Parlare in pubblico
Parlare in pubblico: perché in Italia lo facciamo così male? - Metodo 96

Nel nostro paese la capacità di parlare in pubblico è modesta.
Oscilliamo tra sproloquio e afasia, tra aggressività e narcosi, tra esibizionismo narcisistico (appartiene a molti) e sottomessa ritrosia (sì, qualche caso c’è). Non arriviamo mai al punto e, se ci arriviamo, nessuno riesce ad accorgersene. Meniamo il can per l’aia.
Lo so, si tratta di generalizzazioni. Ma mi perdonerete se evito di fare esempi riferiti a singole persone, perché non è questo il punto.

PARLARE, INTERVENIRE, DOMANDARE. E poi: siamo mediamente incapaci di intervenire in modo civile, breve e consistente all’interno di un dibattito. Siamo mediamente incapaci di porre una domanda breve, chiara e circostanziata al termine di una conferenza. Siamo incapaci di rispondere a una domanda in modo specifico, chiaro, breve, esauriente. Ci dimentichiamo che parlare è sì un diritto, ma che parlare in modo decente è un dovere l’inosservanza del quale cancella il diritto.
Il livello generale di prestazione è talmente modesto che non appena un personaggio pubblico riesce a spiccicare quattro parole senza impappinarsi, e perfino se lo fa in modo intrinsecamente deludente (per esempio: ricorrendo a toni enfatici o minacciosi o aggressivi per mantenere l’attenzione dell’uditorio) passa subito per “abile comunicatore”. Ma va’ là.

LO STUDENTE ELOQUENTE. Ha conquistato milioni di visualizzazioni in rete ed è stato ripreso anche da molti quotidiani italiani il discorso sull’importanza dell’istruzione tenuto da Donovan Livingston, studente afroamericano ad Harvard, laureato in storia, due master: uno alla Columbia University ed uno, appunto, ad Harvard, in Educazione. Qui il discorso, e quel che ne dice La Stampa. Qui Il Sole 24Ore.
Il discorso di Livingston è apprezzabile sia per i contenuti sia per la forma espressiva (poetica, musicale ed evocativa) sia per l’energia personale dell’oratore, che tiene assieme forma e contenuti e li esalta.
È il discorso giusto, fatto nel momento giusto, dall’uomo giusto, nel posto giusto.
Non è sorprendente che abbia suscitato tanta attenzione.

Resta invece assai apprezzabile il fatto che un potenziale uomo giusto (cioè un giovane e brillante studente afroamericano, testimone perfetto per un appello a valorizzare l’istruzione come strumento per abbattere barriere) sia stato effettivamente capace di sostenere la propria argomentazione parlando in pubblico in maniera tanto convincente e trascinante. E, notatelo, breve.

LA PATRIA DI CICERONE. Bene. Ora potreste farvi, insieme a me, un paio di domande. La prima è: i nostri studenti italiani, quando escono dall’università, sanno parlare in pubblico? Hanno, almeno, qualche idea di come si fa? I nostri imprenditori, i politici, i docenti, tutte le persone che per ruolo devono confrontarsi con un uditorio, sanno parlare in pubblico? Sanno spiegare, interessare, argomentare?
Eppure, ehi, siamo la patria di Cicerone. Siamo il paese che ha inventato la retorica, intesa come arte del discorrere in pubblico argomentando le proprie opinioni tanto da persuadere chi ascolta. Siamo il paese dove si è cominciato a insegnare la retorica un bel po’ di tempo fa: è successo a Siracusa, nel 460 avanti Cristo (avete letto bene: 2500 anni fa).
Insomma: la capacità di parlare bene in pubblico dovrebbe essere inscritta, se non nel nostro DNA, almeno nella nostra cultura. Sembra però che se ne siano perse le tracce.

Negli Stati Uniti, invece, qualsiasi persona di decente formazione è mediamente capace di fare un discorso breve, sensato, interessante e, se la situazione lo permette, divertente in un’aula, in una sala riunioni, a un pranzo, a un matrimonio o a un funerale. Davanti a una telecamera, lo dico per esperienza, è molto più difficile, ma anche questo si può imparare.

