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Street art, graffiti, murales: il confine tra arte e vandalismo

Milano contro mille graffitari titola in prima pagina il Corriere della Sera del 5 maggio. La notizia è che per la prima volta una banda di graffitari finisce sotto processo per associazione a delinquere. L’argomento è controverso. Ci sono molte sfaccettature. Insomma: credo che valga la pena di dedicargli un po’ di ricerca, qualche domanda, e questa pagina.
C’è creatività nella street art e nei suoi nonni più politici, i murales? Certo: e c’è energia, ribellione, utopia, identità, desiderio, voglia di esprimersi nonostante e anche contro tutti. Ma c’è creatività anche nelle tag (le firme scarabocchiate sui muri)? E, soprattutto, quali differenza uniscono o separano street art, graffiti, murales? Vediamo…

Murales – i nonni politici della street art. Giusto per darvi un’idea: qui una selezione di murals nordirlandesi (sia repubblicani sia unionisti) e qui una visita guidata per i murals di Belfast, diventati attrazione turistica. Qui i magnifici murales di Diego Rivera, marito di Frida Kahlo, uno dei massimi artisti messicani (scrollate la pagina per vederli): sono stati dipinti tra il 1929 e il 1935.  Qui un video un po’ artigianale con una selezione di murales cubani. Qui i murales di Orgosolo. Ma il mural più famoso di tutti, per soggetto e dimensioni (e anche se in realtà è dipinto a olio su tela) è Guernica di Pablo Picasso.

Street art – l’arte contemporanea di strada. Wikipedia (link sopra) invita a distinguerla dal vandalismo anche se, me ne rendo conto, a volte i confini appaiono sfumati. Qui un bel blog (in inglese, ma tanto son tutte figure). Qui un blog italiano. La street art si è divisa in mille rivoli: c’è chi usa gli spray, chi gli stencil, chi appiccica ai muri foto o poesie. Per dire: la medesima Milano che se la sta prendendo con le tag ha dedicato alla street art una mostra memorabile al Padiglione d’Arte Contemporanea.

Graffiti – si chiama anche writing, e writer sono i graffitari. I graffiti nascono a New York, negli anni Settanta: un’espressione della cultura hip-hop. Le scritte sono elaborate, rispondono a precisi codici stilistici e sono diverse dalle tag quanto può esserlo un taglio di Fontana da uno sbrego nei pantaloni. Per avere un’idea dello spirito del tempo potete dare un’occhiata al documentario Style Wars.

Tag – la tag in origine è la firma del graffitista, o i marchio di un gruppo di graffitisti. Si chiama bombing la tendenza a scrivere tag dappertutto. Obiettivo del bomber è la pura (si fa per dire) notorietà, che ottiene marcando quanti più può muri o vagoni della metropolitana. Non c’è componente artistica e le stesse comunità di writer ne prendono le distanze.

Keith Haring – Con Jean-Michel Basquiat (al quale la Triennale di Milano ha dedicato una mostra) un mito degli anni Ottanta. Haring ha lavorato molto a Milano. Ho avuto l’onore di stringergli la mano e di chiacchierarci a New York, nel 1987, nel suo negozio. Credo che sia stata l’unica volta nella mia vita in cui ho chiesto un autografo: l’ha tracciato con un grosso pennarello nero.

Duello londinese – La battaglia di street artists più famosa è avvenuta a Londra, tra Robbo e Banksy. Ne ha parlato perfino il Wall Street Journal.

Graffiti e pubblicità – un art director francese propone di usare le immagini di Bansky per la pubblicità: effetti interessanti.

E adesso lo dico: i murales mi emozionano, mi attrae la street art ma le tag mi fanno arrabbiare. Mi spiace che si sia arrivati alle maniere forti ma, santa polenta, in nessuna grande metropoli moderna come Londra, Parigi o New York si trovano brutti e sgraziati scarabocchi su qualsiasi muro, compresi quelli degli edifici di pregio appena restaurati.
Tra l’altro ho il sospetto che lo scarabocchio, qui da noi, sia ormai del tutto separato sia dalla cultura antagonista che gli ha dato origine, sia da qualsiasi dimensione artistica o espressiva diversa dalla pura, primitiva espressione di sé: la discriminante, come in qualsiasi manifestazione creativa, sta nella presenza o nell’assenza di una cultura strutturata di riferimento, di un’intenzione consapevole, di una maestria tecnica ed espressiva.

