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Psicoanalisi e creatività in treno

Uno pensa di fare un viaggio in treno e invece si imbatte nella psicoanalisi. Ecco come può succedere. Salgo trafelata sul Frecciarossa. Il vagone è pieno. Mi tocca slalomare inciampando tra trolley e persone che si incrociano nel corridoio. Trovo il mio posto. C’è un soprabito e un bagaglio. Il tavolino è interamente occupato dalle carte, i libri e gli appunti  di un tizio che se ne sta a capo chino e scrive, a mano, su un grosso foglio. Cominciamo bene, penso. «Scusi» sussurro.

BATTIBALENO. Il tizio alza lo sguardo e in un battibaleno ha spostato il bagaglio e raccolto tutto il resto, lasciandomi con millimetrica precisione e ammirevole senso di simmetria l’esatta metà di tavolino che mi spetta, né di più né di meno. Operazione non facile data la quantità delle carte. Riabbassa lo sguardo. Così va meglio, penso. Ma mentre prendo possesso della mia porzione di territorio, scaraventando con una certa soddisfazione computer e giornali sulla mia metà del tavolo, il tizio si riscuote. «Lei è Annamaria Testa?» «Sì?» dico, aggiungendo un punto di domanda bello grosso. Non è che mi succeda ogni due per tre, di essere riconosciuta da qualcuno: di solito mi muovo nel mondo protetta da una confortevole trasparenza anagrafica, come qualsiasi mia altra coetanea che non sia la signora Macron. «Lei si occupa di creatività, e quindi dell’inconscio», dice.«Abbiamo un interesse in comune». Questa sì che è bella, penso.

DOMANDE. Il tizio è psicoanalista e psicoterapeuta. Si chiama Nicolò Terminio. Lavora sulle dipendenze e sui nuovi sintomi. Sta andando a Roma per intervenire a un convegno: ecco il perché di quel grosso foglio di appunti. Mi rendo conto che ho un sacco di buoni motivi per trascurare i quotidiani (pessime notizie, peraltro) e cominciare a chiacchierare. Ma dopo poco la conversazione si trasforma in una sfilza di domande, e così accendo il computer e chiedo se posso essere io, a prendere qualche appunto. Qui di seguito potete leggere alcune delle cose che ho imparato sulla psicoanalisi, in modo del tutto casuale e nel corso di un viaggio tra Milano e Firenze. Del resto, un sacco di fatti interessanti si scoprono per caso.

CHE C’ENTRA? Che c’entra la creatività con la psicoanalisi? Il sintomo è l’espressione di una coazione a ripetere sempre gli stessi schemi. Una cura psicoanalitica cerca di trasformare un funzionamento ripetitivo in un funzionamento creativo. Provi a pensare all’inconscio come al campo magnetico che determina il comportamento della limatura di ferro sul tavolo, dandole forma. Noi non siamo padroni dell’inconscio, così come la limatura di ferro non è “padrona” del campo magnetico.

…E POI? Restando in metafora: per modificare il campo magnetico, cioè per ottenere un risultato terapeutico, che si fa? La psicoanalisi lavora sulle narrative. L’intervento terapeutico consiste nel cambiare la maniera in cui una persona parla del proprio modo di essere, e quindi pensa al proprio modo di essere, lo costruisce e lo rappresenta. La differenza di condizione tra persone che abbiano subito un trauma sta non tanto nella gravità del trauma in sé, ma nella possibilità di vivere o meno l’esperienza del flow, così come l’ha teorizzata quel tizio col nome impossibile.

