrome dell’impostore. Come scrive Time, la Sindrome può colpire tutti: donne e uomini, studenti e professionisti, attori e impiegati… insomma, chiunque non sia in grado di interiorizzare un proprio piccolo o grande successo. 

RICONOSCERSI. Si può stimare che il 70% delle persone abbia sofferto della Sindrome dell’impostore almeno una volta nella sua vita. Ed ecco, alla faccia delle interpretazioni maliziose, il motivo per cui molte persone ci si riconoscono.  

DONO AVVELENATO. Beh, se è così diffusa non è una sindrome, direte voi. Questo è quanto sostiene anche Slate: l’odierna pervasività della Sindrome dell’impostore è un regalo avvelenato del tempo contemporaneo e della pressione al successo. 

INCAPACI DI AUTOVALUTARSI. Ma forse può confortarci il fatto di sapere che perfino ad Albert Einstein è capitato di sentirsi  impostore e inadeguato. E che di recente anche Michelle Obama ha detto di aver costantemente la sensazione di essere presa troppo sul serio.

LE DONNE, PRIMA DI TUTTO. Già che ci siamo, ricordo che le donne in gamba sono particolarmente propense a soffrire della Sindrome dell’impostore. La quale peraltro è stata descritta per la prima volta, nel 1978, proprio in un articolo intitolato The Impostor Phenomenon in High Achieving Women: Dynamics and Therapeutic Intervention, a cura Clance e Imes, ricercatrici dell’università della Georgia. 

10 DOMANDE. Il New York Magazine pubblica un test di dieci domande, che vi aiuta, per quanto è possibile, a valutare se e quanto siete afftti dalla Sindrome dell’impostore. Almeno smettete di dirvelo da soli, e soprattutto evitate di pensare di poter essere impostori (di nuovo gli specchi) anche a proposito della Sindrome dell’impostore.

UN SUGGERIMENTO. Nell’intervista a Vox, Dunning aggiunge un ottimo suggerimento per imparare a fare valutazioni più accurate, non solo sulle nostre prestazioni, ma in generale: ragionare in termini non di certezze, ma di probabilità.

MOLTO BRAVI, PROBABILMENTE. Per esempio, pensare di essere “probabilmente” molto bravi nel fare qualcosa può forse facilitare il negoziato con la Sindrome dell’impostore. E potrebbe perfino aiutare ad accogliere con un bel sorriso tutti quei complimenti di solito sembrano così difficili da gestire.

VIA DAL CLUB. Di sicuro, il suggerimento vale doppiamente nel caso opposto: già considerare la probabilità di essere meno bravi di quanto si è propensi a credere mette al riparo dal ritrovarsi iscritti al club Dunning-Kruger così, senza neanche essersene accorti.

Questo articolo esce anche su internazionale.it. L’immagine è del fotografo Bobby Becker, che lavora a Nashville. Qui la sua pagina su Flickr. Qui un articolo che parla del suo lavoro.

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