E ancora, santa polenta: se un ragazzo disegna e vuole affermarsi, oggi c’è il web, un’opportunità che negli anni Ottanta mancava.
E allora dai, fratello, se davvero disegni da dio e vuoi diventare famoso puoi anche mettere i tuoi lavori online. Promuovili, sorprendici e fatti conoscere nel mondo, invece di limitarti a far infuriare i residenti  e i negozianti di Vicolo Corto.
(l’immagine è opera di Bansky)

 

19 Commenti a Street art, graffiti, murales: il confine tra arte e vandalismo

  1. Roberto

    1) Associazione a delinquere è esagerato. A momenti, neanche ai mafiosi…
    2) A volte, meglio scrivere di cose su cui abbiamo delle competenze. In questo articolo ho letto molte cose senza senso. Stai dando definizioni che non esistono (“tag” e “graffiti” non è solo quello che scrivi tu).
    3) il comune di milano dovrebbe pensare più alle mafie, invece delle tag…
    4) i “graffitari”, come li chiami tu, non vogliono diventare famosi o fare carriera con internet. Non è arte. È altro.

     
  2. Annamaria

    Ciao Roberto. Le molte cose senza senso che hai letto sono state tratte dalle fonti che ho linkato. Se mi dici quali sono le cose senza senso, e perché non ne hanno, e perché le fonti non sono affidabili, sarò più che lieta di imparare qualcosa di nuovo. L’obiettivo di questa pagina è proprio questo: aprire una discussione serena nel merito.

    A proposito di scrivere di cose di cui abbiamo qualche competenza: ti assicuro che a proposito di che cosa possa o meno definirsi creativo un minimo di competenza ce l’avrei.

    Tag e graffiti: sul tema sono stati pubblicati interi libri. Qui ho riportato in modo supersintetico le definizioni più diffuse, a cominciare da en.wikipedia. Di nuovo: se vuoi proporre altre definizioni, argomentandole, sei più che benvenuto

    Ho scritto chiaramente che mi dispiace che si sia arrivati a questo punto. D’altra parte, ormai nessuna grande metropoli è conciata come molte città italiane, città d’arte comprese.

    Forse hai letto il post in modo frettoloso: non sostengo che i writer taggano per diventare famosi sul web, ma esattamente il contrario. Dico, invece, che la novità del web potrebbe perfino cambiare (e già lo sta facendo) le prospettive dei ragazzi che disegnano bene.

    “Il Comune di Milano dovrebbe pensare di più alle mafie…” questo è una classica argomentazione benaltrista. http://it.wikipedia.org/wiki/Benaltrismo
    Suvvia, dai, cerchiamo di ragionare sul serio.

    Ok, non è arte. Che cos’è? Proviamo insieme a definirla?

     
  3. Francesca Muriel Testa

    concordo con roberto e aggiungerei che il writing è un mondo di pratiche condivise con le sue “regole” definirlo nei termini di ragazzi che sanno disegnare bene(?)o meno è quantomeno sociologicamente scorretto.

     
  4. Annamaria

    Francesca… tutti i mondi di pratiche condivise hanno le loro regole, perfino il mondo dei giocatori di briscola. E dunque?

    Per quanto riguarda il writing: lo riferisco alla cultura Hip Hop e rimando a Style Wars. Dimmi che c’è di (sociologicamente, ma anche storicamente) sbagliato, per favore.

    Il discorso che (faticosamente) provo a fare è un altro.

    Qualsiasi cosa uno faccia nella vita (writing compreso) può farla in modo accurato o meno. Mettendoci del talento o meno. Writing e street art offrono una quantità di eccellenti espressioni del talento contemporaneo.

    Nei tag di Corso di porta Ticinese non riesco a vederne. Mi sembra una pura, e primitiva, occupazione del territorio urbano. Ma, se mi illumini, te ne sarò grata.

    A proposito di disegnare bene: ho ricordato Haring proprio per dire che nel tracciare un segno sul muro può esserci un’espressione di grande talento, e che oggi il web offre, a chi ne ha, un’occasione in più.