IL FLOW. Sì, certo: il flow, il flusso creativo (a questo punto sfoggio il nome dell’autore, Mihály Csíkszentmihályi, e la pronuncia, che è, più o meno, Cìcksentmiai). Quando una persona si dimentica di se stessa ed è completamente assorbita, focalizzata e felice per quanto sta facendo. Mentre il sintomo è un modo per tenere a bada l’inconscio, la terapia asseconda ciò che l’inconscio ha da dire.  Lei sa che le nuove idee nascono quando la mente si trova libera di vagare, per esempio mentre stiamo guidando, preparando la cena o lavando ipiatti. Nel setting psicoanalitico, il metodo delle associazioni libere “manda il paziente a lavare ipiatti”, ed è allora che si lavora creativamente sul sintomo, in una situazione di flow. Una persona va dall’analista per fare quell’esercizio lì: ricostruire e ricombinare elementi che costruiscono una nuova trama di senso.

ANCHE ECO. Posso capire anche questo: Poincaré dice che creatività è combinare elementi esistenti in forme nuove e utili. E anche Umberto Eco parla di creatività come ars combinatoria. C’è un altro punto importante. L’inconscio ha un linguaggio che si esprime non solo attraverso combinazioni di segni ma, per esempio, attraverso il ritmo del corpo. Una persona non si porta dietro solo quello che Freud per primo ha chiamato romanzo familiare, ma anche un lessico familiare, quello di cui scriveva Natalia Ginzburg, e le cui parole valgono per quello che evocano più che per quello che significano.

Pensi, per esempio, a un uomo che, a differenza di come è solita chiamarlo la moglie, si sente chiamare dall’amante con il nomignolo che usavano sua madre e sua nonna quando lui era piccolo, e che evoca sensazioni di accudimento e felicità, che sono anche sensazioni fisiche. Lacan diceva che la parola è il segno assoluto, il significante prima che gli abbiano messo in bocca il sasso del significato.

FORSE, POSSIAMO…?  Mmmmh… ma possiamo dire che la creatività è una medicina? È, piuttosto, un modo di essere che cura. Non dobbiamo pensarla come un apparato esterno, o una pratica. Pensi a un uomo su un gommone: è un esempio che mi ha fatto una volta un mio paziente. Vuole andare da una piccola isola a un’altra, e a un certo punto si trova in mezzo al mare, e non vede più né da dov’era partito né dove vuole arrivare.

Per essere creativi, anche in un setting terapeutico, dobbiamo salire sul gommone. Cioè, dobbiamo espropriarci di quello che crediamo di essere, senza sapere ancora che cosa potremmo essere: solo allora passiamo dalla ripetizione all’invenzione. In altre parole: dobbiamo distaccarci, e affrontare qualcosa che è un buco nel sapere. Un modo di essere in cui si guarda a viso aperto ciò che ancora non si sa, e si ama ciò che non si sa. È un processo che lavora sul versante femminile.

FARE ATTENZIONE! Ehi, fermo, fermo… si comincia così, con un cenno a margine, e si finisce con far coincidere “femminile”, “spaesato” e “irrazionale”, confezionando un bel discorso sessista. Tranquilla. Non è una questione di anatomia dei corpi, e nemmeno di genere. La psicoanalisi  identifica come non creativa la logica fallica, secondo la quale il linguaggio ha l’ultima parola sulla vita e pretende di saturare tutto l’esistente. È la logica dell’avere e della competizione, e del pensare che c’è un individuo che si rivolge alla vita come se questa fosse un oggetto da possedere. È una logica di dominio. E, attenzione: molte donne seguono questa logica, e, perfino, molte donne applicano al corpo femminile uno sguardo che è squisitamente maschile.

La logica della creatività, invece, è “femminile” in quanto generativa. Apprezza il mistero e ciò che si può solo evocare. E riguarda anche il lasciarsi essere il corpo che si è. Il maschio che va in analisi è quello che sperimenta il fallimento di una logica basata sulla prestazione. Un paziente mi raccontava di aver nascosto la testa nel cuscino per evitare che la moglie lo vedesse piangere “come una femminuccia”.

