Nuovo e utile Idee 96: gli stereotipi sono (quasi) come il colesterolo

Tutti sappiamo che cos’è uno stereotipo. Se c’è qualche dubbio basta guardare il dizionario, che parla di modelli convenzionali di atteggiamento e di discorso. Di opinioni o espressioni precostituite, generalizzate, meccaniche e banalizzate. E, infine, di pregiudizî negativi riferiti a gruppi sociali, etnici o professionali.
Del resto “stereotipo” vuol dire “immagine rigida” e il termine in origine rimanda al cliché tipografico. Per questo chiamiamo “stereotipi” le idee e i giudizi che sembrano fatti con lo stampino.

In realtà lo stesso dizionario, che ne sottolinea la componente banalizzante e ripetitiva, finisce a sua volta per proporre una visione stereotipata degli stereotipi.
Eppure – ce lo dice la psicologia sociale – senza stereotipi ci sentiremmo disorientati e passeremmo la vita a farci travolgere dalle domande più banali: gli spaghetti piacciono agli italiani? Sarà cortese regalare un mazzo di fiori? E da cosa mai si è travestito quel tizio con una tuta rossa aderente, la coda biforcuta, una barbetta a punta, due corna sul cranio e un forcone in mano?
Quando ci imbattiamo in un cane che ringhia, a partire dallo stereotipo che ne abbiamo sappiamo quanto velocemente allontanarci. Grazie agli stereotipi sappiamo che cosa possiamo aspettarci da un cenone di Natale o da un colloquio di lavoro, e come vestirci per un funerale o per andare al mare.
Senza stereotipi dovremmo buttar via un bel po’ di barzellette su tedeschi, francesi, inglesi e italiani, sui carabinieri, sulle suocere e le nuore. Dovremmo rinunciare a concetti come bovarismo o stacanovismo e non capiremmo tre quarti della pubblicità che passa in tv. E forse questo sarebbe il minore dei mali.

Ma se disporre di modelli di comportamento già pronti all’uso ci semplifica l’esistenza, proprio nell’accessibilità degli stereotipi si annida un rischio, quello del renderci pigri e impermeabili a ogni evidenza contraria, trasformando lo stereotipo in pregiudizio: una faccenda pericolosa quando lo stereotipo riguarda temi sensibili come l’etnia, il genere, l’orientamento sessuale, la disabilità, l’età anagrafica, l’aspetto fisico.

In sostanza, gli stereotipi sono un po’ come il colesterolo, che può essere “buono” o “cattivo”: accresce la stabilità meccanica delle cellule ma può anche occludere i vasi sanguigni e uccidere l’organismo. Il livello di colesterolo è connesso con l’alimentazione, l’esercizio fisico, lo stress.
Con gli stereotipi succede (quasi) la stessa cosa. Una moderata quantità di stereotipi ci aiuta a mantenere un’identità stabile, ma quando un eccesso di stereotipi si consolida in un blocco di pregiudizi, ostruisce ogni ragionamento. La malattia può derivare da un’alimentazione intellettuale costituita da idee-spazzatura. Stress (paura, rabbia), manipolazione e disinformazione propagandistica, inerzia e passività possono peggiorare la situazione. E tutto questo può uccidere.
Così, in Florida nel 2012 muore Trayvon Martin, adolescente afroamericano ammazzato da un vigilante insospettito dal fatto che stesse camminando, di sera, in un quartiere bianco con il cappuccio della felpa alzato. Obama nel 2013 torna a parlarne e dice when Trayvon Martin was first shot, I said this could’ve been my son. Another way of saying that is, Trayvon Martin could have been me 35 years ago.
Dicevamo che gli stereotipi sono “cattivi” quando si consolidano in pregiudizi. Li si può combattere migliorando la qualità della dieta intellettuale. Superando l’inerzia e muovendosi verso gli altri. Tenendo sotto controllo lo stress da disinformazione.
Ma – proprio come capita con il colesterolo – si possono combattere gli stereotipi cattivi anche promuovendo e valorizzando controstereotipi buoni, che fluidificano il pensiero e lo riportano più vicino alla realtà. È quanto fa Obama, proponendo se stesso come controstereotipo quando dice “Trayvon Martin è come me da ragazzo”.

