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	Commenti a: Anglicismi: accettarli o no? Ecco che ne dice la Treccani	</title>
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	<description>Teorie e pratiche della creatività.</description>
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		Di: Marco La Colla		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco La Colla]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Nov 2016 07:29:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Aggiungerei a quanto dibattuto fino ad adesso, anche la contaminazione che sta avvenendo di alcuni termini italiani il cui significato viene modificato a favore di quello inglese. Alcuni esempi: Introdurre da Introduce, per presentare, implementare da implement per migliorare e via discorrendo. A ciò si aggiunga la moda di utilizzare nomi propri inglesi al posto dei corrispondenti italiani: Thomas, Michael, Simon ecc.ecc. Come difendersi da tutto ciò? Secondo me con l&#039;ironia ed il sarcasmo, prendendo in giro tutti coloro che si riempiono la bocca di inglesismi per sentirsialla moda!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Aggiungerei a quanto dibattuto fino ad adesso, anche la contaminazione che sta avvenendo di alcuni termini italiani il cui significato viene modificato a favore di quello inglese. Alcuni esempi: Introdurre da Introduce, per presentare, implementare da implement per migliorare e via discorrendo. A ciò si aggiunga la moda di utilizzare nomi propri inglesi al posto dei corrispondenti italiani: Thomas, Michael, Simon ecc.ecc. Come difendersi da tutto ciò? Secondo me con l&#8217;ironia ed il sarcasmo, prendendo in giro tutti coloro che si riempiono la bocca di inglesismi per sentirsialla moda!</p>
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		Di: Vittorio Cucchi		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Vittorio Cucchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Apr 2016 07:00:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La discussione e le puntualizzazioni sono sempre buona cosa, specie quanto vengono da &quot;ambienti&quot; come la Treccani e si fondano su competenze come quelle della battagliera Professoressa D&#039;Alessandro. La storia delle lingue è storia di &quot;incroci&quot; complessi e affascinanti, e certo nessuna lingua è un&#039;isola, forse neppure nella sconcertante varietà di Papua e Vanuatu. Ma qui, paradossalmente, non si tratta di essere bravi linguisti, e la conoscenza della storia linguistica, che pure rimane presupposto imprescindibile, non attutisce l&#039;insofferenza verso il dilagare dell&#039;inglesorum / itanglese e mi induce a ribadire con energia motivazioni e finalità condivise nella campagna &quot;Dillo in Italiano&quot;, quanto di più lonttano da ogni intento di &quot;purismo linguistico&quot; evocatore di epoche orribili e da ogni ideologica &quot;contestazione&quot; del ruolo predominante dell&#039;inglese ( lingue e potere...) Insomma, io continuo ad auspicare per ogni professionista e ogni persona colta due essenziali catarreristiche compelmentari: padronanza totale e consapevole dell&#039;italiano senza alcuna tentazione di &quot;ibrido inglese&quot; quando si ragiona seriamente fra italiani, e capacità REALE di utilizzare l&#039;inglese correttamente a livello scritto e parlato ( senza scempi fonetici) come seconda lingua per efficaci &quot;relazioni internazionali&quot; a livello europeo e non solo. Nel mio piccolo continuo a credere in questa prospettiva]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La discussione e le puntualizzazioni sono sempre buona cosa, specie quanto vengono da &#8220;ambienti&#8221; come la Treccani e si fondano su competenze come quelle della battagliera Professoressa D&#8217;Alessandro. La storia delle lingue è storia di &#8220;incroci&#8221; complessi e affascinanti, e certo nessuna lingua è un&#8217;isola, forse neppure nella sconcertante varietà di Papua e Vanuatu. Ma qui, paradossalmente, non si tratta di essere bravi linguisti, e la conoscenza della storia linguistica, che pure rimane presupposto imprescindibile, non attutisce l&#8217;insofferenza verso il dilagare dell&#8217;inglesorum / itanglese e mi induce a ribadire con energia motivazioni e finalità condivise nella campagna &#8220;Dillo in Italiano&#8221;, quanto di più lonttano da ogni intento di &#8220;purismo linguistico&#8221; evocatore di epoche orribili e da ogni ideologica &#8220;contestazione&#8221; del ruolo predominante dell&#8217;inglese ( lingue e potere&#8230;) Insomma, io continuo ad auspicare per ogni professionista e ogni persona colta due essenziali catarreristiche compelmentari: padronanza totale e consapevole dell&#8217;italiano senza alcuna tentazione di &#8220;ibrido inglese&#8221; quando si ragiona seriamente fra italiani, e capacità REALE di utilizzare l&#8217;inglese correttamente a livello scritto e parlato ( senza scempi fonetici) come seconda lingua per efficaci &#8220;relazioni internazionali&#8221; a livello europeo e non solo. Nel mio piccolo continuo a credere in questa prospettiva</p>
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