L’intero modello economico deve essere ripensato, in modo più equo e sostenibile dopo la pandemia, dice Thomas Piketty, intervistato dal Manifesto a proposito del suo nuovo, monumentale libro Capitale e ideologia (La Nave di Teseo, traduzione di Lorenzo Matteoli e Andrea Terranova).

“Monumentale” è la parola giusta. Sono 1200 pagine, stampate su una patinata sottile e consistente, simile a quella che si usa per i dizionari. 
Appoggio l’edizione di carta sulla bilancia per gli spaghetti. Fa quasi 1.100 grammi. Il corrispondente di una (assai abbondante) spaghettata per dieci persone.
Qui non provo nemmeno a commentarvele, le 1200 pagine di Piketty: ne verrebbe fuori un consommé scipito. 
Vi offro invece, su un ideale vassoio, una serie di assaggi che provo, per quanto è possibile, a impiattare connettendoli tra loro, e che vi danno conto, anche, del linguaggio limpido che Piketty impiega. Poiché si tratta di un libro di economia, di storia e di scienze sociali, la limpidezza è un attributo tutt’altro che scontato.

L’incipit è folgorante. E incrocia strutture socioeconomiche, sovrastrutture ideologiche e narrazioni. 

Ogni società umana deve giustificare le sue disuguaglianze: è necessario trovarne le ragioni, perché in caso contrario è tutto l’edificio politico e sociale che rischia di crollare. Ogni epoca produce, quindi, un insieme di narrative e di ideologie contraddittorie finalizzate a legittimare la disuguaglianza, quale è o quale dovrebbe essere… 

Nelle società contemporanee, si tratta in particolare della narrativa proprietarista, imprenditoriale e meritocratica: la disuguaglianza moderna è giusta, perché è la conseguenza di un processo liberamente scelto nel quale ognuno ha le stesse opportunità di accesso al mercato e alla proprietà e nel quale ciascuno gode naturalmente del vantaggio derivante dal patrimonio dei più ricchi, che sono anche i più intraprendenti, i più meritevoli e i più utili.

Ma questa narrazione è adesso diventata fragile. Una “favoletta meritocratica”. Cioè 

un modo molto comodo, per i privilegiati del sistema economico attuale, di giustificare qualunque livello di disuguaglianza senza nemmeno doverlo analizzare, stigmatizzando allo stesso tempo chi soccombe per le sue mancanze: di merito, di capacità e di diligenza. Questa “colpevolizzazione” dei più poveri non esisteva o, almeno, non era così esplicita nei precedenti regimi basati sulla disuguaglianza, che sottolineavano invece la complementarità funzionale dei diversi gruppi sociali.

Piketty dice che la disuguaglianza, insomma, non è “naturale”, e varia nel tempo e nello spazio: ci sono sempre state e sempre ci saranno molte alternative per regolare il sistema della proprietà, il sistema dell’istruzione e il sistema fiscale, le tre maggiori fonti della disuguaglianza. 

È tutta questione di scelte, politiche e, prima ancora, ideologiche. In altre parole: a configurare le scelte è la struttura delle idee del mondo, della giustizia e della legittimità (appunto: l’ideologia) che ciascuna società adotta, attraverso un costante, conflittuale processo di sperimentazione storica. 

Lo fa scegliendo di volta in volta (e giustificando ideologicamente) l’alternativa più favorevole a chi ha l’effettivo potere di scegliere, e scartando tutte le altre alternative possibili, in un costante, doloroso e conflittuale processo di creazione narrativa.

Il genere umano vive oggi in condizioni di salute mai godute prima nella sua storia: lo stesso vale per l’accesso all’istruzione e alla cultura.

Il reddito, nei limiti della possibilità di misurarlo, è passato da un potere d’acquisto medio (espresso in euro 2020) di 80 euro al mese per abitante del pianeta nel 1700, a circa 1000 euro al mese nel 2020. Questi importanti incrementi quantitativi, che – è bene ricordarlo – corrispondono a ritmi di crescita annuale media di appena lo 0,8%, accumulati in più di tre secoli, rappresentano comunque dei “progressi” incontestabili dello stesso ordine di grandezza di quelli che si sono verificati per la salute e per l’istruzione; e provano che forse non è indispensabile una crescita del 5% annuo per garantire il benessere sul pianeta. 

