dare un nome
Dare un nome. Cioè creare, quasi - Idee 112

Come dicevamo nella prima puntata di questa passeggiata in quattro tappe nell’universo dei nomi (questa è la seconda), chiamare per nome qualcosa, qualcuno, significa conoscere e per certi versi possedere.
Invece, dare un nuovo nome vuol dire (quasi) creare un’entità nuova, estraendola dal caos di ciò che è indefinito o sconosciuto o inesistente o potenziale tanto da non poter essere nemmeno nominato. E identificandola in quanto entità diversa, separata, unica.
Ma non è mai una passeggiata: per creare l’entiità, prima bisogna di certo creare, e davvero dal niente, il nome.

Lo sanno bene gli scrittori: Il Guardian racconta perché trovare buoni nomi ai personaggi è un problema ricorrente (e conclude, con un tocco di british humour, suggerendo una gita al cimitero) e The scriptlab pubblica dieci raccomandazioni di buon senso per riuscirci. Mi sembrano tutte valide anche per chi deve inventarsi nomi italiani, e per chi scrive in italiano, a parte l’ultima (niente nomi che finiscano con la lettera esse). Poi, una volta finito di scrivere, bisogna anche dare un nome al romanzo o al racconto: altri guai.

Per quanto riguarda i personaggi, i più pigri possono, se il genere coincide, cavarsela con un fantasy name generator. Se decidete di farlo, e soprattutto se contate di ottenere un successo planetario, prendetevi però le vostre responsabilità: nella prima parte del 2014, negli Stati Uniti, ci sono più neonate chiamate Khaleesi (l’appellativo di Daenerys Targaryen, la regina dei draghi di Game of Thrones) che neonate chiamate Betsy o Nadine. L’Independent segnala che, invece, in Gran Bretagna è andato meglio Arya (è il nome della piccola, impavida terzogenita della famiglia Starks – e stiamo sempre parlando di Game of Thrones). Le diverse scelte potrebbero, forse, dirci qualcosa dei differenti immaginari delle due nazioni.

Se il vostro genere non è il fantasy, potete invece ricorrere a questo character name generator che produce nomi distinguendo, oltre che ovviamente per sesso e non così ovviamente per decennio di nascita, anche tra afroamericani, ispanici, cinesi, vietnamiti, arabi…, e a ciascun nome attribuisce una dettagliata personalità secondo il Myers Briggs Type Indicator (MBTI).

Digressione: il MBTI è un test basato sulla teoria dei tipi psicologici di Carl Gustav Jung. Distingue secondo due direttrici: introversione/estroversione e percezione/intuizione. In rete trovate diversi siti che permettono di fare il test gratis (ehi, si tratta di test online: prendete sempre i risultati con le pinze).
Eccovi, per esempio, un sito che oltre a consentirvi di fare il test identifica personaggi noti, da Einstein a papa Francesco, per tipo psicologico. Date un’occhiata, è suggestivo.

Torniamo al creare nomi: dare un nome scientifico a una specie animale o vegetale prima ignota è un privilegio di chi la scopre. Bisogna conoscere le regole, però, e il WWF dice come si fa. Leggete bene se avete in programma un viaggio nella foresta amazzonica o in quella del Borneo: non si sa mai. Il National Geographic ricorda che l’86% delle specie terrestri è ancora da classificare, ma datevi da fare prima che spariscano: il tasso di estinzione sta crescendo. Qui c’è la classifica 2014 delle più rilevanti nuove specie.

E sì, è possibile dare nomi in onore di qualcuno: Wikipedia segnala, tra gli altri, un coleottero (nero e bruttino, peraltro) intitolato a George Bush e un granchietto giallo dedicato a Matt Groening, l’inventore dei Simpsons. Barak Obama si è beccato un lichene e anche una lucertola (estinta) del tardo Cretaceo. La sequoia, invece, prende il nome dall’inventore del sillabario Cherokee, che ha permesso al suo popolo, di cultura solo verbale, di dotarsi di un efficace sistema di scrittura.

Con i nomi delle stelle le cose si fanno più complicate. Alcune (poche) hanno nomi storici, altre hanno preso i nomi di astronomi famosi, ma la maggior parte è senza nome: solo lettere e numeri. Se qualcuno vi propone di chiamare (a pagamento) una stella come volete voi, diffidate: le cose non stanno esattamente così. Però se scoprite una nuova cometa potete sperare di darle il vostro nome. Idem se siete un ricercatore e scoprite una malattia.
Tutti i nomi attribuiti a partire dal nome di una persona si definiscono eponimi.

