pubblicità e propaganda

Sembra essere una sgradevole costante della politica italiana il ricorrrere, anche al di fuori del periodo elettorale, a colpi bassi volti alla trasformazione artificiosa dell’avversario in Nemico da cancellare a ogni costo. Di questo processo parla Umberto Eco nell’articolo Il diverso che viene trasformato in nemico.
Scrive Eco: avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell´affrontarlo, il valore nostro. Pertanto quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo. E, poi, bisogna fare un’opportuna manutenzione dell’idea di nemico: bisogna evocarla, alimentarla e coccolarla spesso in modo da tenerla viva, energica, ripugnante o terrorizzante quanto basta.

Per capire e per difendersi è il momento di imparare, per esempio, a distinguere tra pubblicità e propaganda. Cominciamo dai concetti di base: pubblicità e propaganda sono, entrambe, forme di comunicazione (abbastanza) moderne: nascono tra il 1600 e la Rivoluzione Industriale. Hanno una matrice comune nell’antichissima arte di persuadere. Presentano analogie di superficie (sono forme di comunicazione di massa, fanno appello alle emozioni, usano un linguaggio semplificato, hanno l’obiettivo di ottenere consenso…). Ma pubblicità e propaganda partono da presupposti e hanno esiti profondamente diversi.
La parola propaganda nasce con la Controriforma, e con l’istituzione della Sacra Congregazione De Propaganda Fide. Rimanda alle tecniche per diffondere ideologie politiche o religiose. La pubblicità, invece, è figlia della produzione di massa, e dell’esigenza di promuovere efficacemente grandi quantità di  merci presso gruppi ampi di potenziali acquirenti.

Come facciamo a districarci tra pubblicità e propaganda? È vero che la comunicazione politica sta abbandonando le modalità propagandistiche e preferisce privilegiare il più soffice linguaggio pubblicitario? Come facciamo a leggere le intenzioni e le visioni che stanno dietro alle parole? Ho preparato una presentazione per raccontarlo. Guardatela, scaricatela e condividetela. L’ho mostrata per la prima volta all’interno di un convegno, organizzato dall’Università degli Studi di Torino e dedicato alla disinformazione, una delle armi più subdole ed efficaci della propaganda.

28 Commenti a Pubblicità e propaganda. Come dire: la seduzione e il nemico – Idee 36

  1. Utente Anonimo

    A proposito di avversario come nemico, condivido con voi la risposta che ho ricevuto dall Dott. Aldo Forbice, conduttore della trasmissione Zapping su radio1 da oltre vent’anni. Gli avevo inavvertitamente mandato due mail sui pericoli dell’energia nucleare per la salute umana. Una delle due mail è visibile a questo link: http://www.cadoinpiedi.it/2011/05/09/lallarme_nucleare_e_tuttaltro_che.html#anchor. Ecco la risposta che mi ha dato il cortese dottore: Lei racconta un sacco di balle. Diffonde veleni a iosa. La smetta di dire sciocchezze perchè qualcuno magari finisce col crederci. Lei è affetto dalla sindrome non del plutonio, ma dello stronzio… Rifletta e, soprattutto, la smetta prima di ricevere denunce per procurato panico. AF Che dite, facciamo la colletta e gli regaliamo un master di etica della comunicazione ? Un caro saluto, Damiano

     
  2. Utente Anonimo

    Colpi bassi e l’avversario/nemico. Esempio illuminante del citato Eco alla fiera del libro di Febbraio scorso: «Berlusconi è paragonabile a Gheddafi e Mubarak? No, il paragone, intellettualmente parlando, potrebbe essere fatto con Hitler: anche lui giunse al potere con libere elezioni» e aggiunge: «Berlusconi non è un dittatore come Mubarak e Gheddafi, perché lui ha vinto le elezioni con il supporto di una grande maggioranza degli italiani. In Italia non c’è lo stesso regime dei paesi del Nord Africa e non va dimenticato il fatto che c’è un elettorato pronto a supportare Berlusconi. È piuttosto triste ma è così» Mah……… Franco

     
  3. Utente Anonimo

    “io sono moderata, lui è stato condannato per furto” “quelli di sinistra non si lavano” “le donne di sinistra sono brutte, le nostre belle” e roba simile. Il messaggio propagandistico in Italia oggi è sceso ben al di sotto della tua splendida presentazione, Annamaria. Qui siamo all’insulto becero da ringhiera, quello che parte e arriva sotto la cintura. Ti chiedo davvero non in modo provocatorio, ma facendo appello alla tua capacità di analisi e spiegazione: che stadio è questo? come inserisce nella tua analisi? Grazie, Valeria

     
  4. Utente Anonimo

    Anch’io mi pongo la stessa domanda di Valeria. Che retorica è quella di rispondere ad una argomentazione attaccando la persona che argomenta? Se la retorica è l’arte di convincere o di argomentare, si può parlare ancora di retorica se il presupposto è quello di distruggere l’interlocutore anzichè convincerlo?