Dobbiamo ricordare che tra il 1700 e il 2020 la popolazione mondiale è passata da circa 600 milioni a più di 7 miliardi. Dobbiamo però anche stare attenti a non lasciarci ingannare dalla media del pollo. Il progresso esiste, ma è fragile e iniquo, e in ogni momento può essere cancellato dalle derive identitarie e dalla rinnovata crescita delle disuguaglianze, che si sono enormemente accentuate a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso.

Nei capitoli centrali del suo testo, Piketty interpreta, alla luce delle disuguaglianze e dei sistemi di relazioni che si sono via via prodotti per giustificarle, le strutture sociali che si sono sviluppate non solo nell’Europa cristiana, ma anche “in moltissime società extraeuropee e nella maggior parte delle religioni, in particolare nel caso dell’induismo e dell’islam sciita e sunnita”.  

(Immagino che trascuri la breve ma fiorente età comunale proprio perché sta andando in cerca delle disuguaglianze maggiori, mentre – se i miei modesti ricordi di storia non mi tradiscono – la società comunale coinvolge una consistente parte della cittadinanza nel governo, nella difesa e nell’amministrazione cittadina. È socialmente fluida e vede la nascita di un embrione di borghesia artigianale e mercantile).

Piketty si concentra, invece, sulla società trifunzionale, o ternaria, e sul grande sforzo di “astrazione, di concettualizzazione e di formalizzazione giuridica” cha dà luogo a un sistema che lascia tracce importanti nel mondo moderno. È un sistema in cui 

due classi distinte per legittimità, funzione e organizzazione – i nobili e il clero – controllano singolarmente una quota importante delle risorse e dei beni (tra un quarto e un terzo circa per ciascun gruppo delle proprietà totali disponibili, ovvero tra metà e due terzi per i due gruppi insieme, e talvolta ancora di più, nel caso del Regno Unito), fatto che permette a queste due classi di svolgere pienamente un ruolo sociale e politico dominante. Come tutte le ideologie basate sulla disuguaglianza, l’ideologia ternaria rappresenta un regime politico e un regime di proprietà e, al tempo stesso, una specifica realtà umana, sociale e materiale.

Per Piketty, la rottura definitiva con la società trifunzionale coincide con la Rivoluzione del 1789, che tenta di ridefinire radicalmente le relazioni di potere e di proprietà, e consolida il perimetro della proprietà privata traducendolo in un’ideologia proprietarista. La quale abolisce i privilegi di nobiltà e clero e garantisce stabilità sociale, ma non riduce certo le disuguaglianze. 

La concentrazione della proprietà privata è rimasta a un livello estremamente elevato tra il 1789 e il 1914. 

La sacralizzazione della proprietà è in qualche modo una risposta alla fine della religione come ideologia politica esplicita. 

L’idea di fondo, per Piketty, è che il “vaso di Pandora” della redistribuzione della proprietà non dovrebbe mai essere aperto, e che se si comincia a parlare di redistribuzione non si sa dove si può andare a finire. Questo timore dell’instabilità e del caos è ancora ben presente nel dibattito odierno, e sostiene regimi fiscali che hanno poca valenza redistributiva, e offrono condizioni ideali per l’accumulazione e la concentrazione della ricchezza.

Piketty segnala che traiettorie analoghe, anche se differite nel tempo, si ritrovano in Gran Bretagna (e guidano, per esempio, il risentimento irlandese nei confronti dei proprietari terrieri britannici assenteisti) e in Svezia, dove fino ai primi del Novecento vige un regime proprietarista basato sulla disuguaglianza più estrema.  

Alla vigilia della prima guerra mondiale, nel Regno Unito il 10% dei proprietari più ricchi possedeva il 92% del patrimonio privato totale, rispetto al “solo” 88% in Svezia e all’85% in Francia. Dato ancora più significativo, nel Regno Unito l’1% più ricco possedeva il 70% del patrimonio privato totale, rispetto al 60% in Svezia e al 55% in Francia (anche se a Parigi il valore era superiore al 65%).