Parlare in pubblico

DUE COSE DA SAPERE. La prima cosa da sapere è che un buon discorso in pubblico funziona quando appare naturale, autentico e per certi versi improvvisato. Ma l’improvvisazione è pura apparenza: per ottenere un risultato è necessario prepararsi bene. La stessa cosa accade per la scrittura: il massimo della sensazione di naturalezza per il lettore nasce dal massimo di elaborazione del testo (dunque, per certi versi: dal massimo di artificio).
La seconda cosa da sapere è che non basta ricorrere a qualcuno degli stucchevoli “trucchi infallibili” che vengono ripetutamente citati negli articoli divulgativi sul tema: per esempio raccontare storie o esordire con una battuta di spirito, o mantenere a ogni costo il contatto visivo con la platea. Sempre in rete, ho trovato anche consigli stravaganti: per esempio “prima cammina avanti e indietro sul palco, poi prendi un bel respiro, poi comincia a parlare”. Ma perché mai?

LA PRIMA REGOLA. La prima vera regola è che bisogna parlare solo se si ha qualcosa da dire. Dunque, dovendo o volendo parlare in pubblico è obbligatorio interrogarsi prima sulle informazioni, i concetti e le opinioni che si vogliono trasmettere. Se uno non fa questo non va da nessuna parte. Punto.
Di come trasmettere bene contenuti forti (indispensabili: lo ripeto) vi racconto a breve. E spero che quanto racconto vi tornerà utile. 🙂

12 Commenti a Parlare in pubblico: perché in Italia lo facciamo così male? – Metodo 96

  1. Basilio

    “parlare è si un diritto” => parlare è sì un diritto
    “ma va là” => ma va’ là

     
    • Annamaria Testa

      Ahah… ho dimenticato occhiali e telefono cellulare ieri sera, al seggio elettorale. E si vede. Tra un po’ vado a recuperare tutto quanto.
      Grazie per le correzioni, Basilio (sistemo subito) ma… un “ciao”, “buongiorno”, “sono d’accordo”, “non sono d’accordo”?
      Un caro saluto, a.

       
  2. Basilio

    Dicono che Basilio Puoti, correttore, in punto di morte abbia pronunciato queste ultime parole: “Me ne vado. Si può dire anche me ne vo.”
    E spirò.

    [Facetiae a parte, est uno splendido articulo, plenum gratiae et veritatis.
    Ave atque vale.]

     
  3. Anna Fata

    A mio modestissimo avviso esiste un’altra pre-condizione che sta alla base di tutto questo: conoscere se stessi, e per esteso credere in se stessi. Senza tutto questo non c’è retorica che tenga ….

     
  4. Francesca Barzini

    Negli Stati Uniti si comincia a parlare in pubblico alla scuolacse

     
  5. Luca Segantini

    C’entrerà anche la forma mentis degli italiani, per i quali si parla per ascoltarsi più che per comunicare o per confrontarsi? Sarà anche che siamo più inclini a non cambiare mai idea perché convinti dell’infallibilità delle nostre opinioni, spesso basate sul sentito dire o su “l’ha detto la TV”?
    Mia madre è restata convinta per tutta la vita che Saint-Moritz è un posto ventoso, perché c’è stata in gita una volta, nel 1972, e tirava vento. E guai a convincerla dl contrario. E non parliamo della capacità di comunicare in una lingua straniera, che è un argomento a parte ma che fa parte dello stesso problema, la convinzione che esprimersi per farsi capire dagli altri non è importante.

     
  6. Michela

    Se non sbaglio, nel sistema scolastico americano c’è la tradizione del dibattito: a scuola si insegna ad argomentare una tesi, presentarla in pubblico e discuterne. Cioè… lo fanno proprio, in aula.
    Da noi non si usa, al massimo si fanno i saggi brevi scritti, e per la maggior parte dei ragazzi è un dramma perfino affrontare le interrogazioni … tutto questo continua fino all’università, e oltre, nel mondo del lavoro. La cosa paradossale è che un sacco di professionisti / manager, che magari ammorbano meeting e incontri di lavoro con tirate inascoltabili, si considerano oratori molto più abili di quanto non siano nella realtà.
    Nella maggior parte dei casi la formazione, su questo terreno, è affidata al talento, alla curiosità, alla volontà del singolo. Raramente si affronta a fondo la parte “tecnica” della faccenda…
    La buona notizia è che si apre un mercato per chi insegna public speaking!

     
    • Riccardo Agostini

      Ciao Michela,
      ho letto con piacere il tuo commento ed hai ragione affermando che nel sistema formativo americano il dibattito ed il public speaking sono delle attività tenute in grande considerazione.
      In Italia non è così diffuso ma posso assicurati che ci sono scuole e reti di dibattito che stanno sostenendo questo percorso formativo.

      – Istituto Carlo Alberto Dalla Chiesa (Montefiascone)
      – We Debate (Lombardia)
      – Palestra di Botta e Risposta (Padova)
      – I Debate (Lazio)
      – A suon di Parole (Provincia di Trento)
      – La gioventù dibatte (Canton Ticino)

      Il mio nome è Riccardo Agostini e mi occupo di formazione in dibattito e public speaking anche per i ragazzi delle scuole superiori.

