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	Commenti a: Inglese all&#8217;università: tra sogno e nightmare	</title>
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	<description>Teorie e pratiche della creatività.</description>
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		Di: Utente Anonimo		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Utente Anonimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 13:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Aggiungo ancora una cosa: sta a ciascuno di noi migliorare il proprio curriculum e il modo di presentate il proprio lavoro: in questo senso, la comunicazione è fondamentale, e lo è sapersi esprimere. Chi guarda all&#039;estero, per ragioni personali o professionali, oggi è tenuto a fare uno sforzo linguistico, e l&#039;inglese è la base di questo percorso. Non saperlo, una grave lacuna. Ma la soluzione non è fare passi all&#039;indietro sull&#039;Italiano, lingua da difendere e conoscere. Io vivo fuori dal mondo scientifico, ma so per esperienza (mio padre ha insegnato fisica per 40 anni alla Statale e legge Joyce in inglese) che non si può pensare di farne a meno. Rimbocchiamoci le mani, e incrementiamo la conoscenza, senza dimenticare nemmeno un punto e virgola di quello che è già nostro. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Aggiungo ancora una cosa: sta a ciascuno di noi migliorare il proprio curriculum e il modo di presentate il proprio lavoro: in questo senso, la comunicazione è fondamentale, e lo è sapersi esprimere. Chi guarda all&#8217;estero, per ragioni personali o professionali, oggi è tenuto a fare uno sforzo linguistico, e l&#8217;inglese è la base di questo percorso. Non saperlo, una grave lacuna. Ma la soluzione non è fare passi all&#8217;indietro sull&#8217;Italiano, lingua da difendere e conoscere. Io vivo fuori dal mondo scientifico, ma so per esperienza (mio padre ha insegnato fisica per 40 anni alla Statale e legge Joyce in inglese) che non si può pensare di farne a meno. Rimbocchiamoci le mani, e incrementiamo la conoscenza, senza dimenticare nemmeno un punto e virgola di quello che è già nostro. </p>
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		Di: kewpie		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[kewpie]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 13:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cercherò di essere molto franca.Io penso che questa iniziativa sia importante, perché trasforma in competenza la conoscenza (spesso discutibile e estremamente scolastica degli studenti ) della lingua inglese. Come ricercatrice e come artista mi sono trovata spesso all&#039;estero in circostanze diverse e ho visto le difficoltà di colleghi e amici. Io fortunatamente ho fatto lingue straniere e Accademia di Belle arti, (con un dottorato successivo in retorica) questo mi ha permesso per esempio di frequentare l&#039;Erasmus all&#039;Accademia di Berlino in modo molto attivo perché sapevo l&#039;inglese e il tedesco. Durante numerose conferenze ho potuto confrontarmi in modo proficuo con gruppi di studiosi stranieri, ma ho anche visto molti studiosi con paper molto interessanti, che non riuscivano a discutere liberamente una volta terminata la presentazione. Il modo in cui ti esprimi in lingua inglese (in particolare) con cui ti presenti all&#039;estero diventa, volente o nolente, (a ragione o a torto) parte dell&#039;immagine che dai di te e se la tua competenza è bassa, diventa basso anche il livello di ascolto e di attenzione che ricevi. Dal punto di vista didattico penso che l&#039;approccio universitario debba fare per così dire &quot;la differenza&quot;. Non deve cioè diventare una sorta di Civiltà in lingua inglese o peggio ancora una disciplina insegnata in un inglese stentato. Questo richiede quindi una duplice competenza &quot;reale&quot; del docente che deve sapere bene l&#039;inglese e la disciplina che insegna. Potrà sembrare ovvio, ma nella Scuola Secondaria di Secondo Grado il così detto CLIL (content integrated language learning) sta diventando spesso un ibrido infelice, dove si rischia di non approfondire la lingua e di edulcorare lo studio della disciplina in lingua. Io insegno da alcuni anni &quot;Arte in Inglese&quot; all&#039;Accademia DI Belle Arti e anche &quot;Linguaggio della Pubblicità e copywriting&quot; sia in Italiano che in Inglese. Ho poi insegnato Letteratura Inglese e Tedesca nella Scuola Secondaria di Secondo Grado. Innanzitutto cerco di non adottare le metodologie tradizionali, ma di utilizzare un metodo RETORICO-ARGOMENTATIVO dove fornisco un codice al contempo della disciplina e un linguaggio specifico in lingua inglese, con anche svariati prestiti dal Latino, fornendo un approccio che da un lato favorisce lo studente italiano per tentare di comunicare immediatamente e dall&#039;altro marca lo studio contemporaneo con un legame con la tradizione aristotelica. Va inoltre ovviamente promossa una lezione maggiormente interattiva e partecipativa, che a mio parere può essere applicata anche a classi numerose, nella misura in cui non diventi discussione libera, ma analisi metodologica che fa capo ad un modello applicativo. L&#039;insegnamento dovrebbe fare prevalere ascolto e produzione orale, perché queste competenze sono assolutamente sottovalutate nel percorso scolastico precedente, troppo concentrato all&#039;approccio grammaticale e funzionale, fuori da un contesto patetico e di passioni personali. Le difficoltà indubbiamente ci sono, ma se si creano anche team di ricerca in proposito potrebbe essere una scommessa valida e stimolo sicuro per gli studenti stranieri, che spesso per esempio per quanto riguarda quelli di lingua inglese, sono molto pigri nel valutare lo studio di un&#039;altra lingua, perché ormai viziati dalla estrema diffusione della loro lingua madre. (sempre a ragione o a torto, ma tende ad essere così)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cercherò