Tutto questo accade proprio nel momento in cui per lo sviluppo sociale ed economico ci sarebbe bisogno di uguaglianza nell’istruzione, e non di sacralizzazione della proprietà, così iniquamente distribuita da minacciare la stabilità sociale e da “far emergere, alla fine del XIX secolo e nella prima metà del XX, prima le contro-narrazioni e poi i controregimi comunisti e socialdemocratici”.

A proposito di narrazioni: Piketty compie poi un ampio esame delle narrazioni che giustificano la disuguaglianza estrema delle società schiaviste, la distribuzione del potere e le diverse traiettorie seguite dalle società coloniali, fino ad arrivare al Giappone dello shogunato, e alla Cina imperiale, “diseguale e gerarchizzata, percorsa da continui conflitti da élite intellettuali, proprietariste e guerriere”. La sua conclusione è netta.

Tutte queste esperienze storiche hanno tuttavia un tratto comune: dimostrano come la disuguaglianza sociale non abbia mai nulla di “naturale” ma sia, al contrario, sempre profondamente ideologica e politica. Ogni società non ha altra scelta che dare un senso alle proprie disuguaglianze; e le narrazioni che vengono elaborate in merito al bene comune non possono rivelarsi efficaci, se non sono dotate di un minimo di plausibilità e se non si concretizzano in istituzioni durature.

Il XX secolo cambia la struttura delle disuguaglianze, ma le riduce sono per un breve periodo, e in seguito a eventi traumatici.

Nel 1914, alla vigilia della guerra, la prosperità del sistema di proprietà privata sembrava assoluta e inalterabile, esattamente come quella del sistema coloniale. Le potenze europee, al tempo stesso proprietariste e coloniali, sono al culmine del potere. I proprietari britannici e francesi detengono nel resto del mondo portafogli finanziari di dimensioni a tutt’oggi ineguagliate. Poco più di trent’anni dopo, nel 1945, la proprietà privata scompare nel sistema comunista (assurto al potere prima in Unione Sovietica e poco più tardi in Cina e nell’Europa orientale), e perde gran parte del suo potere anche in paesi che sono rimasti nominalmente capitalisti, ma che in realtà stanno diventando società socialdemocratiche, con combinazioni varie di nazionalizzazioni, sistemi pubblici d’istruzione e di assistenza sanitaria, e imposte fortemente progressive sugli alti redditi e sui grandi patrimoni. Gli imperi coloniali saranno di lì a poco smantellati. 

Se osserviamo le diverse situazioni all’interno dell’Europa, scopriamo che tutti i paesi per i quali esistono dati disponibili registrano un crollo delle disuguaglianze tra il 1914 e il 1945-1950. 

I grandi patrimoni vengono distrutti, espropriati, o subiscono gli effetti dell’inflazione. Vengono attuati prelievi eccezionali e progressivi sui capitali. Inoltre, “per la prima volta nella storia, e quasi negli stessi anni in tutti i paesi, le aliquote applicate ai redditi più alti e alle successioni più importanti raggiunsero livelli consistenti e stabili nel tempo, nell’ordine di alcune decine di punti percentuali”. Ma non solo.

All’inizio degli anni cinquanta del secolo scorso, in Europa, gli elementi fondanti dello Stato sociale erano già in essere, con entrate totali superiori al 30% del reddito nazionale e un programma diversificato di spese sociali e per l’istruzione che assorbivano i due terzi del totale, in sostituzione delle spese sovrane che un tempo avevano la parte del leone. Questa spettacolare evoluzione è stata possibile solo dopo un radicale mutamento dei rapporti di forza politico-ideologici negli anni 1910-1950, in un contesto nel quale guerre, crisi e rivoluzioni denunciavano in modo plateale i limiti del mercato autoregolamentato e la necessità di integrazione nel sociale dell’economia.

Lo stallo degli investimenti in materia di istruzione registrato nei paesi ricchi a partire dagli anni ottanta-novanta del secolo scorso può spiegare non solo l’aumento delle disuguaglianze, ma anche il rallentamento della crescita.