Ecco: in una logica maschile, e secondo gli insegnamenti del padre, quello che non si padroneggia è una minaccia alla propria identità. Essere capaci di salire sul gommone vuol dire saper vivere la propria emotività lasciandosi alle spalle quegli insegnamenti: non si riesce a essere creativi senza lasciarsi possedere e trasportare. Il flow, per la psicoanalisi, è quella cosa lì: lasciarsi possedere dal desiderio. Tra l’altro, i casi di impotenza maschile possono essere connessi proprio con la difficoltà a lasciarsi prendere da se stessi, e da una parte di se stessi che non si controlla. È quello, l’inconscio.

LACAN. Lei prima ha citato Lacan. Ho una formazione lacaniana. Ma si può essere lacaniani anche senza saperlo. Lei, per esempio, scrive alcune cose lacaniane.

CAPIRE LACAN. Devo preoccuparmi? Non ho mai capito mezza riga di quel che dice Lacan. Le discipline che si occupano del linguaggio, psicoanalisi compresa, sono diversi dialetti di una stessa lingua, che non esiste. Lei parla un dialetto differente da quello psicoanalitico, ma può dire le stesse cose.

Per Lacan, il soggetto è un parlessere che prova a gestire il linguaggio, e falllisce quando trascura il ritmo del corpo e la musica del corpo. Parla di questo un bel testo sull’improvvisazione nel jazz e nella quotidianità. L’ha scritto Davide Sparti, che insegna a Siena.

LINGUAGGIO DEL CORPO. D’accordo. La comunicazione non è solo linguaggio verbale. E il linguaggio analogico, quello dei gesti, del corpo, è più potente del linguaggio verbale. Tanto che, in caso di contraddizione tra messaggi, a vincere è quello espresso nel linguaggio del corpo. Le faccio un altro esempio di vicinanza: nel tango, l’inciampo non è un errore, ma la sorgente di un nuovo movimento, inatteso e liberato dal ritmo. Per essere creativi bisogna amare l’inciampo: quello che è nuovo viene dall’ostacolo.

GESTI CREATIVI. Anche il mio dialetto dice che alla base di un gesto creativo c’è sempre un trauma, un ostacolo e un desiderio. Nel 1998, Aldo Carotenuto scrive un libricino importante. Si intitola Lettera aperta a un apprendista stregone. Carotenuto dice che, per l’analista, obiettivo di un lavoro di cura è trasformare una ferita in una feritoia: cioè ottenere la possibilità di affacciarsi alla vita in un modo nuovo. E dice che proprio attraverso la cura l’analista acquisisce e sviluppa il suo metodo.

In sostanza, la psicoanalisi non è un’ortopedia del soggetto, che va “aggiustato”. Noi psicoanalisti siamo di fronte alla creatività del paziente come se fosse una pianta che sboccia. Non è che in tutte le sedute succeda questo, ma quando succede se ne accorgono entrambi, l’analista e il paziente.

FREQUENZE. Quanto spesso succede tutto questo? Ci sono vari gradi. Al termine della cura la trasformazione riguarda l’intero modo di essere, ma possono esserci stadi intermedi in cui la persona impara, per esempio, a non drogarsi, o a non tagliarsi. Lo dico ancora: la ripetizione va intesa come sintomo, e in un’analisi si impara a essere creativi e a interrompere la ripetizione. Una persona finisce la cura quando è soddisfatta del suo cambiamento. Ma non ci sono criteri né check-list. L’importante, e qui torniamo al tango, è continuare a ballare.

CASI. Mi fa un esempio? Parliamo di una cosa di cui mi occupo: le dipendenze patologiche. Già è un successo intercettare persone che sono tossicodipendenti da trent’anni, metterle in un contatto più profondo con musica che hanno sempre sentito e coinvolgerle nel capire finalmente che cosa vogliono dire i testi inglesi delle canzoni. È un successo convincere un giocatore d’azzardo a rinunciare all’istante magico della vincita, e a sostituire il gioco con la ricerca dei funghi in un bosco, e l’istante con la scoperta del fungo. È un esempio vero. E la scossa può essere altrettanto potente: c’è un libro di Peter Hanke che ne parla.