     
  5. Utente Anonimo

    Riferito al n.4: Edgardo

     
  6. annamaria

    Ho postato questa presentazione, che amplia un discorso accademico fatto a Torino all’interno di un convegno dedicato a propaganda e disinformazione, proprio per offrire qualche strumento in più, utile a capire quel che succede. In sintesi: la retorica ci permette di argomentare. E di farlo o presentando al meglio le nostra ragioni, che è il modo onesto di argomentare, o dicendo falsità, calunniando e distruggendo l’avversario, che è un modo molto, molto, molto disonesto. La propaganda, espressione disonesta, carogna, cattiva, in malafede, aggressiva e mendace e TUTT’ALTRO CHE NUOVA dell’ars retorica, prova a persuadere fondandosi sull’aggressione, sulla calunnia, sulla disinformazione e sulla creazione artificiale di un nemico. E’ tipica dei regimi totalitari. E’ l’avanzo di un passato cupo, di capi assoluti e masse superstiziose e appecorate. Chi oggi usa strumenti propagandistici ha in mente quella situazione lì. E dobbiamo saperlo. Punto. Poiché di propaganda disgustosa è piena la storia, anche recente, non spaventiamoci. Impariamo a riconoscere le argomentazioni per quel che sono, a non farci distruggere, a controbattere, e soprattutto e prima di tutto a disvelare i meccanismi e le intenzioni manipolatorie che stanno dietro alle parole. Se conosciamo i meccanismi, per esempio, capiamo perché una signora moderata e della buona borghesia che tira al proprio avversario un calcio sotto la cintura e a tradimento, all’interno di un confronto politico, smentisce col suo stesso atto il proprio dichiararsi moderata e borghese.

     
  7. Utente Anonimo

    le masse superstiziose le abbiamo: la vicenda del “previsto” terremoto di Roma lo dimostra…. Sì, la dinamica della propaganda “calcio sotto la cintura” la capisco, il meccanismo mi è chiaro: è pur sempre argomentazione retorica. Ma c’è un elemento in più: media potenti e schieratissimi prendono questo pezzo di propaganda, lo editano a piacere e ne aumentano l’effetto (sottraendo al pubblico, per esempio, la smentita, o comunque sminuendola). E’ questo “post-editing” della propaganda che trovo dirompente e incontenibile. Lo so, per i più accorti c’è internet, youtube, i forum, l’informazione non imbrigliata, ecc ecc. Ma la massa è lì, inchiodata alla tv, guarda il tg e si sente dire che la Moratti ha lanciato un’accusa e Pisapia ha detto “minga vero”. Punto. E nella testa risuonerà soltanto “furto-pestaggio”. O “belle-brutte”. Valeria p.s. scusate, la tensione pre-elettorale mi sta provocando una vera e propria crisi depressiva….

     
  8. Utente Anonimo

    Ben D’accordo sul discorso generale e sugli esempi. Un esempio più drammatico è il trattamento mediatico riservato a Gheddafi. Capo di un regime illiberale come ce ne sono tanti, ma legittimo, con difetti e pregi, sostenuto probabilmente dalla maggioranza attiva di una società tradizionale. Ha represso con la forza un’insurrezione interna, come avrebbe fatto qualsiasi altro governo, illiberale o democratico. Tanto è bastato come pretesto per bombardare la Libia e il suo esercito, forzando un’ambigua risoluzione ONU. Non sarebbe successo se la Libia non fosse una nazione piccola e debole, con pochi alleati e tanto petrolio. A sostegno di questa guerra neo-coloniale, che cinicamente si potrebbe anche non disapprovare, se davvero rispondesse a nostri urgenti interessi economici, è scattata un’operazione mediatica straordinariamente efficace: i grandi media italiani ed europei, all’unanimità, danno semplicemente per scontato che Gheddafi sia un tiranno sanguinario meritevole di essere ucciso, lui e i suoi figli, da potenze straniere. Nessuno mette in dubbio la cosa e tanto basta, insieme con il look un po’ ribaldo del personaggio, per convincere l’opinione pubblica e giustificare guerra e assassinio. Solo ora possiamo capire, quasi toccare con mano nella nostra attuale diretta esperienza, come la popolazione tedesca abbia potuto accettare supinamente la propaganda nazista. Terribile. Ben