di essere molto franca.Io penso che questa iniziativa sia importante, perché trasforma in competenza la conoscenza (spesso discutibile e estremamente scolastica degli studenti ) della lingua inglese. Come ricercatrice e come artista mi sono trovata spesso all&#8217;estero in circostanze diverse e ho visto le difficoltà di colleghi e amici. Io fortunatamente ho fatto lingue straniere e Accademia di Belle arti, (con un dottorato successivo in retorica) questo mi ha permesso per esempio di frequentare l&#8217;Erasmus all&#8217;Accademia di Berlino in modo molto attivo perché sapevo l&#8217;inglese e il tedesco. Durante numerose conferenze ho potuto confrontarmi in modo proficuo con gruppi di studiosi stranieri, ma ho anche visto molti studiosi con paper molto interessanti, che non riuscivano a discutere liberamente una volta terminata la presentazione. Il modo in cui ti esprimi in lingua inglese (in particolare) con cui ti presenti all&#8217;estero diventa, volente o nolente, (a ragione o a torto) parte dell&#8217;immagine che dai di te e se la tua competenza è bassa, diventa basso anche il livello di ascolto e di attenzione che ricevi. Dal punto di vista didattico penso che l&#8217;approccio universitario debba fare per così dire &#8220;la differenza&#8221;. Non deve cioè diventare una sorta di Civiltà in lingua inglese o peggio ancora una disciplina insegnata in un inglese stentato. Questo richiede quindi una duplice competenza &#8220;reale&#8221; del docente che deve sapere bene l&#8217;inglese e la disciplina che insegna. Potrà sembrare ovvio, ma nella Scuola Secondaria di Secondo Grado il così detto CLIL (content integrated language learning) sta diventando spesso un ibrido infelice, dove si rischia di non approfondire la lingua e di edulcorare lo studio della disciplina in lingua. Io insegno da alcuni anni &#8220;Arte in Inglese&#8221; all&#8217;Accademia DI Belle Arti e anche &#8220;Linguaggio della Pubblicità e copywriting&#8221; sia in Italiano che in Inglese. Ho poi insegnato Letteratura Inglese e Tedesca nella Scuola Secondaria di Secondo Grado. Innanzitutto cerco di non adottare le metodologie tradizionali, ma di utilizzare un metodo RETORICO-ARGOMENTATIVO dove fornisco un codice al contempo della disciplina e un linguaggio specifico in lingua inglese, con anche svariati prestiti dal Latino, fornendo un approccio che da un lato favorisce lo studente italiano per tentare di comunicare immediatamente e dall&#8217;altro marca lo studio contemporaneo con un legame con la tradizione aristotelica. Va inoltre ovviamente promossa una lezione maggiormente interattiva e partecipativa, che a mio parere può essere applicata anche a classi numerose, nella misura in cui non diventi discussione libera, ma analisi metodologica che fa capo ad un modello applicativo. L&#8217;insegnamento dovrebbe fare prevalere ascolto e produzione orale, perché queste competenze sono assolutamente sottovalutate nel percorso scolastico precedente, troppo concentrato all&#8217;approccio grammaticale e funzionale, fuori da un contesto patetico e di passioni personali. Le difficoltà indubbiamente ci sono, ma se si creano anche team di ricerca in proposito potrebbe essere una scommessa valida e stimolo sicuro per gli studenti stranieri, che spesso per esempio per quanto riguarda quelli di lingua inglese, sono molto pigri nel valutare lo studio di un&#8217;altra lingua, perché ormai viziati dalla estrema diffusione della loro lingua madre. (sempre a ragione o a torto, ma tende ad essere così)</p>
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		Di: TheComma		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[TheComma]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 13:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ciao Anna sono laureata in italia da cittadina croata. vantaggio: più largo ventaglio di informazioni, maggiore possibilità di scelta, scambio culturale svantaggi: solo 1 - impiegavo maggior tempo nello studio E oggi...Politecnico dispone di tecnologia avanzata...come la propria rete WiFi. In questo modo diventa facile applicare la traduzione simultanea.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciao Anna sono laureata in italia da cittadina croata. vantaggio: più largo ventaglio di informazioni, maggiore possibilità di scelta, scambio culturale svantaggi: solo 1 &#8211; impiegavo maggior tempo nello studio E oggi&#8230;Politecnico dispone di tecnologia avanzata&#8230;come la propria rete WiFi. In questo modo diventa facile applicare la traduzione simultanea.</p>
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		Di: pecora		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[pecora]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 13:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[aggiungo che, chiaramente, è un peccato inutile per la lingua italiana. Ci sono tanti modi per migliorare il livello di inglese della media degli studenti e altrettanti per attirare stranieri nei nostri atenei. La castrazione linguistica non mi sembra uno di quelli. Guardiamo i Francesi come proteggono la loro lingua, eppure quelli che lavorano in ambiti internazionali spesso parlano molto meglio dei luoghi comuni... Credo che chi va in un paese a studiare lo faccia anche per interesse personale verso la cultura di quel posto. A questa stregua si fa prima ad andare in un paese anglofono.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>aggiungo che, chiaramente, è un peccato inutile per la lingua italiana. Ci sono tanti modi per migliorare il livello di inglese della media degli studenti e altrettanti per attirare stranieri nei nostri atenei. La castrazione linguistica non mi sembra uno di quelli. Guardiamo i Francesi come proteggono la loro lingua, eppure quelli che lavorano in ambiti internazionali spesso parlano molto meglio dei luoghi comuni&#8230; Credo che chi va in un paese a studiare lo faccia anche per interesse personale verso la cultura di quel posto. A questa stregua si fa prima ad andare in un paese anglofono.</p>
