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Manutenzione: come non mandare a rotoli tutto quanto – Idee 137

Alla manutenzione, l’Italia preferisce l’inaugurazione.
A scrivere questo aforisma, nel 1957, è Leo Longanesi, un indiscusso maestro del genere (e uno che, di sé, afferma: sono un conservatore in un paese come l’Italia in cui non c’è niente da conservare). Proprio della negletta ma fondamentale pratica della manutenzione, e del fatto che, invece, in Italia qualcosina da conservare ci sarebbe, vi parla questo articolo.
Dovrebbe essere chiaro e ovvio che qualsiasi cosa, materiale o immateriale (dalle città agli affetti, dalle biciclette alle idee e alle parole) ha bisogno di manutenzione. Se no, col passare del tempo si logora, si deteriora e va a rotoli.

Eppure, in tempi di obsolescenza programmata e di nuovismo a tutti i costi, passare direttamente dall’inaugurare al rottamare sembra perfino normale, e l’idea stessa della manutenzione appare  noiosa, faticosa, antiquata e magari potenzialmente reazionaria. Del resto, perfino il successo politico personale del nostro presidente del consiglio è stato costruito a partire da questa singola parola d’ordine: rottamazione!
Il fatto che il paese si stia deteriorando proprio per assenza di manutenzione (delle idee, dei territori, delle relazioni…) non sembra però così importante da meritare di essere rilevato.

manutenzioneAnche se i due termini hanno la stessa origine (entrambi derivano dal tardo latino manu tenere, tenere in mano), oggi la lingua italiana assegna sfumature di significato diverse a mantenimento (conservare e far durare, oppure sostenere, oppure tener fede) e a manutenzione (conservare in buono stato, prendersi cura, riparare).
L’inglese invece non distingue e usa maintenance in entrambi i casi. C’è da chiedersi se questo derivi dal fatto che l’italiano sa operare distinzioni più sottili, o dal fatto che a un anglosassone le due attività, quella del conservare e quella del riparare e prendersi cura, appaiano, se non coincidenti, inscindibili come in effetti sono, e come il puro buonsenso dovrebbe ricordarci.

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L’effetto dotazione e l’avversione alle perdite sono due dei più interessanti tra i concetti diffusi dall’economia comportamentale, la recente (i primi studi risalgono agli anni Cinquanta del secolo scorso) branca dell’economia che indaga i modi bizzarri in cui ragioniamo in condizioni di incertezza, e le conseguenti e non proprio razionali scelte economiche che compiamo in materia di costi e benefici.
L’effetto dotazione (endowment effect) riguarda il fatto che tendiamo a sovrastimare il valore di quanto abbiamo, tanto da portarci a chiedere, per vendere un bene che possediamo, più soldi di quanti saremmo disposti a spendere per comprare quel medesimo bene. E non sono solo gli adulti a ragionare così. Lo fanno anche i bambini, e perfino i gorilla e gli scimpanzé.

L’avversione alle perdite (loss aversion) è ii motivo per cui scatta l’effetto dotazione. Riguarda il fatto che perdere qualcosa che possediamo ci procura molto più dolore di quanto piacere ci procuri il guadagnarci quel medesimo qualcosa, se ancora non è nostro: dunque, sopravvalutiamo ciò che possediamo proprio perché perderlo ci addolorerebbe molto.
Tutto ciò dovrebbe trasformarci in maniaci della manutenzione: il dolore che proveremmo se per nostra incuria qualcosa che abbiamo andasse perduto dovrebbe essere un incentivo più che sufficiente a evitare quel rischio. Eppure non succede così. O, almeno: comincia a succedere per i singoli oggetti (per esempio, gli elettrodomestici), ma solo per quelli.

manutenzioneRiesco a immaginare, per questo curioso fenomeno, diverse spiegazioni: da una parte, l’effetto dotazione forse funziona di più per le cose a cui facilmente riusciamo ad attribuire un preciso valore monetario, e per la cose che possediamo individualmente e possiamo vendere o comprare.
Ma quanto può valere un’amicizia? Un’idea? Un amore?
Pensate, per esempio, a quanto devastante può essere la fine di un amore, e a quanto poco si fa, di norma, per evitare che finisca. E perfino a quanto poco ci si interroga su quel che ci sarebbe da fare, per mantenerlo, se non intatto, in decenti condizioni.