     
  9. Utente Anonimo

    è dal 1969 che in Libia non c’è nulla che assomigli anche lontanamente a delle elezioni. come fai, Ben, a dire che è un regime legittimo, sostenuto dalla maggioranza attiva della società? 1969: 42 anni. Valeria

     
  10. annamaria

    Tornando al topic. Tripoli, un paio d’anni fa. L’aeroporto di sera. Faccio parte di un piccolo gruppo che arriverà nel deserto dell’Akakus. Saliamo su un pullmino. La strada che porta a Tripli è dritta e su perde nella notte e nel nulla. Spicca nell’oscurità una lunghissima fila, parallela alla strada, di impianti d’affissione imponenti e modernissimi: 6 metri per 3, illuminati. Sorprendenti, in quel posto lì. Su tutti i manifesti c’è una cosa sola: la faccia di Gheddafi, Gheddafi, Gheddafi, Gheddafi…

     
  11. Utente Anonimo

    Ben Valeria, le elezioni politiche, come le intendiamo noi, non sono una condizione necessaria per la legittimità di un regime politico. Non solo nei secoli scorsi ma anche oggi ci sono innumerevoli regimi legittimi senza libere elezioni politiche: Cuba, Cina, Arabia Saudita, e tanti altri. Anche l\\\’Unione sovietica di Gorbaciov, per dire, era un regime politico legittimo senza elezioni. Ci sono varie forme di legittimità del potere politico (vedi per un\\\’introduzione http://it.wikipedia.org/wiki/Potere

     
  12. Utente Anonimo

    Ben (continua il post 11) Inoltre, molti regimi legittimi e illiberali hanno avuto e hanno il sostegno quasi unanime, anche se passivo, della grande maggioranza della popolazione, oltre che il sostegno attivo di una minoranza, che entrambi ne alimentano la legittimità. Può esserci naturalmente qualche minoranza che si oppone attivamente e viene repressa, in quanto minaccia di sovvertire il regime legittimamente vigente. E’ un luogo comune diffuso nei paesi occidentali, tanto etnocentrico quanto sbagliato, che le democrazie liberali di tipo occidentale siano l’unica forma di sistema politico legittimo. Si può ritenere che sia il sistema migliore, desiderarne la diffusione e promuoverla pacificamente (su questo anch’io sono molto moderatamente d’accordo). Ma non si può pretendere che sia l’unico sistema legittimo al punto di imporlo con la forza ai paesi che non si conformano al nostro modello. Né basta che in quei paesi ci sia qualcuno che la pensi come noi.

     
  13. Utente Anonimo

    Ben (continua i post 11 e 12 – ho avuto problemi col computer) Il riferimento sulle varie forme di legittimità del potere, che il computer mi ha tagliato, era: http://it.wikipedia.org/wiki/Potere#Legittimit.C3.A0_del_potere Quella cui Valeria si riferisce è solo una delle forme di legittimità, secondo la classica definizione di Max Weber, ancora largamente accettata dagli studiosi.

     
  14. Utente Anonimo

    Anna Maria, la presenza ossessivamente ripetuta dell’immagine del leader è tipica del potere fondato sulla legittimità carismatica. Anche in Cina vi era ovunque l’immagine di Mao. A Cuba di Castro. Questo significa che sono sistemi politici diversi, non illegittimi. Ed è stolto pretendere di cambiarli dall’esterno con la forza perché non ci piacciono. Saranno benissimo in grado di pensarci le popolazione interessate. Principalmente da sole, magari con qualche aiuto pacifico dall’esterno. Non con le bombe. E la falsa propaganda mediatica. Che rientra ne topic, mi pare.

     
  15. Utente Anonimo

    Ben Nella foga 🙂 ho dimenticato di firmarmi nel post 14

     
  16. annamaria

    Ri-tornando al topic. Ben, l’argomento che sollevi è complesso, interessante ma, scusa, stavo provando a dire qualcos’altro che è, insieme, più generale e più specifico. E forse anche più urgente. E quanto volevo dire è questo: 1) le scelte di comunicazione sono sempre indizi importanti. Noi siamo sia quello che facciamo, sia quello che diciamo, sia il modo in cui lo diciamo 2) impariamo a riconoscere gli elementi di base della propaganda (e anche della contro-propaganda): disinformazione, paura, creazione di un nemico, toni imperativi… Facciamolo, accidenti. E’ necessario. Ho preparato un bel bigino, che può tornare utile a tutti. 3) diffidiamo delle politiche che, per giustificarsi e promuoversi, hanno bisogno di questi toni. Sia sullo scenario internazionale, sia sul più limitato scenario nazionale e cittadino. Impariamo a individuare questi toni e a riconoscerli per quel che sono: cartine al tornasole di una vocazione autoritaria e antidemocratica. E di una visione vecchia e rudimentale della politica intesa come scambio di bastonate. 4) impariamo a smontare le manovre propagandistiche senza cadere nella trappola della contro-propaganda (guardatevi le parole-chiave di Obama e McCain).