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		Di: pecora		</title>
		<link>https://nuovoeutile.it/inglese-alluniversita-tra-sogno-e-nightmare/#comment-5274</link>

		<dc:creator><![CDATA[pecora]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 13:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Che cosa stupida. il mondo scientifico parla già inglese e chi non lo conosce è tagliato fuori da tutte le competizioni più interessanti. Migliorassero le possibilità di fare ricerca, fondi, strumentazioni, forse attrarrebbero qualche cervello. I cervelli, in quanto tali, non sono stupidi e se ne vanno all&#039;estero per mille motivi, non certo perché le lezioni sono in italiano. (E cominciamo a fare un po&#039; di cinema in lingua, che quello sì, dà molto fastidio agli stranieri: non trovare una scelta di film in lingua originale).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa stupida. il mondo scientifico parla già inglese e chi non lo conosce è tagliato fuori da tutte le competizioni più interessanti. Migliorassero le possibilità di fare ricerca, fondi, strumentazioni, forse attrarrebbero qualche cervello. I cervelli, in quanto tali, non sono stupidi e se ne vanno all&#8217;estero per mille motivi, non certo perché le lezioni sono in italiano. (E cominciamo a fare un po&#8217; di cinema in lingua, che quello sì, dà molto fastidio agli stranieri: non trovare una scelta di film in lingua originale).</p>
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		Di: Utente Anonimo		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Utente Anonimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 13:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Perfetta e di senso molto pratico la disamina che condivido appieno. Lavoro e ho lavorato utilizzando la lingua inglese (che conosco piuttosto bene) soprattutto in aree dell&#039;Europa centrosettentrionale e ho testato quotidianamente i disguidi linguistici di cui Annamaria parla. Non infrequenti le ripercussioni sul lavoro che fra italiani, svedesi, polacchi e tedeschi cercavamo di affrontare. I tempi si allungano un po&#039;, la fatica mentale è maggiore e, se si è persone responsabilmente applicate al lavoro dato, si tende a perdere un po&#039; in sicurezza, problema abbastanza comune. E&#039; comunque arricchente perchè si è costretti ad attivare attitudioni cognitive e comunicative diverse . La lingua inglese resta per me la seconda lingua: utile in caso di necessità, di aggiornamenti professionali e di &quot;esportazione&quot; del mio lavoro. In Italia l&#039;italiano, le altre lingue (inglese in testa) per l&#039;affiancamento complementare. Sandra Lasagni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Perfetta e di senso molto pratico la disamina che condivido appieno. Lavoro e ho lavorato utilizzando la lingua inglese (che conosco piuttosto bene) soprattutto in aree dell&#8217;Europa centrosettentrionale e ho testato quotidianamente i disguidi linguistici di cui Annamaria parla. Non infrequenti le ripercussioni sul lavoro che fra italiani, svedesi, polacchi e tedeschi cercavamo di affrontare. I tempi si allungano un po&#8217;, la fatica mentale è maggiore e, se si è persone responsabilmente applicate al lavoro dato, si tende a perdere un po&#8217; in sicurezza, problema abbastanza comune. E&#8217; comunque arricchente perchè si è costretti ad attivare attitudioni cognitive e comunicative diverse . La lingua inglese resta per me la seconda lingua: utile in caso di necessità, di aggiornamenti professionali e di &#8220;esportazione&#8221; del mio lavoro. In Italia l&#8217;italiano, le altre lingue (inglese in testa) per l&#8217;affiancamento complementare. Sandra Lasagni</p>
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		Di: zadig		</title>
		<link>https://nuovoeutile.it/inglese-alluniversita-tra-sogno-e-nightmare/#comment-5272</link>

		<dc:creator><![CDATA[zadig]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 13:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Salve, ho insegnato italiano in Germania ad Amburgo e Berlino...i congiuntivi li dovevo spiegare in tedesco, portavo testi di Natalia Ginzburg e Dario Fo, ma anche fumetti dove l&#039;immagine e le parole aiutavano gli studenti e rendevano la lezione più &quot;leggera&quot;. Mi sono molto divertita, lo rifarei.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Salve, ho insegnato italiano in Germania ad Amburgo e Berlino&#8230;i congiuntivi li dovevo spiegare in tedesco, portavo testi di Natalia Ginzburg e Dario Fo, ma anche fumetti dove l&#8217;immagine e le parole aiutavano gli studenti e rendevano la lezione più &#8220;leggera&#8221;. Mi sono molto divertita, lo rifarei.</p>
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		Di: Utente Anonimo		</title>
		<link>https://nuovoeutile.it/inglese-alluniversita-tra-sogno-e-nightmare/#comment-5271</link>

		<dc:creator><![CDATA[Utente Anonimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 13:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La diffusione dell&#039;inglese è un&#039;arma a doppio taglio. Da un lato unifica i significati ad un unico codice, dall&#039;altro ne distrugge moltissimi alti, comprese le sfumature. Giusto utilizzarlo a livello di studio/professione come lingua franca, sbagliato, secondo me, implementarlo nel tessuto sociale prescindendo la tradizione (come quella italiana, ricca di sfumature,concetti,significati delicatissimi) del paese. Dall&#039;altro lato, gli inglesi non possono più dire di avere una radice linguistica univoca, non possono più raccontarsi attraverso il modo in cui parlano. L&#039;altra faccia del colonialismo linguistico ;) Nicolò]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La diffusione dell&#8217;inglese è un&#8217;arma a doppio taglio. Da un lato unifica i significati ad un unico codice, dall&#8217;altro ne distrugge moltissimi alti, comprese le sfumature. Giusto utilizzarlo a livello di studio/professione come lingua franca, sbagliato, secondo me, implementarlo nel tessuto sociale prescindendo la tradizione (come quella italiana, ricca di sfumature,concetti,significati delicatissimi) del paese. Dall&#8217;altro lato, gli inglesi non possono più dire di avere una radice linguistica univoca, non possono più raccontarsi attraverso il modo in cui parlano. L&#8217;altra faccia del colonialismo linguistico 😉 Nicolò</p>