Piketty segnala che, a partire dagli anni ottanta, la speranza in un mondo più giusto e i progetti di trasformazione anche radicale si sono di fatto dovuti scontrare con il triste bilancio del comunismo sovietico (e le sue disuguaglianze fondate non sul patrimonio, ma su status e conseguenti privilegi) e con il disincanto.
A partire dagli anni novanta, un mondo iperconnesso e legato da un’infinità di relazioni fa da riscontro a una società ipercapitalista. Le disuguaglianze assumono forme anche nuove: per esempio, la disparità nelle emissioni di CO2. Gli stati competono anche in termini di concorrenza fiscale. I patrimoni non sono solo più concentrati, ma anche più opachi.

Le strutture sociali continuano ad avere una forte impostazione patriarcale, e le disuguaglianze di genere non si sono certo risolte. “L’ideologia meritocratica dell’attuale narrazione sociale si accompagna a una glorificazione di imprenditori e miliardari”, che, sottolinea Piketty, sono “così presenti nell’immaginario contemporaneo da essere anche entrati con ruoli di spicco nel romanzo e nella finzione”. 

Infine: le classi popolari, che in precedenza  si riconoscevano nei partiti comunisti, socialisti, laburisti, socialdemocratici che componevano la sinistra elettorale, si sono ritrovate deluse dall’incapacità di quei partiti di promuovere programmi convincenti a proposito di istruzione, fisco, politiche internazionali. 

Oggi “i partiti e i movimenti politici della sinistra sono diventati quelli maggiormente votati dagli elettori più istruiti e – in alcuni contesti – stanno per diventare i partiti con gli elettori più ricchi in termini di reddito e di patrimonio”.

Se il conflitto politico degli anni 1950-1980 era “classista”, ora siamo in uno spazio politico complesso, e a un sistema di “élite multiple”, distinte o per istruzione, o per reddito e patrimonio. 

È una trasformazione radicale, che ricorre in tutte le democrazie, e che porta a ridefinire le categorie stesse di “sinistra” e “destra”, e a trascurare il tema cruciale della redistribuzione del reddito. 

La sinistra, che era il “partito dei lavoratori”, si è trasformata nel “partito dei laureati” (che propongo di chiamare la “sinistra intellettuale benestante”), senza averlo di fatto voluto e senza che nessuno l’abbia veramente deciso”. 

In sostanza, sembra essere “il partito dei vincitori della globalizzazione”. E le classi popolari? Beh, quelle si ritirano dalla competizione politica e non vanno a votare.

“Sinistra intellettuale benestante” e “destra mercantile” incarnano valori ed esperienze in qualche modo complementari. E condividono anche non pochi tratti comuni, a cominciare da una certa dose di “conservatorismo” di fronte all’odierna situazione di disuguaglianza. La sinistra crede nell’impegno e nel merito nello studio; la destra, nell’impegno e nel merito negli affari. La sinistra si prefigge l’acquisizione di titoli di studio, di sapere e di capitale umano; la destra, l’accumulazione di capitale monetario e finanziario. Possono anche presentare delle divergenze su alcuni punti. La “sinistra intellettuale benestante” può volere più imposte, rispetto alla “destra mercantile”, per esempio al fine di finanziare i licei, le grandes écoles e le istituzioni culturali e artistiche a cui è legata. Ma entrambe le parti condividono una netta adesione al sistema economico attuale e alla globalizzazione nel suo assetto attuale, che di fatto avvantaggiano sia le élite intellettuali sia quelle economiche e finanziarie.

Se alla sinistra intellettuale e alla destra pro-mercato si affiancano una sinistra più “radicale” e una destra nativista e nazionalista, ecco che abbiamo l’attuale sistema del confronto politico, che si identifica secondo le due discriminanti principali della tutela della proprietà e dei confini: sono quattro blocchi ideologici, ciascuno dei quali è contraddistinto da una propria narrativa, a cui si aggiunge il quinto di chi non va a votare. 