     
  17. Utente Anonimo

    Anna Maria, il tuo ‘bigino’ è ottimo e utilissimo, per quel che vale il mio parere. Gli esempi che tu e altri hanno fatto sono pertinenti e illuminanti. Io ho aggiunto un esempio che mi sembra altrettanto pertinente e non meno degno di attenzione. La propaganda mediatica a sostegno di una guerra in corso non mi sembra meno importante del colpo basso propagandistico, vile e forse sciocco, giocato da una candidata contro un altro nell’elezione del sindaco di Milano. La rappresentazione propagandistica di Gheddafi è un bell’esempio di creazione del Nemico, funzionale a giustificare una guerra di aggressione esterna contro un regime criticabile ma legittimo, fino addirittura all’uccisione sommaria del Nemico e dei suoi figli. E’ una propaganda soft, è vero, ma è pur sempre una costruzione artificiosa di un Nemico, basata su stereotipi, pregiudizi etno-centrici, falsi presupposti (la non legittimità del suo regime) e molta disinformazione (mancata informazione sulla società libica, sulle condizioni di vita della popolazione, sull’estensione del consenso al regime, sulla consistenza dell’opposizione, sugli episodi insurrezionali e sull’entità della repressione, prima dell’intervento armato esterno.) Non ti sembra pertinente? Ho contro-obiettato a un’obiezione di Valeria e a una tua osservazione interpretabile nel medesimo senso, che a me sembrano non valide, e che però sono in sintonia con la propaganda mediatica e politica volta a giustificare questa guerra. Certo, se i miei argomenti sono fallaci, com’è possibile, quella che io chiamo propaganda è invece una rappresentazione non disonesta della realtà: Gheddafi e il suo regime meritano di essere annientati anche con l’intervento militare di potenti eserciti esterni, costi quel che costi. E, per inciso, rappresentare l’obiettivo di questa guerra, oltre che come annientamento di un detestabile Nemico, anche come realizzazione del Sogno della liberazione democratica del Nord-Africa, è ben congruente col tuo schema. Che, ripeto, a me sembra davvero intelligente e utile.

     
  18. annamaria

    Ben, santa polenta… mi sembra di aver scritto che la propaganda non è una buona giustificazione a niente. O no? Dai, non farmi dire quello che non sto dicendo, eh.

     
  19. Utente Anonimo

    Anna Maria, scusami, ma la tua osservazione sulle immagini di Gheddafi Gheddafi Gheddafi… a Tripoli, nel contesto dei post, poteva essere intesa come osservazione a sostegno della illegittimità del regime di Gheddafi, e quindi a giustificazione dell’intervento armato. Non ho colto il diverso senso che hai inteso darvi. Ma era un punto molto marginale.

     
  20. Utente Anonimo

    Ben Ho riletto la tua presentazione per capire cosa potevo avere frainteso. Rileggendo e riflettendo, trovo forse un po’ forzata la distinzione fra propaganda classica, con caratteristiche negative, e nuove tendenze retoriche della comunicazione politica recente, con caratteristiche positive. Aspetti positivi (speranza, possibilità, aspirazioni) nella propaganda politica del ‘900 non mancavano (penso a Roosevelt, a Kennedy, in Italia anche ad alcune campagne della DC, del PCI, del PSI). Questo è riflesso anche nella definizione della Treccani (“appellarsi ad aspirazioni positive”). Non sarebbe più semplice, e più aderente all’uso corrente del termine, parlare di propaganda ‘in negativo’, ‘imperativa’ ecc., vs. ‘propaganda in positivo’ ecc. ?