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		<title>
		Di: Wallysuper		</title>
		<link>https://nuovoeutile.it/inglese-alluniversita-tra-sogno-e-nightmare/#comment-5270</link>

		<dc:creator><![CDATA[Wallysuper]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 13:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Annamaria, nella nostra carriera siamo stati in multinazionali dove la lingua madre era l&#039;Inglese.Era assolutamente naturale e necessario parlare e scrivere bene l&#039;Inglese per lavorare con successo, a volte anche per sopravvivere . Ma non per questo parlavamo Inglese tutti i giorni con i nostri colleghi italiani, pur sapendo che in molti casi avremmo potuto farlo. Se qualcuno l&#039;avesse imposto, lo avremmo considerato un arrogante idiota. Tutto qui: l&#039;obbligo generalizzato a parlare Inglese podurrebbe più disagi e svantaggi che benefici dal punto di vista pratico, senza considerare l&#039;impatto culturale e di immagine per la nostra Università (ce lo immaginiamo un rettore di un università Francese che fa la stessa proposta?)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Annamaria, nella nostra carriera siamo stati in multinazionali dove la lingua madre era l&#8217;Inglese.Era assolutamente naturale e necessario parlare e scrivere bene l&#8217;Inglese per lavorare con successo, a volte anche per sopravvivere . Ma non per questo parlavamo Inglese tutti i giorni con i nostri colleghi italiani, pur sapendo che in molti casi avremmo potuto farlo. Se qualcuno l&#8217;avesse imposto, lo avremmo considerato un arrogante idiota. Tutto qui: l&#8217;obbligo generalizzato a parlare Inglese podurrebbe più disagi e svantaggi che benefici dal punto di vista pratico, senza considerare l&#8217;impatto culturale e di immagine per la nostra Università (ce lo immaginiamo un rettore di un università Francese che fa la stessa proposta?)</p>
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		<item>
		<title>
		Di: barbara		</title>
		<link>https://nuovoeutile.it/inglese-alluniversita-tra-sogno-e-nightmare/#comment-5269</link>

		<dc:creator><![CDATA[barbara]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 13:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Salve a tutti/e, Sono d’accordissimo con le perplessità espresse in questo articolo e anche negli ottimi commenti. In ogni paese non anglofono è necessario che l’inglese conviva con la lingua del posto senza minarne il primato, che secondo me è essenziale. L’inglese all’università è un ponte verso altre realtà, ma l’italiano è la riva su cui poggia il ponte. Io mi sono laureata in Lingue e Letterature Straniere a Ca’ Foscari nel 1997 scrivendo, come era d’obbligo allora, la tesi di laurea in inglese (se mi fossi laureata in russo l’avrei dovuta scrivere in russo). Pur parlando bene l’inglese, scrivere la tesi in lingua straniera mi diede la sgadevole sensazione di indossare una maschera. L’argomento era storico, tutte le fonti settecentesche che citavo erano per forza in italiano (gazzette e periodici), e il risultato fu una specie di patchwork italiano-inglese dall’aspetto inesorabilmente posticcio. Per non parlare della lingua straniera come alibi: se il pensiero non risultava abbastanza lucido o incisivo o audace potevo sempre dare la colpa all’inglese. Il mio relatore (ordinario di storia) parlava inglese molto peggio di me, e la discussione si tenne comunque in italiano. Un esperimento interessante mi pare quello intentato qui a Venezia con la Venice International University: un consorzio di università di tutto il mondo (http://www.univiu.org/about-viu/viu-members), tra cui le due veneziane e alcune altre italiane, che offre solo corsi in inglese ma si affianca all’offerta in italiano, non si sostituisce ad essa. La VIU ha un suo campus dove si svolgono tutte le lezioni in inglese, gli studenti sono incoraggiati a partecipare ai corsi tenuti anche da docenti di altri atenei membri, i crediti così maturati sono cumulabili con quelli “normali”, ma la scelta è totalmente facoltativa, rappresenta cioè un’opportunità in più, non un obbligo. Lo stesso vale per i docenti: possono tenere corsi alla VIU, ma non sono obbligati a farlo. Io non ne ho avuto esperienza diretta, ma vista da fuori mi pare una bella iniziativa. Barbara ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Salve a tutti/e, Sono d’accordissimo con le perplessità espresse in questo articolo e anche negli ottimi commenti. In ogni paese non anglofono è necessario che l’inglese conviva con la lingua del posto senza minarne il primato, che secondo me è essenziale. L’inglese all’università è un ponte verso altre realtà, ma l’italiano è la riva su cui poggia il ponte. Io mi sono laureata in Lingue e Letterature Straniere a Ca’ Foscari nel 1997 scrivendo, come era d’obbligo allora, la tesi di laurea in inglese (se mi fossi laureata in russo l’avrei dovuta scrivere in russo). Pur parlando bene l’inglese, scrivere la tesi in lingua straniera mi diede la sgadevole sensazione di indossare una maschera. L’argomento era storico, tutte le fonti settecentesche che citavo erano per forza in italiano (gazzette e periodici), e il risultato fu una specie di patchwork italiano-inglese dall’aspetto inesorabilmente posticcio. Per non parlare della lingua straniera come alibi: se il pensiero non risultava abbastanza lucido o incisivo o audace potevo sempre