I farmaci generici e le regole elementari del comunicare

I farmaci generici hanno scarso successo commerciale? Forse è anche un problema di comunicazione. Questa, come è noto, orienta la percezione dell’offerta.
D’altra parter, saper comunicare decentemente è qualcosa che serve a fare un po’ meglio (quasi) tutto il resto. E a capire come mai le persone si comportano, a volte, in modo apparentemente insensato. Semplice: stanno retroagendo a una comunicazione che a sua volta ha poco senso.
La Repubblica di giovedì 7 aprile riporta questo strillo in prima pagina, e questo articolo a pag. 25: Perché nessuno compra le medicine no-logo? Il giornalista lamenta la dipendenza degli italiani dai farmaci di marca, e segnala che lo scarso gradimento dei farmaci generici costa allo Stato 800 milioni all’anno. Non sono sicura che sia solo una questione di “dipendenza dai brand”.

“GENERICO” È POCO PROMETTENTE. Probabilmente le cause della disaffezione sono diverse, ma mi pare che una di queste, elementare e semplice da eliminare, venga ignorata: perché mai chiamiamo “generici” questi farmaci? In italiano, “generico” non significa “senza logo” ma indeterminato, superficiale… privo di particolare qualifica, vago…
E chi cavolo ha voglia di prendere una medicina che promette di curarlo in modo indeterminato, vago e superficiale? Aggiungo un altro elemento: la comunicazione dei farmaci generici (o equivalenti, secondo la definizione più corretta ma meno usata, e ugualmente priva di qualsiasi appeal) è scarsa e deprimente. La divulgazione, quando c’è, è in puro burocratese. E ancora più deprimente.

L’ EFFETTO PLACEBO.
Chi si occupa di farmaci di sicuro ben conosce, e non sottovaluta, l’effetto placebo: il fatto che una positiva attesa terapeutica dia efficacia perfino a qualcosa che farmaco non è. E sia una costituente dell’efficacia globale di un farmaco. Qui un video divulgativo. E qui, sullo stesso tema, un video della Stanford’s University.
Se perfino il colore di un farmaco è rilevante, non pensiamo che possa esserlo la definizione ufficiale che se ne dà? E se ogni atto terapeutico racchiude in sé una componente di effetto placebo, perché cancellarla con una definizione che spegne la fiducia? Infine: se ha ragione questo articolo di Slate, perfino diminuire il prezzo dei generici potrebbe avere effetto negativo, specie se non si modificano gli altri elementi di comunicazione.

16 Commenti a I farmaci generici e le regole elementari del comunicare

  1. Jacopo

    Nel mio piccolo, confermo la diffidenza sul generico. Per entrambe le ragioni: il timore che il generico non curi altrettanto bene e una certa dipendenza dal brand. Mi è capitato con l’Aspirina poco tempo fa. Al banco il farmacista mi ha chiesto se volevo il generico e, dopo un attimo di sincera titubanza, ho risposto di no e me ne sono andato con la consueta e familiare scatola bianca e verde. So che il generico che mi avrebbe curato allo stesso modo, ma non sono riuscito a fidarmi.

     
  2. annamaria

    @Jacopo- Prova a pensarci: sarebbe stato diverso se, invece del “generico” il farmacista ti avesse proposto un farmaco che, per esempio, si chiama “Princìpi attivi”? O anche solo “farmaco equivalente”? … magari con un packaging sul quale appare un simbolo rassicurante, e che riconosci? … magari presentato da una campagna chiara pubblicitaria chiara, e capace di spiegare in modo interessante che quel che cura è il principio attivo, e non il brand name?

     
  3. Graziano

    Bene tutto, ma non mi dite che il Nimesulide funziona bene come l’Aulin perchè mi viene il mal di testa (non Annamaria e, comunque, con l’Aulin, poi, mi passa…). Cavolo, Graziano, ma hai sempre voglia di scherzare? Certo, se mi arrabbio mi dicono di essere positivo! Si, ma la discussione… Ad libitum (generico, equivalente e omologo) P.S. E’ chiaro che è venerdì???

     
  4. Utente Anonimo

    QED!!!! Incredibile! Valeria

     
  5. LATERALE

    Cara Annamaria, chiediamoci perché non e’ stato fatto tutto questo? Perché si parla di farmaco generico? Quale messaggio hanno voluto inviare? Siamo sicuri che è stato un errore? Le case farmaceutiche stavano al balcone a guardare gli ottocento milioni che passavano ? Non credo proprio.

     
  6. Utente Anonimo

    Articolo veramente “illuminante”. Da tenere tra i preferiti, visto che si può applicare a tanti altri campi. Complimenti, mi piacerebbe essere bravo come te.