E poi: a chi appartiene davvero una città? Un paesaggio? Un monumento? La scuola e l’intero sistema dell’istruzione? La lingua italiana? L’aria che respiriamo?
Pensate a quanto aggiustare, ripulire, restaurare o riorganizzare può costarci anche come singoli cittadini, e anche in termini puramente economici. A quanto poco ciascuno investe per preservare, tenere in ordine, magari migliorare. E a quanto scarsi sono il controllo e lo stigma sociale nei confronti di chi danneggia ciò che appartiene a tutti noi o non se ne cura.

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C’è un secondo elemento da considerare: il costo psicologico della manutenzione è altissimo. Ci vogliono attenzione ininterrotta e dedizione. E l’attività stessa della manutenzione è umile e oscura, non prevede un solo momento di gloria e non finisce mai.
Forse, e per incentivare la pratica della manutenzione, potremmo ispirarci a Longanesi e inventarci, ogni tanto, una nuova inaugurazione per celebrare, insieme a noi stessi, ciò che non si è rotto, danneggiato o consumato grazie al semplice fatto che ce ne siamo presi cura. Sia quel qualcosa un’amicizia, un amore, un paesaggio, un’idea, una parola. E qualsiasi altro elemento materiale o immateriale ci venga in mente che ha un valore, e la cui perdita ci addolorerebbe lasciandoci più poveri.
Mio nonno Giuseppe faceva il falegname e sapeva aggiustare qualsiasi cosa, dalle scarpe ai lavandini intasati, alle sveglie. Quelli che vedete sono alcuni dei suoi attrezzi da lavoro, che ho conservato.

19 Commenti a Manutenzione: come non mandare a rotoli tutto quanto – Idee 137

  1. giacomo

    A un anziano signore che festeggiava i 50 anni di matrimonio, un giornalista chiese come avesse fatto a raggiungere quella soglia. E lui rispose: “Io appartengo a un’epoca in cui le cose, quando si rompevano, si aggiustavano inveci di buttarle”. 🙂

     
    • Sergio Maxia

      Bellissimo, e verissimo.
      Un maestro di tantra (30 anni di matrimonio) dedica almeno mezz’ora ogni giorno al rapporto esclusivo con la sua
      compagna.

       
  2. Will Turner

    Siamo diventati una società usa e getta e ne paghiamo il prezzo.

     
  3. Pingback: Manutenzione, come non mandare a rotoli tutto quanto | Pietroalviti's Weblog

  4. massimo

    “Un’altra pecca nella natura umana è che tutti vogliono costruire e nessuno vuole occuparsi di manutenzione.” (Kurt Vonnegut – Hocus Pocus)

     
  5. Carmen

    Anche mio nonno era falegname, molti di questi oggetti li ho visti nella sua bottega.
    A conferma dell’intercambiabilità dei termini manutenzione e mantenimento, aggiungo che in spagnolo si usano al contrario dell’italiano: “manutención” è l’assegno che si passa all’ex coniuge, “mantenimiento” è quello che si fa agli oggetti. E proprio in Spagna, ho notato una cosa che ora mi sembra ovvia: il grado di manutenzione dei luoghi pubblici è direttamente proporzionale al senso di appartenenza a una comunità percepito dai cittadini.

     
  6. Luisa

    Bellissimo post, pienamente condiviso.

     
  7. Shel T. Ferlan

    #lozenelartedellamanutenzionedellamotocicletta

     
  8. mw

    il servizio militare insegnava a noi allievi della SCAM due cose: 1) se non fai l’amore con il tuo fucile (testuale), cioè manutenzione maniacale, l’arma si inceppa al momento del bisogno e tu muori. 2) se alla rivista del plotone da parte dell’ufficiale di picchetto prima della libera uscita ti scopriva un bottone allentato, niente da fare, dietro-front e non esci

     
    • Sergio Maxia

      “Un samurai che non affila costantemente la sua spada, la troverà arrugginita prima o poi”

       
  9. Giovanni Lazzaretto

    “Ci vogliono attenzione ininterrotta e dedizione” e, da manutentore/aggiustino appassionato, più che da ingegnere, aggiungerei una gran dose di esperienza. Per me, il maggior costo psicologico è quello che provo ad ogni nuovo intervento riparatorio e che mi riporta in qualche modo alla situazione di dolore, paura, timore, insicurezza . . . provate in passato e che si rinnova nell’affrontare una situazione sempre in qualche modo sconosciuta.