dare la colpa all’inglese. Il mio relatore (ordinario di storia) parlava inglese molto peggio di me, e la discussione si tenne comunque in italiano. Un esperimento interessante mi pare quello intentato qui a Venezia con la Venice International University: un consorzio di università di tutto il mondo (<a href="http://www.univiu.org/about-viu/viu-members" rel="nofollow ugc">http://www.univiu.org/about-viu/viu-members</a>), tra cui le due veneziane e alcune altre italiane, che offre solo corsi in inglese ma si affianca all’offerta in italiano, non si sostituisce ad essa. La VIU ha un suo campus dove si svolgono tutte le lezioni in inglese, gli studenti sono incoraggiati a partecipare ai corsi tenuti anche da docenti di altri atenei membri, i crediti così maturati sono cumulabili con quelli “normali”, ma la scelta è totalmente facoltativa, rappresenta cioè un’opportunità in più, non un obbligo. Lo stesso vale per i docenti: possono tenere corsi alla VIU, ma non sono obbligati a farlo. Io non ne ho avuto esperienza diretta, ma vista da fuori mi pare una bella iniziativa. Barbara </p>
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		<title>
		Di: Triskeles		</title>
		<link>https://nuovoeutile.it/inglese-alluniversita-tra-sogno-e-nightmare/#comment-5268</link>

		<dc:creator><![CDATA[Triskeles]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 13:25:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://ita_inglese_obbligatorio_universita.html#comment-5268</guid>

					<description><![CDATA[Condivido ogni singola riga dell&#039;articolo (come di tutti quelli di questo eccezionale sito) e mi fa piacere poter aggiungere la mia esperienza. Sono una docente di Disegno e Storia dell&#039;arte e ho partecipato ad una sperimentazione CLIL (Content and Language Integrated Learning) promossa dall&#039;Ufficio scolastico regionale della Sicilia, lo scorso anno scolastico. Ho insegnato storia dell&#039;arte in inglese (in particolare ho scelto Leonardo e Michelangelo perché erano argomenti del programma) per un modulo di 10 ore agli studenti di una terza classe di Liceo scientifico. Dopo questa esperienza posso dire che trovo queste attività delle vere e proprie aberrazioni. I motivi sono di varia natura, primo tra tutti la forzatura ingiustificabile nel proporre percorsi (già difficili in italiano) in una lingua che gli studenti padroneggiano poco e che io stessa ho difficoltà ad utilizzare fluentemente come un&#039;attività di insegnamento richiederebbe. Ma non perché non conosca bene l&#039;inglese ma per il fatto che spiegare la &quot;linea serpentinata&quot; delle figure di Michelangelo è particolarmente arduo in italiano, figuriamoci in inglese dove non esiste neanche la traduzione di questa espressione! E poi perché mai gli studenti dovrebbero conoscere autori e stili prettamente italiani in inglese??? Magari poteva avere senso occuparsi di pop-art o di altre correnti americane o inglesi ma essendo la pop-art nel programma di quinta non mi è sembrato opportuno fare strani esperimenti con studenti con dovevano affrontare l&#039;esame di stato in italiano... E poi quale livello di inglese utilizzare? All&#039;interno di una classe le capacità degli studenti possono essere molto diverse... usare un inglese di base significa banalizzare i concetti (come poi, purtroppo, è avvenuto), usare un linguaggio complesso significa escludere dalla comprensione 3/4 della classe. Inoltre non esistono materiali pronti sul web, né libri di testo, quindi il docente deve farsi carico di un lavoro enorme di redazione di presentazioni, verifiche, dispense e quant&#039;altro senza, per altro, alcuna incentivazione economica... Gran parte della lezione diventava un lavoro di memorizzazione del nuovo glossario relativo alla pittura, alla scultura e all&#039;architettura, togliendo molto tempo all&#039;analisi delle opere vere e proprie. Allora mi domando: ha senso cercare di insegnare contemporaneamente inglese e storia dell&#039;arte o forse ne risultano svantaggiate entrambe le discipline? Faccio presente che la riforma Gelmini (che prevede lo studio di una disciplina del quinto anno di Liceo in lingua straniera) non prevede compresenza con gli insegnanti di lingua quindi tutto è affidato alle competenze di un docente che ha sempre insegnato altro e che, malgrado certificazioni varie, non avrà mai (a parte poche eccezioni) la scioltezza e il vocabolario di un insegnante di inglese! Insomma, proposta bocciata anche per le scuole superiori. Emanuela]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Condivido ogni singola riga dell&#8217;articolo (come di tutti quelli di questo eccezionale sito) e mi fa piacere poter aggiungere la mia esperienza. Sono una docente di Disegno e Storia dell&#8217;arte e ho partecipato ad una sperimentazione CLIL (Content and Language Integrated Learning) promossa dall&#8217;Ufficio scolastico regionale della Sicilia, lo scorso anno scolastico. Ho insegnato storia dell&#8217;arte in inglese (in particolare ho scelto Leonardo e Michelangelo perché erano argomenti del programma) per un modulo di 10 ore agli studenti di una terza classe di Liceo scientifico. Dopo questa esperienza posso dire che trovo queste attività delle vere e proprie aberrazioni. I motivi sono di varia natura, primo tra tutti la forzatura ingiustificabile nel proporre percorsi (già difficili in italiano) in una lingua che gli studenti padroneggiano poco e che io stessa ho difficoltà ad utilizzare fluentemente come un&#8217;attività di insegnamento richiederebbe. Ma non perché non conosca bene l&#8217;inglese ma per il fatto che spiegare la &#8220;linea serpentinata&#8221; delle figure di Michelangelo è particolarmente arduo in italiano, figuriamoci in inglese dove non esiste neanche la traduzione di questa espressione! E poi perché mai gli studenti dovrebbero conoscere autori e stili prettamente italiani in inglese??? Magari poteva avere senso occuparsi di pop-art o