     
    • Francesca Muriel Testa

      Annamaria, grazie per aver precisato.L’intento del mio commento non era comunque quello di contestare quello che scrivi ma solo il tentativo di problematizzare un discorso per nulla facile (come tu dici..faticoso). In effetti quando si parla di writing tutti, compresa me, lo riferiscono alle città americane tra gli anni sessanta e settanta, vero è che da tempo si è trasferito e
      inserito in contesti socioeconomici estremamente dissimili da quelli originari. semmai ciò che contesto del tuo discorso è l’uso del termine “talento” considerandolo come elemento necessario affinchè la pratica del writing non sia , detto con parole tue, una pura e primitiva occupazione del territorio urbano. Non è questa la sede per discutere di cosa io penso sia la occupazione del territorio urbano e che valore gli dia.. perciò ti propongo una lettura che trovo intressante, un saggio che parla di writing come di pratica interstiziale (briscola a parte;)): Andrea «Mubi» Brighenti e Michele Reghellin : WRITING, ETNOGRAFIA DI UNA PRATICA INTERSTIZIALE http://www2.scedu.unibo.it/colombo/dida/2007-08%20bo%20sdev/brighenti.pdf.

       
  5. Annamaria Testa

    Ciao Francesca. Grazie per aver segnalato il lavoro di Brighenti e Reghellin (provo a ri- linkarlo in modo cliccabile): è interessante anche perché dà conto dei rapporti (anche questi ambivalenti) tra writing e web, e perché approfondisce i diversi punti di vista sul tema legalità/illegalità.
    http://www2.scedu.unibo.it/colombo/dida/2007-08%20bo%20sdev/brighenti.pdf

    Nel commento successivo pubblico l’estratto di una tesina online alla quale sono arrivata a partire da questo lavoro. Anche lì, e in un linguaggio più semplice, si trovano diversi elementi d’interesse.

     
  6. Annamaria

    tratto da:
    http://it.scribd.com/doc/19823492/LINGUAGGI-U-RBANI7

    I graffiti sono fenomeni artistici e sociali strettamente connessi all’ambiente urbano del ventesimo secolo: denominati più precisamente come writing o Graffiti writing rappresentano “una manifestazione sociale, culturale e artistica” (Baldieri, 1990) diffusa globalmente attraverso cui esprimere la propria creatività tramite interventi diretti sul tessuto urbano (…)
    Le radici del writing posso essere rintracciate nel contesto sociale americano degli anni sessanta, in particolare l’arte dei graffiti nacque e si evolse nei sobborghi newyorkesi degradati dei quartieri prevalentemente ispanico-americani come forma di protesta e di comunicazione (…)
    (In Italia) il writing, nacque anche come “possibilità implicita” attraverso cui riappropriarsi della città, dei contesti urbani “dimenticati”, a cui ridare un volto e un significato. Luoghi vuoti da riempire, da decorare da vivere concretamente, forse per fuggire alla noia della routine quotidiana, o se vogliamo un mezzo di comunicazione urbano attraverso cui emergere, venire apprezzati.
    (…) Luoghi di partenza per lo sviluppo della cultura dell’hip hop e del writing italiano furono i Centri Sociali giovanili da cui gli artisti partirono per comporre i loro primi pezzi sia in campo musicale che in quello artistico su muro. (…) La cultura italiana del writing, infatti, non avendo ancora consolidato le proprie radici e i propri valori, stentò inizialmente a decollare poiché pressata da una forte analisi critica generale verso chi veniva accusato di copiare i pezzi definiti “neri” del Bronx utilizzando significati e rappresentazioni stilistiche che non appartenevano al contesto italiano.
    Lucchetti (1999) a questo proposito, riporta la testimonianza di Dayaki, scrittore e writers Bolognese di quegli anni: “[…] Non possiamo riprodurre il modello americano, non si adatta alla nostra situazione sociale
    possiamo però creare qualcosa di nuovo, di italiano, partendo dai motivi di fondo dell’hip hop […]. Inutile imitare i neri americani, non siamo come loro, comportiamoci da italiani, noi la sera torniamo in famiglia con la mamma […].
    Gli anni 90’ italiani vedono finalmente emergere nuovi giovani writers, la cultura del writing si consolida, nascono nuovi stili e si genera la competizione tra artisti e l’esplosione del bombing con conseguenti irrigidimenti delle sanzioni penali e dei progetti di prevenzione. Il writing italiano si fa strada tra polemiche durissime: atti di criminalità o forma d’arte innovativa? (…)