     
  7. Utente Anonimo

    dimenticavo: il commento 6 è di stefano preto

     
  8. annamaria

    @Stefano. Grazie! Il fatto è che osservare gli eventi sotto il profilo del significato qualche volta è illuminante. E, credimi, si tratta solo di farsi qualche domanda e di allenare un po’ lo sguardo. @Laterale. No, direi che non siamo sicuri che sia stato un errore involontario. Forse c’è incompetenza o disattenzione per quanto riguarda gli aspetti, importanti, della comunicazione. Forse la disattenzione fa gioco. So solo quel che vedo, e magari sbaglio. Ma ho il sospetto che il farmaco generico nasca del tutto orfano di strategie di vendita e di promozione efficaci, e anche di forme evolute di educazione dei cittadini. Il nome medesino è in effetti una forma sottile di sabotaggio dell’offerta. E, da orfano, deve misurarsi con i farmaci prodotti dalle multinazionali, promossi con potenti apparati di vendita, pubblicizzati in modo accorto (quando si tratta di farmaci da banco), lanciati sul mercato da agguerriti reparti marketing. E fermiamoci qui, per ora.

     
  9. Utente Anonimo

    In ambito commerciale, il radicamento di uno stereotipo nell’opinione pubblica non è mai casuale, ma ben guidato da chi ha potere. Troppi interessi tutelano ancora la specialità farmaceutica di una certa Casa (che fino a qualche anno fa aveva l’esclusiva) a dispetto del principio attivo. Chiedete acido acetilsalicilico o aspirina? Scommetto che se il farmacista decide di regalarvi una confezione preferite la seconda. Ci sono case farmaceutiche molto potenti e quelle che producono i “generici” sono costrette ad accontentarsi, almeno per ora. Il cambiamento culturale sarà un processo molto lento, come per l’abbandono del fumo (che è l’unico prodotto indicato come letale sulla confezione, ma tranquillamente in commercio). Grazie Annamaria per aver lanciaro questa importante provocazione. Perchè non scriviamo qualcosa anche sul fumo?

     
  10. Utente Anonimo

    Scusate, pensavo uscisse il nome. Il commento numero 9 è di Enea Pizzonia di Bologna

     
  11. eli

    identità molecolare

     
  12. mari56

    la mia piccola esperienza con il generico, contiene una percentule minore rispetto al farmaco prescritto e per la mia patologia non è stata una scoperta piacevole. maribi56

     
  13. Laura Bonaguro

    Sono una consumatrice di “generici” laddove esistono. Ho iniziato tanti anni fa grazie ad una farmacista premurosa e competente. Sì, perché non basta dire: c’è il generico; ci sono forme, dosaggi, eccipienti e confezioni diverse, vanno controllati. L’errore di comunicazione è palese ma è forse più grave non fare – e non aver fatto – una corretta informazione. Certo è difficilissimo perché quando si tratta della nostra salute la fiducia si trasforma in fede e il farmaco in medicina, sinonimi infatti fino ad un certo punto. L’ultimo sito della helpineedhelp mi lascia perplessa. Mi piace l’immagine semplice e chiara però: a chi è diretto? E questo modo di veicolare il prodotto alternativo non lo “brandizza” di fatto? Forse alla fine è questo che manca a Ratiopharm…

     
  14. Utente Anonimo

    I farmaci generici possono contenere una percentuale minore di principio attivo, fino al 20% in meno. In certi casi vanno benissimo, e li uso volentieri, in altri casi è necessario avere la certezza della dose. Il farmaco generico però non è uguale a quello con marchio. Silvia

     
  15. annamaria

    Già, il dosaggio è fondamentale. Altra questione complicatissima, e non mi ci addentro. Ma se sulle confezioni dei farmaci i dosaggi fossero sempre espressi chiaramente, e magari si trovassero sempre nello stesso posto, e se fossero scritti con caratteri unificati, forse fare paragoni sarebbe più facile. Uno dei motivi per cui il tema è complicato, fra l’altro, è questo: uomini e donne reagiscono diversamente al medesimo farmaco. E ci vorrebbero comunque dosaggi diversi e calibrati. Cosa che succede negli USA, ma non da noi. Leggete quel che scrive non un’accanita femminista, ma Novartis: http://www.medicinagenere.org/farmaci.html

     
  16. Gabriele

    È evidente che c’è qualcosa che non quadra quando io stesso farmacista non so come chiamarlo quando. Lo propongo (posso chiamarlo diversamente a seconda se ritengo bene proporlo) generico, equivalente, non di marca, quello che costa meno… hanno effetti diversi, ma non sufficienti. In genere il paziente non si fida, la marca è marca, “me lo posso permettere”. Il generico è medicinale dei poveri.
    (Il problema riguarda anche la ‘aderenza al farmaco”, una sorta di effetto placebo che forse chi si interessa di arte ne comprende meglio l ‘ importanza).
    C’è qualcosa che non quadra anche quando io stesso non so se ricorrere al generico. Il range del 10% nella dose e la biodisponibilitá per alcune sostanze possono fare differenza nella efficacia.
    Inoltre (ma a pensar male si fa peccato) non quadra che le ditte di Marca producono.il loro generico facendosi concorrenza da sole.e con maggiore interesse a vendere il più redditizio.
    Credo insomma di non essere in grado di proporlo secondo scienza e coscienza.
    Grazie Ciao Gabriele

     

Inserisci un commento al post

Cerca in Nuovo e Utile
31 queries in 1,536 seconds.