SERENDIPITÀ. La ringrazio di questi racconti. Provi a pensarci: in questo dialogo, ha sostenuto lei il ruolo dell’analista, mettendo me nella condizione di analizzare alcuni aspetti della mia esperienza. Io le ho parlato del mio sintomo, che è la psicoanalisi. E, insieme, cercando coincidenze tra dialetti diversi, abbiamo costruito un discorso che ha arricchito entrambi.

 Questo articolo esce anche su internazionale.it

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Ho raccolto, girovagando in rete, una serie di notizie, video, test e curiosità che hanno a che vedere col colore. Ve le propongo tutte insieme, raccolte in questo articolo: una tavolozza di...

ritratto
Fotografia. Il ritratto, l’anima e lo sguardo – Idee 116

Noi chiamiamo “ritratto” la riproduzione delle fattezze di una persona. Ma l’idea di base è che la riproduzione non sia meccanicamente fedele: altrimenti considereremmo come i migliori...

soprannomi
Se il nome non basta. Soprannomi e altri accessori identitari – Idee 115

Questa è l’ultima puntata. Un paio di settimane fa, a partire da un innocentissimo quesito sui nomi e l’atto del nominare, e mossa da una di quelle curiosità che sembrano tanto più urgenti...

Pseudonimi e altri slittamenti di identità
Pseudonimi e altri slittamenti d’identità: se il nome non basta. – Idee 114

C’è l’universo dei nomi propri e c’è l’universo parallelo, denso e aggrovigliato, degli pseudonimi: nomi che si accostano al nome, o lo velano, o lo cancellano del tutto fino a costruire...

nome per un prodotto
Inventare un buon nome per un prodotto – Idee 113

Dash e Dixan. Nike e Adidas. Twitter ed eBay, Wikipedia e Amazon. Toblerone e Nutella. Greenpeace ed Emergency. Se dico il nome sapete subito di che si tratta. Non solo: ciascuno di questi nomi, che...

dare un nome
Dare un nome. Cioè creare, quasi – Idee 112

Che cosa significa, sia in termini simbolici, sia in termini concreti, dare un nome? Come dicevamo nella prima puntata di questa passeggiata in cinque tappe nell’universo dei nomi (questa è la...

nominare
Nominare, cioè riconoscere e possedere. Forse – Idee 111

È una bufala che la lingua inuit abbia centinaia di nomi per definire differenti tipi di neve. Invece è vero che nelle diverse lingue (e anche nei dialetti) troviamo nomi che identificano fenomeni...

photoshop
Fotografia. Photoshop, tra vecchie polemiche e nuovi dubbi – Idee 110

Il fotoritocco è vecchio quasi quanto la fotografia, e falsi fotografici sono sempre esistiti: c’è un sito (fateci un giro, è interessante) che ne raccoglie una quantità, a partire dal 1840....

tempo
Questioni di tempo – Idee 109

Una settimana, un giorno, solamente un’ora canta Edoardo Bennato alle prese con un addio difficile. È l’incipit perfetto per una serie di suggestioni che riguardano il tempo, e il suo...

piano sequenza
Il piano sequenza, tecnica e magia su schermo – Idee 108

Forse avete già visto il recente, bel video del Sunday Times che in un unico, fluido piano-sequenza evoca diverse icone della cultura moderna (il pensatore di Rodin, Forrest Gump, Mad Men, la...

interstizi creativi
Interstizi creativi – Idee 107

Tra una parola e l’altra. Tra una nota e l’altra (ed è in quel tempo infinitesimo che un’accelerazione o un’esitazione possono essere indizio del talento dell’interprete. Music exists in...