    Anche oggi come allora siamo di fronte ad un fenomeno denso di contraddizioni: il graffito rimane una forma artistica adatta per esprimere la propria identità di gruppo o di singolo individuo (…) Ma il writing oggi è anche vera e propria arte, uscendo dai confini dell’illegalità è stata ormai assunta come nuova forma alternativa di espressione, capace di cancellare stereotipi e pregiudizi, riunendo intorno a se persone provenienti da tutto il mondo. Il fenomeno artistico “di frontiera”è oggi anche in parte riconosciuto dalle istituzioni, utilizzato come strumento artistico urbano, come mezzo educativo originale per attirare adolescenti e giovani stranieri di seconda generazione.
    Rimane l’ombra dell’illegalità sul quel writing sporco che Pani definisce come un fenomeno
    “praticato da chi imbratta i muri con scritte incomprensibili, scarabocchi, parolacce, che si prefiggono unicamente di sporcare gli edifici; l’obiettivo è solo quello di danneggiare lo scenario del mondo urbano, per il puro piacere di farlo ”(Pani, Sagliaschi, 2008, pp. 90-91)….
    (…) Sono due le considerazioni allora da fare. La prima è che il writing è nato in un contesto
    differente da questo per motivi e contingenze che hanno spinto le generazioni a combattere per difendere valori, per raggiungere scopi e obiettivi verso cui credere. I giovani americani degli anni sessanta hanno fatto delle scritte sul muro inizialmente uno strumento insolito per emergere rispetto ad altri giovani, per esprimersi, per uscire dall’anonimato e dalla noia, per conquistarsi lo spazio urbano ed esserne parte attiva. (…) Esisteva però uno sfondo di valori e motivazioni che hanno riempito di significati e di sostanza quello che si stava facendo e che hanno permesso inseguito a ciò di assumere aspetti e prospettive differenti. La seconda considerazione legata alla prima, è che senza scopi, motivi e valori di sfondo una cultura non è tale. .. Non è possibile parlare del writing dal punto di vista sociale, ovvero delle sue connessioni con il tessuto urbano, senza prendere in considerazione appunto il suo essere anche considerato un fenomeno illegale, un
    insieme di azioni vandaliche atte a deturpare la città e il suo patrimonio storico-culturale e nello stesso tempo una corrente artistica che nel corso degli anni si è evoluta adattandosi anche a certe tendenze contemporanee (…)
    Anche Stefy, mette in evidenza il bisogno, per gli stessi writers, di puntualizzare che chi fa seriamente “graffitismo o street art rispetta la città e i suoi edifici a differenza invece di chi ne vede solo una moda a cui conformarsi andando in giro ad imbrattare senza raziocinio tutta la città, opere d’arte comprese. Tanto per citare un episodio di cronaca recente, tra i tanti che da anni appaiono sui rotocalchi, quello di Milano mi sembra esemplare: il sindaco della città ha dichiarato ufficialmente che saranno attivati al più presto sanzioni disciplinari durissime contro i writers .
    Il disegno di legge sicurezza, già approvato al Senato, prevede infatti, in caso di recidiva, una pena fino a due anni di reclusione. Provvedimenti e sanzioni sono già stati messi in opera contro i 43 writers che nel 2008 sono stati segnalati all’autorità giudiziaria dal Nucleo Decoro Urbano della Polizia Municipale lo scorso anno. Tra le accuse più pesanti, quelle di aver imbrattato scuole, il duomo di Milano e alcuni edifici privati della città (http://www.ilvelino.it).
    (…) Il graffito, per essere considerato arte a tutti gli effetti ha iniziato a muoversi verso un piano di
    legalità, conquistando il rispetto non solo di altre comunità di writers, ma anche di coloro che vivono nella città e nelle sue periferie. Proprio per questo in Italia si è costituita ISA – Associazione Italian Street Art’, nata nel 2007 “ grazie alla collaborazione di alcune delle più significative realtà associative, artistiche e professionali italiane che applicano le tendenze visive legate ai fenomeni artistico-culturali del graffitismo, del muralismo e della street-art al design urbano, all’arte contemporanea ed ai progetti socio-culturali. Isa è un progetto indipendente, senza scopo di lucro, di aggregazione sociale e politica super-partes, al servizio di artisti eprogetti nel pieno rispetto delle culture che li sostengono” (http://www.associazionegraffiti ).