Se proprio volete passare alla storia, potete anche inventare qualcosa che prenda il vostro nome: la cosa ha funzionato con la besciamella (Louis de Béchamel) e con il Grande Raccordo Anulare o GRA (Eugenio Gra, ingegnere Anas), con la penna biro (László József Bíró), la pastorizzazione (Louis Pasteur) e  il sassofono (Antoine-Joseph Sax).

Se invece dovete nominare un nuovo prodotto senza chiamarlo come voi, beh, le cose restano complicate. E vi tocca in primo luogo ricordarvi che il nome può orientare la percezione della cosa nominata. Pensate, per esempio, alla scarsa fortuna che hanno avuto nel nostro paese i farmaci denominati “generici”: in italiano, “generico” non significa “senza logo” ma indeterminato, superficiale… privo di particolare qualifica, vago… 
e chi mai ha voglia di curarsi con un farmaco indeterminato, vago e superficiale?
Appunto: siccome inventare nomi per prodotti, imprese, iniziative, servizi è complicato ne riparleremo di nuovo presto, e in dettaglio.

Se questo articolo vi è piaciuto, leggete anche:
Idee 111. Nominare, cioè possedere. Forse
Idee 113. Inventare un buon nome per un prodotto
Idee 114. Se il nome non basta: pseudonimi e altri slittamenti di identità
Idee 115. Se il nome non basta. Soprannomi e altri accessori identitari

16 Commenti a Dare un nome. Cioè creare, quasi – Idee 112

  1. Giovanni Medioli

    Beh, in quanto a nomi sfortunati, spesso figli di una cattiva politica di localizzazione, vanno ricordati almeno due o tre casi clamorosi, come la Volkswagen JETTA, una delle berline di media cilindrata più amate degli anni 80 che in Italia vendette talmente poco che doverono rinominarla prima Vento e poi Bora. O l’incredibile impatto negativo delle marche giapponesi di console per videogiochi, che certamente pochi genitori italiani hanno amato concedere ai figli: Sega e Nintendo (che a sud di Firenze significa “Non capisco” o anche “Non capisco niente”). Ma va anche detto che noi italiani, forse, coscientemente o meno siamo addirittura più sensibili ai nomi di altri popoli. Come si spiegherebbe altrimenti la profonda diffidenza verso la burocrazia e la matematica espresso in una parola che identifica in italiano tanto il più semplice dei documenti contabili quanto un incantesimo malefico, “fattura”?

     
  2. Alesatoredivirgole

    Riporto un paio di semplici esempi personali, due nomi che ho inventato per due mie idee che hanno preso forma in modo differente.

    Per entrambe ho cercato un nome che definisse in partenza il concetto principale, per questo concordo con Annamaria quando dice “E vi tocca in primo luogo ricordarvi che il nome può orientare la percezione della cosa nominata”.

    La prima è rimasta sulla carta, anzi nel pc, e si chiama Sbryna: La sentinella del tuo congelatore: http://wp.me/pYL2M-7M

    La seconda, cui tengo molto e vorrei sviluppare ulteriormente, mi ha dato diverse soddisfazioni, è un’idea per bambini ospedalizzati e l’ho addirittura brevettata; sono storie che hanno solamente un inizio ed una fine e per questo le ho chiamate Storietestacoda http://www.storietestacoda.it

    Nominare un nuovo prodotto o un nuovo progetto è fonte di stimoli incredibili e mi diverte molto, così come ho scoperto il piacere di inventare brevi storie per poi trovarne il titolo più adeguato.

    Chiudo con una segnalazione: per chi volesse sbizzarrirsi rischiando addirittura di vincere qualche premio, segnalo http://www.creathead.it/italian/gare_creative/, sito dove ogni tanto mi diverto a partecipare a contest, inventando nomi, loghi e tanto altro.

    Vincere sarebbe il massimo riconoscimento, ma il gusto speciale lo regala la possibilità di liberare dare forma a nuove idee.