Piketty afferma che le traiettorie di sviluppo, a partire da questa situazione instabile, sono numerose, e comprendono il possibile, ed “enormemente dannoso” 

successo elettorale dei “nazionalisti”, soprattutto se questi riusciranno a sviluppare una forma di socialnativismo, vale a dire un’ideologia che abbina obiettivi sociali ed egualitari, ma riservati ai soli “nativi”, a forme violente di esclusione nei confronti dei “non nativi”.

Solo con la riapertura del dibattito sulla giustizia e sul modello economico conseguente si potrà fare in modo che il tema fondamentale della proprietà e della disuguaglianza prenda il sopravvento sulle questioni dei confini e dell’identità.

Il punto essenziale consiste nell’istituire uno spazio di deliberazione e di decisione democratica che consenta di adottare a livello europeo dispositivi efficaci di giustizia fiscale, sociale e climatica.

Il caso di Israele offre probabilmente l’esempio più estremo di democrazia elettorale in cui il conflitto identitario ha preso il sopravvento su tutte le altre dimensioni.
Il problema delle relazioni con il popolo palestinese e con gli arabi israeliani è diventato quasi l’unica questione politica significativa.
Nel periodo 1950-1980, il partito laburista israeliano aveva un ruolo centrale nel sistema dei partiti e promuoveva la riduzione delle disuguaglianze socioeconomiche e lo sviluppo di forme cooperative originali. Ma, non avendo saputo elaborare in tempo una soluzione  politica praticabile e adatta alle comunità umane in gioco – soluzione che avrebbe implicato la creazione di uno Stato palestinese o lo sviluppo di una forma originale di Stato federale binazionale –, il partito laburista oggi è quasi scomparso dal panorama elettorale israeliano, e ha lasciato il campo a lotte senza fine tra fazioni interessate solo alle questioni securitarie.

Piketty sostiene che oggi la disuguaglianza estrema deprime lo sviluppo, e delinea un nuovo “socialismo partecipativo”: bisogna tornare a usare la leva fiscale (reddito, patrimonio o successioni) secondo una regolamentazione a livello supernazionale. 

Le imprese devono essere cogestite (esistono già diversi esempi europei). Un fisco più equo deve finanziare la riconversione ecologica, un reddito universale di base e una dotazione universale di capitale, che ogni cittadino riceve al compimento dei 25 anni. L’accesso universale e paritario all’istruzione, che è cruciale, deve essere non solo promosso, ma garantito. Insomma: la proprietà privata rimane (e deve rimanere) ma il suo impatto viene mitigato dalla presenza di forti meccanismi redistributivi. E, soprattutto, non è un diritto permanente ed ereditario. Tutto ciò sembra essere, tra l’altro, una condizione necessaria, anche se non ancora sufficiente, per poter contrastare con efficacia il cambiamento climatico.

Si tratta di proposte che potrebbero sembrare radicali, ma in realtà sono in linea con un’evoluzione iniziata alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX, per quanto riguarda sia la condivisione del potere nelle imprese, sia l’aumento della tassazione progressiva. Questa dinamica evolutiva si è interrotta negli ultimi decenni, da un lato perché la socialdemocrazia non è stata in grado di rinnovare e internazionalizzare il suo progetto; dall’altro perché il drammatico fallimento del comunismo di stile sovietico ha inaugurato in tutto il mondo, a partire dagli anni ottanta e novanta del secolo scorso, una fase di deregolamentazione incontrollata e di rinuncia a ogni ambizione egualitaria (della quale la Russia attuale e i suoi oligarchi costituiscono senza dubbio il caso più estremo).

Come ci si arriva, senza che il mondo esploda? Piketty non è troppo esplicito su questo punto ma, nelle conclusioni, riformula l’affermazione che Marx ed Engels fanno nel Manifesto (la storia di ogni società è stata fino a oggi solo la storia della lotta di classe) in questi termini: la storia di ogni società è stata fino a oggi solo la storia della lotta delle ideologie e della ricerca di giustizia”. 

Ha ripetuto mille volte che molteplici traiettorie, segnate da infinite biforcazioni, sono sempre possibili. E ora invita i media e i cittadini a formarsi un’opinione indipendente, senza dar troppo retta agli economisti. Questa sintesi è il mio contributo per voi. 