     
  7. Alberto Mora

    Non voglio essere troppo semplicistico, ma secondo me il processo di distinzione tra opera street art e scarabocchio può diventare più facile se iniziamo a considerare lo street artist come un brand. Dico ciò facendo riferimento soprattutto al modello di branding di Semprini. Ciò che distingue lo scarabocchiatore dallo street artist può essere la presenza di un progetto di marca, all’interno del quale confluiscono tutte le iniziative intraprese dall’autore. Ogni opera dello street artist si muove nella stessa direzione ed è tesa alla manifestazione di un progetto più grande. Quando c’è un progetto di marca c’è una presa di posizione e c’è impegno nel rimanere coerenti con il proprio progetto. Mentre nel caso dello scarabocchiatore tutto questo non accade.

     
  8. Nicolo'

    Roberto e Francesca, premesso che sono in grandissima parte d’accordo con quanto scritto da Annamaria. Vorrei invitarvi a rispondere ad una semplice domanda, che mi arde nel cuore da quando due dei quattro lati dell’edificio dove abito qualche mese fa sono stati vandalizzati brutalmente da un gruppo di manifestanti in assetto da guerra in memoria di un loro, vero o presunto, amico scomparso ormai più di dieci anni fa. La domanda è la seguente: a cosa serve un tag? Quale è l’effetto netto, pesando arrabbiature da una parte e stupore e meraviglia per l’opera d’arte dall’altra, di una scritta venuta male imposta da uno sconosciuto al portone del garage di casa tua?

    Credo che l’arte in qualsiasi forma ed espressione sia utile perché riavvicini l’osservatore, spesso incapace di ripeterla, al “bello” di cui egli stesso è figlio. I tag sporcano, non comunicano, costano un sacco di soldi a chi li deve togliere, e sono orrendi. Tu mi dici che sono l’equivalente “umano” della pisciatina del cane che marca il suo territorio. Annamaria sostiene che anche questa sia storia vecchia. E allora la mia domanda seconda domanda è: perché?

     
  9. Annamaria

    Daniela Salina mi invia un suo commento, che rimanda a un suo testo di prossima pubblicazione, e che parte da una considerazione di Francesco Morosino uscita su Nanni Magazine.

    L’arte per sua natura non ha regole
    Quando vuole essere rivoluzionaria, sociale, istruttiva, profonda e metaforica deve andare contro il pensiero comune. Deve essere capace di osare, di pensare, di interrogarsi e di far riflettere. Eppure ci sono dei limiti, ci sono dei confini che vanno rispettati, e sono il buonsenso e la libertà degli altri. Visto che non è possibile determinare cosa sia arte e cosa non lo sia nel mondo odierno, la risposta è semplice: tutto ciò che ci rende umani è arte. Poi va distinta l’arte brutta dall’arte interessante, l’arte fatta male o fatta solo a fini commerciali, da quella creata con il cuore e con la mente, realizzata per essere donata agli altri più che a se stessi, l’arte che rimane ancorata al passato e quella che fa progredire la ricerca.
    Per concludere: qualsiasi estremizzazione porta solo verso vicoli ciechi e impelagarsi nella domanda sterile: “Questa è arte oppure no?”, è ormai fuori luogo. Non si tratta più di dividere le cose in comparti stagni, è venuto il momento che il pubblico prenda in mano le redini del mondo dell’arte e cominci a discutere di qualità del contemporaneo con la mente aperta verso il futuro.
    (F. Morosino)

    Riflessioni
    Forse non è così difficile riconoscere il valore di un’opera murale. Per esempio, si può cominciare osservando se c’è una sperimentazione calligrafica interessante; se il tag è un vero logo, graficamente armonico e incisivo; se l’illustrazione esprime un concetto originale, se la composizione è inattesa, se la qualità dell’esecuzione è buona e, “last but not least”, se procura una reazione emotiva.