     
  10. Fiorella Palomba

    “E poi: a chi appartiene davvero una città? Un paesaggio? Un monumento? La scuola e l’intero sistema dell’istruzione? La lingua italiana? L’aria che respiriamo?”

    Ecco, questa è la domanda giusta e la risposta forse è da ricercare nelle differenti culture.

    Ma perché i giapponesi preservano con cura le loro città e con amore la loro natura e i loro monasteri?

    Forse che a noi manca la bellezza del paesaggio e delle città?

     
  11. Marina Pezzoli

    Mi dispiace buttare le cose perché penso sempre che abbiano una vita e per questo cerco di curarle e magari inventarmi modi nuovi di usarle. Mi piace prendermi cura delle persone perchè l’amore che è insito nella cura produce buoni frutti. I luoghi, le cose e le persone che ci circondano ci parlano di quanta cura abbiano ricevuto nel tempo. A volte qualcosa si rompe e si deve lasciarla andare. Rottamare però è sempre l’ultima ratio.

     
  12. Achille Loro

    Grazie Annamaria per le tue preziose e tanto apprezzate parole che nella mia mente e ancor più nel mio cuore sono risuonate come una vera pagina di Vangelo: una buona notizia da ascoltare attentamente, da gustare e soprattutto da mettere in pratica ogni giorno. Da oggi continuerò ancor di più a fare Manutenzione vera a tutto. Achille Loro

     
  13. Antonio Amato

    Ci sono cose ben fatte che durano nel tempo e che attirano a se l’amore la dedizione e la cura. Ci sono altre cose mal fatte che provocano un senso di distacco e di non attaccamento. Dobbiamo re-imparare a far bene le cose.

     
  14. rodolfo

    Mio, tuo, nostro.
    Nostro –e penso al nostro Bel Paese– esce dalla logica del terzo escluso (tertium non datur) poiché indica qualcosa di non mio e non tuo e, nel contempo, qualcosa di mio e anche tuo. Proprio per questo senso di non appartenenza e possesso i soffitti delle scuole cadono sulla testa degli studenti, il territorio è devastato, l’ambiente naturale può essere trasformato in discarica. La distanza fra lo Stato e i cittadini deriva proprio da questa non appartenenza, che ritroviamo, a cascata, nella famiglia e nei rapporti interpersonali, da automobilisti o quando siamo in fila allo sportello.
    Ad un convegno di alcuni anni fa, per sostenere il più grande inceneritore d’Europa che arrivava con quarant’anni di ritardo ed effettivamente costruito contro ogni logica di progresso e buon senso, la società proponente aveva regalato ai convenuti, per evidenziare la sua vocazione ecologica, una biro con il fusto in legno, la punta in metallo, il pulsante in plastica. Un oggetto nato obsoleto, inseparabile, rapidissimamente destinato a finire nell’inceneritore medesimo.
    Ho sentito un fremito provenire dal mio taschino: era la vecchia stilografica del nonno, ricevuta alla prima comunione, col pennino d’oro e il corpo in ottone, con la pompetta per la ricarica. Pulita e tenuta con cura da almeno cent’anni, è lo strumento migliore che io ho per scrivere e disegnare.
    Suggerisco ai tanti colleghi di tastiera che frequentano questo eccellente blog –per me una sferzata d’aria fresca e pura al mattino, prima d’iniziare a lavorare– il testo di Luigi Zoja, Storia dell’arroganza, edito da Moretti&Vitali.
    Credo che abbia interessanti attinenze con l’idea di manutenzione. Grazie Annamaria.

     
  15. Paride

    La bellezza di questi post e che sembrano molto semplici -forse perché scaturiti da pensieri sinceri- mentre non lo sono affatto.

     
  16. Fiorella Palomba

    Questa nota, riproposta oggi, sembra il segno dei tempi.

    Penso al giacimento in Basilicata. Santa polenta, come dice Annamaria (ma anche la mia nonna), con tutto quello che abbiamo c’è bisogno di estrarre il petrolio? Lasciatelo lì, per Diana, promuovete il CIBO, il PAESAGGIO, l’ARTE.

    Di posti di lavoro ce ne sarebbero molti, ma molti di più *_*

     
  17. Nontelodico

    Un sacco di spunti di riflessione e stimoli, grazie

     

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