In questi tempi di somma incertezza politica, economica e sociale, speriamo solo, tutti quanti, di saper capire in tempo quali sono la traiettoria e la biforcazione giusta. Forse non sono esattamente quelle indicate da Piketty.

E forse, parlando di disuguaglianze, sarebbe opportuno strutturare il ragionamento anche attorno alla madre di tutte le disuguaglianze: la disuguaglianza di genere, che per migliaia di anni ha escluso le donne dai patrimoni, dalle rendite e dall’istruzione, e che in molte parti del mondo continua a farlo con conseguenze drammatiche.
Piketty, così sensibile alle disuguaglianze, non stigmatizza la peculiarità intrinseca della “società patriarcale”, che separa la metà delle persone da ogni potere o ricchezza. E spesso la ignora del tutto.
Per esempio (i corsivi nel testo che segue sono miei):

L’ideologia proprietarista poggia su una promessa di stabilità sociale e politica, nonché di emancipazione individuale, attraverso il diritto di proprietà ritenuto aperto a tutti, o almeno a tutti i maschi adulti, poiché le società proprietariste del XIX secolo e dell’inizio del XX sono rigorosamente patriarcali, con tutta la forza e la sistematicità che può offrire loro un moderno sistema legale centralizzato.
In linea di principio, questo diritto ha il merito di essere applicato senza alcun riferimento alle origini sociali e familiari dei soggetti e sotto l’equa protezione dello Stato. Rispetto alle società trifunzionali – basate su disparità di status piuttosto rigide tra clero, nobiltà e terzo Stato e su una promessa di complementarità funzionale, equilibrio e alleanza tra le classi – le società dei proprietari privilegiano la parità dei diritti. Si tratta di società in cui i “privilegi” del clero e della nobiltà sono stati aboliti, o almeno ne è stato molto ridotto il campo di applicazione. Così chiunque ha il diritto di godere della sua proprietà in sicurezza, al riparo dall’arbitrio del re, del signore o del vescovo, e ha il diritto di beneficiare di un sistema legale e fiscale che tratta tutti alla stessa maniera, seguendo regole stabili e prevedibili nell’ambito dello Stato di diritto.

Forse, cancellare in modo determinato i mille residui patriarcali che incrostano anche le società contemporanee potrebbe essere l’inizio di un cambiamento radicale e (questo dovrebbe piacere assai anche a Piketty) in primo luogo ideologico e narrativo.

Ecco perché vale di sicuro la pena di continuare a ragionare, con l’intento di costruire e diffondere nuove narrative, e proprio a partire da cambiamento climatico, istruzione e contrasto a (tutte) le disuguaglianze. Nessuna esclusa.