     
  21. annamaria

    La definizione di Treccani a cui faccio riferimento è questa, per chi la volesse leggere tutta http://www.treccani.it/enciclopedia/propaganda/ Possiamo, ovviamente, nominare il medesimo fenomeno in modo diverso. A me sembra più utile (e anche più chiaro) chiamare “propagandistico” il messaggio politico che non accetta l’esistenza di una onesta competizione tra idee e visioni, demonizza l’avversario, fa leva sulla paura. Le radici storiche della propaganda rimandano a queste pratiche. E mi sembra opportuno segnalare che quella propagandistica non è l’unica forma possibile di comunicazione politica. Nella seconda parte del Novecento, e con la diffusione dei mass media se n’è affermata un’altra (che spesso, e non a caso, viene studiata da agenzie che fanno anche pubblicità commerciale). E che richiama nei modi e nei toni le retoriche usate dalla pubblicità commerciale, figlia della Rivoluzione Industriale e non della Controriforma. Possiamo chiamarla propaganda buona, o pubblicità elettorale, o anche Cllotilde. Quel che mi preme è segnalare è la profonda differenza dei presupposti. E invitare tutti a leggere e riconoscere gli schemi, e le visioni che stanno dietro all’una o all’altra scelta retorica.

     
  22. Utente Anonimo

    Ben Insisto sul punto perché mi sembra importante. La proposta di Annamaria Testa ha il merito di cogliere il nocciolo del problema. Mi chiedo se anche la comunicazione politica in positivo possa essere usata per manipolare e disinformare, com’è tipico della ‘propaganda classica’. Alimentando, in particolare, illusioni infondate e nefaste. Ho il dubbio, non la certezza, che sì. Mi sembra, inoltre, che nella propaganda classica vi fosse abbastanza spesso un intreccio fra messaggi in positivo (“proletari di tutto il mondo unitevi”) e in negativo (“non avete da perdere che le vostre catene”), ove il secondo messaggio presuppone un Asservitore da sconfiggere per liberarsi. L’esempio non è ottimo, ma credo se ne possano trovare di migliori. Se questi dubbi avessero un fondamento, limitare il termine propaganda all’accezione negativa (paura, nemico, toni imperativi) sarebbe leggermente fuorviante. Le scelte terminologiche non sono sempre questione di mera convenzione. Talvolta suggeriscono implicitamente qualche tesi. Grazie comunque per queste idee intelligenti e stimolanti.

     
  23. Utente Anonimo

    Ben Esempi migliori di propaganda politica fra ‘800 e ‘900 in cui aspetti ‘in positivo’ e ‘in negativo’ s’intrecciano: – Tutta l’iconografia associata al simbolo socialista del Sol dell’Avvenire. – Il testo dell’Internazionale (versione italiana, 1901): http://www.ildeposito.org/archivio/canti/canto.php?id=77

     
  24. Utente Anonimo

    MIKE TYSON VS SILVESTRO In questa scomunicazione politica del taglia e cuci, nella formula sandwich o panino, nel riportare la parola viva del capo o dei suoi scagnozzi e solo un commento del giornalista in risposta dell’avversario, in tutto quello che normalmente passa attraverso radio e MediasetRai, la mia impressione e quella di vedere su un ring da una parte dei Mike Tayson senza guantoni che colpiscono a mano chiusa con pugni, morsi, calci e sputi sprezzanti i poveri Silvestri che si trovano davanti, e l’arbitro che ogni 10 colpi bastardi ammonisce i cattivi che se continuano a fine match li manda a casa senza fare la doccia. Il meccanismo e chiaro, farsi tirare nella rissa o contrapporre dei contro Tyson farebbe scattare l’arbitro con una squalifica per comportamento antisportivo, e dando agli arroganti e ai prepotenti l’aureola di vittime aggredite in maniera infame. Quindi che fare? Una volta ho ascoltato alla radio la storia raccontata da un minuto scrittore, non ricordo chi, che narrava di essere intervenuto, vedendo un bruto gigante massacrare di botte un’indifesa donna nei vicoli di una metropoli, semplicemente bussando sulla spalla dell’energumeno, per chiedergli gentilmente “Scusi, Signore… ha bisogno di aiuto?”

     
  25. wc

    Per il post sopra.

     
  26. Laura Bonaguro

    Propaganda buona e propaganda cattiva, pubblicità buona e pubblicità cattiva: mi fa venire in mente il Visconte Dimezzato di Calvino. Metà buono e metà cattivo ma senza la capacità di distinguere se fosse migliore l’una o l’altra tanto di danno procuravano entrambe… Identificare la propaganda nella sua interezza attribuendole una connotazione classica mi aiuta ad inquadrarla, così come per la pubblicità, in quanto scelta retorica. Dividerle nettamente non mi pare saggio; analizzarne gli aspetti anche contradditori e valutarli è un’altra cosa…

     
  27. Annofsinjus

    Condivido del tutto nonostante le idee espresse fino ad oggi. Continuate in questo modo.

     
  28. Pingback: Cervelli politici | Uomoplanetario.org

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