Tra emozioni e musica
Tra emozioni e musica, 8 brani per 8 stati d’animo – Idee 106

Oggi il percorso di NeU tra le emozioni prevede una tappa musicale. Ad accompagnarci (grazie!) c’è Bruno Pasini: una vita passata con la musica, dalla discografia (è stato capo della divisione...

gestire le emozioni
Gestire le emozioni – Idee 105

Tra i molti romanzi scritti da Stephen King, uno dei miei favoriti (so bene che non tutti i fan del Re sono d’accordo) è La storia di Lisey. La trama di superficie è semplice: un noto scrittore...

piccolo
Piccolo è bello, e dintorni – Idee 104

PICCOLO, BELLO. Si intitola Small is beautiful e l’ha scritto l’economista inglese Ernst Friedrich Shumacher. Pubblicato all’inizio degli anni Settanta, è considerato uno dei testi più...

alfabeto emotivo
Un alfabeto emotivo, in 13 film – Idee 103

Sono convinta che, in questi tempi inquieti, un po’ di alfabetizzazione emotiva (o, almeno, un piccolo ripasso) non possa che far bene assai. Quindi aggiungo una seconda puntata alle coordinate di...

emozioni
La potenza delle emozioni – Idee 102

Le emozioni sono qualcosa di antico, potente, universale e inafferrabile. Tu chiamale, se vuoi, emozioni, cantava l’indimenticabile Lucio Battisti nei primissimi anni Settanta (qui il video Rai)…...

minuscolo
Piccolo, minuscolo, microscopico – Idee 101

No, quello che vedete qui sopra non è un giardino fiorito dipinto da un impressionista: sono cellule di tessuto connettivo fotografate al microscopio. E questo è solo l’inizio del viaggio che vi...

mamme
Mamme pubblicitarie, di ogni sapore – Idee 100

Il cortocircuito tra i registri espressivi di due recenti e interessanti campagne pubblicitarie straniere che parlano di madri, Old Spice e P&G (una va decisa sui toni comici fino a sfiorare il...

graphic design
Il meraviglioso mondo del graphic design – Idee 99

La grafica (o per dirla all’inglese, che sembra più cool – e anche la pagina di Wikipedia è meglio: il graphic design) è un mondo meraviglioso. Per me, che so chiamare per nome solo una...

bilinguismo
Bilinguismo creativo. Perché due lingue sono meglio che una – Idee 98

Con 830 lingue parlate (il 10% delle lingue parlate nel mondo) la Papua Nuova Guinea è di gran lunga il paese con la maggior diversità linguistica. Seguono l’Indonesia, con 719, il Sud Africa con...

suscitare interesse
Suscitare interesse, una sfida possibile – Idee 97

Come si fa a suscitare interesse? E, prima ancora: che cos’è l’interesse? Lo racconta Annie Murphy Paul in un bell’articolo uscito su Internazionale: è uno stato psicologico di coinvolgimento...

e modelli di ruolo
Gli stereotipi sono (quasi) come il colesterolo – Idee 96

Tutti sappiamo che cosa sono gli stereotipi. Se c’è qualche dubbio basta guardare il dizionario, che parla di modelli convenzionali di atteggiamento e di discorso. Di opinioni o espressioni...

progetti visionari
Cinque progetti visionari – Idee 95

Per parlare di progetti visionari non possiamo che partire dall’etimologia della parola “visione”, che è interessante. Leggete qui: dal latino visio derivazione di visus, participio passato di...

Dante Alighieri e la pubblicità
Dante Alighieri e la pubblicità, tra pop e kitsch – Idee 94

Proponete a chiunque questo indovinello: ha un gran naso e uno strano copricapo rosso, è un protagonista della letteratura mondiale, è toscano. Chi è? Qualche spiritoso potrebbe deviare su...

stampanti 3d
Stampanti 3D. Il futuro, stampato su misura – Idee 93

Di solito NeU non si occupa di tecnologia, ma questa faccenda delle stampanti 3D rischia davvero di essere non un fatto di innovazione incrementale (un miglioramento nel modo di fare le cose) ma una...

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