      Da due anni il gruppo We World Intervita organizza una competizione a livello nazionale di dibattito tra tutti gli istituti superiori italiani. È un bellissimo evento a cui posso partecipare tutti gli istituti superiori italiani e che si conclude a Milano con la finale nazionale. I ragazzi si divertono moltissimo e le loro abilità come oratori sono sorprendenti. I giovani che hanno avuto la fortuna di partecipare a dei programmi come questo escono dalle scuole con una marcia in più rispetto agli altri.

      Dal mio punto di vista il problema non è che in Italia manchino le possibilità di formazione in dibattito o public speaking, ma che molti presidi non ritengano interessanti queste attività. Partecipare ad iniziative come la competizione nazionale di dibattito di We World Intervita non comporta dei costi di iscrizione ma su tutto il territorio italiano hanno partecipato solamente 62 scuole. Alcuni presidi pensano che le abilità di “parlare in pubblico” possano essere acquisite “facendo un’interrogazione”!

      Tu dici che “si apre un mercato per chi insegna public speaking” ed io rientro nella categoria dei formatori in public speaking e dibattito.

      Posso garantirti che in questi ultimi anni sta aumentando il numero di persone che si rendono conto dell’importanza che ricopre il saper parlare in pubblico, ma pensa che bello sarebbe se fin da ragazzi iniziassimo un percorso di formazione!

      Un saluto ed un ringraziamento anche per Annamaria Testa che ha pubblicato questo articolo.
      Riccardo Agostini
      Life & Public Speaking Coach

       
  7. Nontelodico

    … ma perché “Metodo 96”? (scusate l’ignoranza, google non mi è d’aiuto)

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Nontelodico.
      Finalmente qualcuno me lo chiede!

      Ho numerato tutti gli articoli che appaiono nella sezione “questioni di metodo”
      http://nuovoeutile.it/category/questioni-di-metodo/ perché trattano , appunto, questioni di metodo creativo, e tutti insieme costituiscono una buona raccolta di dritte, suggerimenti e informazioni che possono tornar utili anche un bel po’ di tempo dopo che gli articoli sono usciti.

      L’ho fatto anche perché spesso ci sono sequenze di articoli che approfondiscono diversi aspetti dello stesso tema: il numero aiuta a ricostruire la sequenza. Se qualche volta il numero non c’è, è semplicemente perché altrimenti il titolo diventava troppo lungo.

      Ho fatto la stessa cosa con la sezione “idee” (cerca nel menu, clicca e quadra che cosa c’è dentro): anche quelli sono articoli che, nella stragrande maggioranza, non hanno una “data di scadenza”. 🙂

       
  8. Sante Maurizi

    Gentile Annamaria
    torno da un breve viaggio nel Cambridgeshire dove ho partecipato a un’iniziativa di storytelling sulle problematiche della gestione dell’acqua (http://bit.ly/24MGiq1)promossa dall’Anglia Ruskin University sul modello di un’esperienza sarda (http://bit.ly/1sCMUvh). Un’altra occasione che conferma quanto lei dice: gli agricoltori del National Farmers’ Union parlano in pubblico bene come i reduci della Local History Society o come i professori universitari. Un tempo avevo una risposta pronta: gli anglosassoni studiano la loro lingua sui testi di Shakespeare, noi italiani su Dante. Loro sono “performativi”, noi “lirici”. Ora che Dante (ora? almeno da 40 anni!) non è più la base dell’apprendimento della lingua, ci manca anche il modello di quel birignao cantilenante che faceva la gioia dei vecchi insegnanti, dei saggi scolastici di fine anno, delle Orsoline e dei poeti blasonati che declamavano i propri versi. Parlare in pubblico è una tecnica, che come tutte le tecniche si può apprendere. Basterebbe – dalla scuola elementare – far leggere ad alta voce e riprendere la prassi del riassunto per essere a metà dell’opera. Saluti.

     
  9. Maurizio

    Sono il tipo da “sottomessa ritrosia” anche se aver passato la sessantina dovrebbe darmi un po’ di disinvoltura.
    Il fatto è che il più delle volte penso che in fondo dico, anzi sto per dire cose di poco conto, scontate o addirittura banali… e così lascio perdere. Per poi scoprire che invece c’è chi va giù senza ritegno per l’uditorio e per se stesso. E va beh!!
    Attendo fiducioso i prossimi post sull’argomento: magari mi aiuteranno ad allenarmi ed essere più positivo, per me e per gli altri.

     

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