Una versione più breve di questo articolo esce anche su internazionale.it.
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Si chiama effetto Dunning-Kruger, dal nome dei due ricercatori della Cornell University che l’hanno descritto nel 1999, l’insidioso cortocircuito mentale che condanna chi è incompetente a non...
Il neuroscienziato Christian Jarrett pubblica su Aeon un articolo brillante, la cui tesi di fondo è che la natura umana non è granché e che, per dirla tutta, tendenzialmente siamo (ehi, noi...
Spaventati, incattiviti, pieni di rancore e senza prospettive. L’immagine che il recente rapporto Censis disegna degli italiani è davvero poco confortante. Tuttavia, o forse proprio per questo, è...
Conversare dovrebbe essere una capacità che tutti abbiamo, e alla conversazione ci si dovrebbe addestrare già da ragazzini. Magari imparando a rispettare la regola fondamentale (ma non così...
Dov’è finito il rispetto? Questa, lo so, sembra una domanda da vecchie signore. Ma, poché non mi dispiace giocarmela ogni tanto da vecchia signora, è una domanda che mi sento autorizzata a...
Questo che state leggendo non è esattamente un articolo che parla di percezioni. Cioè: non è un singolo articolo. È tanti articoli, diversi tra loro per un’infinità di sfumature. È tanti...
Questa è una storia di lettori, e di lettori algerini. Mi sembra bellissima, e credo che ai lettori italiani piacerà perché la passione per i libri non ha confini. A raccontarla è Paola...
Sappiamo distinguere i conflitti da altre forme di disaccordo? La diversità di pensiero è fertile, e una divergenza di opinioni o di valutazioni è qualcosa di diverso da un conflitto. Non è un...
Guardiamoci attorno: il conflitto ci circonda. Accendiamo la tv, apriamo un giornale o una pagina in rete. Sentiamo lo sfogo di qualcuno. In certi giorni sembra che tutti stiano litigando con tutti....
Signore e signori, di norma sono piuttosto riservata sui fatti miei personali, ma ho deciso che oggi, e in via del tutto straordinaria, condividerò con voi alcune cose che ricordo della mia...
Lo ammetto: non sapevo che esistesse una cosa chiamata fobia scolastica. Ma per raccontarvi bene di che si tratta devo cominciare dall'inizio. La sala del teatro è gremita. Ci saranno almeno...
A Trieste si sono di recente verificati un paio di episodi che riguardano la comunicazione. Meritano di essere analizzati perché possono insegnarci qualcosa di importante, se li esaminiamo con...
Ce ne siamo dimenticati, ma un paio d’anni fa era già iniziato un ragionamento collettivo sul fatto che i mass media debbano o meno conferire ampia visibilità a ogni individuo o fenomeno che...
La percezione è ingannevole. Il mondo che noi percepiamo è diverso dal mondo così com’è: come se lo guardassimo riflesso in uno specchio che ne distorce le forme e le proporzioni, ingigantendo...
Chi atterri in Portogallo e, dall’aeroporto di Lisbona, decida di prendere la linea rossa della metropolitana, comodissima perché in una dozzina di minuti porta in centro, può trovarsi a...
Per capire come e perché funziona il meccanismo del discredito dobbiamo fare un passo indietro, e chiederci come funziona la nostra percezione di tutto quanto ci circonda. Non è facilissimo...
È l’altruismo ciò che ci rende davvero umani? Ci sono vantaggi nell’essere altruisti? L’altruismo non è mai disinteressato, e in fin dei conti non è altro che una forma superiore di...
La Piramide dei bisogni, ideata da Abraham Maslow, continua a tornarmi in mente regolarmente, in questi ultimi tempi. Basta che accenda la tv e mi fissi a guardare l'ennesimo dibattito politico,...
Rigenerazione è una parola magnifica e piena di promesse: cambiamento e riscatto, rinascita, redenzione e rinnovamento, risveglio. Poiché ci regala una prospettiva diversa e speranzosa, sarebbe una...
A pensarci bene, tutto il nostro intricato sistema di relazioni personali, e tutto l’enormemente più intricato sistema di relazioni economiche e sociali in cui, volenti o nolenti, siamo immersi...
Gli italiani non si informano. Non lo fanno nemmeno su internet: sono infatti gli ultimi in Europa per la lettura di notizie online. La quale continua a decrescere di anno in anno, con ogni...
Ci sono libri che raccontano storie, libri che spiegano idee, libri che insegnano cose. Ci sono anche libri che fanno tutto questo, e molto altro ancora, e che possono cambiarci la vita. Il Salone...
Stai attento a quel che vuoi. Potresti ottenerlo. Questo vecchio adagio mi torna mi torna in mente ogni tanto, a proposito di desideri o progetti miei o altrui che sembrano di complessa...