di altre correnti americane o inglesi ma essendo la pop-art nel programma di quinta non mi è sembrato opportuno fare strani esperimenti con studenti con dovevano affrontare l&#8217;esame di stato in italiano&#8230; E poi quale livello di inglese utilizzare? All&#8217;interno di una classe le capacità degli studenti possono essere molto diverse&#8230; usare un inglese di base significa banalizzare i concetti (come poi, purtroppo, è avvenuto), usare un linguaggio complesso significa escludere dalla comprensione 3/4 della classe. Inoltre non esistono materiali pronti sul web, né libri di testo, quindi il docente deve farsi carico di un lavoro enorme di redazione di presentazioni, verifiche, dispense e quant&#8217;altro senza, per altro, alcuna incentivazione economica&#8230; Gran parte della lezione diventava un lavoro di memorizzazione del nuovo glossario relativo alla pittura, alla scultura e all&#8217;architettura, togliendo molto tempo all&#8217;analisi delle opere vere e proprie. Allora mi domando: ha senso cercare di insegnare contemporaneamente inglese e storia dell&#8217;arte o forse ne risultano svantaggiate entrambe le discipline? Faccio presente che la riforma Gelmini (che prevede lo studio di una disciplina del quinto anno di Liceo in lingua straniera) non prevede compresenza con gli insegnanti di lingua quindi tutto è affidato alle competenze di un docente che ha sempre insegnato altro e che, malgrado certificazioni varie, non avrà mai (a parte poche eccezioni) la scioltezza e il vocabolario di un insegnante di inglese! Insomma, proposta bocciata anche per le scuole superiori. Emanuela</p>
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		<title>
		Di: Utente Anonimo		</title>
		<link>https://nuovoeutile.it/inglese-alluniversita-tra-sogno-e-nightmare/#comment-5267</link>

		<dc:creator><![CDATA[Utente Anonimo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 13:25:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://ita_inglese_obbligatorio_universita.html#comment-5267</guid>

					<description><![CDATA[Salve Annamaria, la mia esperienza è questa: ho iniziato l&#039;alfabetizzazione in inglese all&#039;asilo e alle elementari, facendo qualche ora a settimana di lingua e (ero a scuola privata). Ci insegnavano i numeri, le lettere, un po&#039; di vocabolario, poche regole grammaticali. Alle medie sono andata alla scuola pubblica, ho seguito le ore di inglese come previste dall&#039;istruzione statale. Al liceo scientifico statale ho avuto la fortuna di avere una insegnate molto brava e creativa che mi ha trasmesso l&#039;amore per la letteratura inglese. In quegli anni ho avuto modo di frequentare degli americani a Tirrenia (c&#039;è una base americana) al mare. L&#039;amore trasmessomi dall&#039;insegnate e la pratica fatta sul campo mi ha permesso di fare un salto di qualità notevole, consentendomi di poter parlare e ascoltare in inglese e in americano in modo sciolto. Aggiungo un&#039;ulteriore fortuna famigliare: il marito di mia cugina è olandese, lo conosco dagli anni 90 e abbiamo passato diverse vacanze insieme parlando, agli inizi, solo in inglese. Durante l&#039;università ho dato l&#039;esame obbligatorio di inglese (Economia e Commercio alla Sapienza) e ho spesso studiato su testi in inglese. Subito dopo la laurea ho deciso di prepararmi per il First Certificate di Cambridge: da ottobre a maggio ho fatto lezione 1:1 con diversi insegnanti madrelingua a Roma. Ho passato l&#039;esame con B. Dal 1997 lavoro in ambito informatico, mi occupo di sistemi informativi. Ho partecipato a diversi progetti internazionali in cui la lingua ufficiale era l&#039;inglese, con colleghi provenienti da tutto il mondo. L&#039;inglese tecnico è per certi versi più semplice di quello comune, perchè i termini e i modi di dire sono ben definiti e il vocabolario è relativamente più ristretto. Tengo corsi di formazione, riunioni, presentazioni, conference call, in inglese. Attualmente lavoro in una struttura globale, la lingua ufficiale è inglese. Seguo giornalmente conference call in lingua, scrivo documenti in lingua, partecipo a riunioni in lingua, faccio presentazioni in lingua, partecipo ad eventi aziendali (ufficiali e non) in lingua. La morale di tutto questo per me è la seguente: una solida base in termini di grammatica, sintassi e vocabolario è fondamentale. L&#039;esercizio, dato da relazioni personali e lavorative aiuta decisamente sia a mantenere la preparazione che ad imparare qualche termine in più. Lo svantaggio: pur parlando quotidianamente in inglese, oggi sento il bisogno di ampliare il vocabolario e di rispolverare un po&#039; di regole. Parlare in inglese mi fa sentire più vicina al resto del mondo, capace di farmi capire e di comprendere. Mi permette di cogliere le sfumature, di allargare la mia mente e tenere in esercizio la mia flessibilità, di allenare la tolleranza. Mi permette anche di sorridere nel notare la differenza tra scrivere, ad esempio, un documento in italiano e farne la traduzione in inglese: spesso quello in inglese risulta più corto. Emanuela]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Salve Annamaria, la mia esperienza è questa: ho iniziato l&#8217;alfabetizzazione in inglese all&#8217;asilo e alle elementari, facendo qualche ora a settimana di lingua e (ero a scuola privata). Ci insegnavano i numeri, le lettere, un po&#8217; di vocabolario, poche regole grammaticali. Alle medie sono andata alla scuola pubblica, ho seguito le ore di inglese come previste dall&#8217;istruzione statale. Al liceo scientifico statale ho avuto la fortuna di avere una insegnate molto brava e creativa che mi ha trasmesso l&#8217;amore per la letteratura inglese. In quegli anni ho avuto modo di frequentare degli americani a Tirrenia (c&#8217;è una base americana) al mare. L&#8217;amore trasmessomi dall&#8217;insegnate e la pratica fatta sul campo mi ha permesso di fare un salto di qualità notevole, consentendomi di