    Curiosità
    Nel 2012 è uscito un libro di fotografie, pubblicato da ready-made, che racconta in 30 immagini a colori l’incontro di Margherita Lazzati con Sanuel Beckett, sorpreso in un murales di Alex Martinez a Portobello, una famosa strada londinese. Interessante è il rapporto che l’autrice stabilisce con il murales. Un incontro con il degrado dell’opera, non paragonabile al volto umano, ma con delle similitudini con il nostro modo di rapportarsi al quotidiano e alla fatica di vivere.
    Per entrare insieme nel percorso che ha prodotto le testimonianze visive, presenti nel libro, riporto l’introduzione scritta dall’autrice.

    Il primo incontro con Samuel Beckett avviene a Londra nel gennaio del 2007, davanti a un muro di Portobello, e prosegue fino alla sua dissoluzione nel marzo del 2010.
    Una storia che in questo arco di tempo si è trasformata in una sorta di esperienza di vita e di morte.
    Catturata dall’intenso sguardo del Murales di Alex Martinez, era inevitabile che, con il trascorrere del tempo, io mi immedesimassi con il suo “Godot”: lui era là, su quel muro, ed io, ad ogni approdo londinese, mi sentivo come attesa. Era un incrocio di sguardi, senza parole. O megli le parole, in un certo senso, erano gli scatti della mia macchina fotografica.
    Ad ogni incontro trovavo quel volto sottilmente mutato, quasi corroso, come se, più che per l’inevitabile degrado atmosferico, fosse l’indifferenza frettolosa della vita di quartiere che lo stava disfacendo. Giungendo fino ad essere vittima dello sfregio di altri writers.
    Una delle ultime volte che l’ho incontrato, ricordo di aver notato una sorta di ecchimosi grafica su un occhio che preannunciava la scomparsa definitiva di quello sguardo.

    Curiosità
    Banksy Arrestato a Londra, identità rivelata
    L’ultima notizia sulla quale meditare, è apparsa il 22 febbraio 2013 sul sito Super Official News.
    A proposito dell’arresto di Banksy, ho tradotto una parte dell’’articolo di Jimmy Rustling, nella quale erano riportate le dichiarazioni del Capo della Polizia londinese Wayne Leppard.
    Londra, Inghilterra — Lo street artist inglese, attivista politico, regista cinematografico e pittore, che da anni opera sotto lo pseudonimo di Banksy, è stato arrestato questa mattina dalla polizia londinese. Dopo ore d’interrogatorio, e la perquisizione del suo studio, la sua identità è stata finalmente svelata. Il vero nome dell’artista è Paul William Horner, un trentanovenne nato a Bristol.
    La notizia è stata confermata, tramite l’agente dell’artista Jo Brooks, dalla BBC e anche dal sito Pest Control, che si occupa della gestione dei messaggi diretti a Banksy.
    Il Capo Wayne Leppard ha tenuto una conferenza stampa per informare i media del fatto. Ecco la sua dichiarazione:
    “La squadra anti-graffiti, che stava tenendo d’occhio dei gruppi presumibilmente collegati con Banksy, ha visto uscire degli individui da un appartamento, segnalato come uno degli studi dell’artista. Seguendo i cinque uomini, la squadra ha potuto arrestarli, mentre si stavano apprestando a imbrattare i muri della zona.”
    La Polizia ha anche parlato delle prove, trovate nello studio, che il gruppo agiva per conto di Banksy. Sino a oggi non è comunque chiaro chi altro sia coinvolto.
    La CCN ha parlato con Kyle Brock, il project manager di Banksy, il quale ha dichiarato:
    “Lui è preoccupato che lo si voglia incriminare. Se la polizia ha speso tutto questo tempo ed energia, vuol dire che ha preso di mira proprio lui. E’ inconcepibile che l’intento sia di colpire Paul Horner, classificando come vandalismo tutta questa bellezza che lui ha portato nel mondo.”