Una delle caratteristiche più pestifere e permanenti delle decisioni sbagliate e delle prese di posizione sbagliate, è che possono essere come le ciliegie: una tira l’altra. PERSEVERARE...
Uno pensa di fare un viaggio in treno e invece si imbatte nella psicoanalisi. Ecco come può succedere. Salgo trafelata sul Frecciarossa. Il vagone è pieno. Mi tocca slalomare inciampando tra...
Sì, la vicenda dei dati ceduti, rubati, usati per convincere, manipolare e disinformare sembra una narrazione distopica. La cosa che renderebbe poco credibile l’intera storia, se di narrazione...
Stavolta parliamo di ricerca psicografica e di  profili: tranquilli, è una faccenda interessante. Questa è la seconda puntata di un discorso su informazione e disinformazione, a partire dalla...
Il fatto è questo: quando parliamo di informazione, parliamo non solo di quanto sappiamo, ma anche di ciò che decidiamo e facciamo e vogliamo. Se avete letto le notizie degli ultimi giorni, sapete...
Il Salone del Libro di Torino lancia, come un messaggio in una bottiglia, una sequenza di cinque domande: ve le ricopio al termine di questo articolo. Le indirizza a scrittori, scienziati, artisti....
È passato qualche tempo da quando, a fine 2016 e in concomitanza con l’elezione di Donald Trump, l’attenzione mondiale si è rivolta alle fake news, le notizie false in rete: un fenomeno per...
A pensarci, può risultare curioso che il termine identità rimandi sia a una somiglianza o equivalenza assoluta (l’identità di due oggetti, di due concetti, di due alternative, di due gemelli,...
La notizia che il corso più seguito nei 317 anni di storia dell’università di Yale riguarda la felicità è stata ampiamente diffusa anche dalle testate italiane (qui Ansa), che riportano più o...
Avete mai sentito parlare di modelli di ruolo? E se vi chiedo di individuare un vostro modello di ruolo, presente o passato, qual è il primo che vi viene in mente? Un genitore o un adulto rilevante...
La recente notizia che Facebook avrà una task force per il fact checking delle fake news è confortante, ma il modo in cui viene diffusa lo è meno: è ancora italiano, questo testo (sei parole...
La personalizzazione delle merci è uno dei molti paradossi della società massificata e omologata, quella che da un capo all’altro del mondo ci fa trovare le stesse marche negli stessi negozi,...
Scegliere parole inglesi non è proprio il massimo, anche se alcuni si ostinano a pensarla così. In questo articolo trovate tre casi dei quali potremmo serenamente fare a meno. PRIMO CASO. C’è il...
Essere ansiosi sembra una condizione tipica del nostro tempo, scrivevo qualche giorno fa aggiungendo, tra le altre cose, che l’ansia è di origine ambientale (è qualcosa di esterno a noi a...
L'ansia è davvero il sentimento più diffuso e caratteristico del nostro tempo pieno di incertezze? Sembrerebbe proprio di sì. Del resto, basta guardarsi in giro: è molto più facile trovare...
C’è un legame assai più stretto di quel che si potrebbe immaginare tra voto, idea di cittadinanza, educazione volta a sviluppare le competenze sociali. Le competenze sociali sono le capacità...
Intelligenza sociale vuol dire, in parole povere, essere capaci di mettersi in relazione con gli altri in maniera efficace e positiva. Alcuni sostengono che è l’intelligenza sociale, più ancora...
Nel 2017 la diffusione delle notizie false (fake news) in rete preoccupa "abbastanza o molto" il 78 per cento degli utenti, secondo un sondaggio condotto dalla BBC in 18 paesi. Nel medesimo...
Sarà davvero tutta colpa del tasto like? Le nostre menti possono essere sequestrate, dicono i tecnologi che temono una distopia da telefoni cellulari, recita il titolo del Guardian. È...
Educare in rete si può. Ma bisogna saperlo fare bene: dirlo è un'ovvietà, riuscirci lo è un po' meno. COSE DIVERTENTI, INTERESSANTI E UTILI. Tra notizie false e discorsi d'odio, ormai è fin...
Questo articolo parla di bufale e di informazione scientifica. Dice alcune cose che non tutti sanno. E comincia con una storiella. Eccola:"Sei il presidente del Cicap? Devi essere molto scettico..."...
Chi di noi può resistere alla tentazione di sentirsi indispensabile? scrive Margaret Atwood. È una bella domanda, ed è una domanda maliziosa. EUFORIA E SICUREZZA. Sentirsi indispensabili per la...
Me ne rendo conto: in tempi di impieghi scarsi, precari e mal pagati, celebrare il lavoro ben fatto può sembrare insensato e inopportuno. O irritante e sospetto. Come minimo, antiquato, stucchevole...
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