poter parlare e ascoltare in inglese e in americano in modo sciolto. Aggiungo un&#8217;ulteriore fortuna famigliare: il marito di mia cugina è olandese, lo conosco dagli anni 90 e abbiamo passato diverse vacanze insieme parlando, agli inizi, solo in inglese. Durante l&#8217;università ho dato l&#8217;esame obbligatorio di inglese (Economia e Commercio alla Sapienza) e ho spesso studiato su testi in inglese. Subito dopo la laurea ho deciso di prepararmi per il First Certificate di Cambridge: da ottobre a maggio ho fatto lezione 1:1 con diversi insegnanti madrelingua a Roma. Ho passato l&#8217;esame con B. Dal 1997 lavoro in ambito informatico, mi occupo di sistemi informativi. Ho partecipato a diversi progetti internazionali in cui la lingua ufficiale era l&#8217;inglese, con colleghi provenienti da tutto il mondo. L&#8217;inglese tecnico è per certi versi più semplice di quello comune, perchè i termini e i modi di dire sono ben definiti e il vocabolario è relativamente più ristretto. Tengo corsi di formazione, riunioni, presentazioni, conference call, in inglese. Attualmente lavoro in una struttura globale, la lingua ufficiale è inglese. Seguo giornalmente conference call in lingua, scrivo documenti in lingua, partecipo a riunioni in lingua, faccio presentazioni in lingua, partecipo ad eventi aziendali (ufficiali e non) in lingua. La morale di tutto questo per me è la seguente: una solida base in termini di grammatica, sintassi e vocabolario è fondamentale. L&#8217;esercizio, dato da relazioni personali e lavorative aiuta decisamente sia a mantenere la preparazione che ad imparare qualche termine in più. Lo svantaggio: pur parlando quotidianamente in inglese, oggi sento il bisogno di ampliare il vocabolario e di rispolverare un po&#8217; di regole. Parlare in inglese mi fa sentire più vicina al resto del mondo, capace di farmi capire e di comprendere. Mi permette di cogliere le sfumature, di allargare la mia mente e tenere in esercizio la mia flessibilità, di allenare la tolleranza. Mi permette anche di sorridere nel notare la differenza tra scrivere, ad esempio, un documento in italiano e farne la traduzione in inglese: spesso quello in inglese risulta più corto. Emanuela</p>
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		<title>
		Di: lastanzabianca		</title>
		<link>https://nuovoeutile.it/inglese-alluniversita-tra-sogno-e-nightmare/#comment-5266</link>

		<dc:creator><![CDATA[lastanzabianca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 13:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Piccolo PS:In Italiano mi esprimo meglio, sempre, sia sul piano lavorativo sia sul piano personale. Ci sono inoltre cose che tradiranno sempre la mia origine, il linguaggio dei gesti, l&#039;accento, che i colleghi sembrano apprezzare perche&#039; mi conferiscono una certa unicita&#039;. Credo sia lo stesso per molti che sono nella mia stessa situazione. Per questo non mi impegno piu&#039; di tanto per cancellare questi segni di italianita&#039;. Scusate gli apostrofi: tastiera inglese, italiano impoverito! A presto!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Piccolo PS:In Italiano mi esprimo meglio, sempre, sia sul piano lavorativo sia sul piano personale. Ci sono inoltre cose che tradiranno sempre la mia origine, il linguaggio dei gesti, l&#8217;accento, che i colleghi sembrano apprezzare perche&#8217; mi conferiscono una certa unicita&#8217;. Credo sia lo stesso per molti che sono nella mia stessa situazione. Per questo non mi impegno piu&#8217; di tanto per cancellare questi segni di italianita&#8217;. Scusate gli apostrofi: tastiera inglese, italiano impoverito! A presto!</p>
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		<title>
		Di: lastanzabianca		</title>
		<link>https://nuovoeutile.it/inglese-alluniversita-tra-sogno-e-nightmare/#comment-5265</link>

		<dc:creator><![CDATA[lastanzabianca]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 13:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ciao Annamaria, io ho studiato al Politecnico di Milano (corso di Laurea rigorosamente in Italiano) e al momento lavoro in un paese estero (di lingua anglofona). Condivido assolutamente quanto tu hai detto: - Al Politecnico i corsi in lingua inglese sono spesso semplificazioni dei corsi in Italiano, l&#039;accento e la grammatica di insegnanti e alunni non sono certo oxfordiane. - Gli studenti che si iscrivono ad universita&#039; italiane che offrono corsi in inglese provengono da paesi meno attrattivi di noi, come Turchia, Iran, Serbia, Bulgaria, Romania in termini di qualita&#039; delle loro Uni e prospettive di lavoro. Con questo mi riferisco a studenti iscritti regolarmente, non studenti che vengono per periodi di scambio di massimo un anno. Non credo che alle condizioni odierne studenti Francesi o Tedeschi, con la considerazione che hanno di noi, si iscriverebbero ad universita&#039; italiane attratti dal binomio corsi in inglese piu&#039; &quot;dolce vita&quot;, in quanto questo potrebbe compromettere il loro CV, dando per scontato che visti gli stipendi italiani non resterebbero mai a lavorare in Italia (a meno che non subentrino altre ragioni, magari di tipo sentimentale e non pragmatico evidentemente). - Gli studenti italiani che hanno frequentato corsi in inglese e lavorano all&#039;estero non sono piu&#039; portati all&#039;internazionalita&#039; di altri. Parlano italiano fuori dal lavoro e se possibile anche sul lavoro (se fronteggiano controparti italiane). Sono restii a parlare inglese e non ritengono il loro inglese &quot;TOP&quot;. La mia generazione (anni &#039;80) e&#039; poco portata ad essere bilingue, in gran parte siamo nati da genitori entrambi italiani, nelle scuole statali abbiamo iniziato a studiare inglese a 11 anni (3 ore alla settimana se ricordo bene), abbiamo visto film e letto libri in italiano sempre. Se questo cambiera&#039; in futuro, mai dire mai. Ma ci vorranno decine e decine di