Un controstereotipo antirazzista si sta consolidando attorno a Dante de Blasio, figlio del nuovo sindaco di New York. La stampa americana d’opinione ne intercetta immediatamente la potenza: il 12 novembre 2013 Time Magazine lo definisce one of the year’s most influential teens, insieme a Justin Bieber (e vabbe’, facciamocene una ragione), a Malia, la figlia maggiore di Obama, a Malala Yousafzai.
Ed eccoci a un altro punto interessante: da una parte gli stereotipi rimandano a modelli di ruolo condivisi, dall’altra i modelli di ruolo diffusi dai media rafforzano gli stereotipi corrispondenti, sia quelli buoni e positivi, sia quelli cattivi, che conducono a pregiudizi e a discriminazione.
Pensiamo alle notizie di cronaca, ma non solo: talk show, serie televisive, spettacoli di varietà, reality show, sport, perfino i cartoni animati e naturalmente la pubblicità (qui un ampio intervento sugli stereotipi pubblicitari) costituiscono, nel male e nel bene, enormi repertori di stereotipi.

In sostanza: gli stereotipi sono una parte importante dell’immaginario collettivo ed è quasi impossibile sfuggire allo stereotipo, ma si può sempre scegliere quale stereotipo rafforzare e quale combattere.
La storia pubblicitaria più divertente sullo stereotipo dello straniero viene da oltralpe. Siamo nel 2005: in Francia si diffonde il timore dell’invasione di manodopera a basso costo dall’est-Europa e lo spettro di una calata di idraulici polacchi e architetti estoni viene agitato dalla destra in funzione antieuropea.
Ovviamente l’invasione millantata non si verifica. In compenso l’ente del turismo polacco produce una spiritosa campagna pubblicitaria, testimonial un bell’idraulico (e anche una bella infermiera) che invitano i francesi a visitare il paese. Grande successo di pubblico e, dicono, buon incremento dei flussi turistici.

POLONIA

Questo post è uscito anche su Internazionale.it. È la sintesi del mio intervento alla tavola rotonda Le parole della discriminazione, presso l’Accademia della Crusca.

Posted on by Annamaria in home, idee 10 Commenti

10 Responses to Idee 96: gli stereotipi sono (quasi) come il colesterolo

  1. Mara Gasbarrone

    Mi piacerebbe saperne di più sugli stereotipi / pregiudizi sull’età. Ho letto recentemente “Troppo giovani, troppo vecchi” di Angelica Mucchi Faina (Laterza) ma la casistica riportata nel libro deriva quasi tutta da ricerche americane, ed usa un’ottica di psicologia sociale. Interessante quello che dice sulla pubblicità: modelli anziani vengono usati quasi solo per pubblicizzare prodotti “per anziani”, mentre modelli giovani per vendere prodotti con target generale. C’è qualcosa di più specifico sull’Italia? e cosa cambia nel tempo?

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Mara. Sulla scelta dei modelli per la pubblicità non valgono solo gli stereotipi (quelli, se mai, influenzano i ruoli rappresentati) ma altre considerazioni ancora. Per esempio, i riferimenti, i desideri e le aspirazioni del pubblico. E un’estetica – diciamolo – di plastica.

      Così, la comunicazione rivolta ai ragazzini impiega di norma ragazzi un po’ più grandi. Quella delle creme antiage mostra volti a dir tanto trentenni. I prodotti per anziani vengono pubblicizzati da adulti maturi (ma non anziani). I prodotti anticellulite mostrano modelle che non hanno un decigrammo di cellulite, ulteriormente piallate da photoshop. La moda maschile mostra spesso modelli efebici, mentre l’intimo maschile va sul fisico palestrato da calciatore. E così via.

      Difficile trovare un po’ di verità (e sarebbe, ne sono certa, una scoperta appassionante) nelle campagne pubblicitarie. Difficilissimo trovare un po’ di verità + un po’ di humor. Quando succede, i risultati sono strepitosi. Per esempio, guarda qui.
      http://www.youtube.com/watch?v=wCO2bc5OzcM
      La voce fuori campo esordisce con l’affermazione: “insieme all’estate arriva il peggior incubo di ogni famiglia: i padri in mutande”.

      Per intenderci fino in fondo: anche il dad in briefs è, a suo modo, uno stereotipo (basti pensare a Andy Capp stravaccato sul divano. O a Homer Simpson). Ma in questo caso non è stereotipato il modo in cui lo stereotipo viene impiegato.