    Rivelazione o scherzo perpetrato ad arte?
    La prima cosa che mi è passata per la mente, è stata un parallelismo d’intenti con la pratica del movimento Luther Blisset, quando faceva pervenire notizie false, ma credibili, alla stampa italiana. Vere beffe per dei media poco scrupolosi.
    Dal momento in cui è apparsa la notizia, a quando il libro è passato alla casa editrice, è trascorso un certo tempo. Tempo durante il quale avrei potuto chiarire il fatto, ma oltre al ragionevole dubbio, mi è sembrato più interessante vivere l’episodio come un’altra “prova d’artista.”

     
  10. Fiorella Palomba

    Finalmente sono riuscita ad avere, per poco credo, un po’ di pace per leggere la tua nota, Annamaria che mi ha molto indispettito, incuriosito, intrigato. Spiego le ragioni.
    – mi pare quanto meno sorprendente che con tutti i delinquenti, assassini, violentatori e approfittatori di tutto e di più, ci sia chi se la prende con i graffitari, santa polente (Annamaria ti copio perché la mia nonna lo diceva di frequente)
    – Non amo affatto le città lordate dai segnaposto, i TAG e Roma da questo punto di vista è un delirio, ma tra TAG e GRAFFITI ci passa un bel po’ e l’hai documentato limpidamente.
    – A Pisa “Tuttomondo” di Haring è stato restaurato e protetto.

    http://it.wikipedia.org/wiki/File:Tuttomondo.jpg

    Faccio il portaborse (di macchine fotografiche), letteralmente, di mio marito. In giro per Roma andiamo a caccia di graffiti perché resti almeno la memoria fotografica. Questi sono esempi.

    http://www.flickr.com/photos/semeraro/5049889199/in/set-72157625091720058/

    http://www.flickr.com/photos/semeraro/6817121910/in/set-72157625091720058/

    http://www.flickr.com/photos/semeraro/8606253083/in/set-72157625091720058/

    Ciao, alla prossima (*_))

     
  11. Luca

    Credo che questo post soffra del difetto che impedisce a tanti pubblicitari di essere del tuttocredibili: la convinzione che siccome ci si occupa di creativita’ in un campo, si acquisisca il diritto di giudicarla in tutti gli altri (cito un commento di risposta: “A proposito di scrivere di cose di cui abbiamo qualche competenza: ti assicuro che a proposito di che cosa possa o meno definirsi creativo un minimo di competenza ce l’avrei.”).

    Quelli che per lei sono brutti e sgraziati scarabocchi, per altri sono una cultura. Io andrei piu’ cauto nel giudicare qualcosa che si conosce solo da Wikipedia e qualche articolo di giornale. Anche se si e’ convinti di avere tutte le competenze per “definire cosa sia un lavoro creativo”. Altrimenti si fa la figura del Giornale di turno, soltanto un po’ meno greve.

     
  12. Annamaria Testa

    Caro Luca,
    esprimo delle opinioni, ma lo faccio citando fonti e argomentando.

    Puoi non essere d’accordo, ma dovresti produrre una contro-argomentazione un po’ più articolata di “per altri sono cultura”, ed evitare di rifugiarti nell’argomentazione ad personam (“tu dici cose errate perché sei incompetente”).

    L’argomentazione ad personam è una fallacia cognitiva, e non aiuta mai ad approfondire un tema.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Argumentum_ad_hominem

    Per quanto riguarda, invece, il sapere qualcosina di creatività (e non sto parlando di lavori pubblicitari) avendo studiato il fenomeno, e avendo provato a raccontarlo non solo qui su NeU, ma in diverse centinaia di pagine pubblicate:

    http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/libro/3989_la_trama_lucente_testa.html

    http://www.ibs.it/code/9788842077039/testa-annamaria/creativita-piu-vo.html

    Qui c’è il mio curriculum. Ci troverai anche la direzione scientifica del primo convegno e del primo festival italiano sulla creatività. Divèrtiti.
    http://annamariatesta.it/