anni. - Non e&#039; assicurato che gli studenti universitari italiani conoscano bene l&#039;italiano e sappiano comunicare bene neanche nella loro madre lingua. Al Politecnico in alcuni corsi di Laurea Specialistica e&#039; incluso un corso di metodologie di comunicazione per imparare a esprimersi IN ITALIANO.... testo scritto, come scrivere le email e come fare presentazioni. Nozioni che a mio parere uno dovrebbe aver aquisito entro la terza superiore nel piu&#039; pessimistico dei casi. Eppure... - Ho studiato in inglese per alcuni esami che ho dovuto sostenere per il mio lavoro: nonostante il mio inglese sia - con tutta la modestia possibile - decisamente a un buon livello per non essere la mia madrelingua, ho trovato davvero pesante studiare in inglese e a volte mi sono costretta a memorizzare alcune frasi e termini senza comprederne veramente il significato. - Chi non va all&#039;estero a lavorare dopo l&#039;uni, non se la sente di testare il suo inglese. Ma non e&#039; con un corso obbligatorio nell&#039;inglese che ha i limiti esposti sopra, che queste persone si sentiranno piu&#039; &quot;confident&quot;.... Alla luce di questo spero che Azzone rifletta bene su questa proposta un po&#039; estrema. Forse la virtu&#039; sta ancora nel mezzo. Grazie per aver chiesto i nostri pareri e complimenti per nuovo e utile. Elena]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciao Annamaria, io ho studiato al Politecnico di Milano (corso di Laurea rigorosamente in Italiano) e al momento lavoro in un paese estero (di lingua anglofona). Condivido assolutamente quanto tu hai detto: &#8211; Al Politecnico i corsi in lingua inglese sono spesso semplificazioni dei corsi in Italiano, l&#8217;accento e la grammatica di insegnanti e alunni non sono certo oxfordiane. &#8211; Gli studenti che si iscrivono ad universita&#8217; italiane che offrono corsi in inglese provengono da paesi meno attrattivi di noi, come Turchia, Iran, Serbia, Bulgaria, Romania in termini di qualita&#8217; delle loro Uni e prospettive di lavoro. Con questo mi riferisco a studenti iscritti regolarmente, non studenti che vengono per periodi di scambio di massimo un anno. Non credo che alle condizioni odierne studenti Francesi o Tedeschi, con la considerazione che hanno di noi, si iscriverebbero ad universita&#8217; italiane attratti dal binomio corsi in inglese piu&#8217; &#8220;dolce vita&#8221;, in quanto questo potrebbe compromettere il loro CV, dando per scontato che visti gli stipendi italiani non resterebbero mai a lavorare in Italia (a meno che non subentrino altre ragioni, magari di tipo sentimentale e non pragmatico evidentemente). &#8211; Gli studenti italiani che hanno frequentato corsi in inglese e lavorano all&#8217;estero non sono piu&#8217; portati all&#8217;internazionalita&#8217; di altri. Parlano italiano fuori dal lavoro e se possibile anche sul lavoro (se fronteggiano controparti italiane). Sono restii a parlare inglese e non ritengono il loro inglese &#8220;TOP&#8221;. La mia generazione (anni &#8217;80) e&#8217; poco portata ad essere bilingue, in gran parte siamo nati da genitori entrambi italiani, nelle scuole statali abbiamo iniziato a studiare inglese a 11 anni (3 ore alla settimana se ricordo bene), abbiamo visto film e letto libri in italiano sempre. Se questo cambiera&#8217; in futuro, mai dire mai. Ma ci vorranno decine e decine di anni. &#8211; Non e&#8217; assicurato che gli studenti universitari italiani conoscano bene l&#8217;italiano e sappiano comunicare bene neanche nella loro madre lingua. Al Politecnico in alcuni corsi di Laurea Specialistica e&#8217; incluso un corso di metodologie di comunicazione per imparare a esprimersi IN ITALIANO&#8230;. testo scritto, come scrivere le email e come fare presentazioni. Nozioni che a mio parere uno dovrebbe aver aquisito entro la terza superiore nel piu&#8217; pessimistico dei casi. Eppure&#8230; &#8211; Ho studiato in inglese per alcuni esami che ho dovuto sostenere per il mio lavoro: nonostante il mio inglese sia &#8211; con tutta la modestia possibile &#8211; decisamente a un buon livello per non essere la mia madrelingua, ho trovato davvero pesante studiare in inglese e a volte mi sono costretta a memorizzare alcune frasi e termini senza comprederne veramente il significato. &#8211; Chi non va all&#8217;estero a lavorare dopo l&#8217;uni, non se la sente di testare il suo inglese. Ma non e&#8217; con un corso obbligatorio nell&#8217;inglese che ha i limiti esposti sopra, che queste persone si sentiranno piu&#8217; &#8220;confident&#8221;&#8230;. Alla luce di questo spero che Azzone rifletta bene su questa proposta un po&#8217; estrema. Forse la virtu&#8217; sta ancora nel mezzo. Grazie per aver chiesto i nostri pareri e complimenti per nuovo e utile. Elena</p>
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		<title>
		Di: annamaria		</title>
		<link>https://nuovoeutile.it/inglese-alluniversita-tra-sogno-e-nightmare/#comment-5264</link>

		<dc:creator><![CDATA[annamaria]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 May 2012 13:25:00 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://ita_inglese_obbligatorio_universita.html#comment-5264</guid>

					<description><![CDATA[Grazie ad Andromeda per il commento. A tutti: vorrei raccogliere un po&#039; di contributi concreti e non ideologici i rete. E dunque: - avete mai studiato, insegnato, lavorato in una lingua straniera? - qual è stata la vostra esperienza? ... vantaggi, ostacoli? Avete voglia di raccontarla qui? Grazie!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie ad Andromeda per il commento. A tutti: vorrei raccogliere un po&#8217; di contributi concreti e non ideologici i rete. E dunque: &#8211; avete mai studiato, insegnato, lavorato in una lingua straniera? &#8211; qual è stata la vostra esperienza? &#8230; vantaggi, ostacoli? Avete voglia di raccontarla qui? Grazie!</p>
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