       
  2. Elena Rosa

    Cara Annamaria, sempre più brava! Molto stimolante la tua rivisitazione degli stereotipi. Se mi dai l’ok diffondo il tuo pensiero ai ragazzi del festival articolotr3 comunicare la parità, prima di mettersi al lavoro, magari in occasione del workshop del 16 dicembre, a meno che tu decida di essere con noi…un abbraccio elena

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Elena. Sì, certo, volentieri. Il discorso del controstereotipo (che implica la necessità di promuovere esempi positivi per contrastare percezioni e, ahimé, pratiche negative) è specialmente importante per quanto riguarda la parità di genere e la violenza di genere. La comunicazione pubblicitaria che, pur con le migliori intenzioni, continua a diffondere immagini di donne umiliate o maltrattate o intrappolate in ruoli subalterni mette in pace il cuore di chi la fa, ma invece che risolvere il problema lo consolida. A questo proposito, da segnalare anche l’intervento di Giovanna Cosenza: http://giovannacosenza.wordpress.com/2013/11/20/pubblicita-progresso-sulle-donne-lennesimo-rituale-di-degradazione/

       
  3. Paolo1984

    le serie tv e la narrativa in generale non sono serbatoi di stereotipi nè possono sopratutto oggi essere ridotte a questo, raccontano l’umano e la società, se una cosa, più o meno diffusa, esiste è legittimo raccontarla

     
  4. Pingback: Gli Stereotipi sono (quasi) come il colesterolo di Annamaria Testa | LOFFICINA

  5. Alfio Squillaci

    E’ sempre un piacere leggerla. A proposito di barzellette sui caratteri nazionali. Fu Carlo Goldoni a inaugurare le narrazioni sui caratteri nazionali con una commedia “di carattere”, “La vedova scaltra”, in cui metteva in scena un italiano, un inglese, uno spagnolo e un francese in competizione per la conquista della mano di una bella vedova. Bel copione brillante, ma anche preziosa informazione sulle prime comparazioni che si venivano facendo in quell’Europa – già avvezza ai paralleli antropologici col “buon selvaggio” e alle prese con marce “turche” e lettere “persiane”, anche sui costumi intraeuropei, ossia sui “caratteri nazionali”. Le singolarità di un popolo sono l’oggetto di queste osservazioni come, ai giorni nostri, accade nelle più comuni barzellette dove, data una situazione tipica, vengono chiamati a confrontarsi l’italiano, il francese, l’inglese, il tedesco di turno e ognuno “risponde” secondo una tipizzazione del carattere, che spesso è un pregiudizio o uno stereotipo, ma che nell’intenzione di chi racconta è un tentativo seppur rudimentale di dirci qualcosa di profondo, di “noumenico”, di quei popoli chiamati in scena a recitare il proprio carattere. Per altro verso, gli antropologi culturali e gli studiosi anglosassoni seguaci dell’anthropological history cercando di coniugare il momento diacronico (nel nostro caso gli italiani nella storia) con quello sincronico (il “tipo” ovvero l’italiano)avvertono che “luoghi comuni e stereotipi costituiscono per lo storico non tanto un ostacolo quanto un aiuto in vista della ricostruzione delle regole o norme della cultura”, e che, “il termine ‘stereotipo’ rappresenta la connotazione spregiativa di ciò che i sociologi e gli antropologi preferiscono chiamare ‘modello’; in altre parole, è un’utile semplificazione impiegata per capire la complessità della realtà sociale. Così possiamo includere fra gli ‘stereotipi’ o ‘modelli’ il sistema feudale, il capitalismo, la cultura della vergogna, la società spettacolo ecc. Si potrebbe persino aggiungere l”inglese’, o l”italiano’, quando tali termini vengono usati in riferimento agli stili o al comportamento”. (Peter Burke, “Scene di vita quotidiana nell’Italia moderna”, Laterza, Bari, 1988, p.X.)Un caro saluto e resto sempre suo lettore incantato.

     
  6. Mineo Pietro

    Complimenti.

     
  7. Federico

    Come si può discernere uno stereotipo o un pregiudizio buono da uno cattivo?
    Personalmente penso che il discorso si sposti su una questione etica degli individui.. Ma anche la qual’è un’etica giusta o una sbagliata?

     

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