     
  13. Zaira

    Arte è anche trasgressione e allora è veramente assurdo concludere l’articolo con una frase del genere “E allora dai, fratello, se davvero disegni da dio e vuoi diventare famoso puoi anche mettere i tuoi lavori online. Promuovili, sorprendici e fatti conoscere nel mondo, invece di limitarti a far infuriare i residenti e i negozianti di Vicolo Corto.” I lavori di Bansky sono considerati opere d’arte a tutti gli effetti e sono quotati per cifre che fanno girare la testa proprio perché li ha esposti senza ritegno nei luoghi più impensati. Santo cielo, ha fatto un graffito sul muro di Gaza!!! Arte contemporanea è saper manipolare i media per far parlare di sè, fare notizia. Ecco perché Banksy è artista (e genio) e non vandalo. Il colmo? Sta nel fatto che alla notorietà non da valore e non considera arte il proprio lavoro.
    Per capire seriamente il confine tra ciò che è arte e ciò che non lo è consiglio il testo Mercanti d’Aura di Dal Lago e Giordano, inoltre è un capolavoro il documentario di Banksy “Exit through the Gift Shop”.

     
  14. Annamaria Testa

    Gentile Zaira, ha la capacità di spiegarmi che c’entrano le opere di Bansky, o quelle dell’italiano Blu http://www.youtube.com/watch?v=sMoKcsN8wM8
    a entrambi i quali peraltro il web ha dato fama mondiale, con le tag di Corso di Porta Ticinese? Su, mi dica dove ce lo vede, Bansky, su quei muri lì.

    Se l’arte fosse solo trasgressione basterebbe un rutto prodotto al momento giusto a trasformare ognuno in un artista.

    E i lavori di Bansky non sono opere d’arte “proprio perché” li ha esposti nei luoghi più impensati, ma perché sono straordinari: intelligenti, acuti, disturbanti ma formalmente impeccabili (e resterebbero straordinari anche in un museo, così come sono rimaste straordinarie, esposte in Triennale, le opere di Basquiat).

    Lei sta confondendo, per così dire, la cornice con l’opera. Che è opera d’arte perché ha un valore in sé, e per la sua intrinseca potenza dirompente che sì, è connessa col gesto artistico, ma anche con l’esito di quel gesto e con la ricerca condotta dall’autore.
    E’ una confusione consolatoria.

    Sul fatto che “Arte contemporanea è saper manipolare i media per far parlare di sè, fare notizia” (e qui, fra l’altro, mi dà indirettamente ragione quando parlo delle opportunità offerte dalla rete) ho comunque alcuni dubbi: siamo pieni in tutti gli ambiti di “artisti della manipolazione dei media” dei quali, mi creda, si potrebbe serenamente fare a meno.

     
  15. Zaira

    “Se l’arte fosse solo trasgressione basterebbe un rutto prodotto al momento giusto a trasformare ognuno in un artista.”
    Anna Maria la cito per ricordarle che Manzoni è diventato famoso grazie alle sue merde d’autore…e Duchamp è famoso per Fontaine che altro non è che una foto di un orinatoio… l’artista contemporaneo non deve solo essere bravo, ma deve essere bravo a far parlare di sè. Fontaine è un’opera incredibile ma non per l’oggetto in se (che nemmeno esiste.. ne abbiamo solo una fotografia) ma per come Duchamp fu capace di far parlare di sè, di creare dibattito, di smuovere le acque.

     
    • Karin

      Io nn credo che esporre i Murales, opere NATE SUI MURI, che hanno questa caratteristaica base che li differenzia dagli altri tipi di arte, in un museo sia giusto.Va contro la loro natura, ovvero quella di denuncia; mantenerli, restaurarli e prendersene cura è un altro discorso. Tanto per parlare di Blu, che per protestare, si è messo a -cancellare- i suoi capolavori da Bologna perche, (chissà cm) qualcuno voleva ciuppare soldi mettendoli in un museo.

      TAG: anch’io credo che imbrattare i muri delle città cn scarabocchi è incocepibile, perché okay tutto ma c’ è ARTE e c’è (scusate i termini) “merda”. Se uno mettendo il suo “logo” o “firma” si vole come dire pubblicizzando, nn ha senso. Se uno è bravo è bravo fine, una persona nn diventa un artista degno di nota, perche scrivacchia ovunque la sua tag, ma perché ha sbalordito il pubblico, lo ha emozionato, o fatto provare forti emozioni magari anche schifandolo. Trovo che il bombing sia un modo che, oltre a recar danno e problemi, sia inutile e allora si che uno fa prima a mettersi su internet xke alla fine diventa quello lo scopo(?)..

       
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