    In attesa del seguito di questo post, su come inventare nomi per prodotti, saluto in modo … GENERICO … 😉

     
  3. Rino Cetara

    Ho sempre pensato che l’adozione del termine “generico”, utilizzato per riferirsi a farmaci il cui principio attivo fosse finalmente libero da brevetto (e dunque di libera produzione), fosse talmente stupido da non essere affatto casuale. Tutt’altro. Sono convinto che l’intento vero, in realtà, fosse proprio quello di disorientare il consumatore, e ci sono riusciti per anni, continuando a tutelare le quote dei marchi che, diversamente, avrebbero visto crollare verticalmente i propri fatturati.E’ bastato sostituire la parola “generico” con “equivalente” per cominciare ad invertire la rotta (complice la crisi). E non a caso, taluni farmaci “con logo” oggi sono meno caridi un tempo perché le aziende produttrici sono consapevoli che, in ragione di un prezzo leggermente più alto, il consumatore preferisce ancora rivolgersi al prodotto “di marca”. Equivalente era il termine giusto, e l’ho pensato per anni. Possibile che loro non ci sono arrivati prima? Si,scientemente. Per le ragioni di cui sopra.

     
  4. Alessandro

    l’entiità

     
  5. Alessandro

    onilne
    Lo spell-check ti ha tradita, oggi 🙂

     
  6. Annamaria

    Ah, non è mai finita. Ed è sempre colpa di Titivillus.
    http://nuovoeutile.it/errori-lacune-e-refusi/
    Comunque: refuso corretto, grazie.

     
  7. Alessandro

    maledetto diavoletto! Se ti becco, ti strappo i peli della barba a uno a uno 🙂

     
  8. Valentina Durante

    Un campo particolarmente fertile è quello della ricerca delle tendenze di consumo. Sociologi e futurologi sembrano quasi più interessati a battezzare un trend che a descriverlo. Emblematico è il Dictionary of the Future di Faith Popcorn (http://www.amazon.com/The-Dictionary-Future-Trends-Define/dp/0786866578): tanto futuro ormai non è, trattandosi di un libro del 2001, ma la ricchezza di neologismi e parole macedonia ha fatto storia (almeno tra gli addetti ai lavori). Peccato per l’intraducibilità di molti termini: cocooning ha avuto largo successo, ma come lo rendiamo in italiano? Imbozzolarsi? Merita anche un’occhiata Trendwatching http://trendwatching.com/freepublications/: alcuni neologismi sono stuzzicanti, altri decisamente tirati per i capelli…

     
  9. Pingback: Il nome delle cose - Paradigmi

  10. Pingback: Idee 113: inventare un buon nome per un prodotto | Nico Paulangelo

  11. francesco

    salve. dal testo sembra ma non è il WWF che dice come si fa a dare un nome scientifico a una specie animale o vegetale prima ignota. Per quello ci sono il Codice Internazionale di Nomenclatura Zoologica e il Codice Internazionale di Nomenclatura Botanica.

     
  12. Annamaria

    Ciao Francesco.
    L’articolo linkato effettivamente racconta bene secondo quali regole vengono attribuiti i nomi scientifici. E rimanda a una serie di siti, compreso quello dell’International Code of Zoologial Nomenclature (ICZN).
    Ovviamente, ai brillanti lettori di NeU dovrebbe essere chiaro che “spiegare come si fa a dare un nome” (ed è questo che il WWF fa con quell’articolo) è diverso da “avere l’autorità necessaria per dare un nome”. Per esempio: io posso anche spiegare come viene fatta una legge, ma questo non significa che abbia l’autorità necessaria per farla, una legge, no? 🙂

     
  13. Giulia

    Gentila AnnaMaria,

    sto scrivendo una tesi a riguardo, gradirei contattarla per email per un’intervista.
    me la concede anche se non sono bocconiana? 😉

    La ringrazio.

    Giulia

     
    • Annamaria Testa

      Ciao Giulia.
      Ricevo continuamente richieste di interviste per tesi, e questo mi ha costretta, purtroppo, a decidere di dire di no a tutti.
      Però, dai: sul tema dei nomi, hai ben 5 articoli di NeU (e, giuro, è praticamente tutto quello che so). In ciascun articolo ci sono decine di link alle fonti (e sono buone fonti). È in pratica una bibliografia già fatta.
      Un bocca al lupo per la tesi, comunque.

       
  14. Luciana Daniotti

    L’articolo e i post di Facebook mi rammentano un simpatico modo di dire dialettale:in calabrese il nome diviene un “titolo” e come ti chiami si dice, come t’intituli?

     

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